W. Eugene Smith: l'anima della fotografia tra ombre e luci

Viaggio nel cuore della fotografia di W. Eugene Smith, tra reportage di guerra, vita, sofferenza e inquinamento

"A cosa serve una grande profondità di campo se non c'è un'adeguata profondità di sentimento?"

William Eugene Smith

È il sentimento, senza il quale non so vivere stimoli e ispirazioni della fotografia, a caratterizzare il linguaggio dirompente di W. Eugene Smith, lo stile dei reportage che hanno rivoluzionato la storia del fotogiornalismo e la forza di immagini che hanno scritto quella della fotografia.

Lo stesso che accompagna il fotografo irrequieto e segnato per sempre dall'orrore della guerra, alla luce di "A Walk to a Paradise Garden", in ogni angolo di mondo per Life, seguendo le dure giornate di medici di campagna e levatrici nere del South Carolina, raccontando come pochi altri, premi Nobel, guerre civili, disastri ambientali e afflati Jazz, rendendolo membro effettivo nell’agenzia Magnum, un anno dopo esserci entrato.

Più di un maestro per molti, una fonte di ispirazione per tutti. Il protagonista del viaggio tra le ombre e le luci che segue e quello che porta 60 original print dei suoi reportage più famosi in mostra con W. Eugene Smith. Usate la verità come pregiudizio, inaugurando la nuova sede del CMC - Centro Culturale di Milano (Largo Corsia dei Servi, 4), dal 22 settembre al 4 dicembre 2016.

La mostra ideata dal suo direttore Camillo Fornasieri, è curata da Enrica Viganò, con il patrocinio della Regione Lombardia e del Comune di Milano, mentre i temi dei suoi reportage, lo stile della la sua vita, i suoi appunti sul campo, animeranno una serie di incontri con fotoreporter e giornalisti come Mario Calabresi, Massimo Bernardini, Franco Pagetti, Paolo Pellegrin, pronti ad interrogarsi sulla funzione dell’immagine e dell’informazione, della libertà e della verità dell’arte e sul linguaggio dei media contemporanei. Ad accompagnare la mostra anche un catalogo (Admira edizione), nono volume della collana I Quaderni del CMC.

W. Eugene Smith: 1918-1978. Fotografia tra ombre, luci e sentimento

William Eugene Smith nasce a Wichita, Kansas, nell’Ovest degli Stati Uniti, nel 1918. Da giovanissimo si avvicina alla fotografia incoraggiato dalla madre Nettie, anche se alcuni anni dopo sarà proprio lui a distruggere quei primi scatti giudicati troppo scarsi.

Il primo scatto viene pubblicato sulle pagine del New York Times quando ha 14 anni, insieme alla sua passione per gli aerei. Lo stesso precoce talento lo porta nel 1936 alla Notre Dame University che istituisce un corso di fotografia per lui, così come abbandonata l’università lo porta a collaborare con il settimanale Newsweek, da cui viene allontanato quando si rifiuta di lavorare con le ingombranti macchine Graphic 4×5.
 
Nel 1939 Eugene Smith entra a far parte dello staff di Life, per il quale collabora fino al 1941, anno che lo vede impegnato come corrispondente di guerra sul fronte del Pacifico, per Life e per Popular Photography.

Il 23 maggio 1945, nel corso della battaglia di Okinawa, Smith viene colpito dall’esplosione di una granata con una scheggia che gli attraversa la mano sinistra prima di conficcarsi nella faccia, costringendolo a due anni di dolorosi interventi, una lunga riabilitazione e non pochi dubbi sulla possibilità di continuare a fotografare.

"A walk to Paradise Garden" è la prima fotografia scattata dopo il suo ritorno a casa dalla lunga malattia, seguendo i figli, Juanita e Patrick, nel sottobosco verso una radura bagnata dal sole, superando il dolore causato dallo sforzo di impugnare la macchina fotografica e il rifiuto emotivo causato da tutto quello che la fotografia gli aveva permesso di vedere e provare.

"While I followed my children into the undergrowth and the group of taller trees – how they were delighted at every little discovery! – and observed them, I suddenly realized that at this moment, in spite of everything, in spite of all the wars and all I had gone through that day, I wanted to sing a sonnet to life and to the courage to go on living it….

