Interviste Clickblog: Eolo Perfido

Eolo Perfido

Quando ho iniziato a fotografare mi sono subito appassionato della cosiddetta "fotografia da studio", ovvero del genere di fotografia in cui nulla viene lasciato al caso. La scelta del soggetto, dell'abbigliamento, dell'acconciatura, della posa, dell'ambientazione e via dicendo viene studiato al fine di trasmettere un'emozione, un'atmosfera, un mood, per dirlo con il termine usato dagli addetti ai lavori.

Mi sono quindi fin da subito ispirato per i miei esperimenti fotografici ai lavori di grandi nomi della fotografia internazionale, come l'esplosivo David LaChapelle, giusto per citarne uno. Tra i fotografi del nostro Belpaese il nome che mi ispirava maggiormente era quello di Eolo Perfido. Potrete immaginare la sorpresa ed il piacere di scoprire che tra i lettori abituali di Clickblog c'è anche lui. Da lì a chiedergli un'intervista il passo è stato breve.

Tre aggettivi per descrivere Eolo Perfido?

Direi sicuramente un gran curioso. Con tanta voglia di fare anche se facilmente mi abbandono a giorni interi di sofferta pigrizia. Osservatore, ma capace di grandi e spesso imperdonabili distrazioni.

Chi saresti e cosa faresti, se nella tua vita non ci fosse la fotografia?

Avrei fatto di tutto per imparare a disegnare e diventare un illustratore o un disegnatore di comics. E se non ci fossi riuscito probabilmente programmatore o comunque ideatore di videogiochi. Ho sempre avuto un debole per le forme di intrattenimento digitale e penso mi piacerebbe essere a capo di un team di sviluppo di qualche software house videoludica.

Nell’intervista su BrainTwisting racconti che ti sei “prima infatuato e poi innamorato della fotografia”. Ma in quale situazione è scoccata la scintilla? Quando c’è stato il primo bacio? Seriamente, c’è stato un evento, una foto, un primo lavoro, che ti ha fatto capire di aver trovato “quello che volevo fare”?

Non riesco a ricordare un momento ben preciso, ma sicuramente ci fu un periodo di piccole folgorazioni personali. Niente di particolarmente esaltante visto da fuori, ma abbastanza importante per farmi fare un bel giro di boa in una vita che aveva preso una direzione molto diversa. Sinceramente non avevo mai preso la fotografia in considerazione fino ai trent’anni.

Quando ho visto che ottenevo qualche piccolo risultato, in modo del tutto istintivo, probabilmente ho sentito che si trattava di qualcosa nei confronti del quale aveva senso investigare ulteriormente.

E così ho iniziato a massacrare letteralmente amici e parenti, i quali assunsero quasi subito l’atteggiamento di cavie predestinate. Ho scoperto a mie spese che si trattava dei soggetti in assoluto più complicati da fotografare, ma la passione mi aiutava a non farmi mancare la faccia tosta per andare oltre le loro sacrosante lamentele. Ripensandoci devo essere stato a dir poco detestabile.

Avevo inoltre fame di risultati e provavo spesso frustrazione quando non ottenevo le foto che avevo immaginato. Mi diedi fin da subito degli obiettivi al di sopra delle mie possibilità, ma probabilmente fu’ il metodo giusto per cercare di migliorare velocemente e costantemente. Iniziai così a fotografare le persone che mi circondavano cercando di dare forza e consistenza alle fotografie. E quello che poteva sembrare un semplice gioco delle parti era in realtà un buon modo per impostare correttamente tutti i test.

Mi ricordo quando mi dedicavo a fotografare mio padre con lo stesso impegno e attenzione ai dettagli che avrei infuso in quelle foto se fossero state commissionate per una copertina di un giornale importante. Il tutto in un vortice di errori grossolani, che correggevo solo dopo diversi e ripetuti tentativi. Luce, posa, pellicola, tecnica, tutto era sempre in discussione ed a volte le variabili sembravano troppe per andare tutte in sintonia portandomi a momenti di totale frustrazione.

