Tutti i giorni capita di intraprendere riflessioni e discussioni, scatenate da antitesi e contraddizioni dell’inarrestabile società del consumismo, che genera nuovi accessori per vendere falsi bisogni, dai quali nessuno è immune.
Lo stesso meccanismo che la fede nel progresso degli anni Cinquanta ha ipernutrito, e posto sotto gli occhi di tutti, o quanto meno degli sguardi più lungimiranti, in grado di cogliere il presente da prospettive ‘moderne’.
Da questo punto di vista le evoluzioni del costume della società svizzera degli anni ’30-’50, fotografate dal reporter bernese Hans Steiner, sono un eloquente ‘Cronaca della vita moderna’, con il suo campionario di scalatori audaci, elettrodomestici, bagni in piscina ed allegorie.
Una Cronaca della vita moderna che non a caso fornisce nome e contenuto alla retrospettiva itinerante, il libro e il film, portati dal Musée de l’Elysée al Museo Civico Villa dei Cedri di Bellinzona, fino al 3 giugno 2012. Immagini perfette per riflettere sulle evoluzioni del progresso (regresso) e del consumismo.
Hans Steiner – Cronache della vita moderna

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Questa settimana arriva dopo un weekend pieno di antitesi e ambiguità, il ritmo sincopato di luci folgoranti e dense oscurità, sensazioni da mettere a fuoco ed emozioni da lasciar dissolvere, visioni confuse e analisi lucide, proprio come la pellicola crepuscolare e rarefatta emersa dalla camera oscura di Stéphane C.
My photography is based on the idea that reality is an ambivalent structure, a mental frontier between things. An undefined border separating concrete and elusive fields, materiality and the invisible. It’s also a way to describe in a poetical way, our soul’s inner struggle between peace and animality, between light and darkness.
Nel video, la colonna sonora di Frédéric D. Oberland accompagna l’esplorazione in progress di “They never adopted the name for themselves”, in mostra a Le Magasin de Jouets gallery di Arles (Fr) fino al 15 giugno 2012, mentre nel facebook del fotografo francese potete seguirne le evoluzioni.
They never adopted the name for themselves © Stéphane C

Foto | La Lettre de la Photographie
Los Angeles è sempre pronta ad accogliere gioventù bruciate e nuovi ribelli, anche quelli ispirati dal Jeams Dean di Rebel Without A Cause, che saranno al MOCA - The Museum of Contemporary Art di Los Angeles dal prossimo 15 maggio, e in un libro curato da OHWOW, pronti a raccogliere l’installazione site-specific “REBEL” di James Franco.
Il cartellone pubblicitario apparso sulla Sunset Boulevard veicola un primo assaggio di questa “Gioventù Bruciata” e dell’eclettico attore in giacchetto rosso e capelli impomatati, alle prese con il ruolo più famoso di James Dean e di questa sorta di rocambolesco omaggio ai fulgori e le ombre dell’icona James Dean. In questa gallery gli scatti che anticipano tutto il resto che sarà presto al MOCA e nel libro.
Foto | Freshngood
Con il bel tempo e la primavera che avanza vien voglia di organizzare un viaggio a Nizza, e per gli appassionati del “gentil sguardo” di Brassaï , c’è anche un motivo in più. Si tratta della mostra “Brassaï photographe. Sa rencontre avec Matisse”, un’esposizione che unisce alcuni tra i più celebri cliché del fotografo (giornalista e autore) di origine ungherese e qualche souvenir dei suoi incontri con un grande protagonista del mondo dell’arte parigina: Henri Matisse. Opere e scatti affiancati nelle stanze del TPI (Théâtre de la Photographie et de l’Image) di Nizza, in omaggio all’eredità lasciata dalla vedova, Madame Gilberte Brassaï, al musée Matisse.
Sessantotto fotografie, una scultura “Venere bianca III”, il libro illustrato Transmutations, e cinque disegni, che si sono aggiunti alle ricchezze custodite dal museo ed hanno spinto il comitato direttivo a dar luogo al lungo evento, visitabile, ancora per un mese, fino al 3 giugno prossimo. Un vero e proprio “tuffo nell’atmosfera francese” che si sposta in maniera leggera ed accattivante, dallo studio di Matisse, alle strade parigine, passando per le scale di Montmatre e gli scorci della Costa Azzurra. Un mondo che oscilla tra le bizzarre notti parigine e le assolate mattine nizzarde, i personaggi deformati e i paesaggi quasi fiabeschi, soffermandosi attentamente sull’evoluzione del rapporto tra un cronista per immagini e un uomo il cui talento prendeva forma in punta di pennello.