Pat saw something in the clearing, he grasped Juanita by the hand and they hurried forward. I dropped a little farther behind the engrossed children, then stopped. Painfully I struggled — almost into panic — with the mechanical iniquities of the camera….

I tried to, and ignore the sudden violence of pain that real effort shot again and again through my hand, up my hand, and into my spine … swallowing, sucking, gagging, trying to pull the ugly tasting serum inside, into my mouth and throat, and away from dripping down on the camera….

I knew the photograph, though not perfect, and however unimportant to the world, had been held…. I was aware that mentally, spiritually, even physically, I had taken a first good stride away from those past two wasted and stifled years."

La fotografia, evocando il passaggio dal paradiso perduto a quello ritrovato, viene dal Smith come strumento di sensibilizzazione sociale, divenendo il tempo una sorta di simbolo di rinascita del fotografo e speranza per il mondo dopo la seconda Guerra Mondiale, oltre che immagine di chiusura del rivoluzionario "The Family of Man", organizzata da Edward Steichen nel 1955 al MOMA, con 503 fotografie di 273 fotografi provenienti da 68 diversi paesi.

"Volevo portare con le mie fotografie qualche messaggio contro l’avidità, la stupidità e l’intolleranza che queste guerre provocano"

William Eugene Smith

Nel 1947 torna a documentare ogni sfumatura di mondo per Life, realizzando i memorabili reportage protagonisti di editoriali, libri e mostre, tra i volti di chi attende notizie di fatti di cronaca, quelli del quotidiano e di 'maschere' come Charlie Chaplin.

Nel 1948 "Country Doctor" segue per 23 giorni il Dr. Ernest Ceriani nella piccola cittadina del Colorado di Kremmling.

Life nel 1950 chiede al governo di Francisco Franco l’autorizzazione per realizzare un servizio sui problemi dell’approvvigionamento alimentare in Spagna, dovuti in parte all’embargo subito nel dopoguerra, offrendo a Eugene Smith l’occasione di realizzare "Spanish Village", l'indagine profonda sulle condizioni di vita arcaiche e povere della piccola comunità che popola il villaggio di Deleitosa, insieme a quelle della Spagna durante il regime dittatoriale.

Nel 1951, "The Nurse Midwife", documenta le giornate della levatrice Maude Callen nel South Carolina insieme ad un lavoro esercitato esclusivamente dalla gente di colore

Nel 1954 "A Man of Mercy" è dedicato al dottor Albert Schweitzer e l'opera umanitaria del Premio Nobel nell'Africa Equatoriale Francese.

Nel 1955 abbandona Life e si lega all’agenzia Magnum Photos, per la quale realizza il reportage sugli operai della città dell’acciaio di "Pittsburgh" che gli varrà il primo dei suoi tre premi Guggenheim (1956, 1957, 1968), ma il breve passaggio per l'agenzia Magnum evidenzia presto anche l'incompatibilità con Henri Cartier-Bresson e un certo modi di fotografare la realtà, affatto incompatibile con la messa in scena per Smith, quando serve a mostrare 'la verità'.

Il progetto iniziato come indagine di tre settimane sulla vita della città americana famosa per la produzione dell'acciaio, è diventato un progetto personale di circa tre anni, tanto dispendioso quanto memorabile, realizzato con il ricavato di una sponsorizzazione Getty, decine di migliaia di scatti e oltre 800 stampe curate personalmente dall'autore.

In perenne conflitto con se stesso e Life, per la gestione delle sue fotografie, nel 1957 decidendo di licenziarsi e allontanandosi dalla famiglia, si trasferisce nel loft al quarto piano di un palazzo fatiscente del numero 821 della Sixth Avenue, meglio noto come "The jazz loft", per i più grandi musicisti jazz dell’epoca che lo frequentano doppo la chiusura dei club, tenendo jam session fino all’alba nei vari appartamenti. I vari Thelonious Monk, Bill Evans o Sonny Clark, finiti nell'obiettivo di Smith, con le circa 40.000 fotografie scattate tra il 1957 e il 1965, alla scena musicale dell'edificio e del quartiere, si aggiungono alle registrazioni (con un sistema di cablaggio sofisticato) delle 4.000 ore di nastri musicali mono e stereo.

