Mostre fotografiche: sulla rotta del terzo weekend di Febbraio 2017

Le mostre fotografiche inaugurate nella terza settimana di febbraio 2017 in tutta Italia

Il terzo fine settimana di febbraio 2017 torna ad arricchirsi con le mostre fotografiche fresche di inaugurazione, ricche di ombre e sguardi acuti, da Lisette Model e Berenice Abbott a Larry Fink e Toscani, con Lorenzo Castore, Massimo Giordano, Nicolò Degiorgis, Masiar Pasquali, Giovanni Troilo, Andrea Pandolfo, Leila Alaoui, Eva Tomei, Giuseppe Leone, Ilaria Abbiento, tante rotte del Mediterraneo e facce che ha rubato il diavolo a Guido Harari, Wang Guangyi, Tony Oursler, Andres Serrano, Paul Solberg e Morten Viksum, Italy&Italy, mentre la Casa dele stagioni di Ghirri arriva in mostra a Narni e "Rocco e i suoi fratelli" tornano sul set.

"Non scattare la foto finché l’esperienza non ti fa sentire in imbarazzo..."

Lisette Model

Lisette Model
14 febbraio 2017 - 24 marzo 2017
Inaugurazione: martedì 14 febbraio 2017, ore 18.30
mc2gallery
Via Malaga, 4
Milano

Massimo Giordano: Sequenza

Lo spazio M4A-MADE4ART di Milano presenta la mostra fotografica Sequenza, personale dell’artista e fotografo Massimo Giordano (Agropoli, 1970) a cura di Elena Amodeo e Vittorio Schieroni. In esposizione venti opere appartenenti alla serie omonima, progetto artistico che indaga il ciclo della Vita visto attraverso il corpo della donna, una sequenza che ripercorre le tappe dell’esistenza dall’inizio al suo concludersi, una fine che in realtà è un aprirsi verso una nuova vita al di là della morte.

Forme sinuose che emergono da sfondi indistinti, poche tracce di colore che risaltano da un nero profondo e intenso, chiaroscuri di forte impatto che svelano dettagli lasciando intuire all’osservatore ciò che non si vede. Immagini evocative e di forte impatto, un invito a riflettere sulla propria esistenza, su ciò che era prima del nostro comparire sulla terra e su ciò che ci aspetta oltre questa realtà.

Accompagna la mostra un catalogo con testi critici dei due Curatori e le immagini delle opere in mostra, disponibile in sede in versione cartacea o scaricabile dal sito internet. Sequenza, con data di inaugurazione mercoledì 15 febbraio, rimarrà aperta al pubblico fino al 22 dello stesso mese; un evento M4E-MADE4EXPO ed Expo in Città, media partner della mostra la testata di fotografia Image in Progress.

15 febbraio - 22 marzo 2017
Inaugurazione: mercoledì 15 febbraio 2017, ore 18.30
M4A-MADE4ART
Via Voghera 14
Ingresso Via Cerano
Milano

Italy&Italy - The exhibition

“Vuoi ficcare naso e occhio là dove si ostinano e ancora non si estinguono gli ultimi italiani veri e fieri? Lungo le orme a migliaia di sabbie calpestabili, indovinando la carne ammassata sotto gli ombrelloni. A mollo nelle acque, incastrati nel buco gonfiabile che a malapena li contiene. Custoditi tra cielo e terra dal carabiniere tricolore e la Madonna di turno. Un attimo prima di finire dalla ciambella alla rete.” (Giancarlo Dotto, Italy&Italy)

Dal 16 al 19 febbraio 2017 la galleria GIGANTIC ha il piacere di presentare, negli spazi di Via Termopili 28, la mostra/installazione del progetto editoriale ITALY&ITALY con foto di Pasquale Bove e curato da Luca Santese, edito da Cesura Publish.

ITALY&ITALY nasce dall’incontro tra Pasquale Bove, fotoreporter, e Luca Santese, fotografo co-fondatore di Cesura. Dal vasto archivio di Bove, comprendente oltre 250.000 scatti, Santese ha selezionato 336 immagini prodotte tra il 1985 e il 2000.
L’intent è creare e articolare l’iconografia di un determinato periodo storico italiano, a partire da un frammento: la quotidianità e la vita sociale di Rimini, capitale turistica dell’Emilia Romagna che ha saputo coniugare la grande mondanità con la semplicità e l’accoglienza del turismo di più basso profilo, italiano e straniero.
Rimini e i suoi dintorni, paradigma della cosiddetta italianità negli anni ’80 e nel decennio successivo – un periodo che, visto nelle immagini, sembra incredibilmente più distante rispetto al ricordo di quegli anni.

Il 16 febbraio sulle pareti bianche e nel sotteraneo di GIGANTIC in mostra il libro ITALY&ITALY con un’installazione che si articola in due momenti e che accompagna il visitatore negli ultimi quindici anni del XX secolo italiano.
In console Patrizio Squeglia (Funk Machine, NeWavExplorers, U.M.M.)