Immagini da musee-matisse-nice.org
© ESTATE BRASSAÏ – RMN
Via | francetv.fr
Brassaï e Matisse






L’ICP (International Center of Photography) di New York rende omaggio al “lavoro sul terreno” di Arthur Fellig, meglio conosciuto sotto lo pseudonimo di Weegee, e lo fa con un esposizione dal titolo solo apparentemente singolare: “Weegee: Murder is My Business”, ripreso dalla prima personale organizzata presso il Photo League di New York, nel 1941. Perché il fotoreporter e scrittore statunitense, originario di un paesino al confine tra l’Austria e la Polonia, divenne un vero e proprio “punto di riferimento” per gli scatti giornalistici realizzati sulle scene del crimine della grande metropoli americana di New York. Lo sguardo privo di retorica, la violenza dei soggetti e la spinta quasi voyerista di colui che li ritraeva, hanno fatto dei suoi cliché un “manuale di fotografia da tabloid”, ma anche una testimonianza disincantata degli aspetti più nascosti del decennio a cavallo tra la metà degli anni ‘30 e quella dei ‘40.
Tra il Lower East Side, dove aveva cominciato come ritrattista di strada, allo studio Duckett & Adler a Grand Street, per poi approdare al New York Times e lasciarlo per diventare un ricercato free lance, con l’immensa soddisfazione di vendere immagini ai maggiori quotidiani della città. Weegee si era guadagnato una solida reputazione seguendo, ed a tratti persino anticipando, dal suo appartamentino situato strategicamente di fronte la questura, o attraverso il sistema radio montato sulla sua Chevrolet, i numerosi interventi della Polizia di Manhattan. Delitti, tragedie e scene sanguinarie, che descriveva senza fronzoli, con un’attenzione maniacale per gli aspetti più estremi e grotteschi dei soggetti immortalati. La distorsione delle luci, il caos silenzioso dei lavori di isolamento e di ispezione, i volti sporgenti dei curiosi e quelli sconvolti delle vittime, ma anche i particolari più raccapriccianti e pruriginosi, sono riprodotti con dovizia nelle foto di Weegee che non esitava ad affermare, al limite del cinismo, che i soggetti più semplici da catturare erano proprio gli omicidi, per l’affascinate “fissità” dei protagonisti.
© Weegee/International Center of Photography.
Via | icp.org
Una donna ‘celata’ che sostiene un uomo svelato e ferito durante le proteste contro il presidente Ali Abdullah Saleh (World Press Photo of the Year 2011, Samuel Aranda, Spagna, pubblicata su The New York Times), l’infanzia negata delle spose bambine dello Yemen Primo premio Contemporary Issues Stories, Stephanie Sinclair, USA, VII Photo Agency per National Geographic Magazine), una modella della settimana della moda senegalese di Dakar nella bottega di strada del sarto (Secondo premio Arts and Entertainment Singles, Vincent Boisot, France, Riva Press per Le Figaro Magazine), la trincea di una prostituta tossicodipendente Ucraina fotografata a Kryvyi Rig (Primo premio Contemporary Issues Singles, Brent Stirton, Sudafrica, Reportage Getty Images per Kiev Independent) e l’Alzheimer di Monica (Primo premio Daily Life Stories
Alejandro Kirchuk, Argentina).