Il rapporto con Life si deteriora insieme alla fiducia di Smith nei confronti de sistema d’informazione americano, ma dopo aver portato avanti la ricerca sul razzismo organizzato del Ku Klux Klan, documentato le numerose manifestazioni di protesta degli anni Sessanta, contro la segregazione razziale e la guerra in Vietnam, dopo un saggio fotografico scattato in un istituto psichiatrico di Haiti, nel 1971 fotografa il primo reportage di inquinamento ambientale, con i tragici effetti di avvelenamento da mercurio contratti nel villaggio di pescatori giapponesi di "Minamata".

La ricerca condotta a titolo personale e contro gli interessi di parecchi, include "Tomoko Uemura in Her Bath" (Tomoko viene lavata da sua madre) ormai celebre foto scattata nel dicembre 1971 da Eugene e la sua moglie orientale Aileen Smith, alla madre in acqua con la giovane Tomoko, gravemente deformata dalla sindrome neurologica causata da intossicazione acuta da mercurio (denominata Sindrome di Minamata o o malattia di Chisso-Minamata).

La fotografia pubblicata dalla rivista Life e nel libro fotografico "Minamata" (1975 in inglese, 1980 in giapponese), non tardando a creare scalpore e sensibilizzare sull'argomento, diventa un simbolo della malattia di Minamata e aiuta molte vittime dell’inquinamento a vincere la causa nel marzo del 1973, ma quando la moglie del fotografo ormai scomparso, viene a sapere che la foto è causa di difficoltà per la famiglia di Tomoko, scomparsa a soli 21 anni nel 1977, a partire dal 2001 revoca ogni diritto di pubblicazione.

A soffrirne molto prima, è stato però anche il fotografo che, denunciando gli effetti dell’inquinamento da mercurio nel villaggio di pescatori, fu picchiato a sangue da teppisti assoldati da chi non aveva interesse ad approfondire l'argomento, mentre le lesioni subite da Smith lo portano alla perdita quasi totale della vista.

Dal 1959 alla sua scomparsa prematura, con il linguaggio che lo emargina dalla stampa patinata e le consuetudini del fotogiornalismo, insieme ad una grave forma di diabete, smith continua comunque ad alternare l'attività di fotografo a quella di insegnante, con la cattedra di fotogiornalismo ottenuta grazie all'interessamento dell'amico Ansel Adams, mentre gli viene data la carica di presidente della American Society of Magazines Photographers.

Stando alle cronache ufficiali che non concordano tutte su cose analoghe, nel 1978 la salute, minata da disagi e malattia lo porta alla prematura scomparsa all'età di 60, ma a quanto pare ad influire sono state anche le percosse subite dai manifestanti di Minamoto, in qualche modo pilotate dalla proprietà delle fabbriche che le sue foto avevano denunciato.

Alla sua morte, ha lasciato circa 3.000 stampe, diverse centinaia di migliaia di negativi, 1.600 audiocassette, 25.000 vinili, 8.000 libri e 18 $, insieme all'inestimabile patrimonio iconografico giunto sino a noi.

I suoi archivi sono tenuti dal Center for Creative Photography di Tucson, in Arizona, mentre la sua eredità si rinnova attraverso il W. Eugene Smith Fund, promuovendo la "fotografia umanistica", attraverso premi per i fotografi che si distinguono nel settore.

Per ulteriori approfondimenti su vita e opere potete approfittare del documentario "W. Eugene Smith: Photography Made Difficult", diretto da Gene Lasko e scritto da Jan Hartman nel 1985.

Tra le monografie anche quella edita da contrasto con 197 fotografie in b/n nelle sue 240 pagine.

"Non ho mai scattato una foto, buona o cattiva, senza che mi provocasse un turbamento emotivo"

William Eugene Smith

Foto | W. EUGENE SMITH. Catturare l’essenza © The Heirs of W. Eugene Smith
Via | CLP Relazioni Pubbliche

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