16-19 febbraio 2017
Inaugurazione: giovedì 16 febbraio 2017, ore 19 a mezzanotte
Gigantic
Via Termopili, 28
Milano

The Devil: Guido Harari, Wang Guangyi, Tony Oursler, Andres Serrano, Paul Solberg, Morten Viksum


La Galleria Carla Sozzani presenta The Devil, una selezione di fotografie sulla figura del diavolo di Guido Harari, Wang Guangyi, Tony Oursler, Andres Serrano, Paul Solberg e Morten Viksum, curata da Demetrio Peparoni, in occasione del suo nuovo libro pubblicato da 24Ore Cultura.

Il male è una componente dinamica della vita. La sua presenza nell’arte, come personificazione o come emanazione è rivelatrice della struttura costitutivamente polare del pensiero umano.

L’opera che più di ogni altra in tempi recenti ha dato una vivida immagine del diavolo dei Sabba è la fotografia El Gran Cabrón di Andres Serrano, della serie Holy Works (2011). Illuminata da dietro, della testa del diavolo si percepisce solo la sagoma di un nero profondo ma della quale sono ben riconoscibili le corna, le orecchie da capra e la fitta peluria che la ricopre. Definito da un’impronta nera come nel Sabba delle streghe di Goya, il grande caprone di Serrano si mostra in tutto il suo potere terrifico e, negando la possibilità di conoscerne il volto, si rende inafferrabile.

In Devil (2016) di Wang Guangyi, come nella cultura cinese, i demoni sono associati a un mondo infernale di oscurità e incertezza, visione influenzata dalle concezioni buddhiste. In generale, la popolazione cinese sovrappone demoni e fantasmi. In Cina è diffuso il detto secondo cui “è molto più semplice dipingere il volto di un fantasma che quello di un uomo”, a significare che è più facile descrivere qualcosa che, come fantasmi e demoni, nessuno ha mai visto, piuttosto che qualcosa di reale.

Tony Oursler fa del blu il colore del diavolo. Generato dal flusso elettrico della televisione, del computer, della luce dei led, il blu che ritroviamo nei suoi lavori non fa dunque riferimento al fuoco ardente del vecchio Inferno, ma a un fuoco freddo, capace di intrappolare l’immagine e di manipolarla fino a snaturarla. Così accade nel fotogramma di Tony Oursler, dal film Imponderable (2015-2016).

Con l’intento di rendere visibile l’invisibile e viceversa, la maschera porta con sé l’idea dell’inganno, le mille facce del demoniaco come nei diavoli Guido Harari I diavoli di Kate Bush 2 (1993), che ci guardano sornioni e beffardi, dove prevale, in una composizione perfetta, il gusto per la farsa grottesca.

Blind Devil (2016) è la fotografia di una piccola scultura che Morten Viskum ha ottenuto da una scansione 3D di sé, bendato, con corna e tridente, in abito grigio coperto da un mantello rosso. Viskum si è spesso autoritratto nei panni di personaggi della cronaca e della storia contemporanea sottolineando l’incidenza che quanto accade nel mondo
ha su ognuno di noi. La benda che copre gli occhi del diavolo suggerisce la casualità con cui un uomo comune può incontrare il male lasciando emergere il proprio lato diabolico.

Il diavolo fotografato da Paul Solberg, What I’ve Become, 2016 emerge di spalle dall’ombra, vestito di scuro e con grandi corna da caprone. Non consente di guardare il suo volto, rendendosi sfuggente e spaventoso. Contraltare di idoli che si mostrano benevoli, egli finisce per essere uno strumento di controllo proprio grazie alla paura che suscita. Per Solberg il tema della paura come mezzo di controllo delle masse non è confinato al sistema della fede religiosa, ma investe tutti gli ambiti della società.

Biografie

Guido Harari (Il Cairo, 1952) ha conosciuto e fotografato i più grandi miti della musica, da Fabrizio De André a Bob Dylan, da Kate Bush a Bob Marley, Vasco Rossi e Frank Zappa.
Nel 2011 ha fondato, insieme a Cristina Pelissero, la Wall of Sound Gallery ad Alba (Cuneo), è divenuta rapidamente un punto di riferimento per le fotografie musicali fine art.

Wang Guangyi (Harbin, 1957) è un artista cinese tra i più celebri, tra i protagonisti del nuovo corso dell'arte cinese, avviatosi alla fine degli anni ottanta. Per quanto il suo lavoro sia stato spesso associato al Pop politico cinese, esso in realtà trova uno dei suoi temi principali nel rapporto con il trascendente.

Tony Oursler (New York, 1957) Ideatore della video-scultura, Tony Oursler è considerato come uno dei maggiori e più innovativi artisti che indagano le potenzialità del video elaborando un proprio linguaggio autonomo. Dagli anni 80 in poi le opere Tony Oursler hanno partecipato a importanti mostre ed esposizioni in tutto il mondo, dalla Biennale del Whitney di New York nel 1989 a Documenta di Kassel nel 1992.

