Sensibile alle comunità e agli individui relegati ai margini della società e presidente della cooperativa di fotoreporter canadese Nomad, Brennan O’Connor è al momento impegnato a documentare la situazione dei ‘rifugiati’ birmani appartenenti a minoranze etniche come i Karen, nel sud-est asiatico e in Canada.
Con un bianco e nero che catapulta volti e panorami fuori dal tempo, Ethnic Minorities from Burma on the Run si concentra sull’esodo di un popolo costretto con la forza ad abbandonare il proprio paese, i propri cari, e a vagare in cerca di un reinserimento che l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) ha definito di proporzioni senza precedenti.
Un argomento delicato che non rischia neanche di sfiorare molti di noi ma sul quale credo sia istruttivo riflettere, grazie anche alle immagini di O’Connor, così lontane dalla nostra realtà eppure così vicine ad emozioni che siamo in grado di condividere. Come vi sentireste se per qualcosa che in molti casi neanche capite, foste costretti a lasciare tutto, magari anche il nonno che non conoscerete mai, come probabilmente accadrà al bambino nell’auto?
Ethnic Minorities from Burma on the Run di Brennan O’Connor

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Dopo il numero 15, è on line un nuovo numero di Witness Journal, ricco di reportage e servizi particolari e interessanti, da Gli angeli di Barkinov di Marco Legri realizzato in un orfanotrofio ucraino, al fondamentalismo religioso degli Haredim di Eugenio Grosso.
Il numero 16 di Witness Journal è dedicato anche alla vita dei pescatori Urak Lawoi tailandesi del reportage Fratelli di Mare di Massimiliano Clausi, quella dei contadini, allevatori e pastori dell’Occitania in Tous le Jours, toute l’ennée di Edoardo Tommaselli.
É un numero dedicato al fascino e alle contraddizioni della Birmania di Burma Francesco Chiorazzi, alle rovine della città croata di Vukovar di Nicola Zolin, al Japanese style di Alessandro Marchese, agli scatti in bianco e nero delle spiagge di Ending Summer realizzati da Ettore Marangoni.

In altre occasioni abbiamo scherzato sul lavoro del fotografo, presentandovi lati ironici di questo importante lavoro, ma oggi non abbiamo voglia di scherzare.
Penso che ormai tutti sappiate quello che sta accadendo in Birmania, dove il governo sta reprimendo nel sangue una protesta pacifica di un popolo ridotto in schiavitù.
Ovviamente chi fa questo genere di azioni pretende che il proprio operato rimanga all’interno delle “proprie mura” perché se andassero in giro immagini di questi comportamenti potrebbe scattare l’indignazione internazionale, solo quella.
E proprio per prevenire la fuga di notizie è scattata da parte dei militari la caccia al fotoreporter che ieri ha portato alla morte di Kenji Nagai, un reporter giapponese colpevole solo di esercitare il suo lavoro in una zona di guerra.