
L’ICP (International Center of Photography) di New York rende omaggio al “lavoro sul terreno” di Arthur Fellig, meglio conosciuto sotto lo pseudonimo di Weegee, e lo fa con un esposizione dal titolo solo apparentemente singolare: “Weegee: Murder is My Business”, ripreso dalla prima personale organizzata presso il Photo League di New York, nel 1941. Perché il fotoreporter e scrittore statunitense, originario di un paesino al confine tra l’Austria e la Polonia, divenne un vero e proprio “punto di riferimento” per gli scatti giornalistici realizzati sulle scene del crimine della grande metropoli americana di New York. Lo sguardo privo di retorica, la violenza dei soggetti e la spinta quasi voyerista di colui che li ritraeva, hanno fatto dei suoi cliché un “manuale di fotografia da tabloid”, ma anche una testimonianza disincantata degli aspetti più nascosti del decennio a cavallo tra la metà degli anni ‘30 e quella dei ‘40.
Tra il Lower East Side, dove aveva cominciato come ritrattista di strada, allo studio Duckett & Adler a Grand Street, per poi approdare al New York Times e lasciarlo per diventare un ricercato free lance, con l’immensa soddisfazione di vendere immagini ai maggiori quotidiani della città. Weegee si era guadagnato una solida reputazione seguendo, ed a tratti persino anticipando, dal suo appartamentino situato strategicamente di fronte la questura, o attraverso il sistema radio montato sulla sua Chevrolet, i numerosi interventi della Polizia di Manhattan. Delitti, tragedie e scene sanguinarie, che descriveva senza fronzoli, con un’attenzione maniacale per gli aspetti più estremi e grotteschi dei soggetti immortalati. La distorsione delle luci, il caos silenzioso dei lavori di isolamento e di ispezione, i volti sporgenti dei curiosi e quelli sconvolti delle vittime, ma anche i particolari più raccapriccianti e pruriginosi, sono riprodotti con dovizia nelle foto di Weegee che non esitava ad affermare, al limite del cinismo, che i soggetti più semplici da catturare erano proprio gli omicidi, per l’affascinate “fissità” dei protagonisti.
© Weegee/International Center of Photography.
Via | icp.org
Nel 2010 la giovanissima (oggi diciassettenne) Masha Sardari aka DarkGomo, ha iniziato ad usare l’obietto della macchina fotografica della madre per sondare le suggestioni che la circondano in Florida, e quella mistica del quotidiano che attinge dalle fantasie e memorie dell’infanzia in Moldavia.
Autodidatta in piena fase di sperimentazione, come Alex Stoddard e Lissy Laricchia, Masha non teme di varcare le soglie del razionale o sperimentare su di sé gli effetti del volo a piedi nudi nel bosco.
Il suo giovane sguardo sembra comunque aver sviluppato una notevole propensione e sensibilità per l’inconsueto annidato nelle ombre e lo sfolgorio della luce accecante, per i modi nei quali il visibile si lascia sfiorare dall’impalpabile, e alcuni scatti lasciano ben sperare per il futuro.
Spesso le persone quando vengono intervistate dicono meno di quello che vorrebbero dire. Il fatto di doversi raccontare agli altri a volte li mette in difficoltà, ponendoli nel dubbio se descriversi come sono oppure come vorrebbero essere visti. L’intervista che state per leggere è l’esatto contrario. Nessun freno, massima spontaneità, forse anche troppa. Più che un intervista è uno scambio di botte e risposte. O piuttosto di domande e botte. Ma racconta perfettamente la personalità eclettica del fotografo Jacopo Benassi.
Tre aggettivi per descrivere Benassi.
Ahahahahahshah!
Chi saresti e cosa faresti se nella tua vita non ci fosse la fotografia?
E chi lo sa!? Magari il fotografo.

