Il mondo segreto e poetico di Josef Sudek

Le sperimentazioni fotografiche e visioni poetiche di Josef Sudek scorgono nell'ombra la vita più intima e nascosta del quotidiano e dell'Europa orientale

Con un braccio solo, lo sguardo sensibile all'ombra e l'obiettivo puntato sul microcosmo del quotidiano, fruttando la luce naturale e attese lunghe anche interi giorni, Josef Sudek ha stanato la vita più intima e nascosta dell'Europa orientale, attestandosi tra i primi e più suggestivi sperimentatori delle avanguardie cecoslovacche.

Sin dalla scoperta della fotografia, con gli autoritratti del giovane apprendista rilegatore cresciuto nella Boemia centrale, le sperimentazioni di Sudek hanno estratto chiaroscuri dell'esistenza, da una moltitudine di volti e identità, da “giganti dormienti” dei boschi di Boemia e Moravia e i grovigli vegetali del giardino di casa, insieme alla vita degli oggetti accumulati nel suo studio, quello che scorge oltre la finestra, o nelle lunghe ombre che percorrono le strade notturne di Praga.

Dal fascino romanticamente sinistro della capitale europea di poeti e cabalisti, lambita dalle onde della Vtlava, il 'socialismo dal volto umano' e rivoluzioni di velluto, Sudek ha estratto molte delle ombre e gran parte dello stupore che nutrono il sessantennio di fotografie e prospettive, oscure e seducenti, lasciate in eredità a fotografi e visionari di ogni latitudine e temperamento.

Nella capitale ceca che ha dato i natali al Don Giovanni di Mozart, il Faust di Goethe o i capolavori letterari lucidamente inquietanti di Franz Kafka, Sudek coglie la vita intima ed emotiva del crepuscolo, popolato da sagome e bagliori, gocce di pioggia e brume della notte.

Il grande racconto di un universo intimo, rimasto lontano dalle atrocità di guerre e occupazione, ma vicinissimo a quello che trascende epoche e confini, arrivando in mostra allo Jeu de Paume di Parigi con Le monde à ma fenêtre.

La mostra inaugurata da un concerto di musica da camera di Leoš Janáček, compositore ceco e grande amico del fotografo che ricorreva alla musica come compagna dei momenti peggiori: "C'è sempre la musica", si potrà visitare fino a settembre, mentre chi ha voglia di sbirciale i particolari meno noti della sua biografia, può approfittare dell'estratto che segue.

Le monde à ma fenêtre
fino al 25 settembre 2016
Jeu de Paume
Concorde
Parigi

Una foto pubblicata da Jeayoung Shin (@comme.jy) in data: 17 Giu 2016 alle ore 12:13 PDT

Le sperimentazioni fotografiche e visioni poetiche di Josef Sudek raggiungeranno per la prima volta anche il Nord America con The Intimate World of Josef Sudek e le 100 opere in mostra al Canadian Photography Institute of the National Gallery of Canada, pregiandosi di conservare la più grande collezione di fotografie dell'artista al di fuori della Repubblica Ceca.

Incontri con esperti, visite guidate e letture dedicate alla visione intima e suggestiva di Sudek, accompagneranno la mostra fino alla fine di febbraio 2017, insieme a quanto raccolto nelle 272 pagine del catalogo.

The Intimate World of Josef Sudek
28 ottobre 2016 - 26 febbraio 2017
Canadian Photography Institute Galleries
National Gallery of Canada
380 Sussex Drive
Ottawa
Canada

Josef Sudek: biografia

Josef Sudek nasce il 17 marzo 1896 a Kolin; a soli due anni rimane orfano di padre e si trasferisce con la sorella Božena e la madre Johanna nella città natale di quest’ultima, Nové Dvory, presso dei parenti senza figli. Alla loro morte Sudek è nominato unico erede: a otto anni diviene padrone di una panetteria, di una casa e ha due persone da mantenere.

Nonostante le difficoltà, Sudek ricorda la sua infanzia a Nové Dvory come idilliaca e attribuisce la sua passione per la musica alla prima volta che sente cantare la madre mentre fa il bucato. A diciassette anni ottiene il diploma di rilegatore, mentre la sorella si dedica brillantemente alla fotografia.