E poi ancora, ribelli che combattono contro il leader libico Muammar Gaddafi (Primo premio Spot News Singles, Yuri Kozyrev, Russia, Noor Images per Time), folla in protesta contro presidente egiziano Mubarak (Primo premio General News Singles, Alex Majoli, Italia, Magnum Photos per Newsweek), gli arresti di Harlem durante una protesta contro la polizia (Secondo premio People in the News Singles, Tomasz Lazar, Polonia), una nave approdata nell’oceano di macerie lasciato dallo tsunami giapponese (Secondo premio General News Stories, Paolo Pellegrin, Italia, Magnum Photos per Zeit Magazin)…
Gli obiettivi del World Press Photo 2012 continuano ad inquadrare le mille sfumature della vita, della natura umana e della storie raccontate dalle immagini, da una carezza al rinoceronte (Primo premio Nature Stories, Brent Stirton, South Africa, Reportage di Getty Images per National Geographic magazine) alle vesti abbandonate sulle sponde delle gelide acque norvegesi che tradiscono una fuga per evitare i proiettili esplosi da Anders Behring Breivik (Secondo premio Spot News Stories, Niclas Hammarström, Svezia, per Aftonbladet). Frammenti speculari di mondo che dopo l’Oude Kerk di Amsterdam, faranno tappa al Museo di Roma in Trastevere (dal 28 aprile al 20 maggio) e alla Galleria Carla Sozzani di Milano (dal 5 maggio al 3 giugno 2012), toccando 45 paesi e 105 città diverse in tutto il mondo.
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Le immagini di Nyaba Leon Ouedraogo, arrivano dritte al nucleo della disperazione, e sembra quasi di sentirla, quella polvere ruvida che attanaglia la gola dei tanti operai africani. E pensare che il loro autore avrebbe potuto correre i 400 m, se un incidente non lo avesse spinto a prendere in mano la macchina fotografica e a narrare le storie dimenticate della sua terra. A partire dal 2008 attraversa il continente africano alla ricerca di soggetti cruciali che uniscano il portato politico ed economico a quello sociale ed ecologico. Un’attenzione che lo ha portato a fotografare la triste realtà degli estrattori di rame e del granito, in un’opera riunita nella serie “l’inferno del rame”, vincitrice del Premio dell’Unione Europea in occasione della Biennale della fotografia africana, e osservabile, a partire da dopodomani, nello spazio della Galleria Particuliere di Parigi.
C’è un volto oscuro della rivoluzione digitale, uno di quelli nascosti, che difficilmente ci salta all’occhio pensando allo smaltimento dei rifiuti elettronici. Quel viso deformato è invece ben presente nella quotidianità degli abitanti di Accra, la capitale del Ghana, che ospita la discarica di Agbogbloshie Market, più di dieci chilometri di terreno invasi da ogni genere di componente fuori uso, nel quale convivono giovanissimi lavoratori, una buona dose di sostanze nocive (come piombo e mercurio, secondo uno studio effettuato da Greenpeace nel 2008), e gli animali ai quali il territorio è stato sottratto. Mucche e montoni che pascolano nel bel mezzo di montagne di carcasse di computer, assorbendo nutrienti tutt’altro che salutari, e inserendoli nella catena alimentare della popolazione. Testimoni muti del disfacimento al quale vanno incontro gli operai, spesso bambini, che demoliscono i relitti e bruciano plastica e gomma, per recuperare il prezioso “oro rosso”. Il rame estratto sarà infatti rivenduto in Nigeria, per esser trasformato in gioielli economici e destinati a ritornare nel mercato europeo.




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Dai primi scatti per il museo di storia naturale di Harvard allo splendido volume che ne raccoglie molti di più, Animalia di Henry Horenstein invita a guardare il regno animale da vicino, e lontano da vasche, acquari e zoo. Avvicinando scienza e arte, analisi e metafora, il fotografo inquadra l’occhio di un polipo, di un drago di Komodo o di un primate, per restituire il doppio sguardo penetrante di chi guarda e chi è guardato.
Fotografando i peli della testa di un gibbone, la lingua penzolante di un cane, la proboscide di un elefante, il collo piumato di una gru canadese, Horenstein pone una lente di ingrandimento sul nostro modo di osservare distanze e analogie del mondo animale, che ci annovera come i suoi rappresentati più ‘evoluti’.
Un progetto fantastico da sfogliare, visibile alla Gallery 339 di Philadelphia che lo rappresenta, in mostra alla Valeria Valid Foto di Barcellona fino al 25 aprile, con un’ampia retrospettiva di questo fotografo interessato ai particolari e ogni sfumatura e creatura del regno animale, comprese quelle che arrivano dall’universo Burlesque di Show o dai Portraits ok Country Music di Honky Tonk, che continueranno il tour espositivo per tutto il 2012. Tutti da sbirciare e sfogliare anche Humans e Close Relations.
