I Bagliori delle Voci di Carmelo Bongiorno

Carmelo Bongiorno

Chi assapora ogni singola emozione che si annida tra le parole, la musica e le sperimentazioni di Franco Battiato, sa bene quello che possono scatenare le introspezioni fotografiche di Carmelo Bongiorno, che modula e progetta note di luce, voci, colore, strade di latte e bagliori, diventati spesso copertine degli album di Battiato.

Due Siciliani a caccia dell’isola intima che fa parte del loro modo di essere ed esprimersi, due poeti che giocano con i chiaroscuri della vita allo scopo di penetrare la pelle delle cose e della realtà, dare corpo e visioni alle emozioni, e se l’Up Patriots to arms tour di Battiato si appena concluso, le travolgenti sensazioni liberate dalle fotografie di Bongiorno stanno per arrivare a Roma con la collettiva di sguardi che FotoLeggendo inaugura oggi all'ISA – Istituto Superiore Antincendi di Roma.

Ora che preferiate le fotografie dal forte sapore analogico realizzate con la sua Hasselblad 500 CM ammaccata, o quelle digitali figlie di una Canon Eos 5D, consiglio di non perdere quello che sanno offrire queste immagini e vi lascio con il rituale del sabato che dedico al mio papà, scelto come introduzione del volume “Voci”, edito da Postcart.


Voci
Dopo pranzo uscimmo fuori, nel piccolo giardino alle spalle della casa: due limoni, un mandarino, un melograno… sette, forse otto alberi in tutto, al centro l’orto.

Carmelo Bongiorno
Carmelo Bongiorno Carmelo Bongiorno Carmelo Bongiorno Carmelo Bongiorno

Il rituale del sabato era stato rispettato, il pesce preso al mercato (al mattino presto si trova il migliore) e cotto alla griglia, e alla fine il dolce preparato come sempre con grande cura.
Il pomeriggio era splendido, una luce calda e tagliente raccontava la verità delle cose e un tepore che induceva all’ozio ci trasportarono in un lieve stato di torpore, una sorta di temporaneo svanimento che sembrava non lasciare spazio al riaffiorare di ricordi o al sopraggiungere di pensieri dai contorni netti, un vago abbandono dei sensi.
Seduti sul muretto restammo ad osservare per un po’ lo scorrere lento e lo sfaldarsi delle nuvole, e abbassando lo sguardo le formiche – prima invisibili – inseguirsi affannosamente vicino ai nostri piedi.
Gli altri erano dalla parte opposta della casa, solo poche voci dell’aria arrivavano inattese tra i silenzi portando suoni opachi, parole lontane, indefinite, in un tempo sospeso che sembrava dilatarsi a dismisura.
“Dammi una sigaretta, dai…”
Abbassai lo sguardo per nascondere un certo imbarazzo, feci una smorfia che non seppe diventare sorriso né tantomeno rimprovero, quindi porsi il pacchetto aperto.
“Vabbè, lascia stare, hai le ultime due…”
“Non preoccuparti, in macchina ne ho ancora”.
Accese, poi accesi anch’io.
“Io te la do, ma forse non dovresti…”
Alzò gli occhi, sorrise un po’ e con un gesto all’indietro della mano mandò a quel paese l’umanità intera.
Fumammo quasi in silenzio, poche parole mentre le ombre delle piante si allungavano, le nostre piccole solitudini, beate e compiacenti, erano rotte qua e là solo da brevi suoni, frammenti di vite sconosciute e altre a noi care che in quel momento lasciavamo ci accarezzassero a distanza, incuranti del resto, bastando a noi stessi.
Mi tornò in mente quando nel castagneto di Tarderia seppellimmo Fritz, il nostro amatissimo pastore tedesco: un mattino freddo come non se ne ricordano dalle nostre parti e di alterne commozioni, anche quello passato tra lunghi silenzi, solo il nostro respiro affannoso e sconosciute voci provenienti da lontano.
La luce si abbassò ulteriormente e ai margini del giardino un cumulo di rami e foglie secche che aveva raccolto durante la settimana aspettava di essere bruciato.
Non poteva stare fermo troppo a lungo, prima che fosse sera doveva tornare ad almeno una delle sue mille cose da fare, usare il suo ingegno e le sue mani instancabili.
Con attenzione accese il fuoco, due colonne di fumo acre e denso si alzarono, e lui in mezzo quasi immobile a governare tutto: non volli perdermi quell’attimo, presi la macchina e cercai un punto dal basso, il controluce era forte, la sua figura e quel fumo avevano qualcosa di mistico, di indescrivibile, una vertigine sospesa.
Attraverso quella luce mi sembrò poter vedere oltre l’apparenza delle cose: le voci, ora più evanescenti tra il crepitio del fuoco, avevano un sapore di vento e di speranza.
Fece finta di niente, continuò il suo lavoro con indifferenza seppur velata da un impercettibile sorriso, conosceva quei miei “momenti” e mai si sarebbe sognato di interrompermi.
Scambiammo poche altre parole, poi pian piano il fuoco si spense, del cumulo di rami e foglie rimase solo un mucchietto di cenere grigiastra, dalla cucina arrivò l’eco un po’ invadente del televisore che qualcuno aveva acceso.
“Non mi avevi detto che dovevi completare un lavoro allo studio?”
“Si, è vero, adesso vado sennò faccio troppo tardi. Ci vediamo sabato, papà”.

(testo/racconto di Carmelo Bongiorno pubblicato sul volume “Voci”, edizione Postcart, come sua introduzione)

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