Sudeep Lingamneni: A Boy Name Sue in Viaggio tra Uomini & Dei

A Boy Name Sue

Troppo lontana, per gap generazionale, dalle pratiche della beat generation del Diario indiano di Allen Ginsberg, ma non dal desiderio di espandere i confini della coscienza e della conoscenza attraverso esperienze culturali e spirituali, ho deciso di fare un salto in India insieme a Sudeep Lingamneni, un uomo in viaggio, alla costante ricerca di quella 'pura luce brillante' scritta nel nome (Sudeep).

Quindi quello di oggi sarà un viaggio in un paese pieno di Uomini & Dei, che hanno edificato leggende e tradizioni sul legame inscindibile tra materiale e spirituale, insieme ad uno dei suoi figli che vagano nel mondo, un A Boy Name Sue, nato ad Andhra Pradesh sul golfo del Bengala, cresciuto a Boston, e residente a Melbourne, tornato in India dopo aver perso il padre, a caccia di colori, odori, sapori, spiriti ed origini, che ha raccolto in un portfolio on line che potete sfogliare come un passaporto.

Un viaggio di ore, giorni e mesi tra le strade povere di Bombay, quelle che sanno di passato e presente, limone e lucido da scarpe di Nuova Delhi, quelle piene di ragazzini di Hyderabad, fino al portone del Taj Mahal che sancisce il confine tra il clamore del mondo esterno e l’oasi di pace dello spazio sacro e spirituale interno, e dentro al Festival di Dasara, che in tutta l’India (ma anche in paesi dell'Est come Java, Sumatra, Nepal, Giappone …) celebra l’incontro tra tutti questi uomini e il numero sbalorditivo di dei designati a vegliare su ogni cosa.

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Oltre ad essere una delle sette meraviglie del mondo moderno, infatti il Taj Mahal è il simbolo perfetto per un paese che sembra avere più bisogno di amori immortali che di tombe, che è diventato una meta ambita più per le suggestioni che per i mausolei, e la poesia di marmo fulgente che cambia durante le ore del giorno e delle stagioni, insieme al riflesso sinuoso delle acque del Jamuna nelle quali si specchia, è da secoli perfetta per questo scopo, almeno fino a quando polveri sottili e inquinamento non riusciranno ad oscurare anche «Una lacrima di marmo ferma sulla guancia del tempo» (Rabindranath Tagore).

Sudeep Lingamneni si è immerso nel mix di elementi religiosi e laici di Vijaya Dashami, anche conosciuto come Dasara, Dashahara, Navaratri, Durgotdsav… colti dagli scatti di Army of Gods, dopo la stagione delle piogge, quando l’uomo, l’indiano e il fotografo, come la terra, erano pronti per nuovi e rigogliosi raccolti.

Si ipotizza per questo, che in origine il festival fosse un semplice atto di ringraziamento per il Dio vedico Indra, ritenuto responsabile delle agognate piogge stagionali, mentre oggi l’infinità di dei e riti celebrati dal festival, si rivolgono alla benedizione propiziatoria di tutto quello che inizia, celebrando riti più complessi come la vittoria del Bene sul Male, simbolizzata dall'uccisione del re demone Rāvaṇa per mano dell'eroe divino Rama.

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Durante i dieci giorni del festival dei e le dee discendono dal cielo, e se i primi nove giorni sono dedicati all'adorazione (Navaratri) tra riti di digiuno, processioni colorate, balli folcloristici, musica classica indiana e battiti pop Tamil, il decimo è riservato alla dea Durga che ha sconfitto il demone dalla testa di bufalo Mahishasu, e al signore Rama che ha combattuto contro un demone a dieci teste Rāvaṇa.

Le celebrazioni sono diverse in tutto il paese, dalla colorata processione di elefanti bardati lungo le strade di Mysore, alla statua della dea Durga, simbolo del trionfo del bene sul male, immersa nelle acque del fiume Yamuna a Dehli, ma hanno in comune l’adorazione del principio femminile dell'universo sotto forma di madre divina, e di conseguenza il rispetto per tutte le donne, che sono a guardia della famiglia, della coltura e dell'integrità nazionale, per questo gli uomini vestono da donne e tutti i mortali da Dei, fino all'ultimo giorno di Vijayadashami, che culmina nel rituale che brucia le effigi dell’enorme e minaccioso Ravana. Perfetto per propiziare i nuovi viaggi di ABoyNameSue.

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