Nostalghia/?????????? di Marco Soellner: Polaroid da Home Gallery

Dall’universo Polaroid alla Nostalghia/?????????? di Marco Soellner il viaggio è lungo e mutevole. Fuggevole come il tempo che le nuove Impossible project sembrano incapaci di fissare. Evanescente come la memoria delle istantanee che continuano a cambiare sulle pareti della Wo-Ma’n Gallery che le ospita.

Dopo l’inaugurazione, in prossimità del finissage di giovedì 22 dicembre, torno a parlare di questo progetto concepito per sperimentare limiti e cambiare punti di vista, direttamente con l'eclettico fotografo, scrittore e musicista dei Klimt 1918, artefici del "They were wed by the sea (rarified version)" usato per l'expotrailer di Nostalghia/??????????.

Dovendo affrontare un lungo viaggio nel tempo e nello spazio del tuo progetto fotografico, Marco partiamo dall’inizio e dai primordi di Nostalghia/??????????. È arrivata prima la voglia di esplorare le suggestioni e riflessioni sollevate dall’esperienza polaroid di Andrej Tarkovskij, quella di evocare le emozioni della tua vecchia polaroid, o la curiosità di sperimentare le nuove pellicole Impossible project?

Nostalghia/?????????? di Marco Soellner

Sicuramente è arrivata prima la necessità di confrontarmi con le riflessioni sollevate dall’esperienza fotografica di Andreij Tarkovskij.
Premetto che sono sempre stato un grande appassionato di cinema e che il regista russo mi ha prima di tutto ispirato attraverso le sue magnifiche pellicole. Qualche anno fa, poi, ho scoperto “Luce Istantanea” un bellissimo volume curato da Giovanni Chiaromonte dove erano raccolte le polaroid scattate da Tarkovskij in Russia e successivamente in Italia, paese in cui il cineasta trovò una seconda patria in seguito al suo esilio volontario.
Mi ha colpito profondamente il peso sentimentale di queste immagini. Documentavano una transizione interiore, una necessità di ricordare il passato, raccontando il presente.
Claudio Capanna, un mio caro amico regista, mentre scriveva un saggio proprio su Tarkovskij mi ha fatto leggere una frase del cineasta russo che in tal senso è risultata illuminante
“Il tempo è uno stato. È la fiamma nella quale vive la salamandra dell’anima dell’uomo. Il tempo e la memoria sono fusi l’uno nell’altra, sono le due facce di una stessa medaglia”.

Ho pensato che essa descrivesse perfettamente il suo modo di intendere la fotografia.
Le polaroid di Tarkovskij evocano questa sospensione temporale, questa stasi in cui il presente è cristallizzato ed evoca la memoria. Nel caso del regista il passato riguarda la Russia, il difficile rapporto con le autorità sovietiche, l’amore per una terra lontana che viene trasfigurata continuamente nei paesaggi toscani.
La scelta di scattare con la Polaroid risulta eccezionalmente congeniale allo scopo. L’instant camera eterna il momento presente ma le sue caratteristiche chimiche donano alle sue immagini fisionomie estetiche sospese, sabbiose, già antiche. La Polaroid produce nostalgia istantanea, pronta per l’uso.
In seguito a queste riflessioni ho applicato il percorso tarkovskijano per dare un significato alla mia nostalgia. Che radice avrebbe avuto? Sarebbe stata anche per me una sorta di rituale per celebrare la mia appartenenza, un modo per non scomparire?


Quanto i limiti di queste nuove pellicole, l’universo che le genera e produce, hanno influenzato la tua ricerca, l’andamento di un progetto che sembra concepito per esplorare derive che cambiano e raggiungere risultati niente affatto programmati?

I grandi limiti delle pellicole Impossible Project hanno influenzato positivamente e allo stesso tempo negativamente la mia ricerca. Trovo che l’instabilità dell’emulsione e dei processi chimici doni atmosfere e suggestioni uniche alle fotografie. Il problema è che risulta impossibile prescindere da queste. Così, inevitabilmente, l’astrattismo, la surrealtà tendono ad avere un ruolo soverchiante, troppo estetizzante a discapito del contenuto. Le foto dovrebbero innanzitutto raccontare qualcosa, a prescindere dai bordi bruciati, dalle macchie e dagli aloni.

