Renzo Tortelli, l'intervista a uno degli Insigni Fotografi Italiani

Ho intervistato Renzo Tortelli, il fotografo di Civitanova Marche che nel 1957 accompagnò Mario Giacomelli a Scanno e che ha ricevuto dalla FIAF l'onorificenza di Insigne Fotografo Italiano

Renzo Tortelli, l\

Il titolo di Insigne Fotografo Italiano viene assegnato dalla FIAF (Federazione Italiana Associazioni Fotografiche) a chi "ha dimostrato con la propria produzione fotografica una notevole personalità, sotto il profilo delle capacità documentarie, e/o narrative, e/o creative". Tra i fotografi italiani che possono fregiarsi di questa onorificenza c'è il civitanovese Renzo Tortelli.

Renzo Tortelli non è mai stato un fotografo professionista. Ha preso in mano la macchina fotografica per la prima volta nel 1954 per la stessa ragione che lo facciamo quasi tutti noi: per fotografare la propria famiglia. Alcune infatti delle sue immagini più belle sono quelle che riprendono i propri figli. Ma nel 1957 partì per Scanno insieme all'amico Mario Giacomelli, entrambi attratti dall'idea di emulare gli scatti di Henri Cartier-Bresson.

In quel viaggio ed in altri due viaggi successivi, Tortelli realizzò immagini davvero uniche e suggestive, premiate nel 2008 con il Premio Scanno. Ho avuto il piacere di intervistare Renzo Tortelli nella sua abitazione di Civitanova Marche. Un'intervista particolare in quanto interrompeva in continuazione le risposte per cercare qualche foto da mostrarmi.

La sua casa infatti è piena di stampe sopra i mobili, sugli scaffali, dentro i contenitori. Una miniera di immagini e di memoria storica.

Renzo Tortelli, l\

Tre aggettivi per descrivere Renzo Tortelli?
Sempre scontento, facile ad arrabbiarsi ed a mandare all’inferno la gente.


Chi sarebbe e cosa farebbe, se nella sua vita non ci fosse la fotografia?
Niente. Ho cercato di essere un pittore, ma ho abbandonato subito. Non mi sarebbe dispiaciuto essere un bravo pittore, ma o dipingo o fotografo.


Guardando le sue foto ai bambini nel volume “Piccolo mondo” viene da chiedersi se al giorno d’oggi, con la legge della privacy e con la diffidenza dei genitori, sarebbe possibile realizzare ugualmente un reportage come questo. Lei che ne pensa?
No, assolutamente non sarebbe possibile. Nel mio caso mi ha agevolato moltissimo il fatto che ero conosciuto dalle suore, dato che c’erano i miei figli. Ho potuto fotografare per tre anni. Quando ho fatto il primo rullino mi sono detto “qui c’è da fare” ed allora ho continuato.

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Sempre in “Piccolo mondo” la sua presenza è sia come spettatore, rubando immagini spontanee, sia come protagonista, attirando l’attenzione e le reazioni divertite dei bambini. Quale dei due ruoli preferisce?
Per arrivare a questi risultato devi essere protagonista. Non sono stato solo spettatore. Ogni giorno che portavo i bambini all’asilo io fotografavo. La mole di fotografie fatte supera le 600. Poi raramente con il formato Leica, la maggior parte con il grosso formato, con la Kobell o con la Rollei quando mi serviva di fotografare dall’alto sfruttando il pozzetto.


Lei e Mario Giacomelli siete stati grandi amici. Che ricordo conserva di questa amicizia?
Giacomelli voleva vedere le mie fotografie, ma non voleva farmi vedere le sue. Era curioso e geloso. Io mi sentivo molto più in basso di lui. Non sono mai entrato nella sua camera oscura. Ma ascoltavo i suoi consigli. Ad esempio ho comprato la macchina fotografica uguale alla sua. Si stava poi spesso insieme. Tutte le domeniche, dopo il mercato, nei pomeriggi si prendeva la macchina e si andava da lui. Stavamo a casa sua oppure si usciva. Ma non per fotografare, semplicemente per stare in compagnia. Siamo andati a fotografare insieme raramente, come a Scanno.