Studiando le foto dei grandi ritrattisti mi accorsi subito che una parte della forza di quelle foto spesso erano i volti noti che portavano con se un’aurea che dava tono ed energia ai ritratti. Unita all’abilità indiscussa di fotografi esperti, le immagini su cui studiavo ed a cui aspiravo assumevano uno status di irraggiungibilità che rappresentava la vera sfida nel mio piccolo cammino personale.

Alla fine si rivelò solo una questione di disciplina e tenacia alimentate dalla passione.

Oggi dopo diversi anni di fotografia fatta per mestiere, ed altrettanti passati ad insegnare, penso di aver capito un paio di cose che quando posso suggerisco sempre ai miei studenti. Li invito a cercare di realizzare immagini “importanti” chiunque sia il loro soggetto. Tutti meritano un ritratto attento, in ognuno c’è un segreto ed un potenziale emotivo che se svelati permettono di realizzare un gran ritratto. Impostare da subito il proprio percorso fotografico nel modo corretto è sicuramente una chiave per riuscire in una professione molto difficile e competitiva. Penso inoltre che molti giovani si perdono nei primi momenti di avvicinamento alla disciplina proprio perchè spesso viene sottovalutato il livello di impegno e la quantità di tempo necessari per ottenere dei buoni risultati.

Nell’intervista su Fotografia a 370° dici che vorresti “realizzare sempre immagini che emozionino”. Ma come fai ad esserne certo? Il pubblico è talmente bombardato di immagini che è davvero difficile capire cosa susciti realmente emozioni. Cosa ne pensi?

Hai ragione. La velocità con cui viaggiamo è diventata disarmante. Il tempo per creare immagini è poco, ancor meno è quello per fruirne. Tutto diventa poi più angosciante se realizzi immagini per il mercato, che di tempo ne ha sempre meno. Più passano gli anni e più diventano complesse le richieste che ci arrivano dai clienti. Servizi fotografici molto difficili da realizzare e consegnare in pochissimi giorni.

Nello specifico mi limiterò però a rispondere alla tua domanda facendo riferimento solo alla mia produzione personale che per fortuna nasce sotto il segno di una creatività alimentata da ritmi decisamente più a misura d’uomo.

Come ben sai Internet è uno strumento straordinario con il grande merito di fornirci capacità di condivisione impressionanti. In pochi anni sono aumentate in modo esponenziale le persone che possiamo raggiungere con il nostro lavoro.

Ogni nuova opera che viene realizzata da un creativo si inserisce in un immenso flusso di contenuti. Un mare ricco di suggerimenti visuali ed emotivi che saranno forse colti da persone che mai avremmo pensato di poter sfiorare. E fin qui sarebbe tutto molto bello, quasi poetico, se la sovrabbondanza di stimoli non andasse ad alimentare un senso di smarrimento senza precedenti. Nell’era del digitale, la sovrabbondanza di contenuti creativi ci fa sembrare tutti molto generosi, ma siamo in realtà di fronte ad una specie di isteria di massa dove si salva solo chi ha affinato specifici filtri di ricerca capaci di orientare la fruizione annullando il rumore di fondo.

E così suoni, immagini statiche ed in movimento, contenuti testuali ed esperienze interattive competono nella spasmodica ricerca di occhi da attrarre ed intrettenere anche solo per qualche attimo. Siamo in un’epoca di esibizionismo collettivo, di palinsesti che corrono al ritmo di millisecondi, di statistiche di accesso, di link incrociati e di bellezza che che si perde in un oceano di rumore assordante.

Per noi piccoli creatori di emozioni a tempo determinato, la sola certezza sembra essere unicamente analitica ed è fatta di visitatori univoci, referrals e bouncing rate. Numeri che sono persone, alcune delle quali si soffermeranno sulle nostre immagini per pochi secondi mentre solo alcune torneranno magari a vederle per una seconda volta.

In quest’ottica, ho da tempo deciso di dedicare il mio tempo speso come fruitore seguendo alcune piccole e semplici regole.

Quando vedo qualcosa che mi piace veramente e sento il desidero di lasciare traccia di questa emozione, magari sotto forma di un piccolo consenso, cerco di creare un contatto con l’artefice dell’opera. Per fare questo basta una semplice email all’autore. Evitando ovviamente complimenti copia ed incolla, ma dedicandosi con parole attente e sentite. Questo cercare contatto vero con chi mi ha emozionato mi sta regalando amicizie nuove ed inaspettate.