Sudek scopre l’interesse per la fotografia mentre è apprendista rilegatore; le prime prove sono rappresentate da autoritratti in cui assume una moltitudine di identità distinte. Nel 1915, prima di essere chiamato per il servizio militare, Sudek comincia a creare un album di 156 fotografie includendo paesaggi e immagini della città di Praga, compresi diversi interni monumentali.

Dopo un primo esonero per motivi medici non chiari, forse problemi cardiaci, il 15 dicembre 1915 riceve l’ordine di presentarsi per il servizio militare e cinque settimane più tardi è di stanza a Kadaň. Nel 1916 l’unità di Sudek viene inviata sul fronte italiano, un’esperienza molto cruda mai menzionata nelle lettere a casa, ma ben descritta anni dopo in una lettera all’amico Peter Helbich. Durante l’undicesima offensiva viene ferito al braccio. Dopo vari interventi senza successo, l’amputazione.

È facile immaginare, ma impossibile sapere, quali ferite psicologiche abbia inflitto questa perdita, quali effetti abbia avuto sulla sua arte e sulla sua personalità. Malgrado la mutilazione, la guerra si rivela un periodo molto produttivo. Porta con sé una vecchia reflex e durante i tre anni di guerra produce tre album fotografici in cui spiccano panorami, nature morte, alberi spezzati. È la genesi dell’univoca visione di Sudek.

Alla fine della guerra, Boemia e Moravia vengono unite alla Slovacchia per dare origine a una repubblica democratica sotto la guida del primo presidente liberale, Masaryk. Come molti intellettuali europei, anche Sudek mette costantemente in questione l’autorità. Con la madre cerca possibili fonti d’entrata usando la sua ferita di guerra per trarre qualche vantaggio, a partire dalla pensione governativa di invalidità che gli viene concessa.

Mentre Sudek si trova presso la Casa dei Reduci alla Invalidovna, gira per le campagne circostanti con una modesta macchina fotografica. Conosce Jaromír Funke, tramite un contadino appassionato di fotografia, e nasce una grande amicizia tra i due che diventano inseparabili: di giorno a fotografare e la notte in giro a fare baldoria. A differenza di Funke, fotografo colto e programmatico, Sudek si accosta al proprio lavoro con una forte carica emotiva, evidente nell’aura che circonda i suoi soggetti.

Tra il 1922 e il 1927 scatta delle fotografie alla Casa dei Reduci in cui prevalgono contorni sfumati e nebulosi, scene semplici in cui le figure sembrano bloccate in attesa, avvolte da una luce ultraterrena.

Nel 1921 Sudek è ammesso alla Scuola statale di arti grafiche, ottenendo una borsa di studio in seguito alla presentazione di un documento che attesta il suo stato di povertà. Sudek in realtà non è così povero come pretende di apparire agli occhi delle autorità; infatti presta aiuti in denaro agli amici che in cambio gli regalano le loro opere e devolve del danaro in beneficenza.

Sempre nel 1921 Sudek è accolto nell’Associazione boema di fotografia amatoriale, vincendo il primo premio nella sezione paesaggi. Nello stesso anno comunica di non far più parte della chiesa cattolica, anche se l’aspetto religioso della sua personalità non si esaurirà mai.

Alla scuola di arti grafiche Sudek studia con il professor Novák, a cui sarà grato per avergli fatto conoscere le fotografie di Edward Weston. Si avvicina al pittorialismo sotto l’influenza del fotografo americano Růžička. Sudek in questi anni dichiara di essere soddisfatto solo nel momento in cui riesce in una composizione strettamente fotografica, basata su un concetto documentaristico della fotografia, velata però da un’aura magica di romanticismo. Questo periodo culmina con le fotografie scattate nella Cattedrale di San Vito a Praga.

Nel 1923 ventinove sue fotografie vengono accettate per la prima mostra dell’Associazione cecoslovacca dei circoli fotografici.

