Mostre fotografiche: 4° weekend di settembre

Aspettando il fine settimana di settembre 2017 con la nostra selezione di mostre fotografiche in viaggio per tutta Italia

La selezione di mostre fotografiche inaugurate in tutta Italia, questa settimana invita al viaggio, dalla dimensione poetica del paesaggio che ci trascende alla foce del fiume Po con Giancarlo Fabbi, a quella 'autentica e anticonvenzionale' di Nan Goldin, per la prima volta in Italia, passando per la Galleria del Cembalo a 100 anni dalla Rivoluzione d’ottobre.

Giancarlo Fabbi. No-Body
18 settembre – 2 ottobre 2017
MADE4ART
Spazio, comunicazione e servizi per l’arte e la cultura
Via Voghera, 14 (ingresso Via Cerano)
Milano

Lorenzo Castore - Invito al viaggio
19 settembre 2017
Leica Galerie Milano
Via Martio Mengoni 4, angolo Piazza Diomo
Milano

Milano negli anni '60 e la fotografia di movimento. Ernesto Fantozzi, Virgilio Carnisio, Valentino Bassanini

Martedì 19 settembre 2017 apre al pubblico, alle ore 18,30 la mostra fotografica personale Virgilio Carnisio fotografo di strada, per la serie MILANO NEGLI ANNI ’60 E LA FOTOGRAFIA DI DOCUMENTO.

Da un'idea di Francesco Tadini, a cura di Federicapaola Capecchi e Lucia Laura Esposto, in collaborazione con Circolo Fotografico Milanese, presenta 25 fotografie della Milano di Virgilio Carnisio.

La mostra inaugura parallelamente alla PHOTOMILANO Collettiva N°1 (con 90 autori presenti) – a cura di Francesco Tadini, a segnare l’atto di nascita del club fotografico milanese da lui ideato e fondato attraverso l'omonimo gruppo Facebook.

Il fil rouge che unisce questa mostra a Photo Milano è l’indagare la Milano di oggi e la Milano degli anni '60 attraverso il reportage ed una delle funzioni della fotografia, quella di fonte storica. 75 fotografie – 25 per ciascun autore – che si muovono tra le trasformazioni e la vita quotidiana di Milano, nei reportage di tre autori significativi per Milano e per la fotografia di documento degli anni '60. Ernesto Fantozzi, è ideatore e fondatore insieme a Mario Finocchiaro del Gruppo '66, Valentino Bassanini, ne è uno dei membri, e Virgilio Carnisio, celebre fotografo milanese.

“In queste tre mostre – scrive Federicapaola Capecchi - guardiamo fotografie che hanno contribuito allo studio e alla comprensione di quel tempo, tra gli anni '60 e i primi anni '70, una stagione della fotografia milanese forse irripetibile, animata anche da una sorta di missione narrativa. […] conosciamo il senso del fotografare di Ernesto Fantozzi, Virgilio Carnisio e Valentino Bassanini: essere testimoni onesti e attenti del loro tempo. […] ci muoviamo in una preziosa mappatura della città di Milano, soprattutto per quanto riguarda i quartieri periferici. Una testimonianza di inestimabile valore architettonico, urbanistio e storico; un'ancor più preziosa documentazione della cultura, delle abitudini e trasformazioni contraddittorie nei modi di vivere, che hanno accompagnato Milano nel passaggio dal boom economico alla contestazione.” Tre mostre in cui, scrive Lucia Laura Esposto “gli autori ci presentano immagini prive di qualsiasi estetismo, che documentano la realtà, così come si presentava sotto i loro occhi.[...] documentano la città e la vita di tutti i giorni, restituendoci un prezioso ricordo di un preciso periodo storico, una fotografia che sa di nostalgia per chi quel periodo l’ha vissuto e che ha un grande valore storico e di conoscenza soprattutto per le nuove generazioni.”

Nel percorso delle mostre ogni fotografia documenta manifestazioni pubbliche (la Settimana Britannica del 1965, i festeggiamenti per il Primo Maggio e le manifestazioni di piazza); i nuovi luoghi di aggregazione, come La Rinascente del 1967; le varie celebrazioni religiose e civili (la Processione del Corpus Domini o il Cimento invernale). Vecchi cortili, case di ringhiera, osterie e antiche botteghe; persone e lavori, alcuni ormai scomparsi.
Protagonista il cuore della storia e della cultura di Milano negli anni '60.

19 settembre - 15 ottobre 2017
Spazio Tadini
via Jommelli, 24
Milano

Andy Warhol da New York alle Stelline. Leonardo di Warhol / Warhol di Amendola.

