George Tatge, l'intervista al fotografo delle copertine degli elenchi telefonici

Ho intervistato il fotografo George Tatge, il dirigente tecnico-fotografico della Fratelli Alinari di Firenze per quasi un ventennio e l'autore di immagini pubblicate su centinaia di pubblicazioni tra cui gli elenchi telefonici di tutta Italia

Intitolare l'intervista a George Tatge come l'intervista al "fotografo delle copertine degli elenchi telefonici" è indubbiamente riduttivo. Ma è impossibile riassumere nello spazio limitato di un titolo l'impressionante carriera di questo fotografo, le cui immagini sono non solo sulle sopracitate copertine degli elenchi telefonici, ma in centinaia di pubblicazioni in tutto il mondo.

Ho avuto il piacere di conoscerlo in occasione dell'ultima edizione del festival Belforte Foto d'Arte. In quell'occasione ho potuto ammirare i suoi splendidi scatti in bianco e nero, nonché ho potuto apprezzare la sua capacità di raccontare e raccontarsi non solo tramite le immagini, ma anche tramite le parole. Mi sono quindi prefissato di intervistarlo alla prima occasione.

Leggi tutte le interviste su Clickblog

George Tatge, intervista

George Tatge ammira i fotografi Magnum: guarda la notizia dell'elezione nuovo membro Moises Saman

Grazie all'aiuto di Franco Pennesi, Presidente del Fotoclub Diaframma Zero, sono riuscito a raggiungere telefonicamente George Tatge qualche giorno fa. Ha risposto con grande disponibilità e cortesia a tutte le mie domande, dimostrando la sua capacità di trasmettere emozioni anche lungo il cavo di un telefono.

Tre aggettivi per descrivere George Tatge?
Complicato, emotivo, ipersensibile.

Chi saresti e cosa faresti, se nella tua vita non ci fosse la fotografia?
Il riparatore dei tetti delle case. Perché è un posto tranquillo, farei un lavoro utile, respirerei aria buona, vedrei paesaggi belli, sentirei profumi buoni che provengono dalle cucine vicine. Lo faccio tutti gli anni sulla mia casa a Todi, dove ho vissuto per 12 anni.

George Tatge, intervista

Hai curato le copertine per gli elenchi telefonici italiani dal 1991 al 2003, fotografando in lungo ed in largo l’Italia: con quale criterio decidevi cosa fotografare in ogni provincia anno dopo anno?
C’era una bravissima storica d’arte della SEAT di Torino. Faceva una ricerca per ognuna delle province italiane. Mandava tre diverse proposte per ogni provincia agli uomini della Telecom, che avevano il compito di verificare quale fosse la più disponibile. Ovvero verificavano che non fosse stata trafugata, che non fosse in restauro, che non fosse terremotato. Quindi arrivavo io quasi con i guanti bianchi addosso. Il vero problema di chi fotografa l’arte sono infatti i permessi, che sono un incubo. Ma il lavoro era un piacere. Non solo perché potevo fotografare le cose più belle d’Italia. Ma soprattutto perché potevo vedere e viaggiare in ogni angolo di questo bellissimo paese che è l’Italia.

C’è una parte dell’Italia che ti è risultata più stimolante dal punto di vista fotografico rispetto alle altre?
Il Meridione in generale. Perché secondo me è meno costruito, meno industriale. Ci sono degli spazi ancora selvaggi. Il Nord è ormai tutto coltivato e troppo ordinato. Le due regioni che mi mancano di più sono la Sicilia e la Sardegna.

Sei stato dal 1986 al 2003 il dirigente tecnico-fotografico della Fratelli Alinari di Firenze, la più antica azienda al mondo operante nel campo della fotografia: quale è stato il tuo apporto a questa importante istituzione durante tutti quegli anni di lavoro?
Intanto non so quante migliaia di fotografie sono lì in archivio. Non facevo come altri fotografi meno onesti che tenevano gli scatti per sé stessi, da usare magari negli anni futuri. Io quello che fotografavo per loro lo consegnavo a loro. Ho poi portato diverse mostre nei primi anni che ero all’Alinari, grazie a contatti che avevo con fotografi negli Stati Uniti. Ho poi portato un certo sguardo sempre classico ma un po’ più contemporaneo rispetto alla tradizione precedente dell’Alinari.

Cosa invece ti ha lasciato l’esperienza lavorativa presso la Fratelli Alinari?
Grande amarezza per come si è conclusa l’esperienza. I primi anni erano molto stimolanti. Una grandissima sfida personale è stata dover affrontare un lavoro di queste dimensioni. Io ero abituato a lavorare per me, stampando a volte anche con tempi molto lunghi. All’improvviso poi l’arrivo in quest’azienda che richiedeva molte immagini. Un periodo però molto eccitante. I primi anni erano stressantissimi ma belli. Quelli intermedi erano pieni di lavoro grazie ad alcune campagne fotografiche interessanti, come “Milano le 20 città” o tutte le mostre sulla provincia fiorentina. L’ultimo anno invece è stato un incubo. Ma preferisco non entrare in dettaglio. Fatto sta che l’azienda non ha più un fotografo da quando sono andato via ed è in una situazione triste, in liquidazione.

Basandoti sulla tua esperienza, quale potrebbe essere un buon metodo per riconoscere realmente le qualità di un fotografo?
Le capacità di un fotografo le valuto guardando venti sue fotografie. Prima di tutto guardo se c’è una personalità fotografica. Poi guardo il livello di tecnica. E tecnica non vuol dire che devono somigliare alle mie foto, che sono nitide, senza sporcizia. Ma se quello che usa è adatto al significato. Se uno fa una foto sfuocata per me va bene se quella sfuocatura ha un senso, ha un motivo significante al contenuto dell’immagine. Se invece ha sfuocato perché ha sbagliato, allora è un problema tecnico e non dovrebbe essere tra le venti fotografia che mi mostra. Molto importante è anche la cura con cui sono presentate. Oggigiorno molti usano gli effetti, ma a me non dicono niente. A me piacciono le foto che raccontano. Ma non necessariamente racconti come romanzi, ma piuttosto racconti come poesie. La poesia è un’emozione in quattro righe. La fotografia dovrebbe essere come una poesia.

