Stephen Shore: un visionario on the road

On the road con Stephen Shore e l'approccio non comune, precoce e rivoluzionario, all'ordinario, al paesaggio e al linguaggio della fotografia

La storia della fotografia è lastricata da ogni genere di sguardo, talento e non pochi rivoluzionari, ma tra i più precoci, appassionati, determinati e decisamente 'non comuni', Stephen Shore spicca come la pancetta croccante della colazione, le insegne che svettano in cielo o le auto colorate che, attraversando i suoi scatti on the road, hanno cambiato la nostra percezione del paesaggio, della cultura del consumo del XX secolo e delle potenzialità del linguaggio fotografico.

Il ragazzino che ha iniziato a giocare con la camera oscura a 6 anni, con la macchina fotografica a 9 e ha 14 anni ha preso il telefono per prendere un appuntamento con il curatore della sezione fotografia del MoMa, vendendogli ben tre foto, ha conquistato ben presto il mondo della fotografia, con il suo approccio insolito all'ordinario e precoce al colore, svezzato nel caos creativo della Factory di Andy Warhol a solo 17 anni, mentre a 23 è il primo fotografo ad esporre una personale al Metropolitan Museum of Art di New York.

Le ragioni sono riconducibili alla sua capacità di raccontare l'America con i colori saturi degli avanzi delle colazioni, trasformando i luoghi comuni in opere dell'arte di vivere la cultura del consumo, senza mai smettere di sperimentare generi, temi, tecniche e formati, a dispetto di regole, limiti o consuetudini.

«per vedere qualcosa di spettacolare e capire che può trattarsi di una buona foto non ci vuole un granché. Ma vedere qualcosa di ordinario e riconoscere il potenziale fotografico che contiene è tutta un' altra faccenda»

Shore è il pioniere visionario del contemporaneo, capace di passare con agilità dal colore rivoluzionario di 'American Surfaces' (1972–73) e 'Uncommon Places' (1973–81) al bianco e nero di 'Archaeology' (1994), dalla street photography agli still life, dalla Rollei 35 mm alla Mick-o-Matic a forma di testa di Topolino, dal museo ad Instagram, dove più di 74 mila follower dei suoi scatti social del quotidiano, sono entusiasti testimoni della provata capacità di mettersi alla prova, sondando limiti e potenzialità del linguaggio fotografico.

Cogliendo le trasformazioni del paesaggio urbano, con uno stile privo di enfasi e una profonda sensibilità per la luce e i particolare apparentemente insignificanti, le sperimentazioni di Shore hanno riempito pagine di libri, personali e collettive di gallerie e musei, senza mai smettere di trasformare il linguaggio e influenzare generazioni di fotografi.


Stephen Shore: Biografia di un pioniere precoce e visionario

Stephen Shore nasce nel 1947 a New York, con un talento precocissimo per la fotografia nutrito da diversi regali, a 6 anni un kit da camera oscura, a 9 la 35 mm con la quale scatta la prima foto, a 10 anni il libro "American Photographs" di Walker Evans che non manca di ispirarlo e influenzarlo, a 12 scatta questa foto.

A 14 anni telefona ad Edward Steichen, allora curatore della sezione fotografia del MoMA, per mostrargli il suo lavoro e Steichen acquista tre dei suoi scatti.

A 17 anni, Shore è già un membro emergente della scena artistica e Pop di New York, al punto da colpire così tanto Andy Warhol al loro primo incontro nel 1965, da spingerlo ad invitare il ragazzo a visitare la sua famigerata Factory. Nel corso dei due anni successivi, presentandosi alla porta della Factory di Warhol quasi ogni giorno, con macchina fotografica in mano, Shore realizza una delle documentazioni fotografiche più complete dello studio dell'artista e della scena che lo circonda durante i suoi anni di fermento più creativo e innovativo, mentre scatta, assiste alle produzioni cinematografiche e lavorava come tecnico delle luce.

Tra le numerose attività intraprese, c'è anche quella di interprete nel mondo del cinema e la partecipazione al film "The Velvet Underground & Nico" (1966) di Andy Warhol.

Non tardando ad attirare l'attenzione di esperti e curatori, nel 1971 Shore è il primo fotografo vivente ad esporre con una personale alla New York del Metropolitan Museum of Art.

Nonostante il successo ottenuto il giovane Shore non si è mai allontanato dalla nativa Manhattan che decide di lasciare nel 1972 per compiere il primo di numerosi viaggi attraverso gli States.

