Mustafa Sabbagh: mytho-maniac

Se Arianna riceve su appuntamento e Teseo è emofetish, mytho-maniac si nutre delle parabole contemporanee di Mustafa Sabbagh

Mentre l'iconografia diventa ostaggio delle patologie più narcisistiche del contemporaneo e il mito smarrisce simbologia e sacralità sotto l'epidermide dell'iconoclasma, Mustafa Sabbagh tratta la pelle come il tessuto pregiato della nostra umanità, imperfetta e sublime, liberandoci dell'insostenibilità leggerezza dell'effimero con la ruvida bellezza di un carnalità perturbante, capace di ferire, scuotendo torpori etici con l'urgenza di un comandamento. Non dimenticare!

Stravolgendo i meccanismi del fashion system con l'odissea del corpo e l'atlante di nei, cicatrici, rughe e segni ben visibili di bisogni e inquietudini, quanto ha fatto con le arti visive contemporanee, usate per avventurarsi nei territori inesplorati della bellezza e la dicotomica tensione tra realtà e finzione, il realismo emotivo di Mustafa Sabbagh continua a ricorrere a modelli classici e miti antichi per innescare riflessioni e performance contemporanee.

"Arianna riceve su appuntamento.
Pigmalione è accusato di plagio.
Il Minotauro si allena 6 ore al giorno (e la strada per la palestra è tortuosa).
Leda è zoofila.
Teseo è emofetish.
Ares? L'apparenza inganna.
Morfeo ha la sindrome di Zelig."

Lasciando bramare a Pigmalione, il Minotauro o Morfeo le stesse debolezze e patologie dell'uomo comune nella società dell’immagine, con i dittici orfici dell'installativo "Anthro-pop-gonia", nel 2015 Sabbagh ha innescato la riflessione sul 'parnaso metropolitano contemporaneo' che è pronto a riprendere, fornendo nuovi stimoli alle opere che nutrono il percorso espositivo di Mustafa Sabbagh | mytho-maniac, tra la "Chat-room" tra Gesù Cristo e Giuda ai tempi del web 3.0 e gli abissi portati in superfice da "Onore al Nero", in uno dei palazzi storici più belli di Oderzo, dal prossimo 30 settembre e in libreria con il volume edito da Samorani.

Carlo Sala: mytho-maniac, allegorie dell’umanità

«Quella sua bianca e incomparabile nudità scintilla contro uno sfondo di crepuscolo. Le braccia nerborute, braccia d’un pretoriano solito a flettere l’arco e a brandire la spada, sono levate in una curva armoniosa, e i polsi si incrociano immediatamente al di sopra al capo» (Yukio Mishima, Confessioni di una maschera, Milano, Feltrinelli, 2002, p. 39)

Queste sono le parole con cui Kochan, protagonista del romanzo Confessioni di una maschera (1948) di Yukio Mishima, descrive la visione in un libro del mirabile San Sebastiano (1615) di Guido Reni conservato a Palazzo Rosso a Genova. Il giovane ricorda come «nell’attimo in cui scorsi il dipinto, tutto il mio essere fremette d’una gioia pagana. Il sangue mi tumultuò nelle vene […] quasi un empito di rabbia» (Yukio Mishima, Confessioni di una maschera, Milano, Feltrinelli, 2002, pp. 39-40).

Il corpo martirizzato del santo diviene per lo scrittore giapponese il tramite per la scoperta della propria sessualità e per l’affermazione della propria identità, in contrapposizione alle convenzioni sociali in cui questa era ingabbiata. Ma quello che Mishima ci rappresenta è pure l’effetto prodotto da una grande opera d’arte, che può destabilizzare, travolgere e far riflettere, imponendo un dialogo profondo capace di colmare persino le distanze storiche. La sovrapproduzione di immagini digitali tipica dell’ultimo decennio ha invece accentuato, tra le sue varie conseguenze, un analfabetismo dello sguardo che si riverbera in chiavi di lettura preordinate e semplificate nella fruizione delle opere d’arte del passato, per cui i modelli iconici sono a torto percepiti come distanti dal vissuto e per questo ritenuti algidi e inerti.
Mustafa Sabbagh conosce bene il potere dei topoi visivi della storia dell’arte che nelle sue fotografie si innestano in una ricerca contemporanea perché, come ci ricorda lo storico dell’arte Georges Didi-Huberman, l’anacronismo è «la maniera temporale di esprimere l’esuberanza, la complessità, la sovradeterminazione delle immagini» (Georges Didi-Huberman, Storia dell’arte e anacronismo delle immagini, Torino, Bollati Boringhieri, 2007, p. 18) trovando all’interno dello stesso scatto un «montaggio di tempi eterogenei».(Ivi, 2007, p. 25).