Continua l’attenzione della Fondazione Stelline per la grande fotografia, questa volta con una mostra dedicata ad Aurelio Amendola – e al suo lavoro su Andy Warhol – intitolata Andy Warhol da New York alle Stelline. Leonardo di Warhol / Warhol di Amendola.
Un percorso espositivo, che si terrà dal 19 settembre al 29 ottobre 2017, con cui la Fondazione Stelline vuole omaggiare il maestro della Pop Art proprio a 30 anni dalla sua scomparsa, attraverso l’ormai celebre serie di 20 ritratti che Amendola – il grande fotografo dell’arte e degli artisti – ha realizzato a New York, nella Factory, in due sessioni – nel 1977 e nel 1986 – e attraverso l’opera di Andy Warhol The Last Supper (1986), la cui versione virata in magenta, appartenente alle collezioni del Credito Valtellinese, sarà fulcro visivo e ideale della mostra.
The Last Supper è l’ultimo grande ciclo di Andy Warhol, quasi una sorta di testamento pittorico della figura più influente dell’arte della seconda metà del XX secolo. Quest’opera ha naturalmente un legame fortissimo con la città di Milano e con il nostro Palazzo: da qui è partita non solo la suggestione iconografica, ma anche la stessa idea di commissionare al maestro americano un lavoro ispirato al capolavoro leonardesco.
«Sono molti i motivi che rendono la Fondazione Stelline la casa naturale di questo progetto», sottolinea la presidente della Fondazione Stelline PierCarla Delpiano. «A partire dal fatto che qui a pochi passi si trovi l’opera d’arte di Leonardo da Vinci, cui Andy Warhol si è ispirato nella produzione di questo suo capolavoro, che è stato esposto proprio qui nel Refettorio trent’anni fa. Inoltre, il Credito Valtellinese, proprietario dell’opera, ha sede in questo bellissimo palazzo, così come la sede milanese di ICE – Agenzia, che ha contribuito alla realizzazione di questa mostra».
Per la scelta delle fotografie esposte sono state individuate queste celebri serie di scatti che da un lato evidenziano la capacità di Amendola di testimoniare lo scorrere dell’arte del nostro tempo attraverso i volti e i corpi dei suoi protagonisti, dall’altro coincidono con il momento di realizzazione di The Last Supper e delle sue infinite declinazioni.
Andy Warhol da New York alle Stelline. Leonardo di Warhol / Warhol di Amendola è un concentrato della poetica di Warhol, che si manifesta in uno dei suoi capolavori estremi, e nel rapporto – per lui sempre centrale – con la macchina fotografica, strumento primario di assunzione del mondo e delle sue forme. Allo stesso modo, le due serie di Amendola testimoniano quanto la fotografia abbia giocato un ruolo centrale nell’affermazione di alcune figure del mondo artistico e come la forza della ritrattistica del maestro pistoiese abbia saputo raccontare tanto le opere quanto gli autori, in un legame indissolubile di vita e arte.

La mostra, curata da Walter Guadagnini e Alessandra Klimciuk, è accompagnata da un catalogo Skira ed è stata realizzata, con il patrocinio della Regione Lombardia e del Comune di Milano, grazie al contributo e al prezioso supporto dell’Associazione Pellettieri Italiani Aimpes in occasione dell’edizione 112 di Mipel, che quest’anno avrà come tema la Pop Art e di cui Andy Warhol da New York alle Stelline. Leonardo di Warhol / Warhol di Amendola sarà il fulcro di Mipel in città, il Fuorisalone della Fiera.
Proprio per questa edizione speciale, inoltre, è stato chiesto agli espositori di Mipel di realizzare una borsa sul tema: le 20 più significative saranno esposte durante la mostra alla Fondazione Stelline e una prestigiosa giuria decreterà i tre vincitori.
Nato a Pistoia nel 1938, Aurelio Amendola Nel corso della sua carriera si dedica soprattutto all’arte contemporanea, immortalando i protagonisti dell’arte del Novecento. Negli anni è arrivato a raccogliere una vera e propria galleria di ritratti, comprendente i più rinomati maestri del XX secolo, come De Chirico, Lichtenstein, Pomodoro, Schifano, Warhol, per ricordarne solo alcuni. All'opera di Amendola si devono infatti numerose monografie dedicate ai maggiori scultori e pittori contemporanei, tra cui quelle su Marino Marini, Burri, Manzù, Fabbri, Ceroli, Vangi, Kounellis, Pistoletto, Parmiggiani, Paladino, Barni, Ruffi. Amendola inoltre è noto per le fotografie delle sculture del Rinascimento italiano: ha documentato l'opera di Giovanni Pisano, Michelangelo e Donatello. Le sue opere fanno parte di prestigiose collezioni, tra queste quella della Fondazione Maramotti, del Maxxi di Roma, della Fondazione Alberto Burri, degli Uffizi e della a Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia, oltre a far parte di numerose collezioni private.