Le tue foto hanno uno stile ben riconoscibile: è facile riconoscere un tuo scatto ancora prima di leggere il nome dell’autore. Come sei arrivato a scegliere questo stile?

Lo stile lo si cerca allo stesso modo in cui gli essere umani cercano l'anima gemella. Nei casi più rari e fortunati alla fine è lei che trova te.
 Io ancora faccio fatica a riconoscerlo il mio stile e spesso la domanda che mi pongo ogni qual volta faccio una nuova immagine è : “sarò stato fedele a me stesso?”

Non che sia importante. Ancora oggi non sono certo che la riconoscibilità sia un pregio in ogni situazione e/o contesto.

 Il fatto che per me riconoscerlo è difficile mi porta spesso ad aver bisogno degli altri per definirne tratti e contorni. Non so se questo sia un bene o un male. Ho imparato a convivere con questo stato delle cose.

Inoltre, pur avendo definito nel tempo, delle modalità operative che probabilmente influiscono sulla resa finale delle immagini, e quindi anche sullo stile, mi sono reso conto che ho sempre più marcata l’abitudine di inserire nei servizi fotografici una certa quantità di istintività.

Se un tempo ero molto impegnato nel definire ogni singolo dettaglio, oggi sono affascinato da una serie di componenti casuali che cerco di alimentare attuando un minimo di distacco da tutte le dinamiche organizzative. Probabilmente è anche la mia mente che alla ricerca continua di stimoli e piaceri nel fare questo mestiere, cerca curiosa, negli angoli dell’imprevedibilità.

In questo modo, il set fotografico viene ad un certo punto snobbato per scattare il mio soggetto in un corridoio in penombra, dentro un ascensore scoperto pochi minuti prima, per strada, o al bar poco prima della pausa pranzo.

Forse non tutti saranno d’accordo ma sono giunto alla conclusione che arrendersi alle evidenza di non controllare ogni aspetto del proprio operato è nel mio caso un momento di crescita e maturità personale.

Come ci si sente ad essere citati da altri fotografi come fonte di ispirazione?

Penso che oggi sia diventato più facile essere fonte di ispirazione per gli altri. In un’epoca di social networking non si può fare a meno di sentirsi parte di un percorso creativo condiviso dove ispirazione ed ispirati di scambiano di ruolo a tempo di “I Like” o “+1”.

Se una volta gli stimoli erano i grandi nomi della fotografia, le cui foto ammiravamo stampate su pagine immobili, oggi viviamo un mondo più frazionato, che pur essendo globale nella sua accessibilità, crea piccole e grandi tribù temporanee all’interno delle quali un giorno siamo un esempio da cui prendere ispirazione ed il giorno dopo non esistiamo. Il tutto alla velocità della luce. Nascono fotografi che non conoscono i padri fondatori di questa disciplina ma passano le ore a parlare dell'effetto Dragan. Non conoscono i principi di base della corretta esposizione ma hanno installato photoshop e decine di plugins tuttofare.

Sta cambiando tutto, talmente velocemente che per noi che siamo nati a metà tra i due mondi, non ci sarà neanche tempo per sentirsi meritatamente dei dinosauri. Rischiamo l’estinzione ancor prima di aver terminato il nostro percorso naturale. Rinnovarsi diventa quindi una necessità, che purtroppo non tutti riescono ad intraprendere con facilità.

Rimane comunque un intimo piacere essere d'ispirazione per un'altra persona. E sono molto divertito quando trovo delle copie palesi di miei immagini sparse per il web. Mi innervosisco solo quando viene fatto un uso improprio di immagini. Solo in questi sporadici casi intervengo con un forte dissenso e richiedo la rimozione dell’immagine da Internet.

Secondo te qual è la cosa più bella e quella più brutta del mestiere del fotografo?

La più bella è sicuramente il fatto che ogni giorno è un giorno diverso. Che essere fotografo vuol dire moltissime cose. Fare un lavoro creativo e stimolante è una gran fortuna. Aiuta a vivere meglio una parte importante della propria vita. Di brutto direi sicuramente i momenti di insicurezza che come professione condivide con altri lavori in proprio. In un paese come il nostro dove sono enormi le difficoltà nel fare piccola impresa la cosa si fa sentire ancora di più.