La prima personale di Christine Barbe presso la Inception Gallery di Parigi, sfida i confini dei corpi e degli spazi. Non si limita ad annunciare lo “sforamento” già nel titolo:”Corps & Paysages Mutations”, ma vi tiene costantemente fede operando al confine tra l’estetismo e l’esplorazione. La serie di immagini alle quale ha dato vita si basa sulla ricreazione di paesaggi dall’atmosfera ambigua, sul fascino emanato dagli elementi naturali e sulla loro forzatura che insegue l’essenza del doppio, riprodotto da effetti di riflesso in specchi deformati. Lavori ai quali si affianca il video “The Baptism”, che illustra la performance-installazione di Romina De Novellis, incentrato sulla storia di una donna che interpreta pubblicamente i gesti quotidiani della sua intimità. Testimonianza della trasformazione dello statuto del corpo nel seno della città.
L’evoluzione delle metropoli, la de-figurazione dell’ambiente, la sparizione della riservatezza e la messa in gioco di un futuro incerto. Tanti e tali elementi, si inseguono e si contaminano, in un gioco capitale di riflessione e responsabilità, che non può non chiamare in causa la hybris di una specie che non smette, a torto, di pretendersi dominante. Perché non è tanto la bellezza incontrastata degli elementi, che viene esaltata da questi cliché, quanto piuttosto il doloroso contrasto tra l’indomabile forza della natura e le “briglie della tecnica” che operano costantemente per catturarla.
Tutti i miei lavori affrontano la questione della dialettica dei contrari: vero/falso, bello/brutto, attrazione/repulsione. Lo scopo è quello di dimostrare che ogni cosa può declinarsi nel suo opposto, e poi nello scambio che porta ad altre scoperte.
Via | slash.fr
Se siete amanti del buon rock magari leggete riviste come Rolling Stone. Sicuramente avrete ammirato le splendide copertine che ritraggono icone come Patti Smith o gruppi come i Depeche Mode. Se pensate però che questi ritratti siano stati realizzati da chissà quale fotografo americano o londinese siete fuori strada. Infatti pur vivendo a Londra, uno dei migliori ritrattisti legati al mondo della musica è italiano: il suo nome è Mattia Zoppellaro.
Tre aggettivi per descrivere Mattia Zoppellaro?
Goloso, ipocondriaco e impaziente.
Chi saresti e cosa faresti, se nella tua vita non ci fosse la fotografia?
Nel mio mondo ideale sarei il campione Olimpico dei 100 metri piani.

Vi avevamo già mostrato le immagini dei finalisti italiani e oggi, a poco più di un mese dalla cerimonia di premiazione annuale, vi annunciamo la lista definitiva dei vincitori del Sony World Photography Awards 2012, categorie Open e Giovani, resa nota dalla World Photography Organisation. E lo facciamo con un’innegabile punta d’orgoglio per i due connazionale premiati nella categoria Open, destinata agli amatori, appassionati di fotografia che vengono giudicati in base ad una sola immagine. Filippo Di Rosa nella sezione Architettura e Giovanni Frescura in quella Natura, si sono distinti per i loro “scatti degni di nota”, “laureando” l’Italia, (ex-equo con la Polonia) come il paese più rappresentato tra gli Open.
Ma non è tutto. La volontà di mettere in luce i lavori dei giovani talenti emergenti “nell’arte dell’obiettivo”, che ha animato intensamente (e per la prima volta con un tale mirata determinazione) il concorso, ha dato luogo ai tre protagonisti assoluti della categoria Giovani, aperta ai fotografi under 20 e destinata a svelare le “nuove leve” del settore.
WPA 2012




Seguire le tracce di qualcuno richiede tempo, soprattutto quando si tratta di un ingegnere aeronautico e fotografo ceco con un mondo gitano nell’obiettivo come Josef Koudelka.
Approfitto quindi delle Traces ospitate alla Fondazione Merz, con la complicità di Magnum Photos, per intraprendere un piccolo viaggio nell’universo iconografico di questo apolide, che ha portato di nascosto oltre confine le foto della primavera di Praga, ha fotografato i lavori per la realizzazione del tunnel sotto la Manica, il “Triangolo nero” dei Monti metalliferi e il centro di Beirut devastato dalla guerra, con lo stesso sguardo interessato a scovare le ombre dell’umanità impresse in quelle del paesaggio.