Nel 1924 Sudek si diploma: oltre ad aver appreso buone conoscenze tecniche, ha imparato anche solide basi del lato commerciale della fotografia. Lui stesso afferma che «la fotografia non è un’arte» ma «un bel mestiere che richiede un certo gusto. Non può essere un’arte perché dipende da cose che esistono senza di lei e indipendentemente da lei, e cioè il mondo intorno a noi».

Insieme a Funke dà voce alle sue idee non convenzionali con il risultato di essere espulsi entrambi da associazioni e circoli non professionali. Con il fotografo Adolf Schneeberg, nel 1924, i due fondano la Società Fotografica Boema.

Fin dall’inizio della sua carriera, nel 1927 circa, Sudek ottiene un grande successo. Affitta il suo primo studio, una piccola costruzione in legno dove vive, lavora e riceve amici per i successivi trent’anni, circondato dalle cose che ama: scatole con negativi, libri, oggetti, dischi, statuette…

Uno dei passi decisivi all’inizio della sua carriera è la partecipazione alla Družtevní pràce, una cooperativa artistica gestita da Emanuel Frinta, che oltre a pubblicare la rivista Panorama gestisce una galleria dove vengono esposte e vendute le opere dei soci.

I progetti della cooperativa vengono discussi al Caffè dell’Unione, luogo d’incontro degli artisti di Praga. Durante una di queste serate, Frinta propone di pubblicare il portfolio delle immagini sulla cattedrale di San Vito in un’edizione di 120 copie. Si tratta di un lavoro minuzioso e attento che diventerà una pietra miliare della fotografia.

Solo Frederick H. Evans può rivaleggiare con la sua abilità nel cogliere il senso di monumentale silenzio e quiete racchiuso nella luce della cattedrale, e non trova rivali nella capacità di cogliere l’intimità segreta di tali monumenti.

Sull’onda della fama conquistata con questa pubblicazione, gli affari di Sudek si incrementano e si rende disponibile a ogni tipo di lavoro: foto per documenti, pubblicità, matrimoni…

Sudek lavora intensamente e vuole essere pagato presto e bene; ha bisogno di denaro per mantenere madre e sorella e per continuare la propria ricerca personale. Questo non gli impedisce di trarre piacere dalla fotografia commerciale, di cui apprezza la sfida tecnica. Le immagini commerciali pubblicate su Panorama cominciano a renderlo noto.

Notorietà affermata dalla sua prima esposizione personale finanziata dalla Družtevní pràce, nel 1932: sessantaquattro immagini tra paesaggi, ritratti, fotografie della Cattedrale di San Vito e scene della vita di Praga. Le recensioni lo elogiano e la mostra viene portata nelle principali città del paese.

Nel 1933 la cooperativa produce il primo calendario, nuovo ambizioso progetto che ottiene grande successo (è stampato in diecimila copie).

A quarant’anni Sudek è considerato il primo fotografo boemo: partecipa continuamente a mostre internazionali e si immerge completamente nella vita culturale di Praga. Coltiva la passione per la musica organizzando presso il proprio studio i martedì musicali, durante i quali gli amici lo vanno a trovare e si raccolgono con lui intorno al grammofono. Non è solo la musica ad attirarli ma anche quel luogo pittoresco e la persona di Sudek. Partecipa anche l’attrice Milena Vildová che nel 1942 diventa il soggetto del più misterioso ed affascinante ritratto di Sudek.

La natura del fotografo è benevola ma dominante, convivono in lui coerenza e contraddizione. Le sue amicizie hanno spesso un andamento tempestoso e non si conosce nessuna sua relazione sentimentale.

Sudek cerca continuamente la verità nei suoi soggetti, oltre artificio e preconcetti. All’inizio questa esplorazione lo porta per le strade di Praga ma con la Seconda guerra mondiale questa prassi si capovolge e si concentra di più su soggetti privati: la finestra del suo studio, il giardino intorno, semplici still life in interno.

Sul finire degli anni Trenta i vincitori della Prima guerra mondiale, che avevano reso la Cecoslovacchia una repubblica democratica, sono pronti a sacrificarla nel tentativo di conservare la pace. Nel marzo del 1939 le truppe tedesche arrivano a Praga. Quando si abbatte su Praga l’incubo della Seconda guerra mondiale, Sudek si ritira nel suo studio e diventa indipendente da ogni tendenza.

