
Domenica 13 maggio 2012 è la festa della mamma. Per festeggiare degnamente la ricorrenza, abbiamo deciso di attirare la vostra attenzione sulla realtà quotidiana di una madre, fotografata dall’altra parte del mondo. Si tratta del reportage “FILIPPINE - Seven Billion Baby”, realizzato da Sergio Ramazzotti per l’agenzia Parallelozero in quel di Manila, e precisamente nella casa della famiglia Camacho-Dalura. Un nucleo di sei persone, alloggiato in una baracca della capitale dell’arcipelago delle Filippine, formato da Florante Camacho, autista part-time, Camille Dalura, ex-centralinista attualmente disoccupata, entrambi giovanissimi, e i loro quattro figli.
Balzati all’onore delle cronache per aver messo al mondo, alle 23.55 del 30 ottobre 2011, Danica May Camacho, colei che è stata dichiarata dalle Nazioni Unite l’essere umano numero sette miliardi, i due genitori, nonostante la piccola somma di denaro ricevuta per l’evento, restano estremamente inquieti sul loro futuro e su quello della numerosa prole. Se la prestigiosa istituzione internazionale ha così confermato i suoi calcoli, secondo i quali la soglia dei sette milioni di abitanti sarebbe stata raggiunta nella data simbolica del 31 ottobre del 2011, dichiarato Day of Seven Billion Baby, ciò non toglie che le condizioni di vita della famiglia filippina Camacho-Dalura, restino piuttosto dure, come testimoniano gli scatti della quotidianità, catturati dal fotogiornalista Sergio Ramazzotti in una domenica qualsiasi.
Immagini da Parallelozero.com
Via | parallelozero.com

Ancora un nuovo album per Reporter Senza Frontiere (RSF), dopo quello di Izis del quale vi avevamo parlato solo qualche mese fa. L’ultima pubblicazione, realizzata come sempre, a sostegno delle attività dell’associazione, racchiude i lavori di Martin Parr, fotoreporter noto per la forza critica dei suoi lavori, volti a svelare i limiti di miti moderni come il consumismo, il cibo e naturalmente: il turismo di massa. Dalle passeggiate a cavallo in Turchia, alle contemplazioni della Sfinge sulla piana di Giza in Egitto, fino alle sedute di abbronzatura improvvisate sulle spiagge artificiali del Giappone, i cliché di Parr rigurgitano, come vere e proprie “icone plasticose”, un’esaltazione/esalazione di consumismo, talmente concentrata ed atroce, da svelarne immediatamente la verosimiglianza.
Cartoline di un mondo in scadenza, affascinato dai titoli di copertina e stregato dalle pubblicità dei viaggi organizzati. Un insieme compatto di luoghi comuni e poetica trash, che non ha neanche bisogno di affannarsi alla ricerca della meta della sua avventura, perché questa gli arriva dritta nella testa, come un imperativo ai cui incanti è davvero difficile sottrarsi. L’opposizione feroce e disincantata del fotografo britannico si arricchisce di 20 immagini inedite, realizzate proprio per la RSF in Tailandia e Cambogia e si solidifica in una mesa in valore dello scarto tra la ripetitività del visitatore-tipo e la realtà vibrante del luogo nel quale si reca:
I viaggi turistici sono una forma moderna di pellegrinaggio, e le foto che ne risultano, la ricompensa somma.
©Martin Parr/Magnum/RSF
Via | rsf-ch.ch
La macchina modificata senza freni posteriori è ferma, le gomme girano a più non posso, e il fumo che produce tutto questa accelerazione statica, è la ragione della passione per le Drag Racing e la pratica del Burnout che imperversa sulle strade.
Avvincenti gare ad alto tasso di velocità e fumo, in equilibrio tra potenza, prestazioni e controllo, tanto diffuse da diventare legali, anche se creano l’inferno sull’asfalto pure quando non prendono fuoco, e trasformano Ford, GM o Chrysler super personalizzate, con cofani che custodiscono gioiellini, una sorta di visione mistica (vedi l’ultimo scatto della gallery).
L’obiettivo di Simon Davidson ha lasciato la moda per queste gare, e dopo averle seguite per anni, ha dedicato a questa particolare sottocultura australiana anche il progetto che ne porta il nome.