Andres Serrano (New York, 1950) è un artista che ha scelto di usare la macchina fotografica come proprio mezzo di espressione. Nelle sue opere la dimensione del quotidiano aspira all’interazione con il divino in una logica rappresentativa interessata a far emergere rituali, atteggiamenti, pratiche e credenze dell’esistenza umana. Il linguaggio è spesso forte e scioccante ma semplice e comprensibile anche per chi non può capire, poiché Serrano concepisce l’arte come via alla liberazione dell’uomo.

Paul Solberg (Minnesota, 1969) Originariamente conosciuto per la sua la fotografia di still-life, Solberg è diventato noto per i suoi ritratti. Sono ritratti intimi, spesso con una qualità sculturea, che portano lo spettatore in fuga verso un altro mondo. Ogni fotografia porta lo spettatore in una fuga in un altro mondo. Solberg condivide anche una carriera internazionale come Art Duo, l'Hilton Brothers, insieme a Christopher Makos. Ha pubblicato per Wall Street Journal International, CNN Travel, Interview Magazine, Conde Nast Traveler, and New York Daily News.

Morten Viksum (Helsingfors, 1965) È considerato uno dei più controversi artisti contemporanei norvegesi per via dell’uso di materiali biologici nelle sue opere. Le opere di Morten Viskum spesso si trova al confine tra vita e morte, etica e non etica, 
estetica e non estetica, la scienza e l'intrattenimento. Il mezzo espressivo spesso è forte, aderente alla definizione di sensazione mediatica.

16 febbraio - 26 marzo 2017
Inaugurazione: giovedì 16 febbraio 2017, h 18.30
Galleria Carla Sozzani
Corso Como, 10
Milano



Oliviero Toscani
Più di 50 anni di magnifici fallimenti

16 febbraio – 28 Aprile 2017
Whitelight Art Gallery
Copernico Milano Centrale
Via Lunigiana angolo Via Copernico

Andrea Pandolfo: L'isola che non c'è

Le immagini de L'isola che non c'è raccolgono la costruzione del mio sguardo a Trieste, nell'arco del mio viaggio di lenta scoperta di questa città di confine, sostanzialmente ignorata e misconosciuta dall'Italia continentale, dal regno, così come ancora qualcuno chiama la penisola, di là dal mare. Trieste, al mio personale sguardo, è un isola, un isola che non c'è: Non c'è geograficamente, non c'è nella consapevolezza delle persone che la vivono, non c'è nella assenza di consapevolezza delle persone che ne hanno semplicemente sentito parlare. Quest'isola è delimitata dal mare guardando a Ovest, delimitata dal Carso Sloveno a Nord e ad Est, dal litorale Sloveno a Sud. C'è un “ponte” di accesso di 20 km tra il mare e il carso, dove i telefoni prendono quasi solo la rete slovena, in direzione Nord-Nord/Ovest, dove corre anche l'unica linea ferroviaria: la litoranea che porta a Duino e poi a Monfalcone, dove inizia, finalmente la Penisola Italiana. L'entroterra ampio che circonda Trieste, ed arriva idealmente fino alle grandi pianure dell'est Europa passando per Ljubljana, è “altra” terra, lo si percorre solo in auto – se lo si deve percorrere - con un disagio che porta in sé la privazione. Una privazione che è di chi ci è nato e non ci vive più, o di chi aveva creduto per secoli fosse anche terra sua. L'apertura dei confini tra Italia e Slovenia non si è ancora del tutto compiuta emotivamente, nei corpi delle persone, le genti mischiano al terriccio delle loro scarpe le zolle di terra straniera ancora con difficoltà, le colline bellissime alle spalle della città, se in terra già Slovena, sono solo attraversate, da chi va a fare escursioni sul monte Nanos o a rifocillarsi alle terme di Ankaran o Portorož.
La Trieste multietnica – con le indicazioni stradali esclusivamente in italiano - abitata da gente parlante italiano, sloveno, croato, serbo, greco e poi l'inglese e le altre mille lingue degli scienziati dei molti centri di
ricerca, si basta a se stessa: la mia impressione, certamente parziale, imperfetta, è che si comporta come un isola che non c'è, con la gente che accoglie i viaggiatori piena di curiosità e timore, con la gente che vorrebbe attraversare il “mare” ampio che la circonda per vedere il mondo laggiù, con desiderio e difficoltà.
Andrea Pandolfo

L'isola che non c'è è Trieste, dove Andrea Pandolfo vive da qualche anno.
La città è esplorata al suo interno e nei suoi margini, fin oltre i confini di stato, strappata al silenzio da uno sguardo che ha l'intenzione consapevole di estenderne i limiti.
Le immagini come partiture musicali. Spazi vuoti, sospensioni, tensioni tra le parti tradotte in suono. Se la propogazione dell’onda sonora nello spazio ne delinea la dimensione, la forma e la consistenza, qui l’artista restituisce al suono stesso una dimensione concreta e agli elementi spaziali una dimensione astratta. Con L’isola che non c’è, Pandolfo ci accompagna in un’esperienza estetica che valorizza le componenti sinestetiche della relazione tra opera e fruitore; sono scatti da ascoltare.
Rosa Martino