Orario visite
martedì – domenica, ore 10.00-20.00
(chiuso il lunedì)
Ingresso libero

19 settembre - 29 ottobre 2017
Fondazione Stelline
c.so Magenta, 61
Milano

Nan Goldin. The Ballad of Sexual Dependency
19 settembre – 26 novembre 2017
La Triennale di Milano
Palazzo della Triennale
Viale Alemagna, 6
Milano

Viviane Sassen SHE

La Galleria Carla Sozzani - Fondazione Sozzani, presenta “SHE” una mostra delle fotografie di Viviane Sassen. Nata ad Amsterdam nel 1972, da più di vent’anni esplora con il suo lavoro ambiti differenti nella moda, nel ritratto, nelle arti visive, costruendo un suo personale codice visivo.

Pervase da atmosfere misteriose, le fotografie di Viviane Sassen sono spesso segnate da ombre lunghe, silhouettes e contrasti netti. In bilico tra realtà e finzione, sembrano suggerire dimensioni stranianti, impenetrabili, ma che nascono dalla vita quotidiana

20 settembre - 12 novembre 2017
Galleria Carla Sozzani
Corso Como ,10
Milano

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Alla ricerca del lettore perduto di Claudio Montecucco


Questi sono i lettori che piacciono alla Kasa. Quelli “perduti”, talmente concentrati nella pagine che non sanno più dove sono, chi sono, cosa fanno. È questo che ha pensato, da subito, il padrone di Kasa, Andrea Kerbaker, il giorno in cui il suo amico Jean Blanchaert gli ha presentato le fotografie di Claudio Montecucco.

Immagini che mostravano il lettore per eccellenza, talmente immerso nelle suo pagine da non sapere che lì vicino c’è un obiettivo intento a ritrarlo. Che è poi il motivo ultimo per chi come la Kasa dei Libri si adopera a far qualcosa per la lettura: trasmettere quel senso si trasporto che porta chi legge a essere tutt’uno con la parola scritta, in un mondo ideale dove la realtà pare scomparire. Montecucco è la quintessenza di questo modo di essere. Da 15 anni fotografa chi legge: in strada, su una panchina, mentre cammina, sui gradini di un monumento, sdraiato per terra o in treno.

Quasi mai svela i volti dei lettori - né al suo obiettivo e nemmeno a sè stesso - cerca solo di immaginare le loro espressioni, ma ancora di più cerca di capire cosa stanno leggendo, per conoscere meglio chi ha deciso di ritrarre in un momento così intimo e personale. “Che cosa starà leggendo con così tanta concentrazione?” “Quel libro l’ho letto anche io!” “Questo sarà sicuramente il prossimo che leggerò.” A chi non è mai capitato di sbirciare la copertina del libro che il passeggero seduto di fianco sul tram tiene tra le mani? Una curiosità che ci accomuna al fotografo: “Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei”. È forse vero che si può capire l’indole di una persona attraverso i titoli nella sua libreria?

Forse è solo un gioco della fantasia che ogni tanto ci divertiamo ad intraprendere. Ciò che è indubbio invece, è che la lettura costituisca un’esperienza totalizzante: il lettore perduto di Montecucco infatti è immerso e perso nella trama del libro e nelle sue fantasie.

Guardando le sue foto desideriamo non solo capire che cosa i soggetti ritratti stiano leggendo, ma anche dove lo stiano facendo. Il fotografo ci ha concesso solo qualche dettaglio: dei gradini di pietra, una ringhiera, il tavolo di un caffè all’aperto. Il lettore perduto di Montecucco è tale anche per questo motivo, perché sta compiendo un gesto coraggioso, in controtendenza rispetto alle abitudini di massa. Tiene in mano e legge un libro in un luogo pubblico, quando l’immagine a cui siamo abituati è quella della lettura digitale, magari delle notizie del giorno sullo schermo di uno smartphone.

Frequentare i luoghi preferiti della propria vita quotidiana accompagnati da un buon libro è un’abitudine da riscoprire. Anche questo uno degli obiettivi di un’impresa come la Kasa dei Libri.

Il bianco e nero contribuisce a dare alle foto una dimensione senza tempo, Montecucco va alla ricerca di momenti irripetibili, che il mezzo fotografico riesce a fissare. Piccoli e impercettibili gesti, dettagli all’apparenza insignificanti ci avvicinano all’unicità di ogni soggetto ritratto e allo stesso tempo ci svelano la sensibilità del fotografo nel catturare pezzi di vita.

La lettura diventa la trama del racconto, il fil rouge che accomuna tutti i protagonisti delle fotografie, mostrando come l’attività del leggere sia un vero e proprio stato fisico di estraniamento, come quello che si crea tra due amanti, quella stessa passione per i libri che anima e viene condivisa nella Kasa di Andrea Kerbaker.