Foto | Le Zèbre Bleu

C’è una ragione particolare che spinge a fare fotografia da un punto di vista sociologico, si tratta della volontà di memoria, di quella necessità che fa in modo che si prenda nuovamente in mano l’obiettivo, per riscoprire soggetti già immortalati molto tempo prima e descriverne attraverso gli scatti di momenti cruciali, i cambiamenti e le evoluzioni. E in questa velata volontà di disvelamento potrebbero collocarsi le fotografie della ragazza afgana con il velo verde, scattate da Steve Ma Curry, le donne di Sarajevo, scoperte durante la guerra e di nuovo ritratte, a distanza di vent’anni, da Tom Stoddart, oppure i trenta orfani rumeni rintracciati, anche stavolta due decenni dopo, da Elisabeth Blanchet.
Mi vien voglia di partire da un simbolo in carne ed ossa, che di nome Inela Nogic, bosniaca, all’apparenza odierna solo una bella donna che non dimostra assolutamente i quasi quarant’anni che ha. In realtà si tratta di Miss Besieged Sarajevo 1993. L’immagine che la vide sfilare a soli diciassette anni, in occasione della sua incoronazione, con uno striscione, fece il giro del mondo. Su quella grande striscia di stoffa che le copriva buona parte del corpo, portava un messaggio potente in una lingua straniera: “Don’t let them kill us”, recitava muta raccogliendo il grido di tanti suoi connazionali e sfruttando quella vetrina, per dar voce al disagio di un intero popolo straziato dal conflitto militare che mise letteralmente in ginocchio la Bosnia-Erzegovina tra il 1992 e il 1995. La sua storia ispirò gli U2 e Brian Eno che, sotto lo pseudonimo di Passengers, diedero vita al singolo “Miss Sarajevo” inserito nell’album “Original Soundtracks 1″, la cui copertina è costituita proprio da una delle foto del concorso di bellezza citato. Ma c’è di più. Uno dei fotografi che immortalò il momento era Tom Stoddart, che l’ha riportata in quel teatro per fotografarla di nuovo, lontano dai fragori dell’epoca.
Tom Stoddart&Elisabeth Blanche




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Poco più di un mese per assaporare le “sperimentazioni” di Charlotte Perriand, ospitate fino al 20 maggio al musée Nicephore-Niepce, di Chalon-sur-Saône, una delle più antiche istituzioni dedicate alla conservazione dei materiali fotografici (risalente al 1861) messa insieme a partire dalla collezione di Joseph Nicéphore Niépce, un personaggio legato a doppio filo con la storia della fotografia. Collaboratrice di Le Corbusier (amante degli scorci marini) e Pierre Jeanneret, a sua volta celebre architetto e designer, attraversò mezza Europa, obiettivo alla mano, per catturare quelle immagini che le sarebbero servite da ispirazione per l’elaborazione di elementi a misura d’uomo (nel solco della tradizione inaugurata dal maestro e nella fede di un modulor più vicino alle differenze umane) e come decorazione d’interni.
Gli elementi più piccoli e le pose casuali, catturano la sua attenzione, dagli scheletri ritrovati sulla spiaggia, alle collone doriche, alla struttura metallica di un ponte, passando per la trama della rete di un pescatore, per la disperazione e l’attesa, e arrivando ai ciottoli della strada. I suoi soggetti si susseguono in un movimento di scelta intuitiva che guida gli scatti confluiti nell’esposizione “La fotografia per un altro mondo”, integralmente consacrata ai suoi lavori fotografici e arricchita da un gran numero di tirature originali e ricostruzioni in scala.
A partire dagli anni’20, nello spirito di “estetica ingegneristica” del nuovo grafismo e alla ricerca di un espressione pura della forma, la Perriand, che intrattiene una “relazione mistica” a tratti carnale, con la natura, cattura pezzetti di materia bruta e li fotografa su fondi neutri per accentuarne la purezza delle linee: ossa, rocce e legni, la cui bellezza bruta darà origine ad un’arte potente e sensibile.
Via | museeniepce.com