Andrea Pandolfo è un musicista, diplomato in tromba. Affianca all’attività di solista quella di autore ed arrangiatore per il teatro, il cinema e la televisione. Tra i molti lavori realizzati, citiamo la realizzazione come
autore, arrangiatore e orchestratore della colonna sonora del film documentario “In un altro Paese” di Marco Turco e la collaborazione al film di Abel Ferrara “Go go tales” come arrangiatore e orchestratore. Suona da solista - ed è autore ed arrangiatore - per ensemble musicali che spaziano dalla musica Klezmer riletta in chiave moderna, alla musica antica, alla musica contemporanea, al jazz. Tra questi è fondatore, o cofondatore, de i Klezroym, Travel Notes Project, Kind Of Satie, Out of Tune, Trio Caterina, Terra sospesa. È inoltre solista ed arrangiatore de il Circo Diatonico. Con la sua musica e il suo strumento fa concerti in tutta europa nei più diversi contesti, dalle piazze e i festival di world-music e jazz, alle sale più prestigiose del circuito classico come il Concertgebouw di Amsterdam o l'auditorium Parco della Musica di Roma.

17-19 febbraio 2017
Il corpo del Rialto
Rialto
Via di Sant'Ambrogio, 4
Roma

Eva Tomei . Dalla parte di Marcel

Una serie fotografica realizzata tra il 2009 e il 2010 sui luoghi della vita di Proust, i luoghi raccontati nella Recherche du Temp Perdu: "La Prima cosa che s'impara da Proust è che i luoghi non esistono. Non è necessario arrivare in fondo alle migliaia di pagine della Recherche per accostare questa verità essenziale. (...) I luoghi non appartengono al sempre ma alla magia dell'istante che non si ripete. Come le fotografie. Le mappe in cui davvero li troviamo sono scritte con i battiti del cuore. (...)" [di Paolo Di Paolo]

Diplomata presso la Scuola Romana di Fotografia e presso l’istituto R. Rossellini. Partecipa nel 2007 e nel 2009 a Fotografia Festival internazionale di Roma, nel 2009 alla collettiva itinerante a Casa e al progetto Femminile Plurale. Nel 2010 espone presso la Galleria Hybrida Contemporanea, poi nel 2011 partecipa alla prima fiera internazionale di Fotografia MIA a Milano con la galleria Studio CAMERA21 e nel 2015 la personale Sulle Ginocchia degli Dei a cura di Barbara Martusciello presso la Biblioteca Rispoli.
Pubblica con ed. Postcart nel 2010 Dalla parte di Marcel e 2015 Finding Homer.

17-19 febbraio 2017
Il corpo del Rialto
Rialto
Via di Sant'Ambrogio, 4
Roma

Fink on Warhol: New York Photographs of the 1960s

Venerdì 17 febbraio 2017 alle 18.30 Spazio Damiani inaugura la mostra Fink on Warhol: New York Photographs of the 1960s del fotografo americano Larry Fink. Fino al 30 aprile saranno esposte in mostra 15 opere fotografiche in bianco e nero che costruiscono un dialogo tra il fervore sociale e politico della New York degli anni ’60 e la figura artistica e nichilista di Andy Warhol e dei personaggi della Factory.

Le fotografie che ritraggono Andy Warhol ed alcuni dei più celebri esponenti della Factory, tra cui Lou Reed e i Velvet Underground, Ingrid Superstar, Susanna Campbell e Gerad Malanga, sono state scattate nell’arco di tre giorni della primavera del 1966, quando Larry Fink fu incaricato di realizzare un servizio per l’East Side Review. Coprono invece un arco temporale più esteso, dal 1964 al 1968, gli scatti che documentano un’America percorsa dalle tensioni politiche e sociali legate alle lotte per i diritti civili e al movimento di protesta antimilitarista. Le immagini in mostra, così come l’intero corpus fotografico da cui provengono, tornano ora per la prima volta alla luce.

Dall’accostamento di questi due volti della New York degli anni ’60 emerge potente il ritratto di una società in pieno movimento. Da un lato Andy Warhol e i personaggi della Silver Factory caratterizzati da un atteggiamento di studiato distacco sociale, disimpegno politico e profonda conoscenza dell’intreccio tra logiche commerciali, arte e comunicazione di massa; dall’altro un giovane Larry Fink totalmente coinvolto nei rivolgimenti della società civile, strenuo sostenitore della partecipazione politica e convinto detrattore dell’arte asservita alle logiche di mercato.

Kevin Moore, autore del testo critico che accompagna questo progetto dai risvolti quanto mai attuali, scrive: “in un certo senso, semplificando le cose, si potrebbe asserire che Fink e Warhol fossero entrambi interessati alla politica, così come lo erano all’arte, semplicemente lo facevano partendo da presupposti non solo diversi, ma agli antipodi”.