21 settembre - 4 ottobre 2017
Inaugurazione: mercoledì 20 settembre 2017, ore 18.00
Kasa dei Libri
Largo Aldo de Benedetti, 4
Milano

ISOLE, Cecilia Mangini, viaggio fotografico a Lipari e Panarea

Emergono dal passato come delle madeleine, sotto il cielo di un’estate torrida la cui luce diafana si specchia sul mar Mediterraneo, inondando di sole due isole, Panarea e Lipari, così lontane (e così simili) alla Sardegna di ieri e di oggi. Sono cariche di anni, eppure sono incredibilmente attuali. Nel loro scatto il fluido del tempo si è raggelato, eliminando la prospettiva della storia, e anche quella della morte. Ciascuno dei giorni passati è rimasto depositato come una memoria involontaria, a ricordarci tutto: chi siamo, e chi siamo stati, chi diventeremo. È il 1952 quando Cecilia Mangini mette mano, per la prima volta professionalmente, alla sua reflex, una Zeiss SuperIkonta 6×6. Ha appena compiuto 25 anni. Va in Sicilia, a Lipari, per realizzare un servizio fotografico sui lavoratori e le lavoratrici che si dannano la vita in una cava di pomice. Molti di loro si ammaleranno di silicosi, e a poco serviranno le mascherine che proteggono la bocca. Mangini documenta con istantanee certo drammatiche (e talora poetiche, ma senza mai cedere al sentimentalismo) le condizioni del lavoro. Il servizio non verrà mai pubblicato – a quei tempi. Ma costituisce già un segnale preciso della personalità e del particolarissimo “punto di vista” che muove lo sguardo della Mangini. Una strada che non molti anni dopo la porterà a documentare la realtà non più con immagini fisse, ma in movimento: con il cinema. Fotografa naturale, come si potrebbe definire, Cecilia Magnini fa riemergere le sue immagini da un silenzio lungo oltre mezzo secolo. Seppure affiorate dal buio, per il sentimento che suscitano, per la freschezza intatta dello sguardo, queste fotografie sembrano scattate oggi. Ma sono una testimonianza di un processo di cambiamento, che di lì a poco avrebbe marginalizzato e cancellato per sempre i protagonisti di quel mondo. Sulla scena è mostrato allo spettatore un eterno presente, in cui manca la prospettiva del cambiamento, ogni possibile speranza del divenire. E’ il mondo amato da Pasolini, quello della pre-modernità, la cui anima autenticamente vitale è passata indenne alla rivoluzione fascista, ma non sopravvivrà alla modernità. Sono foto limpide, precise: dai primi piani alle scene composte, la Mangini posa uno sguardo innocente sulla gente e i suoi gesti: il lavoro dell’uomo, la vita quotidiana, il gioco. Un archivio di dati antropologici e storici, asciutto, dove luoghi e azioni lavorative, oppure di vita quotidiana, rappresentano esistenze dove il soggetto non è protagonista ma parte del tutto. Quel che sorprende in questa esposizione di fotografie quasi del tutto inedite, scattate nel 1952 e ora restituite alla nostra attenzione – e in un contingente scelto regalate all’Isre dall’autrice – è la sua precoce, straordinaria capacità di vedere per permettere a noi di capire. Non ci sono parole, ma un grande linguaggio che cinquant’anni dopo restituisce una voce potente. Interrogarsi sullo sguardo di allora di questa ragazza classe 1927 (ha compiuto novant’anni il 31 luglio) è un esercizio che queste immagini obbligano a fare, inevitabilmente, ogni qual volta le si osserva. Dentro non c’è una fotografia occasionale. C’è la forza inaudita della cultura dell’Italia di quegli anni: c’è lo sguardo nuovo del Futurismo, c’è la magia della metafisica di De Chirico, c’è tutto il retroterra culturale che naturalmente sfocerà in quegli anni nel Neorealismo. “Il mio vero amico era l’esposimetro”, dirà un giorno la Mangini. Dispone l’animo alla cautela, alla lentezza. Eppure queste foto sembrano istantanee negate all’esposizione. Foto di documentazione, ricche di contrasti, in pieno giorno, dove a emergere è il gesto, l’occasione, il luogo come contesto, unico e irripetibile, il sapere materiale. Apparentemente sono spontanee: sono espressione di una cultura artistica squisitamente italiana fatta di cinema, di pittura, originale, che affonda in un sapere che va dagli anni Dieci al Dopoguerra. La metrica che usa Cecilia Mangini infatti è precedente. Non è figlia della mera documentazione, ma di una fotografia etnografica artistica di rara bellezza compositiva. Cresciuta nell’humus di un mondo nato con il rappel a l’ordre dell’Italia fascista, nella forma di classicità che guarda all’avanguardia del Paese degli anni Trenta. La metrica compositiva è classica, nell’indagine di un Paese da ricostruire, in un contesto miracolosamente ancora vergine. Emerge il contesto visivo esplosivo, che verrà letto e interpretato dalla lente di intellettuali del calibro di Pasolini, Moravia, Montale, Pratolini: è realismo rivisitato, che si nutre di uno sguardo che ha le radici in una cultura precedente e che osserva il futuro, provando a immaginarlo. Che si abbevera del sogno, come in Fellini, una visione che avrà fine solo alla fine degli anni Settanta. La cultura è antica, lo sguardo è quello vergine di questa ragazza, che nel 1952 ha solo una reflex e i suoi venticinque anni. A Panarea il tema ricorrente sono i ragazzi del luogo, tutti più o meno coinvolti nel quotidiano ménage familiare, anche dal punto di vista lavorativo. Ragazzi pastori, pescatori, che attendono alle faccende domestiche, alle incombenze del minuscolo indotto turistico. A Lipari, raggiunta in vaporetto per una gita fugace di un giorno, l’epifania si completa: le cave di pomice sono un set neorealista a cielo aperto, che Cecilia attraversa in lungo e in largo, concedendosi tutti i punti di vista possibili, come davvero avrebbe fatto un consumato professionista. Le fasi del lavoro di raccolta e trasformazione del prezioso materiale, attorno cui ruotava l’economia dell’isola, sono documentate puntualmente, come se dovessero diventare poi materia da rotocalco. Accanto al rigore documentaristico c’è spazio anche per una narrazione più intima e partecipata: la donna ripresa di spalle che attraversa la bianca distesa di pomice, una delle immagini più conosciute di Cecilia Mangini, principia una sequenza narrativa più articolata, quella che vede la donna portare il pranzo al marito e al figlio ancora bambino, entrambi operai nella cava. Uno sguardo che diventa immediatamente poetico, quando indugia sui volti e sulla gestualità del lavoro manuale e in cui lo sviluppo narrativo denuncia già una naturale propensione per quella missione documentaristica, cui in futuro sarà destinata. Ed è la conferma di ciò che Cecilia Mangini forse fino ad allora aveva appena intuito, o magari sperato: l’immagine e la sua funzione sociale più importante, quella documentaria, devono essere una via per raccontare l’Italia che sta faticosamente rinascendo dalle macerie del secondo conflitto mondiale. E’ uno sguardo individuale, di una donna, che al suo interno ha lo sguardo intero di un’epoca, e forse di un mondo. E che riemerge oggi come una “scoperta”, così repentina e improvvisa, che ci abbaglia: come un flash.