Via | Tumblr - supercharged
Dopo l’architettura modernista sovietica fotografata da Frédéric Chaubin e Richard Pare, o la Building Brasilia di Marcel Gautherot, il nostro sguardo iniziato alle utopie urbanistiche del passato e le architetture futuristiche del presente, è pronto per un tour nel quartiere berlinese di Hansaviertel.
Un tour tra i palazzi progettati da architetti della levatura di Alvar Aalto, Walter Gropius e Oscar Niemeyer, per il “progetto-vetrina della Berlino Ovest” (contrapposto alla Stalinallee, oggi Karl-Marx-Allee, di Berlino Est) all’Internationale Bauausstellung (”Mostra internazionale dell’edilizia”) del 1957, edificati tra il 1955 e il 1960 e fotografati da Matthias Heiderich per Berlin Hansaviertel - Die Stadt der Zukunft / The City of the Future.
Sensibile a tutte le sfumature del paesaggio e della sua città, lo sguardo e l’obiettivo del fotografo tedesco si rivela una guida ‘locale’ preziosa, per gironzolare nel quartiere posto sotto tutela monumentale dal 1995, indipendente dal 2001 all’interno del nuovo distretto di Mitte, partendo da questa gallery, proseguendo per il behance ricco di riferimenti agli edifici con anno di costruzione e nome dell’architetto, e via facebook, tumblr e twitter, se volete continuare il viaggio a Berlino con le costanti esplorazioni fotografiche di Matthias Heiderich.
Stadt der Zukunft © Matthias Heiderich




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L’ICP (International Center of Photography) di New York rende omaggio al “lavoro sul terreno” di Arthur Fellig, meglio conosciuto sotto lo pseudonimo di Weegee, e lo fa con un esposizione dal titolo solo apparentemente singolare: “Weegee: Murder is My Business”, ripreso dalla prima personale organizzata presso il Photo League di New York, nel 1941. Perché il fotoreporter e scrittore statunitense, originario di un paesino al confine tra l’Austria e la Polonia, divenne un vero e proprio “punto di riferimento” per gli scatti giornalistici realizzati sulle scene del crimine della grande metropoli americana di New York. Lo sguardo privo di retorica, la violenza dei soggetti e la spinta quasi voyerista di colui che li ritraeva, hanno fatto dei suoi cliché un “manuale di fotografia da tabloid”, ma anche una testimonianza disincantata degli aspetti più nascosti del decennio a cavallo tra la metà degli anni ‘30 e quella dei ‘40.
Tra il Lower East Side, dove aveva cominciato come ritrattista di strada, allo studio Duckett & Adler a Grand Street, per poi approdare al New York Times e lasciarlo per diventare un ricercato free lance, con l’immensa soddisfazione di vendere immagini ai maggiori quotidiani della città. Weegee si era guadagnato una solida reputazione seguendo, ed a tratti persino anticipando, dal suo appartamentino situato strategicamente di fronte la questura, o attraverso il sistema radio montato sulla sua Chevrolet, i numerosi interventi della Polizia di Manhattan. Delitti, tragedie e scene sanguinarie, che descriveva senza fronzoli, con un’attenzione maniacale per gli aspetti più estremi e grotteschi dei soggetti immortalati. La distorsione delle luci, il caos silenzioso dei lavori di isolamento e di ispezione, i volti sporgenti dei curiosi e quelli sconvolti delle vittime, ma anche i particolari più raccapriccianti e pruriginosi, sono riprodotti con dovizia nelle foto di Weegee che non esitava ad affermare, al limite del cinismo, che i soggetti più semplici da catturare erano proprio gli omicidi, per l’affascinate “fissità” dei protagonisti.
© Weegee/International Center of Photography.
Via | icp.org
Una donna ‘celata’ che sostiene un uomo svelato e ferito durante le proteste contro il presidente Ali Abdullah Saleh (World Press Photo of the Year 2011, Samuel Aranda, Spagna, pubblicata su The New York Times), l’infanzia negata delle spose bambine dello Yemen Primo premio Contemporary Issues Stories, Stephanie Sinclair, USA, VII Photo Agency per National Geographic Magazine), una modella della settimana della moda senegalese di Dakar nella bottega di strada del sarto (Secondo premio Arts and Entertainment Singles, Vincent Boisot, France, Riva Press per Le Figaro Magazine), la trincea di una prostituta tossicodipendente Ucraina fotografata a Kryvyi Rig (Primo premio Contemporary Issues Singles, Brent Stirton, Sudafrica, Reportage Getty Images per Kiev Independent) e l’Alzheimer di Monica (Primo premio Daily Life Stories
Alejandro Kirchuk, Argentina).