Le fotografie in mostra restituiscono il linguaggio di Larry Fink: prospettive inconsuete, eloquenza della composizione e profondità di narrazione. L’individuo è sempre al centro della scena, anche quando questo individuo è Andy Warhol: nessun accorgimento tecnico o stilistico viene utilizzato per conferire una luce particolare ai più celebri rispetto all’uomo comune. Al contrario, negli scatti di Larry Fink ogni mezzo scenico è evocato per sottolineare l’umanità del soggetto fotografato. Il re è nudo e il mito è a portata di mano.

Fink on Warhol: New York Photographs of the 1960s è anche il titolo del volume pubblicato da Damiani tra le novità editoriali della primavera 2017 che presenta la serie completa degli 80 scatti inediti da cui è stata tratta questa mostra.

Nota biografica di Larry Fink

Larry Fink nasce a Brooklyn nel 1941. Nel leggendario libro fotografico Social Graces (pubblicato nel 1984), Fink indaga e mette a confronto due mondi: uno proletario e quotidiano che trova le sue radici nella Pennsylvania rurale, l’altro ricco e festaiolo che anima la vita dell’alta classe cittadina di Manhattan. Le sue fotografie sono state esposte in numerose mostre personali presso il Museum of Modern Art, LACMA, San Francisco Museum of Modern Art, il Whitney Museum of American Art, al Musée de l’Elysée in Svizzera, al Musée de la Photographie a Charleroi in Belgio, al Centro Andaluz de la Fotografia in Spagna e più recentemente al Museo de Arte Contemporaneo di Panama. Fink ha insegnato fotografia presso altre istituzioni tra cui la Yale University School of Art e al Cooper Union School of Art. Attualmente è professore di fotografia al Bard College, Annandale-On-Hudson, NY.

17 febbraio - 30 aprile 2017
Inaugurazione: venerdì 17 febbraio 2017, h 18.30
Spazio Damiani
Via dello Scalo, 3/2 ABC
Bologna

Ultimo Domicilio
Fotografie di Lorenzo Castore

17 febbraio - 6 maggio 2017
Inaugurazione: venerdì 17 febbraio 2017, ore 18:00
Galleria FSM
Via san Zanobi, 19r
Firenze

Berenice Abbott
TOPOGRAFIE

17 febbraio - 31 maggio 2017
Inaugurazione: venerdì 17 febbraio ore 19.00
Museo MAN
Via S. Satta, 27
Nuoro

La metà nascosta . Nuova fotografia italiana tra realtà e verità. Nicolò Degiorgis, Masiar Pasquali, Giovanni Troilo

Tre giovani autori di punta della fotografia italiana sono i protagonisti presso la Pinacoteca Civica di Follonica della mostra “La metà nascosta”, a cura di Michele Fucich e Sandro Petri.

“La metà nascosta” si interroga su una questione chiave per la nostra esistenza individuale e sociale, nell’Italia come nell’Europa di oggi: il nostro quotidiano rapporto – a livello percettivo e di coscienza – con realtà a noi tanto prossime da costituire quasi delle nostre “metà”, ma impenetrabili e forse inconoscibili al di là dello sguardo.

La mostra pone a confronto il pubblico con un segmento significativo della nuova fotografia italiana per sollevare domande intorno alla percezione dell’ “altro” con cui coabitiamo, sul nostro modo di rapportarci alle immagini, alla loro “verità” presunta, e alle realtà che il nostro vissuto attuale - così complesso – ci propone e/o ci nasconde.

“La metà nascosta” mette in relazione – per la prima volta – tre lavori ampiamente riconosciuti sul piano nazionale ed internazionale: “Hidden Islam” di Nicolò Degiorgis, premiato con l’Aperture Paris Photo First Book Award 2014 e Author Book Award ai Rencontres d’Arles 2014 per la sezione giovani autori; “The other half” di Masiar Pasquali, esposto in doppia personale con Gabriele Basilico in Galleria Belvedere a Milano nel 2015; e “La Ville Noire” di Giovanni Troilo, vincitore del World Press Photo 2015 per la sezione Contemporary Issues (premio poi revocato tra molte polemiche).

La città maremmana rinnova così la propria attenzione, già viva da tempo, per la fotografia novecentesca e contemporanea, recentemente sottolineata dalle mostre di Ferruccio Malandrini, Letizia Battaglia, Pino Bertelli. Attraverso il foto-libro “Hidden Islam”, Nicolò Degiorgis mappa e ritrae, con occhio distaccato e approccio tassonomico, l’esterno e l’interno delle moschee improvvisate del nord-est italiano: un’inedita topografia dall’ordinamento seriale che più avvicina rende visibile un mondo, del nostro mondo parte, più ne oggettivizza l’impenetrabilità, la quasi invisibilità al nostro cospetto.

