Interviste Clickblog: Gianni Berengo Gardin

Proseguiamo con le Interviste Clickblog. Dopo aver parlato di fotografia di moda e pubblicitaria con Settimio Benedusi, abbiamo avuto l'onore di fare una chiacchierata con un nome storico della fotografia italiana: Gianni Berengo Gardin.

Gianni Berengo Gardin

Tre aggettivi per descrivere Gardin?

Fotografo prima di tutto, onesto nella fotografia e nella vita, serio.

Chi sarebbe e cosa farebbe, se nella Sua vita non ci fosse la fotografia?

Sicuramente il falegname, perché amo molto il legno, amo molto lavorare il legno. Anche se i miei erano albergatori e avrebbero voluto farmi fare l’albergatore. Avevano un paio d’alberghi che adesso non abbiamo più, perché con la guerra sono andati male. Uno a Santa Margherita Ligure è stato requisito dai tedeschi, ci hanno fatto il comando della Liguria e l’hanno ridotto ad uno straccio.

In un’intervista con il Sole24Ore Lei dice che il “fotoritocco è il male assoluto”, schierandosi dichiaratamente contro il digitale. Ma in fondo anche con l’analogico un bravo stampatore può dare differenti impatti visivi allo stesso fotogramma. Quindi un fotoritocco digitale, rivolto alla sola ottimizzazione, avrebbe la sua benedizione?

Se per pubblicità o moda, non mi interessa se fanno modifiche. Ma nella foto di reportage se fanno una modifica anche minima, vuol dire che la fotografia non è più fotografia ma è immagine. Mi va bene che sia un’immagine, ma allora lo devono dichiarare. In questi giorni succede questa cosa veramente ignobile di Benetton che fa la pubblicità con due che si baciano. Questi due che si baciano la gente li prende per realtà, per fotografia vera. Non c’è alcun segno sull’immagine che dichiari che è un fotomontaggio. Questo è un comportamento ignobile nei riguardi delle persone fotografate e nei riguardi del pubblico che le guarda credendo di vedere una vera fotografia. Non ho niente in contrario con l’aumento del contrasto tramite Photoshop. Non modifica l’immagine. Sono contrario se si inventa una cosa che non è stata, oppure se si toglie o aggiunge qualcosa.

Nella sua scheda realizzata da Virgilio Foto viene riportata questa sua frase: “il colore distrae il fotografo e chi guarda”. In effetti non ricordo una sua fotografia a colori. Ma la realtà è a colori. Raccontare la realtà senza i colori non è come “stravolgerla”?

Io ho fotografato per 15 anni a colori, quando lavoravo per il Touring Club Italiano e per l’Istituto Geografico De Agostini. Facevo a colori l’architettura e soprattutto il paesaggio. Ma mai una sola foto di reportage. Per me il reportage è in bianco e nero, perché il colore distrae dal soggetto. Se lei fotografa un gruppo di persone ed una ha la camicia rossa, vede solo la camicia rossa, non vede le altre. Il bianco e nero è molto più fedele alla realtà che il colore. Poi il bianco e nero è pieno di colore. C’è il nero, il grigio chiaro, il grigio scuro, i bianchi. Questo non toglie che ci siano fotografi bravissimi che fanno solo colore. È un punto di vista. Sa, io sono nato con la televisione in bianco e nero, il cinema in bianco e nero, tutti dico tutti i miei grandi maestri, da Cartier-Bresson a William Klein, da Elliott Erwitt a Robert Frank, erano tutti fotografi di bianco e nero. I libri che io ho visto e da cui ho imparato a fotografare, erano di fotografi di bianco e nero.

Nella sua scheda della Fondazione FORMA per la Fotografia ho trovato questa sua frase: “La fotografia è la mia benzina, è quello che mi dà l’energia e la forza di muovermi e vivere ogni giorno”. Dopo tanti anni di lavoro come fotografo, riesce ancora a trovare il piacere di fotografare, magari solo per se stesso?

Se uno ha una passione sviscerata come ce l’ho io per la fotografia, ne fa un motivo di vita. E quindi la mia scelta di fare fotografia è stata la cosa più importante della mia vita E tutt’ora ho la voglia di fotografare e fotografo moltissimo. Anche perché nella fotografia di reportage cambio ogni volta il soggetto e quindi ogni volta è un motivo diverso, un soggetto diverso, un interesse mio personale per quella cosa diverso. Non fotografo però né amici, né conoscenti, né parenti. Faccio solo foto di reportage, di avvenimenti. Soprattutto foto sociale dove l’argomento è sempre diverso.

C’è un’immagine in particolare tra le tante da Lei realizzate che Le è particolarmente cara e per quale ragione?