In sintesi
La mostra consta di foto uniche e straordinarie: scattate nel 1952 tra Lipari e Panarea, rappresentano una scoperta e un dono. Una scoperta, perché di quelle impresse a Lipari, in tutto 46, ben 20 non sono mai state date alle stampe, mentre quelle scattate a Panarea sono tutte inedite, tranne due. Un dono perché, ristampate in questi mesi, bel 22 istantanee di Panarea, firmate, saranno donate dall’artista per le collezioni firmate all’Isre, l’Istituto Superiore Regionale Etnografico.
Il catalogo della mostra, a cura di Claudio Domini e Paolo Pisanelli in collaborazione con Maura Picciau, contiene i preziosi saggi di Cecilia Mangini, Concita De Gregorio, Felice Laudadio e Claudio Domini.

http://www.isrealfestival.it/
http://www.isresardegna.org

Programma:
Mercoledì 20 settembre, ore 11, presso la biblioteca della sede istituzionale dell’Isre, in via Papandrea 6 a Nuoro, conferenza stampa di presentazione della mostra fotografica “Isole, Lipari, Panarea”: sarà presente la fotografa, sceneggiatrice e documentarista Cecilia Mangini
Giovedì 21 settembre, ore 18,30, Nuoro, Museo del costume – inaugurazione della mostra (in corso fino al 22 ottobre, segue gli orari di apertura del Museo)
Venerdì 22 settembre, ore 18,30, Auditorium Lilliu, rassegna cinematografica