Non guidando il paesaggio del primo viaggio on the road fino ad Amarillo, scorre dal finestrino del passeggero dell'auto dell'amico, mentre gli suoi scatti pieni di insegne, architetture e particolari di vita quotidiana finiscono in "Greetings from Amarillo. Tall in Texas".

Nello stesso anno, replica l'esperienza da solo, esplorando il paese e la fotografia con gli occhi di un turista e la pellicola a colori della 35mm, fotografa quasi ogni pasto mangiato, ogni cameriere che lo serve, ogni persona che incontra, ogni letto, Mote, WC, stazione di servizio ... dando vita alle centinai di scatti che restituiscono il potente affresco dell'America e del paesaggio profondamente modificato dall'uomo di "American Surfaces" (1972–73).

«Praticamente fotografavo ogni piatto che mangiavo, ogni persona che incontravo, ogni letto in cui dormivo e ogni bagno in cui orinavo»

Shore torna a New York con valigie piene di rotoli di pellicola da sviluppare, ma le sue foto esposto per la prima volta nel 1972 alla LIGHT Gallery, in contrasto con quelli di maestri della composizione in bianco e nero come André Kertész e Paul Strand, ricevono recensioni negative che invece di scoraggiare shore lo incoraggiano.

Anche grazie alle prestigiose borse di studio che riceve, dal National Endowment for the Arts nel 1974, o dalla Fondazione Guggenheim nel 1975, Shore continua ad intraprendere i sui viaggi on the road.

Quelli compiuti tra il 1973 e il 1981, danno vita a "Uncommon Places" e il diario di viaggio che esplora il paesaggio e la visione con il grande formato ( 4×5 e 8×10), con banco ottico e cavalletto meno pratici da trasportare ma con negativi in grado di condensare un gran numero di dettagli.

20 immagini di "Uncommon Places", insieme alle opere di Robert Adams, Lewis Baltz e Bernd e Hilla Becher, nel 1975 arrivano in mostra alla George Eastman House di Rochester, con il celebre progetto di neotopografia "New Topographics: Photographs of a Man-altered Landscape", destinato a cambiare la tradizionale fotografia di paesaggio.

Dopo aver raccolto le sue stampe a contatto, Shore si avvicina a Aperture Foundation, nella speranza di pubblicare una monografia di tutto il corpo di lavoro, ma con il budget limitato che gli concedono, nel 1982, esce in libreria una versione snella di sole 40 immagini ma estremamente impressionante di Uncommon Places, tale da renderlo un classico.

Nel 1982 Shore è nominato direttore del Photography Program del Bard College di Annandale-on-Hudson, nello stato di New York.

Questo non gli impedisce di continuare a sperimentare e come nel 1970 sperimenta il colore, insieme a fotografi come William Eggleston, Joel Meyerowitz e pochi altri, un ventennio dopo e mentre la maggior parte dei fotografi usa il colore, Shoes torna al bianco e nero con "Essex County" (1992-1995) e "Archaeology" (1994), documentazioni dettagliate delle cortecce di alberi, pietre e scavi archeologici.

Mosso dallo stesso genio innovativo realizza "New York City" (2000–02) con la street photography alla Gary Winogrand ma con il grande formato dell'ingombrante 8×10 già usato per i paesaggi.

Shore riprende la macchina in mano con "Ukraine" (2012–13) realizzato durante il viaggio in Ucraina per documentare la vita dei sopravvissuti all’Olocausto.

Su invito dell'artista Doug Aitken prende parte all'happening itinerante di "Station to Station", in viaggio di tre settimane da New York a San Francisco, con artisti, performer e un evento ad ogni tappa. Nel corso di una delle fermate, Shore ha trascorso la giornata a fotografare Winslow, apparsa nel suo lavoro fin dagli anni 1970, proiettate in un drive-in.

Il suo lavoro, esposto in tutto il mondo, è entrato a far parte di numerose collezioni, dal MoMA di New York alla Pinakothek der Moderne di Monaco di Baviera, dalla Deutsche Börse di Francoforte alla Fotografia Fotografia di Modena, ed è anche raccolto in oltre venti libri e innumerevoli altre pubblicazioni.

Tra questi anche "Uncommon Places.The Complete Works", l'edizione completa del progetto, edita nel maggio 2004 con un numero di scatti di interni inediti, nature morte e ritratti, come lo voleva Shore nel 1982.

Affascinato anche dal mondo della moda, è un collaboratore affezionato di W Magazine e ha scattato la campagna Primavera Estate 2006 per Bottega Veneta.

«il telefono è sempre con me: la combinazione della semplicità di utilizzo della fotocamera e della qualità raggiunta dalle immagini che scatta mi permette di costruire, con un' intimità e una continuità nuove, una sorta di taccuino visivo della mia vita. Allo stesso tempo, mi porta indietro all'uso che ho fatto delle istantanee negli anni Settanta, con la serie American Surfaces.»