Nostalghia/?????????? usa l’istantaneità della pellicola per evocare una fuggevolezza che non risparmia niente, né il mezzo né il contenuto, e il rapido deterioramento della pellicola stessa per arricchire di ulteriori suggestioni il concetto di memento mori del mezzo fotografico. Nella tua ricerca fotografica e in questo specifico progetto quanto pesa il mezzo, quanto il contenuto?
Se non dessi importanza al mezzo sicuramente non userei una Polaroid. La grana, il colore, le imperfezioni della fotografia istantanea sono uniche. Come ho accennato prima, però, c’è il rischio che la forma coincida perfettamente con il contenuto dell’opera. Io ho scoperto ed amato la fotografia attraverso il pittorialismo. Quindi sono particolarmente avvezzo ad usare la suggestione onirica e le divagazioni cromatiche come parte integrante del “messaggio”. Nonostante tutto penso che l’impronta del mezzo debba evocare una storia, debba risultare narrativa.
Nostalghia/?????????? è stata realizzata con pellicole Impossible Project assolutamente instabili, quindi in un certo senso la scelta è stata per me obbligata. Ho ottenuto delle immagini che hanno intrapreso una lotta furibonda con il tempo e con la materia. Contenuti e storie che si sono fatti largo nell’emulsione, hanno affermato la loro presenza con grande difficoltà ed eroismo. Alla fine il mezzo ha avuto la meglio. I margini si sono fatti labili, le sfumature si sono corrotte. E’ avvenuto tutto in pochissimo tempo. Quello che ho trovato realmente affascinante è rendermi conto di quanto tutto ciò sia stato casuale, non premeditato. La fotografia ha un’anima, è viva e vegeta. Quando viene sputata dalla macchina segue un destino. Un destino su cui il fotografo non può intervenire.

Cosa ti interessava cogliere, cosa senti di aver afferrato e cosa hai lasciato andare, cosa resta con, grazie o malgrado la perdita?
Prima, riferendomi a Tarkovskij ho parlato di “resistenza alla scomparsa” perché credo che la riflessione fotografica del regista fosse implicitamente legata all’esilio, quindi alla necessità di rivivere attraverso gli scatti il conflitto con il tempo che allontana/separa.
Io non ho vissuto un esilio geografico, una perdita affettiva, ma uno iato sociale, uno stallo lavorativo, il precariato mentale da esso scaturito. La contemplazione del tempo è un operazione che implica introiezione, quindi stasi. Sebbene l’indagine suggerisca una dimensione dinamica della ricerca, la mia è stata una “resistenza al tempo”, una strenua necessità di tornare negli spazi conosciuti della mente: la casa, la famiglia, il quartiere, la città. Ho ripercorso itinerari battuti mille volte per ricordarmi chi sono. Ho scelto luoghi nascosti, insoliti perché ciò che è condiviso da troppe persone subisce un’inflazione semantica. La Roma che descrivo è un luogo esoterico perché marginale. La marginalità è un luogo non solamente fisico ma mentale. Ci si ritrova a visitare il periferico perché ci si sente periferici della vita.



Marco la tua prima esposizione è in una home gallery in collaborazione con Officine Fotografiche, nel circuito di "Mostre che Invadono la Città" nella Fase 2 di OcchiRossi Festival, una scelta casuale, ragionata, un percorso inevitabile segnato dalle esperienze precedenti, o un concatenarsi di quelle strane coincidenze che è meglio non lasciarsi sfuggire?

Direi che è stato un po’ tutte quante le cose che hai detto. Quest’anno ho partecipato ad OcchiRossi per la seconda volta con ancora più entusiasmo rispetto all’anno precedente. Trovo che questo festival indipendente rappresenti davvero un’occasione senza eguali: si impara, si condivide, ci si confronta e alle volte si ha l’occasione di incontrare persone speciali come Marta Rossato e a Wolfango De Spirito, creatori di Wo-Ma’n, la home gallery che ha ospitato Nostalghia/??????????. Spero che la catena di coincidenze sia ancora lunga.

Nell’allestimento di Nostalghia/?????????? alla Wo-Ma’n Gallery ogni istantanea polaroid è affiancata da una stampa alla quale è delegato il compito di congelarne il veloce processo di deterioramento-cambiamento, in un arco spazio-temporale che si muove tra l’unicità della pellicola e la riproducibilità tecnica del digitale … quindi capisci bene che anche senza scomodare Walter Benjamin, io non posso non chiedermi e chiederti come vivi e usi entrambe.
Non sono un grande amante della fotografia digitale e dei suoi processi. Però sono anche conscio che senza l’aiuto di uno scanner non avrei potuto eternare l’aspetto iniziale delle polaroid che ho scattato, irrimediabilmente segnate dal tempo, ossidate, rese irriconoscibili da processi chimici ancora “in fieri”. Non si tratta neanche di una vera e propria cristallizzazione in quanto la scansione rappresenta pur sempre una mediazione, quindi un surrogato dell’originale.
Lavorando al progetto Nostalghia mi sono chiesto come avrei potuto stabilire quale momento del lungo processo di sviluppo sarebbe stato opportuno cristallizzare attraverso la scansione digitale. Esisteva veramente un punto di partenza? Questo mi ha fatto pensare che la tecnologia digitale avrebbe operato un’istantanea dell’istantaneità chimica. Avrebbe fermato il tempo di sviluppo. O meglio, un tempo di sviluppo, in una serie svariata di fasi che tutt’ora si susseguono. Tralasciando i discorsi sulla riproducibilità, penso che il digitale operi una perfetta inibizione temporale dell’attimo fotografico. L’immagine smette di vivere e diventa un passato assoluto. La fotografia analogica invece sottintende la matericità del supporto. Vive nel presente e nel futuro. E’ destinata a morte certa. Si putrefà esattamente come i corpi organici.