A tal proposito, dopo alcuni anni dove ho lavorato da solo, ho avuto la grande fortuna di entrare in contatto con la mia agenzia, la SudEst57. L'essere rappresentato da loro è stato sicuramente uno dei momenti più importanti della mia carriera. Mi hanno aiutato a strutturare il lavoro nel modo giusto e a ridefinire i contorni della mia professione. Con Biba e Giuseppe, i due responsabili dell'agenzia, è inoltre nata una gran bella amicizia che va oltre il rapporto puramente lavorativo. Adoro ascoltare le loro storie, aneddoti ed esperienze a proposito dei grandi fotografi di questo secolo con cui hanno collaborato.

Un'attenzione a parte merita anche l'esperienza di formatore. Da alcuni anni mi dedico ad insegnare fotografia in realtà come la Scuola Romana di Fotografia, lo IED e molti workshop in Italia e all'estero. È un'esperienza straordinaria, che sicuramente consiglio a chi si sente in grado di farlo ed abbia voglia di condividere le proprie conoscenze. Devo molto alla mia producer Carla Magrelli di Sie che mi ha spinto in questa direzione dandomi l'opportunità di tenere i primi corsi e facendomi scoprire una vera e propria vocazione per l'insegnamento.

Riesci ancora a trovare il tempo ed il piacere per fotografare per te stesso, per la tua famiglia, per i tuoi amici? Quale genere fotografico preferisci quando non stai lavorando?



Beh sì. Diciamo che mi sono accaparrato con la forza e non senza difficoltà il ruolo di fotografo ufficiale di tutta la famiglia. E la cosa non mi dispiace affatto. Anzi. Un minimo di notorietà ha allentato dopo tanti anni le ferme resistenze di parenti ed amici che finalmente si concedono in tutto il loro narcisistico splendore (tranne un paio di casi duri a morire su cui sto lavorando ai fianchi) Ovviamente non sempre fotografo con la stessa attenzione che riponevo negli scatti di alcuni anni fa e sempre più spesso mi abbandono al piacere di uno scatto distratto. E trovo anche il tempo di metataggare le foto di famiglia, un rito che aggiunge diversi punti bonus al mio lato nerd.

Il genere fotografico che preferisco quando non lavoro è la Street Photography. Passerei giornate intere per strada con la macchina fotografica se non avessi impegni di lavoro e la stanchezza che si trasforma in pigrizia con cui fare i conti. Penso che sia uno dei generi fotografici più belli di sempre. Passeggiare senza meta con la macchina fotografica pronti a farsi catturare da momenti di quotidianità, di sguardi inaspettati e di architetture che prendono forma quando vengono isolate dai bordi del fotogramma.

Durante i workshop di fotografia che tengo durante l’anno invito sempre i miei studenti a dedicare un po' del loro tempo alla street photography. Aiuta ad aumentare la propria soglia di attenzione, a relazionarsi con gli altri, a scoprire angolazioni inusuali e condizioni di luce naturale inaspettate. Poi se proprio non se ne cava una foto, è comunque un ottimo antistress.



C’è un aneddoto particolare legato alle tue esperienze nel mondo della fotografia che vorresti raccontarci?

Come ti dicevo, è un lavoro molto vario e per questo ricco di momenti intensi. Quindi piuttosto che raccontarti un singolo aneddoto cerco di condividere con te tanti piccoli ricordi, come quando mi hanno legato fuori da un elicottero a 3500 metri per fotografare meglio delle montagne, o quando mi sono calato in un fiume in piena per poi scoprire che la muta era bucata.

Di copertine per riviste scattate in tre minuti perchè il soggetto aveva improvvisamente un volo prenotato nella mezz’ora che mi avevano assicurato avrei avuto a disposizione. Di location raggiunte dopo ore di percorso scosceso per poi scoprire che l’assistente si è dimenticato le memory card in macchina e non potevo sgridarlo perchè io nel frattempo avevo dimenticato le batterie. Di tramonti bellissimi che però durano solo pochi attimi, di levatacce per fotografare la luce blu del mattino, di tante persone conosciute durante i viaggi, che magari avresti voluto frequentare qualche ora o giorno in più.

