Shamel Al-Ahmad, il fotografo morto ad Aleppo

La lettera scritta dal fotografo Shamel Al-Ahmad morto ad Aleppo

Shamel Al-Ahmad

La vita è davvero ingiusta, soprattutto in alcune parti del mondo in cui è già una fortuna alzarsi la mattina, la storia di Shamel Al-Ahmad ha commosso il mondo, questo fotografo freelance viveva ad Aleppo con la moglie e due figli. Pur rendendosi conto che il suo paese era sempre più pericoloso non ha trovato la forza di andarsene o forse ha avuto troppo coraggio di restare, purtroppo è morto in seguito all’ennesimo attacco lui e la moglie, che era incinta, sono stati feriti. La moglie ha avuto solo il tempo di partorire ed è morta e lui, senza sapere che anche la compagna era deceduta, è morta. I loro tre bambini sono rimasti soli nell’inferno di Aleppo.

Shamel Al-Ahmad ha documentato e fotografato il suo paese, la miseria, le guerre, la disperazione e la povertà, ha raccontato al mondo cosa stava accadendo in Siria e dietro ogni angolo della sua città.

Pochi giorni prima di restare ucciso Shamel Al-Ahmad aveva scritto un lungo post su Facebook, ripreso da Humans Of Aleppo, in cui raccontava la sua vita, cosa faceva e perché non è mai andato via cercando di salvarsi la vita come tanti altri suoi amici.

“Il mio nome è Shamel Al-Ahmad. Ho 35 anni, sono sposato e ho due figli. La mia vita è cambiata quando ho visto un video in cui le forze di sicurezza del regime siriano stavano umiliando la mia gente. Nel luglio 2012, i freedom fighters (ribelli) sono entrati nella mia città, Aleppo. Ero ossessionato all'idea di essere arrestato e detenuto dalle forze del regime. Il rischio di essere arrestato è svanito, ma la mia città trasformata in uno spazio aperto in cui il regime ha indirizzato tutti i suoi avversari. Artiglieria, aerei da combattimento, bombe a botte e persino missili Scud.Abbiamo sperimentato tutte le armi letali, che ho documentato con il mio obiettivo. Ho pensato che queste immagini potessero spiegare quello che stava succedendo e spingere la comunità internazionale ad agire o almeno aiutare i civili, ma ultimamente mi sono reso conto che era una speranza senza fondamento. Ho subito capito che la nostra battaglia per la libertà sarebbe stata infinita e che Assad non era il nostro unico problema. Mi sono unito al team dei “Life makers”, lavorando sullo sviluppo sociale e cercando un modo di convivere con la nuova realtà, la realtà in tempo di guerra. Talvolta depresso e deluso, e talvolta senza speranza. Trascorro il tempo con i miei amici e i miei fratelli, i compagni di rivoluzione, che sono la mia speranza e la mia fonte di forza, per superare la mia depressione. La Siria è il mio paese e la mia causa. Non posso rischiare la vita dei miei due bambini: sono tutto ciò che ho a questo mondo. Il mio amico è andato in Germania verso la fine del 2015. Sembra felice. Ci sentiamo su Skype ogni settimana e lui mi incoraggia a seguire i suoi passi. Io continuo a rifiutare. Nonostante tutti i buoni motivi per andarmene, che aumentano ogni giorno, io sono il tipo di persona che non può sopravvivere lontano dalle sue strade. Aleppo è parte di me, non posso lasciarla. Mi dispiace che Aleppo affronti tutto questo orrore, ma posso ancora respirare la sua libertà. Sono rattristato per gli amici che ho perso e che sto ancora perdendo, soprattutto quelli che mi accompagnavano nella rivoluzione. Molti di loro hanno perso la speranza e non sono in grado di andare avanti. Io non li biasimo, ma sono dispiaciuto per non averli intorno a me. Io non sono contro chi decide di lasciare e chiedere asilo, perché molti sono stati costretti a farlo. Non è facile rimanere in Siria, dal momento che nessuno sa come finirà la sua storia complicata, ma c'è ancora speranza per continuare la lotta”.

Shamel Al-Ahmad


  • shares
  • Mail