In archivio ho 1.350.000 fotografie. Una in particolare non ce l’ho. Ce ne sono 100 che amo, per un motivo o per l’altro. Forse quella dell’automobile in Scozia, nel Nord dell’Inghilterra, oppure quella del vaporetto a Venezia. Perché sono foto che mi hanno dato grande soddisfazione dato che sono in parecchi musei del mondo, non ultimo il museo di arte moderna di New York.

Scozia Berengo Gardin

Venezia Berengo Gardin

Con la diffusione dei cosiddetti fotofonini, ogni individuo può fotografare qualsiasi avvenimento ancora prima che un giornalista ne venga a conoscenza. Dati questi presupposti, come può distinguersi il fotogiornalista dal fotografo improvvisato?

Le fotografie fatte con il telefonino sono terribili, sono tecnicamente molto modeste. In casi disperati, che non c’è altra possibilità, uno si trova in un’occasione eccezionale, va anche bene. Normalmente un fotografo degno di questo nome fa le foto non con il telefonino ma con una macchina fotografica. Perché le cose che devono andare di pari passo sono il contenuto e la resa tecnica.

Similmente con la diffusione del digitale, in tanti si definiscono “photographer”, magari rassicurati dagli apprezzamenti ricevuti dagli amici su Facebook. Ci sono anche concorsi basati sul numero di “mi piace” ottenuti dai propri contatti su Facebook. Secondo Lei c’è un metodo migliore per riconoscere realmente le qualità di un fotografo?

Le qualità di un fotografo non si vedono certo su Facebook, dove si vedono proprio le foto ricordo che fa la gente, le foto souvenir. Le foto serie si vedono sui giornali, sui libri, nelle mostre fotografiche. Dove si vede l’impegno del fotografo, della persona che ha costruito una storia, che si è impegnato a raccontare qualcosa di importante.

Non mi sembra di ricordare una Sua fotografia di moda, mentre apparentemente ha affrontato quasi tutti gli altri generi, dal reportage sociale all’architettura. Si tratta di una casualità oppure c’è una ragione particolare?

Foto di moda non ne ho mai fatte. Ho sempre rifiutato perché non mi interessa la moda. Non mi interessa come non mi interessa più fare foto di architettura, mentre anni fa ne facevo abbastanza. Perché il mio interesse per l’uomo esula le foto di moda. Le foto di moda sono foto di vestiti. I vestiti non mi interessano. Mi interessano gli uomini, le donne, quello che mi succede intorno.

Nella fotografia di reportage, scattare un istante prima oppure un istante dopo, così come spostare leggermente l’inquadratura in un’altra direzione, potrebbe cambiare nettamente il messaggio dell’immagine. Ci sono alcuni accorgimenti da tenere presenti, per fare in modo che le nostre immagini siano il più possibile fedeli alla realtà?

Dipende dal fotografo, da quello che vuole dimostrare il fotografo, da quello che ha in mente il fotografo. L’obiettivo fotografa sempre la realtà ma non è obiettivo. Se lei usa un grandangolo invece di un tele, se si sposta a destra invece che a sinistra cambia l’inquadratura. La fotografia è la realtà che ci propone il fotografo. Ai giornalisti non chiediamo mai “scusi, lei ha scritto la realtà?”. Si dà per scontato che raccontano la realtà. Così per i fotografi si dà per scontato che mostrino cose reali.

Con quale fotocamera ha iniziato a fotografare ed a quale è rimasto eventualmente più affezionato?

Ho fotografato con tutte. All’inizio non avevo i soldi per comprare la Leica e quindi ho usato macchine 35mm che non erano Leica. Poi ho usato la Rolleiflex 6x6, l’Hasselblad sempre 6x6. Ma appena ho potuto mi sono comprato la Leica ed alla Leica sono rimasto fedele. Le mie fotografie migliori sono tutte tutte fatte con una Leica. La prima fotocamera che ho preso in mano era una Condor della Ferrania.

Condor Berengo Gardin

Ha qualche consiglio da dare a chi volesse accostarsi al mestiere di fotografo?

Oggi è un problema. Una volta i fotografi si vedevano: c’erano i migliori, quelli normali, quelli peggiori, c’era un po’ di tutto. Era facile fotografare ma c’era soprattutto la professionalità dei fotografi. Oggi con il digitale tutti fotografano. La maggior parte fotografa abbastanza male ed i giornali pubblicano brutte fotografie. I giovani dovrebbero farsi una cultura fotografica, che non hanno tutti quelli che fotografano. Una cultura fotografica si fa guardando i libri dei grandi maestri e cercando non di copiare, ma di imitare lo stile dei grandi fotografi. Fotografi come Salgado, Koudelka oppure gli italiani Saglietti, Scianna, Cito. Sono tutti miei amici ma sono anche grandi maestri.

Immagini | Gianni Berengo Gardin/Contrasto

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