Gibellina 1968 – otto minuti dopo le tre con Giuseppe Iannello

Giuseppe Iannello riflette su cosa resterà alle nuove generazioni della memoria della vecchia Gibellina prima del terremoto, che si sta sbriciolando insieme al calcestruzzo bianco del Cretto di Burri

Nella provincia di Trapani e nel cuore della Sicilia, trasfigurata dal terremoto del Belice del 1968 e dagli interventi di ricostruzione che lo hanno seguito, Gibellina sembra destinata a soccombere ai ritmi dell'antica isola di Trinacria, dove Omero pasce il gregge del sole, mentre interessi meno epici ed edificanti alimentano Odissee, ben più lunghe e perigliose di quelle di Ulisse.

Uno spazio fisico e metaforico, ostaggio della memoria perduta del vecchio paesino arroccato su una vertiginosa pendenza dell’entroterra siculo sbriciolato dal sisma, quanto della mancanza di identità della nuova città museo, ricostruita a valle applicando modelli nordeuropei a simulacri di fantasie accademiche, con l'intervento di numerosi artisti di fama mondiale richiamati a colmare il vuoto di senso e funzione, da Mario Schifano e Arnaldo Pomodoro a Mimmo Paladino e Alberto Burri che ha dedicato la sua massima espressione di land art al Grande Cretto, usando il cemento per mappare le arterie e la memoria del vecchio paese sulla collina dove sorgeva.

Una dicotomica contraddizione che si rinnova nelle città nuova consegnata all’arte, spingendo chi è nato diversi anni dopo il terremoto come Giuseppe Iannello, con i ricordi di tradizioni della vecchia generazione mai sperimentati, ad interrogarsi sul concetto di memoria, arrivando a resuscitare le immagini d'archivio di volti e quotidiano della Gibellina prima del terremoto, per riportarle tra le vie in calcestuzzo del Grande Cretto con l'operazione di recupero di "Gibellina 1968 – otto minuti dopo le tre", non a caso tra i progetti selezinati da Memories / No Memories.

"io sono nato diversi anni dopo il terremoto e sono stato sempre attratto da questa enorme opera d’arte di 8.000 mq che è il Grande Cretto. Faticavo a capire il suo profondo significato, ma era così immensa e straordinaria che sono tornato diverse volte a visitarla, anche da adulto. Ogni volta che camminavo tra le crepe del Grande Cretto, la fantasia di vedere il vecchio paese prendeva sempre più forma. Immaginavo la città vecchia, la sua gente e la sua storia e mi interrogavo inoltre sul significato del concetto di “memoria”. Ho pensato quindi di proiettare le immagini d’archivio che raccontano la vita della vecchia Gibellina sulle pareti del Grande Cretto provando a ricreare le strade, le atmosfere e a restituire i volti degli abitanti di Gibellina prima del terremoto."

Giuseppe Iannello:

La ricostruzione nostalgica del paese siciliano di Iannello, affida alla contemplazione dei volti sfocati come fantasmi e dei luoghi che si possono solo idealizzare, in mostra alla Studio Museo Francesco Messina di Milano, la riflessione su cosa resterà alle nuove generazioni della memoria di un luogo che si sta sbriciolando insieme al calcestruzzo bianco del Cretto.

Colin Pantall: Gibellina 1968 – otto minuti dopo le tre


Nelle primissime ore della mattina del 15 gennaio 1968, il paese siciliano di Gibellina è stato scosso nel profondo da un terremoto. La perdita umana fu immensa. 231 persone morirono a Gibellina e nei villaggi di Poggioreale e Salaparuta. Le famiglie furono strappate via dai loro luoghi e costretti a vivere di stenti.

Mesi dopo il terremoto gli abitanti di Gibellina abitarono in tende e accampamenti momentanei, la devastazione fu così grande che fu impossibile persino pensare di ricostruire il vecchio paese. Invece fu costruita una nuova Gibellina. Ma fu una GIbellina dove la pianificazione e il senso di comunità non camminavano di pari passo. Mentre la vecchia Gibellina guardava verso l’esterno attraverso l’utilizzo di spazi comuni, la nuova Gibellina guarda verso l’interno con spazi privati, un luogo che scoraggia una mentalità aperta.

Mentre la nuova GIbellina è lo scheletro di una città, non completamente abitata e vissuta, un posto dove artisti di fama internazionale furono chiamati a rispondere alla devastazione, le rovine del vecchio paese divennero luogo di un’altra installazione artistica ad opera di Alberto Burri. L’artista ha coperto le rovine del paese con uno spesso strato di cemento bianco, con fessure che ripercorrono l’impianto stradale originale della città. Questa opera d’arte, chiamata Il Grande Cretto, è un sarcofago concettuale, un memoriale alla città di Gibellina.

La mostra di Giuseppe Iannello è il ritratto di un paese dove, in modi diversi, i giovani e anziani hanno visto il loro legame con la città strappato via a causa sia del sisma sia di una catastrofe artificiale per mano dell’uomo. Per gli anziani è la scomparsa di un modo di vivere legato alle strade, alle piazze, ai gradini e alla terra della vecchia Gibellina. Per i giovani, che non hanno mai sperimentato quel modo di vivere, si tratta di una forte separazione con la vecchia generazione. Vivono quindi all’ombra di un vissuto sempre presente nella memoria collettiva di coloro che lo ricordano, ma sempre separati non avendo mai fatto parte di essa.

Questo distacco è evidente nelle proiezioni che Iannello ha fatto di Gibellina. In quanto bambino cresciuto negli anni Novanta, Iannello è stato affascinato dalle storie che il padre architetto gli ha raccontato sulla città, sulla gente e sull’opera di Burri. Anno dopo anno, Iannello ritornerà sul luogo per capire cosa Burri intendeva dire con la sua opera. Traccia e ripercorre le crepe, immaginando le vite che avevano vissuto quelle strade. E mentre cerca di capire cosa Gibellina, il terremoto e Burri avessero significato, egli si interroga sul concetto della memoria stessa.

In questa mostra, la frammentazione della memoria è evidente nelle immagini di archivio che Iannello ha proiettato sui muri del Cretto. Qui, in queste immagini, le vite del passato si fondono con la consistenza della pietra arida del presente. In queste immagini Iannello ricrea le strade, la vita quotidiana e i volti di Gibellina prima del terremoto. E’ un quadro nostalgico di un idealizzato paese siciliano, ma al tempo stesso si tratta di un’idealizzazione che, nelle immagini di Iannello, si sgretola insieme alle pareti del Grande Cretto.

Il passato è qui ma è sfocato, fratturato, sta decadendo con il tempo. E mentre si decompone con il tempo, così il divario tra il passato e il presente, tra la memoria di Gibellina e quella che è ora cresce sempre di più. Fino a quando tutto si sbriciolerà e non rimarrà che polvere. E nostalgia.

Colin Pantall


Gibellina 1968 – otto minuti dopo le tre. Giuseppe Iannello

27 Settembre 2017 - 22 Ottobre 2017
Inaugurazione: martedì 26 settembre 2017, ore 17.00
Studio Museo Francesco Messina
via San Sisto 4/A
Milano

Foto | Gibellina 1968 – otto minuti dopo le tre. Giuseppe Iannello
Via | Irma Bianchi Comunicazione

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