Chi è Cecilia Mangini
Nata nel 1927 a Mola di Bari, da padre pugliese e mamma di Firenze (dove la famiglia si trasferisce quando Cecilia ha sei anni), è la prima donna documentarista in Italia del dopoguerra. Con i suoi film e corti non fiction, è sempre andata oltre censure e stereotipi, ponendo l’obiettivo, per esempio, sulle ultime tracce di rituali contadini e fede popolare, i ragazzi di periferia, raccontati con Pasolini, la vita in fabbrica ieri e oggi, la condizione della donna tra lavoro e famiglia. Debutta nel documentario nel 1957, con Ignoti alla città (1958), ispirato a Ragazzi di Vita di Pasolini: la cineasta, per il suo racconto di ragazzi di borgata, dopo aver cercato il numero nell’elenco telefonico, telefona allo scrittore e gli chiede di scrivere un testo per il film. Pasolini, dopo una visita in moviola, accetta. Il corto viene censurato dal ministro Tambroni, con l’accusa di istigazione all’immoralità, ma è l’inizio di una collaborazione tra Pasolini e la regista, che si rinnoverà per Stendalì (Ancora suonano) del 1960, tratto da Morte e pianto rituale di Ernesto De Martino, su un canto sacro funebre in dialetto greco delle donne di Martano, in Salento, e La canta delle marane (1962), dove torna fra i ragazzi di vita. A fine anni ’50 Cecilia Mangini incontra l’uomo della sua vita, che diventa suo marito e compagno d’arte, Lino Del Fra (scomparso nel 1997) con cui realizza, tra gli altri, firmando insieme la regia, All’armi siam fascisti!(del 1960, co-diretto anche da Lino Micciché), su antefatti e conseguenze del regime di Mussolini; e da coautrice della sceneggiatura opere come Fata Morgana (1961), Leone d’oro a Venezia, Antonio Gramsci – I giorni del carcere (1977), Pardo d’oro a Locarno, Comizi d’amore ’80 (1982) che a vent’anni dal film di Pasolini torna a indagare sul rapporto con il sesso e la famiglia in Italia. Tra le costanti del lavoro di Cecilia Mangini, c’è anche lo sguardo sulla vita in fabbrica, da Essere donne, racconto sulle difficoltà quotidiane delle operaie, a Tommaso (1965), e Brindisi ’66, sull’impatto della Monteshell in città. Nel suo documentario più recente, che la riporta alla regia dopo circa 40 anni, In viaggio con Cecilia (2013), realizzato con l’amica e allieva Mariangela Barbanente, appare il passato con il drammatico presente dell’Ilva di Taranto. Per lei infatti “il documentario è una necessità, perché ci mette in condizione di pensare al nostro oggi, di collegarlo al passato e proiettarlo verso il futuro”.

21 settembre - 22 ottobre 2017
Inaugurazione: giovedì 21 settembre 2017, ore 18.30
Museo del costume
via A. Mereu, 56
Nuoro

Araki
21 settembre - 3 dicembre 2017
Fondazione Bisazza
Viale Milano, 56
Montecchio (Vicenza)

Danila Tkachenko - Ritual

Il nuovo progetto di DanilaTkachenko nasce da una riflessione sul centenario dalla Rivoluzione Russa (1917-2017). L’autore rende tangibile e concreta la metafora di “bruciare tutto ciò che è caro” e, letteralmente, brucia i simboli dell'era che si lascia alle spalle, creando spazio libero per un futuro promettente.
Già gli artisti delle avanguardie all'inizio del ventesimo secolo misero in risalto e anticiparono i drammatici cambiamenti che si venivano a creare nella struttura sociale. Da ciò, la necessità di costruire il futuro sulla base di nuovi ideali: per raggiungere questa utopia, sembra suggerire Tkachenko, è indispensabile bruciare, cancellare, tutto ciò che è statico, legato al mondo precedente e che ostacola il nuovo modo di pensare.
Le strutture in fiamme sono fotografate in zone rurali, in un iconico “campo libero”, e la luce del crepuscolo lascia a chi osserva la domanda irrisolta se si tratti del tramonto del vecchio mondo o dell'alba della nuova era. Otto immagini sono presentate in anteprima assoluta.

Davide Monteleone - The April Theses

Nel Marzo del 1917, Vladimir Ilyich Ulyanov (Lenin), leader del partito rivoluzionario Bolscevico lasciò la Svizzera, dove era stato esiliato. Otto mesi dopo assunse la leadership di 160 milioni di persone occupando 1/6 della superficie abitata del globo. Il 9 aprile 1917, con il supporto delle autorità Tedesche, all’epoca in guerra con la Russia, tornò nel paese natio su un treno, attraverso Germania, Svezia e Finlandia fino a raggiungere la Stazione Finlandese di San Pietroburgo il 16 aprile dove, dopo un decennio in esilio, prese in mano le redini della Rivoluzione Russa.
Un mese prima, lo Zar Nicola II era stato estromesso dal potere quando le Armate Russe si erano unite alla rivolta dei lavoratori a Pietrogrado, la capitale russa. In un documento a punti, conosciuto come “Le Tesi di Aprile”, Lenin chiede il rovesciamento del governo provvisorio e delinea la strategia che, nei sette mesi successivi, porterà alla Rivoluzione d’ottobre e darà il potere ai Bolscevichi. 100 anni dopo, Davide Monteleone ricrea la cronologia delle due settimane di vita di Lenin prima degli eventi che hanno cambiato per sempre la Russia e il resto del mondo.
Alla ricerca del documento originale de “Le Tesi di Aprile”, Monteleone ricostruisce, e a volte ricrea, in un viaggio fisicamente reale, il viaggio epico di Lenin, inspirato dai documenti d’archivio trovati al R.G.A.S.P.I. (Russian State Archive of Soviet Political History) e a libri storici che includono “To Finland Station” di Edmund Wilson e “The Sealed Train” di Michael Pearson. Il risultato finale è una collezione di paesaggi contemporanei, fotografia forense di archivio e auto-ritratti posati che ripercorrono un viaggio nel tempo e nello spazio. La mostra è composta da una selezione di stampe dal libro “The April Theses” (Postcart 2017) presentata sotto forma di installazione.