Tracce di storia, tradizioni, memoria, presenza e passaggio dell’essere umano in paesaggi deprivati della presenza umana, che il fotografo Magnum (sin dal 1971) continua a raccogliere ovunque lo conduca il suo obiettivo, come nel caso delle foto panoramiche ospitate con “Josef Koudelka / Traces” alla Fondazione Merz fino all’8 aprile 2012, commissionate dalla Regione nel 2004 per testimoniare la terra dei Giochi Olimpici Invernali, nel video a seguire.

Quando ho iniziato a fotografare mi sono subito appassionato della cosiddetta “fotografia da studio”, ovvero del genere di fotografia in cui nulla viene lasciato al caso. La scelta del soggetto, dell’abbigliamento, dell’acconciatura, della posa, dell’ambientazione e via dicendo viene studiato al fine di trasmettere un’emozione, un’atmosfera, un mood, per dirlo con il termine usato dagli addetti ai lavori.
Mi sono quindi fin da subito ispirato per i miei esperimenti fotografici ai lavori di grandi nomi della fotografia internazionale, come l’esplosivo David LaChapelle, giusto per citarne uno. Tra i fotografi del nostro Belpaese il nome che mi ispirava maggiormente era quello di Eolo Perfido. Potrete immaginare la sorpresa ed il piacere di scoprire che tra i lettori abituali di Clickblog c’è anche lui. Da lì a chiedergli un’intervista il passo è stato breve.
Tre aggettivi per descrivere Eolo Perfido?
Direi sicuramente un gran curioso. Con tanta voglia di fare anche se facilmente mi abbandono a giorni interi di sofferta pigrizia. Osservatore, ma capace di grandi e spesso imperdonabili distrazioni.
DIY Photography ha pubblicato un articolo su un video dal fotografo Benjamin Von Wong su come letteralmente ha dato fuoco ad un modello, potendo così scattare delle immagini altamente evocative. Chiaramente il tutto va visto solo come una semplice curiosità, il video fornito non è assolutamente didattico e non spiega come realizzare il set adatto a queste fotografie. Ma potrete notare che l’effetto ottenuto è davvero spettacolare e ripaga gli enormi sforzi compiuti dal fotografo canadese.
Non avendo mai visto foto realizzate con questa tecnica mi sono incuriosito e con una semplice ricerca su internet ho trovato la pagina Facebook di Von Wong. Qui è possibile ammirare molte altre immagini scattate in condizioni estreme, fotografie che faranno storcere il naso ai puristi ma che vanno sicuramente apprezzare per la tecnica realizzata impiegata. Su Vimeo è disponibile un video che mostra come il giovane canadese prepari il suo set con l’ausilio di stuntman professionisti.
Via|DIY
Rémi Ochlik ha ancora la faccia pulita, nella maggior parte dei ritratti che hanno cominciato ad inondare telegiornali e affini da qualche ora. Tutti impegnati a “cantarne la triste morte” avvenuta nell’ennesimo mercoledì di battaglie in terra siriana. I suoi scatti ci avevano restituito un’immagine toccante dei recenti tumulti e delle rivoluzioni mediorientali e uno di questi, “Battle for Libya”, lo aveva portato alle soglie del prestigioso World Press Photo, laureandolo quarto classificato. Non male per un giovanissimo che aveva iniziato la sua carriera “sul fronte di guerra” a soli vent’anni, prima ancora di terminare gli studi, documentando i disordini haitiani del 2004.
Dopo quel “battesimo di fuoco”, Rémi ci aveva quasi fatto l’abitudine agli scenari devastati, dalla Tunisia, all’Egitto e alla Libia, ha continuato infatti a viaggiare e a seguire molte altre guerre, obbedendo ad una specie di “vocazione”, che gli ha permesso di essere proprio “lì dove si fa la storia” e di trasmetterla attraverso le pagine di Le Monde, Paris Match, Time e The Wall Street Journal. In un giorno come tanti è stato ucciso. Secondo la maggior parte delle fonti è morto oggi, durante il bombardamento del quartiere Baba Amro di Homs, in Siria, dove faceva il suo lavoro, raccontando in prima linea, l’assurdità dei conflitti!
Via | lexpress.fr