Sin dai primi esperimenti di sviluppi e stampe, tra il 1918 e il 1922, per Sudek la stampa a contatto è quella che più si avvicina all’immagine fotografica: non gli interessano la finezza della grana o la nitidezza del contrasto. Inizia a usare anche carte leggermente colorate che accentuano le più gradazioni tonali, mantenendo il contorno sfumato delle forme.

Nel 1940 Sudek scopre un nuovo punto di ripresa, la finestra del suo studio: all’interno verso l’esterno e poi dall’esterno verso l’interno, posando oggetti diversi sul suo davanzale. Esterno e interno, separati e uniti sempre dalla presenza del vetro. Sudek si accosta a un realismo più autentico.

Con i suoi still life vuole raggiungere quello che c’è oltre gli oggetti stessi, un mondo dove le possibilità degli oggetti sembrano illimitate. Nel suo studio nulla mai è scartato o buttato, possiede una scaletta colma di possibili oggetti per le sue nature morte: un piattino con un uovo, un calice con un fondo di vino…

Alla fine della guerra, morto il caro amico Funke, Sudek conosce Sonja Bullaty, una ragazza rimasta sola a causa dello sterminio; l’unica certezza in lei è che vuole diventare fotografa. Sonja diventa sua assistente e amica. È grazie a lei che i lavori di Sudek vengono fatti conoscere in occidente. Sudek e Sonja rimangono sempre in contatto anche dopo l’emigrazione di lei negli Stati Uniti.

Sudek subisce il fascino dell’immagine panoramica e fin dalla prima giovinezza cerca di creare un paesaggio grandangolare affiancando due stampe. Dopo la Seconda guerra mondiale si mette alla ricerca di una vecchia macchina panoramica di produzione americana, ormai oggetto d’antiquariato. Alla fine la trova, trascurata, in casa di conoscenti. La Kodak produceva quell’apparecchio nel 1894 e non esistendo più pellicole in commercio, le auto-produce.

La tecnica da lui usata per imparare a guardare le cose come una macchina fotografica è quella di scrutare il mondo attraverso la mano sinistra, tenuta a imbuto davanti agli occhi. Per le sue immagini panoramiche, sia orizzontali che verticali, Sudek rivisita le strade di Praga, i boschi e inizia un nuovo studio sugli alberi. Meno spesso si concentra sui giardini, lo fa con quello dell’architetto Rothmayer: Passeggiata nel giardino incantato, cui lavora dagli anni Cinquanta fino alla morte di Rothmayer nel 1966, è uno dei suoi cicli poetici più strani e uno dei più perfettamente compiuti.

Oltre a questo lavoro negli anni Cinquanta e Sessanta porta avanti le vedute, i ritratti e le nature morte, che tra il 1950 e il 1956 stampa su carta pigmentata. Di questo periodo è anche l’inizio del lavoro sul parco forestale di Mionší, conosciuto attraverso l’amico Helbich.

Spesso accompagna Sudek nelle sue spedizioni il poeta Jaroslav Seifert. Il poeta racconta che per mettere a punto la macchina si aiuta con i denti e aspetta tantissimo per avere la giusta illuminazione. Se questa non arriva si sposta e si rimette ad aspettare, in silenzio; solo di tanto in tanto dice tra sé «c’è sempre la musica».

Dopo il 1948 la visione di Sudek, così intuitiva, immaginativa e individualistica diventa incompatibile con il fervore collettivistico della Repubblica Socialista Cecoslovacca.

Nonostante questo è proprio una casa editrice socialista a pubblicare la sua prima monografia. Nei suoi testi, Linhart elogia Sudek e, allo stesso tempo, si scusa per il formalismo e gli sbagli del fotografo. Quali fossero le reali intenzioni di Linhart non lo possiamo sapere, ma continua a sostenere il fotografo e l’Editrice di Stato di Lettere, Musica e Arte, con a capo Jan Řezáč, pubblica altri tre libri incluso Panorami di Praga.