Nelle opere di Sabbagh emergono dei motivi iconici richiamanti scientemente nella progettazione dell’immagine, figli di un inconscio («memoria involontaria» come direbbero Marcel Proust e Walter Benjamin) perennemente nutrito da stimoli culturali che vanno dalle arti figurative alla letteratura, dal cinema alla musica, dal teatro fino alle tendenze underground e all’immaginario del web.

Nei lavori del corpus Onore al Nero (2014 – in corso), pur non realizzando delle citazioni puntuali, è presente un tripudio di corpi dalle pose classiche dove convivono posture e modelli iconografici tratti della storia dell’arte (dalle civiltà antiche al Rinascimento, dal barocco alla cultura fiamminga) che diventano il veicolo formale a cui collegare alcuni temi esistenziali legati alla contemporaneità. A parte pochissimi elementi – come una sigaretta o uno speculum – non vi sono segni che riconducono ad una temporalità precisa e anche il colore nero (con cui sono dipinti i corpi) astrae la narrazione, portando così ad una assolutizzazione dei temi trattati; inoltre, il cromatismo iterato sembra proteggere la nudità delle membra dagli sguardi giudicanti, e liberarla così da ogni forma di omologazione e controllo.
Per comprendere appieno questo lavoro, dove la ripresa di un modello convive pienamente con le tensioni individuali, è bene però fare un passo indietro e meditare sulla precedente produzione dell’artista.

Com’è noto, Mustafa Sabbagh ha percorso una lunga carriera nell’ambito della fotografia di moda, collaborando negli anni Novanta con prestigiose riviste internazionali – un periodo in cui una parte consistente della fotografia internazionale era connotata da un interesse per il reale, per cui i principali temi trattati erano pertinenti alla sfera del quotidiano, rappresentato, senza censure, nei suoi vizi, debolezze, affetti, sentimenti e nevrosi. In un simile contesto l’autore, pur dovendo realizzare dei servizi su commissione in un sistema dominato da canoni estetici ben precisi e funzionali alla pubblicitaria, è riuscito a non tradire il suo ardente desiderio di verità che ha insinuato nella fashion photography, muovendosi così in linea con gli autori che hanno portato avanti le ricerche più innovative (ad es. Juergen Teller, Terry Richardson, etc.). Alcune immagini di quegli anni sono contenute nel volume About Skin (Damiani, 2010) e testimoniano proprio questo sottile equilibrio che l’artista ha creato tra lo statuto progettuale dell’immagine e l’evocazione di un realismo emotivo attraverso una narrazione che, seppur costruita a tavolino, mira a porre al centro l’uomo con le sue inquietudini ed esigenze. Questa tensione dicotomica tra realtà e finzione è la vera radice del suo lavoro, ed ha successivamente condizionato la nascita della serie Onore al Nero , dove le immagini di staged photography hanno l’ambizione di scandagliare interiormente la persona e rendere le figure ritratte degli archetipi della condizione umana nella sue varie sfaccettature. Negli scatti di questa serie è l’assenza di una linea prospettica ad estremizzare l’artificialità della narrazione, quasi che le figure fossero gli oggetti di uno still life : il fondale piatto obbliga lo sguardo a indugiare sui corpi, sulla pelle, sulla mimica facciale inscenata. Proprio dal contrasto tra la diversità dei due elementi fondativi della fotografia (progetto/costruzione – verità/psicologia) deriva la deflagrazione emotiva dell’immagine.