Fotografando anche gli interni dei luoghi di preghiera, la sua fotografia accede sommessamente all’umano. Ma mentre essa varca soglie e guarda “da dentro”, la fiducia in un progressivo conoscere si ribalta in domanda: su cosa vediamo, su cosa (non) ne sappiamo. E quale posizione è la nostra. In “The other half” Masiar Pasquali (padre italiano e madre iraniana) racconta con un linguaggio intimista il proprio viaggio in Iran sulle tracce della madre che non ha visto per numerosi anni dopo la separazione dal padre.

La raggiunge nell’odierna Teheran, negli ambienti a lei intimi, la riporta brevemente a sé. Riapre porte del noto e dell’ignoto a se stesso, varca il confine fra civiltà, che è anche un confine a lui interno. Ma il fotografo-figlio, e lo spettatore con lui, non si assicurano alcuna conquista, alcun possesso certo: la “metà” materna, mentre riaffiora allo sguardo di chi la cerca, sembra sfuggire, nascondersi una volta di più.

“La Ville Noire” di Giovanni Troilo sposta l’attenzione su Charleroi, “città nera” e cuore oscuro d’Europa non solo per la storia mineraria e di emigrazione che l’ha annodata al sud europeo, ma anche per il volto ambiguo dei suoi luoghi fisici, dei volti umani e degli squarci di vita privata che il fotografo svela, generando straniamento e domande irrisolte.

In questione è il nostro pensare e conoscere a stento un paese simbolo per l’Europa di oggi, il Belgio: sfondo di interrogativi angosciosi legati all’emigrazione (italiana prima, magrebina oggi), alla fine del lavoro, alla fragile, smarrita identità europea.
La mostra si inaugurerà sabato 18 febbraio, alle 17.30, presso la Pinacoteca civica di Follonica.

Saranno presenti i fotografi Masiar Pasquali e Giovanni Troilo, insieme a Antonio Carloni, direttore esecutivo del festival Cortona on the Move, “La metà nascosta” è un progetto di Michele Fucich e Sandro Petri, per Associazione Culturale Textus, realizzato con il sostegno del Comune di Follonica.

18 febbraio - 23 aprile 2017
Inaugurazione: sabato 18 febbraio 2017, h 17.30
Pinacoteca civica di Follonica
Piazza del Popolo, 1/2
Follonica (Frosseto)

Imago Mundi – Rotte Mediterranee

Il Mar Mediterraneo, crocevia millenario di genti, culture, storie: a questo spazio comune di popoli è dedicata “Rotte Mediterranee”, l’esposizione delle collezioni Imago Mundi dei 19 Paesi che si affacciano sul Mare Nostrum, in programma a Palermo dal 18 febbraio al 10 marzo nell’ambito della Biennale Arcipelago Mediterraneo presso Cantieri Culturali Alla Zisa – Spazio Zac – Zona Arti Contemporanee.

La mostra offre uno spaccato contemporaneo inedito e originale sul mare di mezzo: quasi 3500 tele di altrettanti artisti rappresentati nelle 21 collezioni (Palestina, Israele, Siria, Libano, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, Portogallo, Grecia, Turchia, Spagna, Francia, Albania, Montenegro, Croazia, Slovenia e infine Italia con i focus su Campania e Sicilia). Insieme, essi esplorano collettivamente nuove rotte in questo mare che negli ultimi decenni è diventato pure barriera, sinonimo di tragedia, disperazione e morte.

L’esposizione include anche la mostra “Shame and Soul”: il fotografo inglese Giles Duley e l’artista siriano Semaan Khawam, esule in Libano, entrambi presenti nelle rispettive collezioni Imago Mundi, dialogano tra loro, e un video-documentario ripercorre i momenti salienti del loro incontro, avvenuto a gennaio a Beirut.

Orari
martedì-domenica, ore 10-18
ingresso libero

PROIEZIONE VIDEO-DOCUMENTARIO
Cantieri Culturali Alla Zisa – Cinema De Seta
19 febbraio, ore 18.00

18 febbraio - 10 marzo 2017
Inaugurazione: sabato 18 febbraio 2017, h 18.00
Cantieri Culturali alla Zisa - Spazio ZAC - Zona Arti Contemporanee
Via Paolo Gili, 4
Palermo

La Casa e le Stagioni – Casa Ghirri

"Vedere un paesaggio come se fosse la prima e l’ultima volta determina un sentimento di appartenenza a ogni paesaggio del mondo" - Luigi Ghirri

A venticinque anni dalla scomparsa di Luigi Ghirri, lo spazio per le arti della Stanza, ideato e inaugurato lo scorso novembre da Beppe Sebaste, ospita la mostra delle immagini del reportage dedicato al sogno/progetto della 'casa delle stagioni' di Ghirri, realizzato dai fotografi Daniele De Lonti, Vittore Fossati e Gianni Leone, con testo di Beppe Sebaste, l'indomani della scomparsa di Paola Ghirri che ne ha tenuto viva memoria ed eredità per un ventennio.