Sudek ha raggiunto un’assoluta maestria nell’uso della sua vecchia e rappezzata macchina panoramica. Panorami di Praga offre una nuova visione sinfonica che una macchina fotografica non ha mai raccolto prima e che nemmeno l’occhio umano ha mai visto.

I libri di Sudek continuano a uscire e cominciano anche ad accumularsi gli onori ufficiali. Nel 1956 viene nominato redattore della Editrice di Stato di Lettere, Arte e Fotografia; paradossalmente, come spesso accade nella vita di Sudek, il meno ideologizzato dei fotografi diventa una potenza nel definire il livello e la qualità fotografica nella repubblica socialista.

Nel frattempo accumula così tanti oggetti nel suo studio che si vede costretto a traslocare. Per tutta la vita Sudek mercanteggia, insistente e ostinato, con le autorità. Ora mobilita amici e conoscenti per ottenere uno spazio in cui vivere e lavorare; l’Unione degli Artisti perora la sua causa. Attraverso le autorità non riesce ad avere un vero appartamento ma un’ex gioielleria dove vive e lavora per il resto della vita.

La nuova casa è semplice, modesta e funzionale e ancora una volta ricomincia il regno delle cose; tutto viene ammassato per essere più tardi orchestrato nella serie dei Labirinti, tra il 1948 e il 1973.

Nel 1961 gli viene conferito il titolo di Artista di Merito. Sudek è il primo fotografo a ricevere un tale onore dalla Repubblica Socialista Cecoslovacca.

Nel gennaio 1963 il suo pubblico rimane sconvolto da ciò che vede alla mostra presso la Libreria dell’Unione: le fotografie sono presentate in cornici antiche e come sfondo usa materiali desueti come stoffa o fogli metallici; le immagini sono poste tra due lastre di vetro unite da piombo su fondo di lamina d’oro. Un effetto sofisticato all’estremo.

La maestria nel controllo della fase di stampa permette a Sudek di ottenere due tipi molto diversi di fotografie: quelle destinate alle pubblicazioni e quelle da esporre. In queste ultime, i grigi quasi si fondono con i neri dei margini, le gradazioni tonali diventano quasi impercettibili, è per avere questo controllo che Sudek predilige le stampe a contatto.

Il pubblico non gradisce la mostra, ritenendolo troppo scettico, poco dinamico, commentando negativamente le cornici, trovandolo non al passo con i tempi. Nonostante i suoi amici siano entusiasti, Sudek rimane scosso da questa esperienza e soffre per il rifiuto del pubblico. I circoli non espongono le sue opere ritenendole di modesta qualità. Allora Sudek si lancia nella serie più ultraterrena, quella più interiormente coerente della sua carriera: i Labirinti, coronamento del suo lavoro.

Tra il 1960 e il 1973 scatta le immagini raccolte in Memorie di posta aerea, un tributo all’amicizia: penne di piccione, francobolli, copertine di dischi e oggetti vari.

Nel 1964 ormai lo scetticismo del pubblico si è esaurito e gli Atria Editori di Praga pubblicano una monografia che include novantasei tra le fotografie più poetiche di Sudek. L’opera ha eco internazionale e viene tradotta in inglese, francese e tedesco.

Nel 1967 è invitato all’esposizione Cinque fotografi; Sonja Bullaty, partecipando all’organizzazione della mostra, riesce a far pubblicare le sue fotografie sulla rivista Infinity: da questo momento ricomincia l’ascesa di Sudek che non compromette, comunque, la sua attività commerciale (continua a fotografare quadri, sculture e produrre calendari).

Nel 1976 sono concluse le serate del martedì, anche se gli amici vanno ancora a trovarlo, mentre Sudek piano piano perde le sue forze a causa di un tumore. Malgrado questo fa ancora progetti: il 4 settembre (undici giorni prima della sua morte) si reca a Kolín per la mostra di Funke.
Josef Sudek nella biografia di Anna Fárová

Una foto pubblicata da Laurence Turmel • Paris (@lo_turmel) in data: 9 Giu 2016 alle ore 23:03 PDT

Foto | Le monde à ma fenêtre, Courtesy Jeu de Paume

  • shares
  • Mail