La mostra rimane visitabile fino al 22 Dicembre 2011, poi che fine faranno le fotografie?

Le fotografie continueranno a virare verso tinte improbabili, fino a quanto, forse, scompariranno definitivamente. Di loro rimarrà una scansione-lapide ed una sepoltura, al buio, in un cassetto della mia scrivania. Nostalghia/ ?????????? invece rappresenta un progetto in fieri. Ho ancora molto da testimoniare, da raccontare e raccontarmi. Voglio completare la mappatura sentimentale della mia città, Roma e raccogliere i miei sforzi (magari) in una pubblicazione. Vedremo in futuro.

C’è una domanda che è meglio non farti riguardo a tutto il progetto?
Nessuna in particolare. Solitamente rispondo anche alle domande più insolenti e provocatorie.

Visto che oggi ci concediamo viaggi nel tempo, torniamo anche al momento che ha portato un tipetto eclettico come te, che usa tanti mezzi per esprimersi e comunicare, diciamo pure per ‘fare comunicazione’, dalla musica alle parole, ad avvicinarsi alla fotografia.
L’amore per la fotografia è nato tanti anni fa. Quando ero un adolescente amavo molto sfogliare i libri di fotografia comprati da mio padre. Mi riferisco alle immagini di Atget, Demachy, Coburn, Stieglitz, Kertesz e soprattutto Steichen. Ho capito che sarei finito dietro l’obiettivo di una macchina fotografica dopo aver visto “Brooklyn Bridge” uno scatto del 1903 di Edward Steichen. Si tratta di un’immagine molto suggestiva del ponte di Brooklyn all’alba. L’atmosfera è rarefatta, i toni soffusi. Sono ritratti la silouette imponente, scura e sfumata del ponte, il fiume nero che scorre sotto di esso e luci pallide, globulari all’orizzonte. La foto è meravigliosamente granulosa e poco definita. Sembra l’immagine tratta da un sogno tenebroso. Guardandola ho pensato tante volte a Steichen, infreddolito, sulla riva del fiume Hudson con il suo pesante apparecchio fotografico, mentre attende che i lunghi tempi di esposizione terminino. Me lo sono immaginato perso nella sua solitudine. Una solitudine pura, senza compromessi vissuta nel silenzio della notte. Mi è bastato pensare a questo per farmi innamorare della fotografia.

Quale è stata la cosa più importate che ti ha insegnato almeno fino ad ora?
Mi ha insegnato che il raccoglimento e l’astrazione sono dimensioni necessarie da coltivare per tutta la durata della propria vita. La fotografia per me è un percorso narrativo sviluppato in solitudine. Per questo dialoga con il nascosto, l’esoterico. Provo ad immaginare le implicazioni politiche di questo approccio. Chi vive tralasciando le condivisioni di senso, finisce per percepire ciò che è marginale, ciò che non è ascoltato dalla massa.

Come è andata la prima volta che hai preso una macchina fotografica in mano?
E’ stato più di vent’anni fa. I miei genitori mi avevano regalato una piccola Fujica di plastica. Comprai il rullino e cominciai a fare foto ai miei compagni di scuola. Solo che mi dimenticai di riavvolgere così quando aprii inavvertitamente lo sportello posteriore bruciai gran parte di quello che avevo scattato. E’ stato il primo di una lunga serie di errori.

Quale usi al momento?
Per quanto riguarda la fotografia istantanea attualmente uso una Polaroid SX 70 Alpha 1, una 600 spirit ed una 440 modificata. Scatto molto anche con la Lubitel 166 e con la Pentacon Six. Infine non posso non menzionare una vecchia Lomo LCA a cui sono legatissimo e da cui non mi separo mai.

Progetti per il futuro?
Un libro dedicato al black metal italiano con immagini e ritratti delle band più interessanti della scena. Voglio che sia una specie di risposta instant a “True Norwegian Black Metal” di Peter Beste. Non un’opera documentaria come quella del fotografo americano ma una sorta di viaggio atmosferico/sentimentale alle radici di un genere musicale che ha segnato la mia giovinezza.

A questo punto non mi resta che salutare Marco, augurandomi di sfogliare presto un libro del genere, invitando tutti voi a non perdere l'occasione di godere della Nostalghia/?????????? ospitata dalla piccola ma accogliente home gallery romana, perfetta per sbirciare fotografie anche negli armadi, sgranocchiando riflessioni ed emozioni insieme agli sfiziosi stuzzichini.

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