George Tatge, intervista

Secondo te qual è la cosa più bella e quella più brutta del mestiere del fotografo?
La cosa più bella è il momento catartico nel fotografare qualcosa che ti stende per terra quando la vedi. La cosa più brutta non saprei. Neppure la fatica è brutta. Fa parte della soddisfazione finale. Io lavoro con una macchina assurda, la Deardorff 13x18cm, ed in molti mi chiedono perché fatichi così tanto. Ma la soddisfazione ripaga. Perché la gente sale sulle vette delle montagne? In fondo in cima si vede lo stesso panorama di chi ci viene portato in elicottero. La differenza è nella sensazione di soddisfazione di aver raggiunto questa vetta con fatica, con impegno, con dedizione, con costanza. Forse l’unica cosa brutta, pur amando io molto la solitudine, è costringere le persone che ti vogliono bene a passare lunghi periodi senza starti vicino. Io spesso per lavoro ho lasciato sola la mia famiglia. Questa è una cosa che non è bella.

George Tatge, intervista

Ci potresti mostrare una tua foto, magari alla quale sei particolarmente legato, e raccontarci la sua storia?
È una fotografia di una esondazione del fiume Po. Si vedono queste file di alberi che sono sommersi a metà nel fiume. È un’immagine molto simmetrica. Mi sono posizionato al centro di uno di questi corridoi delle file di alberi. In fondo a questo corridoio c’è la chioma di un albero che esce dall’acqua. C’è un’atmosfera di grande tensione. Gli alberi sono parte nell’aria e parte riflessi nell’acqua. Questo crea una sorta di tremore. L’immagine trema. C’è una grande tensione ed al tempo stesso una grande serenità. È un’immagine metaforica, che parla di tante cose, di vita vissuta, di momenti di grande difficoltà, di squilibri. Io amo molto la fotografia metaforica, che dice qualche altra cosa oltre a quello che rappresenta. Io sono la cosa più lontana da un fotografo documentarista.

C’è un aneddoto particolare legato alle sue esperienze nel mondo della fotografia che vorrebbe raccontarci?
Ero a fotografare a Terni per un libro sulla città. Ero con la macchina fotografica grande ed un signore anziano si avvicina e mi chiede cosa stia facendo. Io gli spiego che sto fotografando il rudere di una chiesa in pieno centro, lasciato così com’è per testimonianza dei bombardamenti che questa città ha subito nell’ultima guerra. A causa delle acciaierie è stata bombardata per oltre 250 giorni consecutivi, una cosa micidiale. Il signore mi ha raccontato che lui da ragazzo era innamorato di una giovane che lavorava in Comune. La andava a trovare tutti i giorni. Si chiamava Giulia. Un giorno che era in ufficio con lei sentì le sirene e scappò via. Ma lei restò perché voleva finire una cosa. Mi disse “Quando era finito il bombardamento sono tornato in Comune. Ma non c’era più niente. E della Giulia non trovammo manco le scarpe.” Raccontato così in dialetto ternano è stato un momento molto forte. Quando poi ho scritto le didascalie del libro sono tornato a cercare questo signore. Volevo trascrivere con esattezza le sue parole. I farmacisti del posto che lo conoscevano mi dissero che il signore si immaginava che sarei tornato a cercarlo. Ma aveva lasciato detto ai farmacisti che se fossi ritornato non avrebbe potuto aiutarmi in quanto stava badando a sua moglie che stava molto male. E sua moglie non aveva mai saputo di questa ragazza di cui era stato innamorato. Quindi non voleva che il suo nome fosse riportato in un libro. Trovo questa storia di una delicatezza suprema.

Nella tua biografia dichiari esplicitamente di utilizzare un banco ottico Deardorff 13x18cm per i tuoi scatti: ma è così importante il mezzo utilizzato?
No. Ognuno sceglie il mezzo che gli è più consono. La mia personalità, la mia meticolosità, mi spingono ad usare il cavalletto e questo formato con cui realizzi poche foto. Poi quando hai questa qualità è difficile che torni indietro. Mi piace poi la lentezza, la ritualità del lavoro. Però assolutamente non sostengo che la gente deve fotografare con il banco ottico. Io sono un grande ammiratore di tanti fotografi che non usano il banco ottico, da Garry
Winogrand, Ralph Eugene Meatyard, Luigi Ghirri
, a quelli della Magnum.

George Tatge, intervista

Con quale macchina fotografica hai invece iniziato a fotografare?
Era la macchina della mia adorabile mamma italiana, che mi aveva regalato la sua vecchia Agfa. Era una macchina a parallasse, però aveva i tempi e tutto il resto. Mi ha portato fino ai quindici anni. Poi mi hanno comprato la Nikkormat, la prima macchina seria.

Infine quali consigli vorresti dare a chi volesse accostarsi al mestiere di fotografo?
Di guardare tanto i libri del passato, per vedere cosa è stato fatto. Leggere tanto. La cultura che una porta dentro di sé non può che uscire fuori con il lavoro fotografico. Il modo più a buon mercato di acculturarsi, se non si può viaggiare, è leggere.

George Tatge, intervista

George Tatge, intervista
George Tatge, intervista
George Tatge, intervista
George Tatge, intervista

  • shares
  • Mail