E poi ancora, ribelli che combattono contro il leader libico Muammar Gaddafi (Primo premio Spot News Singles, Yuri Kozyrev, Russia, Noor Images per Time), folla in protesta contro presidente egiziano Mubarak (Primo premio General News Singles, Alex Majoli, Italia, Magnum Photos per Newsweek), gli arresti di Harlem durante una protesta contro la polizia (Secondo premio People in the News Singles, Tomasz Lazar, Polonia), una nave approdata nell’oceano di macerie lasciato dallo tsunami giapponese (Secondo premio General News Stories, Paolo Pellegrin, Italia, Magnum Photos per Zeit Magazin)…
Gli obiettivi del World Press Photo 2012 continuano ad inquadrare le mille sfumature della vita, della natura umana e della storie raccontate dalle immagini, da una carezza al rinoceronte (Primo premio Nature Stories, Brent Stirton, South Africa, Reportage di Getty Images per National Geographic magazine) alle vesti abbandonate sulle sponde delle gelide acque norvegesi che tradiscono una fuga per evitare i proiettili esplosi da Anders Behring Breivik (Secondo premio Spot News Stories, Niclas Hammarström, Svezia, per Aftonbladet). Frammenti speculari di mondo che dopo l’Oude Kerk di Amsterdam, faranno tappa al Museo di Roma in Trastevere (dal 28 aprile al 20 maggio) e alla Galleria Carla Sozzani di Milano (dal 5 maggio al 3 giugno 2012), toccando 45 paesi e 105 città diverse in tutto il mondo.
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Nel giorno del triste anniversario di Chernobyl è quasi naturale pensare al Fukushima giapponese, a quello che è andato perduto per sempre e a quello che resta dopo ‘incidenti’ del genere, per questo oggi propongo un viaggio nelle immagini e nelle storie raccolte da Jan Smith e Katsuo Takahashi.
Con Jan Smith in realtà continuiamo un lungo viaggio nelle storie dei luoghi raccontate da chi li abitava, già iniziato nella Pripyat evacuata trentasei ore dopo Chernobyl, proseguito con i graffiti di Yellow Cake, e giunto ad un anno dall’incidente nella zona evacuata intorno a Fukushima.
Storie raccolte da Jan Smith e narrate con le composizioni di immagini e parole di Fukushima Cesium Tours che potete iniziare a sbirciare in questa gallery, mentre dopo il salto trovate Those who Remain In Fukushima di Katsuo Takahashi della scuderia Shoot4Change. Due modi diversi di inquadrare la stesso evento per fornire tante cose su cui riflettere.
Fukushima Cesium Tours © Jan Smith
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Le immagini di Nyaba Leon Ouedraogo, arrivano dritte al nucleo della disperazione, e sembra quasi di sentirla, quella polvere ruvida che attanaglia la gola dei tanti operai africani. E pensare che il loro autore avrebbe potuto correre i 400 m, se un incidente non lo avesse spinto a prendere in mano la macchina fotografica e a narrare le storie dimenticate della sua terra. A partire dal 2008 attraversa il continente africano alla ricerca di soggetti cruciali che uniscano il portato politico ed economico a quello sociale ed ecologico. Un’attenzione che lo ha portato a fotografare la triste realtà degli estrattori di rame e del granito, in un’opera riunita nella serie “l’inferno del rame”, vincitrice del Premio dell’Unione Europea in occasione della Biennale della fotografia africana, e osservabile, a partire da dopodomani, nello spazio della Galleria Particuliere di Parigi.
C’è un volto oscuro della rivoluzione digitale, uno di quelli nascosti, che difficilmente ci salta all’occhio pensando allo smaltimento dei rifiuti elettronici. Quel viso deformato è invece ben presente nella quotidianità degli abitanti di Accra, la capitale del Ghana, che ospita la discarica di Agbogbloshie Market, più di dieci chilometri di terreno invasi da ogni genere di componente fuori uso, nel quale convivono giovanissimi lavoratori, una buona dose di sostanze nocive (come piombo e mercurio, secondo uno studio effettuato da Greenpeace nel 2008), e gli animali ai quali il territorio è stato sottratto. Mucche e montoni che pascolano nel bel mezzo di montagne di carcasse di computer, assorbendo nutrienti tutt’altro che salutari, e inserendoli nella catena alimentare della popolazione. Testimoni muti del disfacimento al quale vanno incontro gli operai, spesso bambini, che demoliscono i relitti e bruciano plastica e gomma, per recuperare il prezioso “oro rosso”. Il rame estratto sarà infatti rivenduto in Nigeria, per esser trasformato in gioielli economici e destinati a ritornare nel mercato europeo.