(Nel corso del vernissage verranno letti testi e dediche di amici scrittori per Casa Ghirri)

18 febbraio – 31 marzo
Inaugurazione: sabato 18 febbraio, ore 12
Stanza
via del Campanile, 13
Narni (Umbria)

"La Casa e le stagioni doveva essere “uno spazio in cui invitare amici per esporre o creare immagini, suoni, ma dove ci si poteva accorgere ancora delle stagioni, dei fiori che sbocciano e appassiscono, delle cose che muoiono per poi rinascere. Luigi credeva che se molti adesso sono infelici è perché vivono fuori dal tempo delle stagioni"

Giorgio Messori

Leila Alaoui – Je te pardonne

Galleria Continua è onorata di presentare, per la prima volta a San Gimignano, una mostra personale della fotografa e videoartista franco-marocchina Leila Alaoui, composta da un insieme di fotografie provenienti da varie serie di lavori dell’artista che permette di comprendere al meglio l’impegno umanistico da lei mostrato durante tutta la sua vita.
La mostra si apre con un testo, “Je te pardonne” (Io ti perdono), scritto da Yasmina, la sorella di Leila Alaoui.
Immaginando le parole che Leila avrebbe potuto rivolgere al suo omicida, questa lettera sconvolgente ci permette di intravedere la sensibilità dell'artista di fronte alle realtà sociali vissute in ogni parte del mondo dagli emarginati, donne e uomini dai volti dimenticati, celati dietro le statistiche o le immagini stereotipate. Artista giramondo, Leila Alaoui vedeva, in effetti, la sua missione come essenzialmente sociale. Le persone da lei incontrate ci parlano, attraverso i loro ritratti, di una realtà forte, difficile. E ciò nonostante, gli sguardi catturati dall’artista sono intrisi di una grande umanità, ridonando agli obliati tutta la dignità che meritano.

No Pasara, primo progetto fotografico di Leila Alaoui, costituisce il filo conduttore della mostra. Sorta di manifesto del suo impegno, questa serie di scatti che mescola fotografie a colori e in bianco e nero ci svela i molteplici volti di una gioventù marocchina alla ricerca di un passaggio verso l’Europa, candidati a un esilio incerto, smarriti nella loro stessa patria. Ritrattista di grande umiltà, Leila Alaoui ha saputo osservarli, ascoltarli, prendendo in mano la sua macchina fotografica solo dopo lunghi istanti di incontro e dialogo, col desiderio di cogliere al meglio la vita, i sogni e i miraggi dei cosiddetti Harragas (letteralmente “coloro che bruciano [le frontiere]”), ma anche per comprendere la necessità che li spinge ad abbandonare la loro terra natale. Ritratto dei migranti dell’Africa subsahariana, Crossings è anche l’espressione del loro incontro. Opera video e poi fotografica, questa serie di immagini cerca di ridare la parola a queste donne e questi uomini che hanno lasciato tutto alle loro spalle per partire alla ricerca di una vita migliore sull’altro lato del Mediterraneo, trovandosi di fronte a una strada piena di insidie e pericoli, lungo la quale alcuni di loro hanno perso la vita. Quelli che hanno resistito sino al Marocco, incagliandosi alle porte dell’Europa, portano sulla loro pelle le cicatrici visibili o invisibili di questo viaggio incompiuto. L’intensità dei loro sguardi e delle loro storie forma una continuità con le fotografie di No Pasara e si ricollega ai ritratti di Natreen, una serie di scatti realizzati in Libano nel 2013 che ci mostra i rifugiati siriani che fuggono il caos della guerra. Donne, uomini e bambini che si ritrovano in un paese straniero, privati della loro terra e dei loro beni, con la speranza di un futuro migliore ma bloccati in una situazione di attesa apparentemente senza via d’uscita. Marocco, Siria, Africa Centrale: altri luoghi, altre ragioni di fuggire. Ovunque, lo stesso spaesamento, la stessa speranza, la stessa dura realtà sulla quale si infrangono le illusioni. Con determinazione, Leila Alaoui puntava il suo sguardo su queste realtà, facendosi la portavoce di parole lontane, ritrascrivendo con delicatezza e umiltà la bellezza di persone che potevano così abbandonare il loro destino di anonimi dell’informazione.
In occasione del vernissage, il video Crossings, nel quale le voci dei migranti si mescolano ai rumori della loro vita, sarà proiettato al Teatro dei Leggieri. La proiezione sarà preceduta da una presentazione dell’artista e della sua opera. Il video sarà poi diffuso durante tutta la serata di inaugurazione.

