Intervista a Damiano Ceron



Damiano Ceron, giovane fotografo in terra di Sardegna. Sul suo blog si legge: "Fotografo per puro caso da un anno e mezzo, amo la solitudine invernale della mia isola e auspico il trionfo della Natura sull'Uomo." Già da qui si intuisce lo spirito delle sue foto, le quali si potrebbero descrivere come malinconiche, ma anche come delicate, romantiche e - perchè no? - oniriche.

Con lui abbiamo scambiato alcune parole a proposito della sua recente passione per la fotografia, del significato del bianco e nero in un mondo dove ormai il digitale spadroneggia, dell'importanza di internet per migliorarsi e confrontarsi. Di seguito l'intervista completa.

Quando e come è nata in te la passione per la fotografia?
È nata per puro caso due anni fa. La mia ragazza mi diede la “vecchia” macchina fotografica del padre giusto per vedere se funzionava ancora. Non avevo mai preso in mano una reflex quindi immagina lo sconcerto nel dover regolare diaframmi, mettere a fuoco e controllare l'esposimetro. Quando ritirai le mie prime stampe dal laboratorio e capii di aver creato qualcosa di mio che potevo trasmettere agli altri l'emozione fu davvero forte, una sorta di “colpo di fulmine”.

Dai tuoi scatti emerge un forte legame con la tua terra, la Sardegna, non è vero?
Sono molto legato alla mia terra, come ogni sardo. Amo il fatto di vivere in una terra poco popolosa e in buona parte ancora scarsamente antropizzata. Questo mi permette di assecondare la mia misantropia e di vagare, macchina fotografica al collo, per spiagge e campagne senza incontrare anima viva. Spesso, da buon lettore di fantascienza, mi piace pensare di essere l'ultimo uomo sulla Terra e penso siano pochi i posti che ti permettono di avere una simile fantasia: la Sardegna è uno di questi.
D'inverno in particolare il senso di isolamento e di distacco dal “resto del mondo” è fortissimo.

Scatti prevalentemente in bianco e nero e con una macchina a pellicola. Puoi spiegarci come mai ami questo tipo di fotografia?
Mi si rimprovera spesso di essere poco incline ai compromessi e anche per questa mia passione è così.
In primo luogo ho deciso di fare bianconero perché trovo la sua potenza espressiva molto più consona al mio modo di vedere il mondo rispetto al colore. Una volta scelto di esprimermi in bianconero la scelta di usare la pellicola e di allestire una piccola camera oscura è stata obbligata. Sentivo la necessità di seguire ogni passaggio della creazione dell'immagine e questo poteva avvenire solo alla luce di una lampadina rossa.
Il digitale l'ho scartato subito in quanto trovo la resa nel bianconero non paragonabile a quella della pellicola. Non parlo di risoluzione, dove ormai il digitale ha superato il 35mm, ma di gamma tonale, di passaggi di grigi e soprattutto di “fisicità”. Nella fotografia classica la pellicola è uno strumento creativo che concorre alla formazione dell'immagine con le sue caratteristiche intrinseche, caratteristiche che posso sfruttare in maniere sempre diverse a seconda dello sviluppo che utilizzo. Il sensore in questo senso è “impersonale”, freddo; l'immagine viene acquisita sempre allo stesso modo ed è composta da bit, non è tangibile come nella pellicola, manca la grana “materiale” che io amo tanto.
Ecco, a me questa assenza di personalità non piace. Ho bisogno di semplificazione, di poter toccare con mano ciò che faccio, di sapere che non c'è un software tra me e la foto che ho appena scattato. Questo non significa che disdegno il digitale, anzi, ma nel mio futuro il bianconero sarà sempre e solo sinonimo di pellicola , camera oscura e reflex meccaniche.

Come è composto il tuo corredo?
Il mio corredo è molto modesto ma dopo due anni di utilizzo intenso posso dire di essere molto soddisfatto. La mia macchina è una Nikon EM del '79, a priorità di diaframma e con messa a fuoco manuale, dotata di motore dedicato.
Utilizzo tre ottiche fisse, anch'esse molto modeste, ma che coprono bene le mie esigenze: un 28mm, un 50mm e un 100mm macro. Di quest'ultimo in particolare sono molto soddisfatto vista la sua resa nelle macro in bianconero.
Anche per le ottiche, comunque, pochi compromessi: visto che devo soprattutto imparare a fotografare la valenza didattica delle ottiche fisse è impareggiabile e inoltre, a parità di prezzo, la qualità di un'ottica fissa è superiore a quella di un obiettivo zoom.

Hai mai pensato di trasformare la tua passione per la fotografia in un lavoro?
No, non ci ho mai pensato. Ho quasi trenta anni e scatto da due anni scarsi, sarebbe peccare di superbia. L'unica cosa cui tengo è imparare sempre di più sulla fotografia e la camera oscura per riuscire a esprimermi al meglio. Ovviamente mi fa davvero piacere quando vendo qualche scatto, non per il ritorno economico ma perché significa che la mia opera è gradita. È gratificante.

Cosa significa per te il poter condividere i tuoi scatti su internet?
Per me è importante che più persone vedano le mie foto; è la strada più rapida per migliorare. Vivo in un piccolo paese al centro di un'isola e se non mettessi le mie foto in rete le vedrei io e al massimo i miei familiari. Così non si va avanti. Dove vivo io la cultura è morente e si tende sempre a guardare con scherno e superbia chi si cimenta in un'arte dopo di te. È un clima davvero mortificante e il concetto di “condivisione del sapere” è lontano anni-luce.
I commenti e le critiche, sia degli esperti che dei “profani”, ti spingono a riflettere su ciò che hai creato e danno sempre nuovi spunti. Per questo pubblico le mie foto su un blog e spesso richiedo la critica in forum di fotografia come photo4u.it.
Inoltre per me la fotografia è anche un mezzo per esprimere me stesso e i miei stati d'animo e condividere con chi mi circonda particolari momenti o punti di vista. Penso che creare delle foto e tenerle per sé abbia poco senso.

Per visionare ulteriori lavori di Damiano Ceron vi consigliamo di tenere d'occhio il suo blog e la sua pagina su Flickr.

Damiano Ceron

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