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C’è una ragione particolare che spinge a fare fotografia da un punto di vista sociologico, si tratta della volontà di memoria, di quella necessità che fa in modo che si prenda nuovamente in mano l’obiettivo, per riscoprire soggetti già immortalati molto tempo prima e descriverne attraverso gli scatti di momenti cruciali, i cambiamenti e le evoluzioni. E in questa velata volontà di disvelamento potrebbero collocarsi le fotografie della ragazza afgana con il velo verde, scattate da Steve Ma Curry, le donne di Sarajevo, scoperte durante la guerra e di nuovo ritratte, a distanza di vent’anni, da Tom Stoddart, oppure i trenta orfani rumeni rintracciati, anche stavolta due decenni dopo, da Elisabeth Blanchet.
Mi vien voglia di partire da un simbolo in carne ed ossa, che di nome Inela Nogic, bosniaca, all’apparenza odierna solo una bella donna che non dimostra assolutamente i quasi quarant’anni che ha. In realtà si tratta di Miss Besieged Sarajevo 1993. L’immagine che la vide sfilare a soli diciassette anni, in occasione della sua incoronazione, con uno striscione, fece il giro del mondo. Su quella grande striscia di stoffa che le copriva buona parte del corpo, portava un messaggio potente in una lingua straniera: “Don’t let them kill us”, recitava muta raccogliendo il grido di tanti suoi connazionali e sfruttando quella vetrina, per dar voce al disagio di un intero popolo straziato dal conflitto militare che mise letteralmente in ginocchio la Bosnia-Erzegovina tra il 1992 e il 1995. La sua storia ispirò gli U2 e Brian Eno che, sotto lo pseudonimo di Passengers, diedero vita al singolo “Miss Sarajevo” inserito nell’album “Original Soundtracks 1″, la cui copertina è costituita proprio da una delle foto del concorso di bellezza citato. Ma c’è di più. Uno dei fotografi che immortalò il momento era Tom Stoddart, che l’ha riportata in quel teatro per fotografarla di nuovo, lontano dai fragori dell’epoca.
Tom Stoddart&Elisabeth Blanche




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Richard Pare, sessantaquattrenne britannico esperto d’architettura modernista sovietica, ha fotografato gli edifici nati da “quell’infiorescenza-kitsch” che attraversato l’ideazione di alcuni simboli del “grande sogno”, andato in scena nel ventennio 1915-35. Dalla Shabolovka Radio Tower, immortalata nel 1998, alla panetteria industrializzata dell’anno dopo, passando per il trampolino dimenticato della Dinamo Sports Club, dove si allenavano le glorie dei tuffi locali. Diciotto anni trascorsi alla ricerca di immagini che documentassero l’abbandono dei luoghi e il loro triste declino, ma non si tratta semplicemente di una questione di “curiosità artistica”. Dietro tanto “accanimento professionale” vive una vera e propria volontà di riscoperta, un appello alla memoria che intende svelare la ricchezza concettuale sottesa a tali opere.
Uno spirito “autenticamente rivoluzionario” che si lascia approfondire nella mostra costruita intorno ai lavori di Pare. “Building the Revolution: Soviet Art and Architecture 1915-1935″, il nome della suddetta “esposizione itinerante” che è passata in pochi mesi dalla Royal Academy di Londra (dove ha “sostato” fino al 22 gennaio), al Martin Gropius museum di Berlino, dove sarà visitabile fino al 9 luglio prossimo, prima di “trasferirsi” allo Shchusev Museum of Architecture di Mosca. Una tappa attesissima e una specie di “punto d’arrivo” per lo stesso fotografo che ammette candidamente l’obiettivo nel quale ha riposto la sua fiducia:
Aspetto che l’esposizione ritorni a Mosca…Spero davvero che riesca ad incoraggiare la a preservazione di questi edifici.
©Richard Pare
Via | reuters.com