La mostra presenta anche numerosi ritratti della serie Les Marocains. Lavoro di ampio respiro, questo progetto, ispirato agli Americans di Robert Frank, ha condotto Leila Alaoui a percorrere il Marocco con uno studio fotografico mobile, realizzando, nel corso dei suoi incontri, un ritratto proteiforme di un paese attraverso i suoi abitanti. Arabi e berberi, donne e uomini, adulti e bambini formano un mosaico di tradizioni, culture ed estetiche diverse, svelandoci i numerosi costumi che svaniscono progressivamente a causa di una mondializzazione galoppante e delineando, grazie a questo insieme di ritratti, i contorni di un vero archivio visivo. Più di un semplice lavoro documentario, Les Marocains è stato anche un modo, per la giovane fotografa, di partire alla scoperta della sua propria eredità, di contrapporre alla distanza che presuppone la macchina fotografica una forma di intimità, grazie alle sue radici marocchine, ma anche ai legami intessuti con le persone incontrate durante il suo viaggio. Un modo, insomma, per rivendicare un’estetica autonoma, libera da ogni folclore orientaleggiante e capace di mettere in luce la dignità degli individui e di tutto un paese.

Leila Alaoui, artista, fotografa e videoartista, è nata nel 1982. Ha studiato la fotografia all’Università della città di New York. Il suo lavoro esplora la costruzione dell’identità, le diversità culturali e le migrazioni all’interno dell’area mediterranea. L’artista utilizzava la fotografia e i video per esprimere varie realtà sociali attraverso un linguaggio visivo che si trova alla frontiera tra il documentario e le arti plastiche. Dal 2009, le sue opere sono state esposte in vari paesi, tra gli altri a Parigi, presso l’Institut du Monde Arabe e alla Maison Européenne de la Photographie, in Svezia, al Konsthall di Malmoe, e all’interno del palazzo nazionale portoghese della Citadelle de Cascais. L’impegno umanitario di Leila Alaoui include anche varie missioni fotografiche per conto di ONG rinomate, come il Danish Refugee Council, Search for Common Ground e l’HCR. Nel gennaio 2016, durante una missione per conto di Amnesty International, che le aveva commissionato un lavoro sui diritti delle donne in Burkina Faso, Leila Alaoui è stata vittima degli attacchi terroristici di Ouagadougou. Non è sopravvissuta alle ferite riportate ed è deceduta il 18 gennaio 2016. La Fondation Leila Alaoui è stata creata per preservare il suo lavoro, difendere i suoi valori e ispirare e sostenere l’impegno artistico in favore della dignità umana.

18 febbraio - 23 aprile 2017
Inaugurazione: sabato 18 febbraio 2017, ore 18-23.00
Galleria Continua
Via Del Castello 11
San Gimignano

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Rocco e i suoi fratelli: foto di set

Da gennaio a dicembre 2017 si svolgerà Cineteca70, l’evento celebrativo per i primi 70 anni di Fondazione Cineteca Italiana (1947 – 2017), la prima Cineteca d’Italia, fondata da Luigi Comencini e Alberto Lattuada nel 1947.

La Cineteca desidera condividere con i milanesi, e non solo, un compleanno lungo un anno, punteggiando tutto il 2017 di una nutrita serie di iniziative, scandite dal riferimento al numero 7 e 70, attraverso rassegne filmiche, mostre e percorsi museali, iniziative editoriali, campus a tema cinematografico, convegni ed eventi che celebreranno con modalità innovative e creative i primi 70 anni dell’istituzione.

Dal 19 febbraio al 31 marzo 2017 presso il Foyer del Cinema Spazio Oberdan di Milano, sarà allestita la seconda delle sette mostre fotografiche di Cineteca70 previste nel corso del 2017, dedicata alle foto dal set del film Rocco e i suoi fratelli di Luchino Visconti del 1960.

La vernice della mostra fotografica è prevista domenica 19 febbraio alle ore 13, al termine della proiezione del film Rocco e i suoi fratelli. A seguire aperitivo per tutti i presenti.

Il 1960 è stato un anno magico per il cinema, e non solo per essere stato l’anno de La dolce vita. Il milanese Luchino Visconti terminava infatti di girare, e presentava a Venezia, dove mancò di poco il Leone d’oro, uno dei titoli più noti e acclamati della sua filmografia, Rocco e i suoi fratelli. Tragica vicenda di disgregazione familiare e di perdizione su cui grava la mano del Fato, quasi un seguito ideale de La terra trema, a questo melodramma strutturato come una tragedia classica il regista imprime una dimensione atemporale ed epica, giocando su forti contrapposizioni narrative e su taglienti contrasti di luce.

La straordinaria narrazione viscontiana dell’odissea dei fratelli Parondi, sbalzati dalla natia Lucania alla civiltà urbana del Nord, la potenza espressiva e linguistica che trova assonanze col mito greco, le ambientazioni in una grigia e inospitale Milano fotografata da Giuseppe Rotunno, che gli valse il Nastro d’Argento (la stazione Centrale, Lambrate, Roserio, la Ghisolfa, un Idroscalo ricreato per mancati permessi a Latina…) rivivono nelle foto di scena del film.

19 febbraio - 31 marzo 2017
Foyer di Spazio Oberdan
viale Vittorio Veneto angolo via Tadino
Milano
rocco-e-i-suoi-fratelli-foto-di-set.jpg

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