Un eterno istante, parliamo dell'autobiografia di Giovanni Gastel insieme all'autore

Ho raggiunto telefonicamente il famoso fotografo di moda Giovanni Gastel per rivolgergli alcune domande sulla sua autobiografia "Un eterno istante. La mia vita."

Se si ama una forma d'arte, idealmente non ci si dovrebbe interessare unicamente all'espressione artistica, ma anche all'autore ed alla sua vita. Chi ama infatti i quadri di Vincent van Gogh dovrebbe sapere che il pittore olandese soffriva di frequenti disturbi mentali. Così come chi ama la musica dei Jethro Tull dovrebbe sapere che il suo leader Ian Anderson è noto anche per l'allevamento di salmoni nel Nord della Scozia.

Però quando l'arte in questione è la fotografia, allora l'interesse nei confronti dell'autore stranamente tende a scomparire. Conosco tanti estimatori di nomi importanti della fotografia, che però non sarebbero neppure capaci di riconoscerli se li avessero di fronte. Questo è ovviamente sbagliato, in quanto si perde la possibilità di arrivare ad una conoscenza più profonda del processo creativo dietro ad ogni immagine.

Per processo creativo non intendo però la tecnica. La tecnica è infatti come andare in bicicletta: una volta che si impara a non cadere non ci si pensa più. Mentre la vita dell'autore, le esperienze che si accumulano anno dopo anno, sono queste che influiscono pesantemente sulle idee e sulle emozioni che stanno dietro, per l'appunto, al processo creativo.

Quindi una lettura come il libro "Un eterno istante. La mia vita", ovvero l'autobiografia di Giovanni Gastel, è utile per apprezzare maggiormente le immagini del famoso fotografo di moda. Anche se si tratta di una lettura non facile. L'autobiografia è stata infatti scritta, come ammesso dallo stesso autore, in un mese di pausa dai suoi tanti impegni professionali.

Ne è nato quindi un'opera istintiva, scritta di getto come un flusso incessante di ricordi. Un flusso che passa dall'infanzia all'età matura e poi indietro ed avanti in continuazione. Un flusso che cita tanti nomi, perché l'autore ha voluto esprimersi dando del tu a tutti, parenti, amici, colleghi e collaboratori.

Per questo la lettura dell'autobiografia di Giovanni Gastel non è facile: richiede al lettore di mettere in ordine i ricordi, così come richiede di tornare in continuazione all'elenco di "personaggi ed interpreti" nelle prime pagine, indispensabile per associare ai nomi citati un cognome ed un ruolo nella vita di Giovanni Gastel.

Ma se si arriva fino in fondo al libro ci si trova con una descrizione sincera e priva di inutili pudori dell'uomo, oltre che dell'artista. A questo punto ho voluto contattare Giovanni Gastel per rivolgergli qualche domanda sulla sua autobiografia.

04_dsc_3298.jpg

Intervista a Giovanni Gastel

Come è nata l'idea di scrivere un'autobiografia?

Non è nata da me, naturalmente, altrimenti sarebbe stata come dire un po' autoelogiativa. In realtà è venuta la Mondadori, nella figura del direttore editoriale, che si chiama Peccatori. Sono venuti a propormi di fare un libro. Naturalmente io pensavo fosse un libro di fotografia. Invece mi hanno detto "è una proposta indecente". Vorremmo proporti di raccontare l'avventura che è stata la tua vita. La cosa mi ha molto attratto. Scrivere è stato forse il mio primo amore. Ho pubblicato un primo libro di poesia a 14 anni. Prima di incontrare a 17 anni la fotografia, pensavo che avrei lavorato intorno alla parola. Così mi ci sono messo a Filicudi in un mese finalmente di vacanza ed ho scritto questa storia. È nata così.

Secondo te che tipo di persona sarebbe il tuo lettore ideale?

Chiunque abbia voglia di entrare nel cuore di qualcun altro. Le autobiografie sono interessanti quando sono sincere. Io sono stato criticato, perfino dalla Mondadori: "tu hai raccontato tantissimo, in profondità, anche dei tuoi difetti, delle tue piccole dipendenze". Ma insomma, se uno racconta la sua vita, deve raccontarla fino in fondo. Se è solo per dire che sei alto, bello, biondo con gli occhi azzurri, non è una autobiografia. È una geografia, un peana. Allora credo che si rivolga a chiunque abbia voglia di vedere all'interno di una persona che magari conosce solo attraverso le cose pubblicate, le fotografie. Ma anche capire la genesi di tutto quello che poi viene espresso nella parte creativa. In fin dei conti è la storia di una vita. Che non è poi molto diversa da quella degli altri.

Che differenza c'è tra il raccontarsi tramite immagini ed il raccontarsi tramite parole?

Io ho usato le parole e le immagini in due modi diversi. La mia fotografia parla sempre del meraviglioso, della ricreazione del mondo, che è la cosa che mi ha sempre affascinato. Sai io sono nato come fotografo negli anni '70, in una situazione che al confronto questa crisi sembra uno scherzo. C'erano morti per le strade tutti i giorni, c'erano le bombe dei neri, c'erano i cadaveri delle BR, c'erano scioperi continui, c'era l'inflazione al 20%, c'era la benzina razionata. In quel momento io non trovavo molto rapporto con la realtà che avevo intorno. Allora mi sono detto "quasi quasi mi metto in una cantina e cerco però di reinventarmi un po' il mondo, secondo delle regole che sono le mie". Quindi la fotografia la uso molto per parlare del meraviglioso. Quando vado più in introspezione, più nell'anima, più nel profondo, uso la parola. Questo libro secondo me è così. È poi anche pieno di cose anche allegre, divertenti, di aneddoti della mia vita. Ma anche in questo caso uso la parola per scavare più a fondo.

Come si può diventare oggi un buon fotografo di moda?

Per cominciare, secondo me, bisogna diventare un buon fotografo. Nel senso che io non vedo più tanta divisione dei ruoli. Quando ero ragazzo anch'io dicevo fotografo di moda, fotografo di still life. Poi Germano Celant, questo grande curatore del Guggenheim e mio caro amico, che mi ha seguito in tutte le mostre importanti della mia vita, una volta eravamo seduti intorno ad un tavolo qui in studio e mi ha detto "ma la smetti di dire che sei un fotografo di qualcosa? Tu sei un fotografo e poi fotograferai un po' quel che ti pare". Questa cosa è stata secondo me nella mia vita folgorante. Se io ho una piccola diversità nel vedere il mondo la posso esplicitare in qualunque tipo di fotografia. Quindi il consiglio che do ai giovani per diventare dei buoni fotografi è di collegare la propria anima con la propria creazione. Ognuno di noi è unico nell'universo, lo dimostrano le impronte digitali. Darsi un aggettivo. Come sono io oggi? Sono timido, aggressivo, arrogante. E Su quella parola impostare la propria estetica. Si può fare estetica su tutte le parole. Dare la tua, anche leggermente, nessuno vuole le rivoluzioni, distonica visione del mondo. Per quelli che riescono a farlo, c'è lavoro anche subito. Non è vero che non c'è lavoro. Il punto è l'offerta molto banale. Ci sono migliaia di ragazzi che fanno più o meno le stesse foto. Se ce ne sono a migliaia, capisci che chi deve scegliere si rivolge ad altre categorie, come l'amico di vecchia data oppure il cugino della sorella di mia moglie, che fa il fotografo e più o meno realizza le stesse cose. Invece chi offre una piccola diversità, che è la sua personale visione del mondo, per lui c'è sempre lavoro.

  • shares
  • Mail