Giulia Efisi: Il mio nome è Giulia

Il viaggio di passi e passanti, nell'universo incerto della metropoli e in quello sfuggente dell'identità, in transito da Berlino a Firenze

«Il camminare presuppone che a ogni passo il mondo cambi in qualche suo aspetto e pure che qualcosa cambi in noi»

(Italo Calvino)

Scegliendo l'identità come compagna di viaggio, la libertà dalla forma come catalizzatore della sostanza e la fotografia come linguaggio in continuo divenire, capace di mostrare l’assenza e negare la presenza, Giulia Efisi si avventura anche nella dimensione urbana dell'esistenza, rincorrendo la fugacità dell'essere e del divenire.

Dopo l'esplorazione del proprio corpo, la riscoperta del suo universo privato popolato da persone e oggetti della memoria, insieme a quello pubblico che ha in comune con perfetti sconosciuti, Giulia Efisi ha scelto l'universo incerto della metropoli per la sua prima performance artistica.

Una performance pronta a rivendicare il valore della propria unicità, gridando il proprio nome a passanti anonimi, indifferenti, in transito nella dimensione senza tempo e oltre lo spazio, di immagini in bianco e nero essenziali e rarefatte.

"In questo modo ha amplificato la sensazione del vuoto, dell’isolamento e dell’angoscia dovute all’impossibilità di sottrarsi del tutto al flusso anonimo e conformista della metropoli contemporanea"

Giulia Efisi

I passi che abbiamo già compiuto sono più nitidi, non soffrono ancora dell’incertezza del futuro.

Questo transito di passi e passanti continua nel progetto espositivo, passato dall'ArTér di Berlino (15 ottobre - 15 novembre 2016) alla galleria Casa Abitata (via del Trebbio, 14 rosso) di Firenze (29 settembre - 26 ottobre 2017), dove i frammenti visivi delle opere fotografiche di Il mio nome è Giulia / My name is Giulia, si arricchiscono della lettura personale fornita dallo scrittore Marco Vichi.

"Queste brevi frasi non sono vere didascalie, non raccontano la verità sugli scatti di Giulia Efisi, sono soltanto suggestioni scaturite dalla vista delle immagini, pensieri personali che invitano chi visita la mostra a fare altrettanto, o a non fare niente"

Marco Vichi

Per chi intende approfondire la genesi del progetto riporto di seguito anche una piccola intervista che la fotografa ha rilasciato in occasione della mostra.

Il mio nome è Giulia / My name is Giulia spiegato da Giulia

Come nasce questo progetto?
Come tutti gli altri miei progetti, nasce dall’idea che fa da filo conduttore ai lavori che ho realizzato fino ad oggi e che rimanda al contenitore concettuale da me individuato nel “passaggio”. Ognuno nel proprio percorso personale attraversa dei passaggi in modo più o meno consapevole; altre volte non si accorge di attraversarne uno oppure semplicemente si rifiuta di farlo. Mi piace descrivere questa modalità esistenziale perché mi permette di scoprire aspetti di me ancora sconosciuti. Questo progetto, in particolare, descrive l’indifferenza come una tra le tante modalità di vita e di approccio relazionale che si ripercuote in maniera forte e tagliente in ognuno di noi e che tuttavia, una volta sperimentata, subita, vissuta, ti restituisce una nuova identità. Oppure un’identità rinnovata.

Come e dove lo hai realizzato?
A Milano. Il corpo del lavoro si compone di quasi trecento fotografie, anche se fino a oggi ne sono state esposte solo una ventina. È stata un’esperienza formativa e, per certi aspetti, amaramente divertente. Mi sono seduta su una panchina e lì sono rimasta per quasi due ore, urlando di tanto in tanto il mio nome. Nessuno dei passanti si è avvicinato, mai, neanche per sbaglio!

I passanti come hanno reagito? Cosa facevano?
Erano assolutamente indifferenti. Passavano davanti a me ma nessuno ha mostrato interesse, curiosità oppure disagio per la mia presenza.

Come mai hai scelto di escludere dall’inquadratura i loro volti e di non mostrare il contesto?
Questa scelta rimanda a una ricerca che ho iniziato tempo fa e che sto continuando a portare avanti, pur non sapendo ancora dove mi porterà. In questo caso il contesto non contava nulla in relazione al tipo di descrizione che intendevo fare. Semmai era superfluo. Come lo sarebbero stati i volti. Nelle mie fotografie preferisco “togliere” anziché “aggiungere”, perché questa è l’unica modalità che mi permette di descrivere l’atmosfera di sospesa metafisica che tanto caratterizza la maggior parte della nostra esistenza.

Ancora una volta hai scelto il bianco e nero e l’evanescenza delle forme. Come mai?
Il bianco e nero, quel preciso bianco e nero che toglie ogni rotondità, ogni possibilità di sfumatura, rende ancora più forte il pensiero che intendo trasmettere con le mie immagini. Mi appartiene in modo profondo, riflette anche ciò che io sono oggi. Il superfluo non mi è mai piaciuto, la linearità del pensiero mi appartiene per natura e, secondo la mia modalità espressiva, niente è più appropriato di un bianco e nero così esibito, anche se per certi aspetti può risultare fin troppo labile.

Le tue opere esposte alla Galleria Casa Abitata di Firenze sono accompagnate da alcune frasi scritte appositamente da un altro artista, lo scrittore Marco Vichi. Com’è nata questa collaborazione?
Per caso, come del resto nascono talvolta le cose più interessanti. Ho conosciuto Marco Vichi a casa di amici e da lì, qualche tempo dopo, è nata l’idea di fare questo tipo di esposizione.

Cosa ha significato per te affidare le tue opere e le storie da cui sono nate a un artista “della parola” come Marco Vichi che ne ha proposto una nuova lettura, un nuovo significato?
In realtà sono stata molto onorata di questa collaborazione e non ho mai pensato che le parole di Vichi potessero dare un nuovo significato alle mie immagini, benché lo abbiano dato. Ciò che ho appena detto potrebbe sembrare una contraddizione ma non è proprio così. Le parole di Vichi danno alle mie immagini il significato che hanno per lui. Ma questo processo avviene ogni volta che un fruitore guarda un’immagine, qualunque essa sia. Per me restano sempre le stesse fotografie, con le stesse intenzioni e la stessa emotività; si arricchiscono di incontri, ma sostanzialmente restano quelle che erano all’origine. Dunque è vero che Vichi ha dato nuovo significato alle immagini. Ed è quello suo personale, onorandomi addirittura di scriverlo.

Foto | Il mio nome è Giulia / My name is Giulia © Giulia Efisi
Via | US Dinamica

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