Senza mai abbandonare il suo approccio inconfondibile, Shore scambia il banco ottico per la libertà di uno smartphone e i consueti luoghi dove è abituato ad esporre per Instagram, dove i suoi scatti di strade urbane, paesaggi desolati, vita privata (ma con pudore) e oggetti di uso comune non tardano a conquistare più di oltre 74 mila follower (nel momento in cui scrivo).

«Ci sono tre cose che amo di Instagram: la prima è che posso celebrare le immagini in forma di diario, sono brevi sguardi, appunti visuali o battute; la complessità è accettata, ma non richiesta. La seconda caratteristica che mi piace è il senso di comunità di Instagram. Seguo i post di un gruppo di persone e so che loro vedono i miei post; persone che non ho mai incontrato ma con cui sono amico. Infine Instagram è divertente.»

Mentre la grande retrospettiva che lo celebra fa tappa alla Huis Marseille Museum for Photography di Amsterdam, Stephen Shore manda alle stampe anche le 44 pagine del libro che raccoglie i suoi scatti di Instagram, edito nel 2015 da Mörel in edizione limitata di 200 copie (esaurita quasi subito) con una gamma di 6 diverse copertine e un'intervista in tema di Alexis Dahan.

«So esattamente come scattare una foto rettangolare ma, su Instagram, le foto quadrate hanno una visibilità migliore: negli ultimi quarant'anni non ne ho mai scattate e riuscirci, oggi, è un stimolo creativo. Anche la dimensione è una scommessa: mi costringe continuamente a domandarmi quanto complessa e dettagliata possa essere una foto così piccola.
Consciamente o meno, Instagram sta cambiando il nostro linguaggio visivo: le foto che funzionano meglio sono molto semplici da un punto di vista della composizione. Se avessimo scattato le stesse immagini in pellicola sarebbero state considerate banali o piatte, vederle su uno schermo retroilluminato nel palmo della mano dà loro una diversa intensità.»

Stephen Shore in mostra

A far tesoro dell'approccio rivoluzionario di Stephen Shore, capace di sfruttare limiti e potenzialità del mezzo e del linguaggio, con una 35 mm come con uno smartphone, è da anni anche la più grande retrospettiva dedicata al suo contributo, da alcune delle sue prime fotografie a quelle più recenti, curata da Marta Daho e passata dalla Fundación MAPFRE di Madrid a Les Rencontres de la photographie di Arles, dal C/O Berlin e allo Huis Marseille di Amsterdam, dove resta fino al 4 settembre 2016, prima di passare a CAMERA di Torino.

Una foto pubblicata da C/O Berlin (@coberlin) in data:


Stephen Shore/Retrospective
Fundación MAPFRE Madrid
Les Rencontres de la photographie Arles
C/O Berlin
Huis Marseille, Museum for Photography Amsterdam
CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia Torino

Continuando ad eplorare le potenzialità di 'Uncommon Places', già protagonista di diverse pubblicazioni, Aperture ha appena edito Stephen Shore: Selected Works, 1973–1981, affiancando alle immagini la lettura fornitane da fotografi e personaggi della cultura come Wes Anderson, Guido Guidi, Takashi Homma o Ed Ruscha.

A presentare la prima indagine completa della corposa opera di Stephen Shore e del suo singolare approccio a formati, strumenti e canali di diffusione della fotografia, è il MoMA di New York, con un viaggio retrospettivo spinto dalle sue prime sperimentazioni adolescenziaali con le stampe alla gelatina d'argento vendute al Museum of Modern Art, all'attuale impegno con il digitale e i social network, dal pioneristico uso del colore negli anni '70 al ritorno al bianco e nero negli anni '90, dalla Factory di Warhol e i viaggi on the road lungo le strade americane, alle esplorazioni di Israele, la Cisgiordania e l'Ucraina.

Un viaggio cronologico, ricco di stampe, libri, video e schermi aperti sul suo contributo quaotidiano pubblicato su Instagram, accompagnato dal volume pubblicato dal MoMA che riprende il compendio visivo di 'American Surfaces' (1972-1973), aperto al pubblico dal 19 novembre 2017, al 28 maggio 2018.

Stephen Shore
29 novembre 2017 - 28 maggio 2018
The Museum of Modern Art
Floor 3
11 West 53rd Street
New York

Foto | Stephen Shore/Retrospective © Stephen Shore. Courtesy 303 Gallery, New York/ Huis Marseille, Museum for Photography

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