Carlo Emanuele Bugatti racconta come per lei sia fondamentale “l’attenzione per la perfezione del negativo, come contenitore di un massimo di informazioni, nonché l'attenzione per la perfezione della stampa in camera oscura”. Quindi per lei la tecnica è indispensabile per ottenere buone immagini?
Sì e no. Nel senso che la tecnica è importante, però quando si riesce a governare l’immagine la tecnica può dar fastidio. In certe fotografia la tecnica deve essere messa da parte. Ci può essere un’immagine che ha un mosso più sentito che voluto, dove la tecnica diventa istintiva.


Come valuta la fotografia contemporanea, nella cosiddetta “era del digitale”?
Tanto di cappello per il prodotto digitale. Ma la fotografia ne ha perso. Perché ci sono persone che non conoscono la fotografia, ma la macchina fa tutto ugualmente. Spesso poi un’immagine perfetta è fredda. Quindi il digitale non è stato un passo in avanti soprattutto nell’arte della fotografia. La macchina si è sostituita al fotografo. Discorso diverso per il giornalismo, dove posso inviare subito le immagini realizzate.


Similmente con la diffusione del digitale, in tanti si definiscono “photographer”, magari rassicurati dagli apprezzamenti ricevuti dagli amici su Facebook. Ci sono anche concorsi basati sul numero di “mi piace” ottenuti dai propri contatti su Facebook. Secondo Lei c’è un metodo migliore per riconoscere realmente le qualità di un fotografo?
Vedere se il fotografo ha la capacità di cogliere l’attimo. Quello fa la differenza. È un talento con cui ci si nasce. Non si impara in un’accademia di fotografia. Deve far parte del DNA del fotografo.


Non ricordo di aver mai visto una sua foto a colori. Una casualità oppure non ama per qualche ragione fotografare a colori?
Semplicemente mi trovo meglio con il bianco e nero. Riesco a modificarlo come voglio in camera oscura. Con il colore non riuscirei a manipolarlo come vorrei.


Secondo lei qual è la cosa più bella e quella più brutta del mestiere del fotografo?
Quella più brutta è fare il fotografo per professione. Io non lo farei. Sono capace di realizzare immagini che siano vendibili. Ma non le cercherei mai. Prendo quello che trovo.
Quella più bella è quando si trova qualcosa di insperato dopo lo sviluppo.


Ci potrebbe mostrare una sua foto, magari alla quale è particolarmente legato, e raccontarci la sua storia?
Questa immagine realizzata a Scanno con la Rolleiflex. Una fotografia difficilissima da realizzare per la qualità del mosso e per la nitidezza del viso. Con il flash sono riuscito a fermare la donna mentre un tempo lento ha garantito il mosso delle mucche. Questo è più istinto che tecnica.

Renzo Tortelli, l\

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Con quale fotocamera ha iniziato a fotografare ed a quale è rimasto eventualmente più affezionato?
La prima fotocamera che ho comprato è la Rolleiflex. Dipende poi da quello che devo fare. Se voglio qualcosa di maneggevole e leggero da portarsi dietro, che fa 36 fotogrammi con un rullino e che rende bene come ottiche, allora prendo la Leica M6. Ma se voglio certe fotografie particolari allora uso la Kobell, che è una telemetro come la Leica ma con fotogramma 6x7cm. Una macchina particolare, realizzata a mano a Milano, dove si utilizzano ottiche Voightlander originariamente utilizzate sulla Bessa. Era la stessa macchina usata da Giacomelli, anche se oltre al “normale” 105mm lui aveva anche il tele 180mm.

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Infine quali consigli vorrebbe dare a chi volesse accostarsi al mestiere di fotografo?
Veramente nessun consiglio. Come già detto io non avrei mai fatto il fotografo di professione. Per me è una passione. E chi fotografa per se stesso può dare sempre un’impronta personale, può muoversi in libertà. Se la foto di copertina di “Piccolo Mondo” fosse stata una foto commissionata, probabilmente non sarebbe piaciuta al padre del bimbo. Ma per me è bellissima. Poi i bravi fotografi, quelli che hanno talento, riescono a mettere sé stessi anche nelle foto di lavoro.

Ringrazio per avermi accompagnato e per aver realizzato alcune immagini dell'intervista Franco Pennesi e Michol Massini, rispettivamente Presidente e Segretaria del Fotoclub Diaframma Zero di Tolentino (MC).

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