Di lotte all’ultimo sangue con i check in per portare in cabina tonnellate di attrezzatura, di aver visto tutti i continenti. Del cane poliziotto a cui dovevo fare un ritratto che diventava aggressivo non appena gli puntavo la macchina fotografica. Di set fotografici disastrosi e di momenti di gioia e condivisione con i collaboratori quando alla fine tutto è andato per il verso giusto. Ricordi di studenti incredibilmente bravi, migliori del loro insegnante, di workshop in Olanda, Germania, Spagna e Polonia. Di tante ore passate a guardare tutorial su youtube, a parlare via skype con fotografi dall’altra parte del mondo.

Aver inoltre fatto l'assistente di fotografi come James Nachtwey, Elliott Erwitt, Eugene Richards e Steve McCurry, con il quale ancora collaboro, è stato importantissimo per la mia crescita personale. Puoi immaginare l'emozione di averli supportati in diversi servizi fotografici dopo aver studiato i loro libri per tanti anni.

I ricordi che riaffiorano se ripenso agli ultimi 10 anni mi sommergono.

Ci potresti mostrare una tua foto, magari alla quale sei particolarmente legato, e raccontarci la sua storia?

Ero appena arrivato a Gaeta, per andare a trovare un amico quando salito su di un Autobus, la mia compagna mi ha fatto notare un signore anziano dallo sguardo languido seduto qualche fila dopo la nostra. Mi sono avvicinato a lui e gli ho chiesto se potevo fargli un ritratto. Lui ne fu entusiasta e mi regalò anche un bellissimo suggerimento, mostrandomi nel portafogli due foto che gli avevano scattato in epoche precedenti. Nacque un ritratto composto da tre fotografie che raccontavano momenti diversi della vita di un uomo.

Oldman Eolo Perfido

Con quale fotocamera hai iniziato a fotografare ed a quale sei rimasto eventualmente più affezionato?

Iniziai sbagliando. Comprai una PRONEA della Nikon. Una aps. Ero totalmente all'oscuro di fotografia e mi feci consigliare dal mio amico “MoM” che ne sapeva meno di me. Un paio di mesi dopo, e diverse riviste di fotografia spulciate dalla prima all’ultima pagina, passai ad una meravigliosa Nikon FM2 per poi proseguire prima con la F70 e poi con la mia amata F90X. Quest'ultima è stata probabilmente la mia macchina del cuore.

Oggi scatto in digitale ed utilizzo la Canon MKII (uscita questi giorni la MKIII che spero di prendere a fine Marzo). Quando sono in giro e non lavoro mi porto dietro sempre una Fuji X100 perfetta compagna per il fotografo da strada. Se poi sono senza strumentazione di bordo ma devo proprio scattare una foto l’Iphone 4S se la cava benino.

Nikon Pronea S

Quali consigli vorresti dare a chi vorrebbe seguire le tue orme?

Di guardare oltre, sempre. Che anche se è diventato molto difficile farne un mestiere, nulla toglie che si possa fotografare per passione prima di tutto. Che una foto fatta da un bravo fotografo non ha bisogno di essere stata commissionata. Che per essere fotografi basta una macchina fotografica e la giusta attitudine. Che se proprio lo si vuole fare per mestiere, di capire da subito come fare per renderlo sostenibile, di imparare a curare e gestire un’attività, di trovare i giusti collaboratori, e di non sottovalutare l’idea di spostarsi all’estero se necessario. Si può nascere più o meno dotati, ma sono convinto che la fotografia sia una disciplina che ha bisogno di moltissima pratica. Scattare tanto, metterci la testa e la passione: sono questi i segreti per diventare un buon fotografo.

Infine perdonami una curiosità sfacciata: ma il tuo vero nome è Eolo Perfido oppure è un nome d’arte? In quest’ultimo caso perché hai scelto come pseudonimo il nome di un dio del vento e di un carattere?

È il mio vero nome. Non sono più certo di volerti rilasciare questa intervista sai ? :-)

Scherzi a parte, il cognome come potrai immaginare non era in discussione. Il nome è eredità di mio nonno omonimo. A quanto pare il mio bisnonno era amante della mitologia greca.

Eolo Perfido
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