La dura vita del fotografo di guerra


Il mestiere del fotografo di guerra non è per niente semplice e non solo perché c'è la possibilità di rimanere colpiti gravemente o a morte in qualsiasi momento, ma per tutto quello che ruota intorno a questo lavoro.

Immaginatevi per esempio di essere un fotografo in un momento concitato come dopo un attentato ed attorno a voi ci sono personale di sicurezza e medici che cercano di prestare soccorso ai feriti e ripristinare l'ordine. Tutto quello che dovete fare voi è scattare delle foto. Nell'immediato un'azione non molto utile e che può portare ad alcuni dubbi etici come quelli venuti a Adam Ferguson, ma che nel futuro prossimo possono gettare una luce sulla vicenda ed aiutare le persone impegnate nell'evento.

C'è poi chi come Alvaro Ybarra Zavala si ritrova davanti a degli squilibrati che dimostrano le peggiori bassezze a cui l'umanità può arrivare e non può fare altro che tenere un profilo basso per non attirare l'attenzione su di sé perché c'è a rischio la propria incolumità.

Non si possono dimenticare neanche i rapimenti dei giornalisti che possono essere sia scomodi testimoni di qualche fatto di sangue sia ostaggi da scambiare per ottenere qualche risorsa preziosa. In ogni caso possono passare parecchi giorni prima della liberazione. Giorni passati in pessime condizioni ed in cui ci si può domandare se vale la pena di fare questo mestiere. Come si è chiesta Lynsey Addario durante la sua prigionia in Libia.

Orrori e violenze sono il pane quotidiano che si respira sul fronte. La civiltà umana al suo più basso livello, ma anche in quei momenti c'è chi riesce a trovare la bellezza in piccoli gesti. Potete leggere i brevi racconti scritti da importanti fotoreporter direttamente dal sito del Guardian.

Via | Guardian

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