Davide Monteleone - In the Russian East

Ispirato al capolavoro di Richard Avedon “In the American West” (1985) e al continuo fascino della Transiberiana, Monteleone guarda alla Russia per interrogarsi sul futuro del paese. Emulando Avedon nella tecnica e nei contenuti, Monteleone crea un parallelismo geografico e temporale tra Stati Uniti e Russia in un momento storico incerto nelle relazioni tra i due paesi. Come Avedon, si concentra sulle persone semplici, lontane dai centri del potere e, come moderni Oblomov, disinteressati ad esso. I protagonisti dei ritratti (discendenti di cacciatori d’oro e di pellicce, figli di sopravvissuti ai gulag, Ebrei dell’Israele Siberiana e, persino, eredi di imperi millenari come i Buriati o i mongoli di Gengis Khan) diventano icone della Russia contemporanea.
Le mostre “The April Theses” e “In the Russian East” sono realizzate in collaborazione con la galleria Heillandi di Lugano.

22 settembre – 11 novembre 2017
Inaugurazione: giovedì 21 settembre 2017, ore 18.30
Largo della Fontanella di Borghese, 19
Galleria del Cembalo
Roma
invito_monteleone_tkachenko.jpg

Werner Bischof.
Fotografie 1934-1954

22 Settembre 2017 - 7 Gennaio 2018
Casa dei Tre Oci
Fondamenta delle Zitelle, 43
Giudecca - Venezia

’77 una storia di quarant’anni fa nei lavori di Tano D’Amico e Pablo Echaurren

Il rapporto tra arte, politica e ideologia e l’uso che i movimenti antagonisti del ’77 facevano delle strategie artistiche delle avanguardie del ‘900 sono i temi centrali di ’77 una storia di quarant’anni fa nei lavori di Tano D’Amico e Pablo Echaurren, la mostra ospitata al Museo di Roma in Trastevere dal 23 settembre 2017 al 14 gennaio 2018, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, organizzata dal Centro Sperimentale di Fotografia adams e curata da Gabriele Agostini. Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

La mostra è il ritratto dell'umanità, dei fatti e degli eventi accaduti nell’anno 1977, la storia di una generazione e di un paese raccontata attraverso le immagini fotografiche di uno tra i maggiori fotografi italiani e le opere di un artista tra i più interessanti della scena contemporanea. La sperimentazione artistica e culturale che dal ’77 in poi è diventata, per la prima volta nella storia, pratica e linguaggio di massa ha ispirato la scelta delle opere di queste due personalità significative, il fotografo Tano D’Amico e l’artista Pablo Echaurren, per la loro storia personale, politica e artistica, che ha dato vita e diffuso le attività artistiche e culturali all’interno del movimento del ’77.

La mostra non è retta da un principio ordinatorio temporale o da una sequenza cronologica degli avvenimenti di cronaca, ma si struttura attorno ad aree tematico-emozionali che meglio restituiscono il contesto all’interno del quale matura e si forma la specificità del linguaggio del movimento del ’77. Le aree individuate riguardano: le facce, le feste, le donne, il rapporto uomo-donna, l’opposizione, la morte e il sangue, le lettere, la comunicazione alogica, la poesia visiva, la creatività urbana…

In esposizione circa 200 opere arricchite da iniziativa editoriale, edita da Postcart, dalla proiezione di filmati e da una postazione informatica per la consultazione di stampa e quotidiani dell’epoca. Durante lo svolgimento della mostra sono previsti tre seminari tematici con giornalisti, storici, storici dell’arte e protagonisti del “movimento.”

Sarà inoltre proiettato il film Indiani Metropolitani della regista Antonella Sgambati. Tano D’Amico, nato a Lipari il 29 luglio 1942, giornalista professionista e fotoreporter, si sposta a Roma nel 1967 nel clima della contestazione e si accosta quasi per caso alla fotografia. Inizia una lunga collaborazione con Lotta Continua e con Potere Operaio.

I primi reportage sono dedicati al sud, alla Sicilia e alla Sardegna, ma viaggia anche all’estero per “Il mondo”: va nell’lrlanda della l guerra civile, nella Grecia dei colonelli , nella Spagna franchista, in Portogallo durante la rivoluzione dei garofani, più volte in Palestina, Somalia, Bosnia, Chiapas, Stati Uniti ecc. Il suo sguardo si distingue subito da quello degli altri fotografi. Non gli interessano i fatti di cronaca quanto piuttosto le ragioni che li producono.

Segue da vicino il movimento studentesco e operaio lungo tutto il suo percorso, attraversando per intero gli anni Settanta, con immagini che vanno – come dirà – “oltre il cliché della violenza”. È vicino agli operai, ai minatori, alle femministe. Fotografa le carceri, le caserme, i manicomi. Lavora anche con gli zingari cercando di raccontarli più con immagini di gioia che di povertà e dolore. D’Amico è il fotografo dei senza potere, dei vinti, di cui riesce a cogliere la bellezza umana del disagio sociale. Le sue immagini cercano di restituire dignità a coloro cui la dignità è stata tolta.