Nell’installazione video Chat-room (2014) ad essere inscenata è l’ipotetica conversazione tra Gesù Cristo e Giuda ai tempi del web 3.0: le due figure religiose, calate nei panni di due giovani, sono l’emblema di una riflessione universale su amore, perdono  e dolore che trascende la singola narrazione; a fare da paesaggio sonoro all’accadimento sono le registrazioni d’archivio di alcuni bombardamenti del Novecento (dalla seconda guerra mondiale al Vietnam) che appaiono come un grido di sofferenza per l’umanità intera.

Un utilizzo di modelli classici (e precisamente dei miti antichi), piegati alla riflessioni contemporanee, è pure alla base dell’installazione Anthro-pop-gonia (2015). I sette video che compongono il lavoro sono improntati alla forma visiva del dittico (pur non mantenendo la tradizionale simmetria delle ante) che prevede, in questo caso, l’accostamento tra presenza iconica e paesaggio. Se nei dittici di epoca romana era generalmente impressa la figura valorosa del console a cui era donato e in quelli medievali primeggiava quella dei santi visti come exempla virtutis, al contrario i personaggi di Sabbagh hanno perduto la loro esemplarità diventando degli uomini comuni, anch’essi schiavi delle debolezze e patologie della società dell’immagine. Teseo è ritratto così nel momento in cui ha appena ucciso il Minotauro e, appagato per aver compiuto un atto violento, dal suo volto emergono uno sguardo spiritato e un ghigno inquietante: non ha nulla della fierezza di un eroe, semmai rivela la prepotenza di un giovane di strada. Arianna non è più disposta a tradire la sua patria per amore, per cui il suo volto è carico di malizia; la natura bestiale del Minotauro emerge invece nell’atteggiamento narcisistico di un culturista di colore che si compiace della propria forma fisica; l’immagine di Leda è priva dell’algida eleganza della pittura rinascimentale, e sopra la sua figura è proiettato esplicitamente un amplesso proibito; Pigmalione ha omologato la sua arte; infine, un Morfeo amorfo e un Ares subdolo sono gli ultimi due protagonisti di sette tableaux vivants che prendono vita attraverso movimenti minimi, proscenio di allegorie relative alla messa in discussione dei miti d’oggi (identità sessuale, famiglia, potere, razza), delle presunte certezze del presente, «idee comodamente accovacciate nella pigrizia del nostro pensiero» che «non ci permettono di comprendere il mondo che viviamo e i suoi rapidi cambiamenti». (Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Milano, Feltrinelli, 2010, p. 12)

Come ammonisce il filosofo Umberto Galimberti, «a differenza delle idee che pensiamo , i miti sono idee che ci possiedono e ci governano con mezzi che non sono logici […] sono comode, non danno problemi, facilitano il giudizio, in una parola ci rassicurano, togliendo ogni dubbio alla nostra visione del mondo». (Umberto Galimberti, I miti del nostro tempo, Milano, Feltrinelli, 2010, p. 11)

Per questo le figure de-mitizzate che popolano l’installazione di Sabbagh escono dai canoni delle narrazioni fondative e vogliono essere lo strumento per problematizzare e comprendere alcuni mutamenti che toccano l’uomo e la società del presente.

Orario visite
giovedì, venerdì, ore 16.00 – 19.30
sabato, ore 16.00 – 21.30
domenica, ore 9.30 – 12.30 e 16.00 – 21.30
altri giorni su appuntamento

libro d’arte:
mustafa sabbagh. mytho-maniac
edizione limitata di 180 copie
samorani editore, 2017
formato: 59×44 cm | pgg. 48 | ill. originali: 25
interventi in parola _ carlo sala, fabiola triolo
progetto grafico _ aspirine di davide erbisti e gian pietro farinelli
isbn _ 978-88-90935-32-9

Mustafa Sabbagh | mytho-maniac
30 settembre - 12 novembre 2017
Inaugurazione: sabato 30 settembre 2017, ore 18.30
CreArte Studio
Palazzo Porcia
Piazza Castello, 1 
Oderzo (TV) 

Foto | Mustafa Sabbagh | mytho-maniac, Courtesy Mustafa Sabbagh

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