Li rappresenta con 2 complicità, simpatia, partecipazione, facendo del bianco e nero e dell’obiettivo 35 mm una precisa scelta stilistica. Pablo Echaurren (Roma, 22 gennaio 1951) è un pittore, fumettista e scrittore italiano. Figlio del pittore surrealista cileno Roberto Matta, inizia a dipingere sotto la guida di Gianfranco Baruchello e Arturo Schwarz, suo primo gallerista.

Dagli anni settanta espone i suoi quadri in Italia e all'estero. Negli anni ottanta e novanta realizza numerosi fumetti di avanguardia come Caffeina d'Europa (una delle prime graphic novel), Majakovskij, Nivola vola, Futurismo contro, Vita disegnata di Dino Campana, Evola in Dada, Vita di Pound, Dada con le zecche.

La sua produzione si è sviluppata all'insegna della contaminazione fra generi, fra alto e basso, arte e arti applicate, secondo un approccio progettuale, manuale e mentale, tipico del laboratorio.

Ne discende un'idea dell'artista come artefice e inventore a tutto campo (pittura, ceramica, illustrazione, fumetto, scrittura, video), indifferente agli steccati e alle gerarchie che solitamente tendono a comprimere la creatività. Innumerevoli le esposizioni personali in tutto il mondo.

23 settembre 2017 – 14 gennaio 2018
Inaugurazione: venerdì 22 settembre 2017, ore 19.00
Museo Roma in Trastevere
Piazza S. Egidio, 1/b
Roma

Elliott Erwitt. Personae
23 settembre 2017 – 7 gennaio 2018
Musei San Domenico
Piazza Guido da Montefeltro, 12
Forlì (FC)


L’ARCHIVIO E L’IMMAGINE – La fotografia, dal pensiero al farsi memoria

“L’eredità culturale è un insieme di risorse ricevute dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione. Essa comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato dell’interazione nel corso del tempo fra le popolazioni e i luoghi. Una comunità di eredità è costituita da un insieme di persone che attribuisce valore ad aspetti specifici dell’eredità culturale, e che desidera, nel quadro di un’azione pubblica, sostenerli e trasmetterli alle generazioni future”

Da alcuni anni l’Archivio Fotografico Italiano, raccoglie, acquisisce, cataloga e conserva fotografie storiche e del recente passato, progettando nuove ricerche fotografiche contemporanee finalizzate a documentare i beni architettonici, paesaggistici e artistici del territorio Lombardo e Italiano.

A diversi fotografi viene assegnato un progetto da sviluppare con il proprio stile, con lo scopo di documentare spazi urbani e abitativi, centri storici e periferie, ambienti naturali e parchi, luoghi di vita e lavoro e i mutamenti avvenuti o in fase di cambiamento, così da avere una chiave di lettura del territorio, anche critica, per approntare dibattiti e riflessioni sul tema.

Capita spesso che alcuni singoli progetti vengano pubblicati si libri della collana editoriale AFI o su riviste del settore.

Relativamente a quanto sopra, nell’ambito della Giornante Europee del Patrimonio 2017, con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Castellanza (Va) e la collaborazione dell’ARCHIVIO STORICO FOTOGRAFICO DELLA FONDAZIONE 3M, abbiamo selezionato alcuni lavori che riteniamo rappresentativi e utili alla riflessione.

mostre:
Gabriele Basilico: Ritratti di Fabbriche – courtesy Fondazione 3M
Marco Introini: Milano illuminista
Elena Franco: Hospitalia
Roberto Venegoni - Silvia Lagostina: Periferie. Spazi dell'abitare nel contemporaneo

Conferenza:
Domenica 24 settembre 2017, ore 17 con proiezione immagini

LA FOTOGRAFIA, DALLO SCATTO AL FARSI MEMORIA
Progettare la visione per un’idea di paesaggio e società, tra passato e presente

Intervengono:
Virgilio Carnisio – fotografo / Una vita a osservare i luoghi che ho amato
Roberto Mutti – critico, giornalista e docente / La Fondazione e Collezione 3M
Gigliola Foschi – docente e curatrice / Tra storia e progetto. Le fotografie di Elena Franco
Marco Introini – architetto e fotografo / L’evoluzione di un progetto dallo schizzo all’immagine
Maurizio Galimberti – Instant Artist / Paesaggio a mosaico… tra futurismo & Duchamp
Modera: Claudio Argentiero – Afi

A seguire apertura mostre e cocktail

24 settembre - 8 ottobre 2017
Giornate Europee del Patrimonio 2017
VILLA POMINI
Via Don L. Testori, 14
Castellanza (VA)
basilico-940x480.jpgPh: Gabriele Basilico da Ritratti di Fabbriche – courtesy Fondazione 3M

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