Credibilità, informazione, fotografie ed errori che non si devono commettere

Si può parlare della morte di un fotoreporter e usare la foto di un altro? Questo è quello che è accaduto al Corriere che per segnalare la morte di Simone Camilli ha usato una foto di Andrea Vignali

A volte una foto viene scelta perché è la più adatta, perché è quella che racconta meglio quello che vogliamo dire, a volte perché c’è solo quella, altre volte ci si affida al proprio istinto e in questi casi la bravura dei photoeditor è fondamentale. Con la scusa della crisi molte figure professionali si stanno perdendo, si lavora sempre più in fretta e si paga sempre meno e quando si innescano questi meccanismi gli errori e le sviste sono quasi una consuetudine, ma comunque non giustificabili. Il Corriere della sera ha commesso una “svista”, nell’edizione cartacea di oggi 14 agosto 2014, ha pubblicato un articolo sulla morte del fotoreporter Simone Camilli utilizzando la fotografia del collega Andrea Vignali.

La foto di Andrea Vignali ha fatto il giro di tutti i giornali ed è apparsa ovunque, soprattutto sul web… un errore grave, gravissimo, perché non è la solita questione di copyright e di diritti d’autore ma di attendibilità, di ricerca e conferma delle fonti, di rispetto per una situazione tragica che ha spezzato la vita ad un ragazzo di 35 anni.

Approfondisci: Simone Camilli, reporter italiano ucciso a Gaza

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A segnalare l’errore è stato Marco Longari, un giornalista AFP, che sulla sua pagina Facebook ha scritto:

“La foto in prima pagina (del Corriere della Sera, ndr) pare sia del collega Andrea Vignali, vivo e vegeto, e a cui auguro lunga vita. Ma chiunque esso sia, si rovescerà il cappuccino addosso quando stamattina sulla prima del Corriere della Sera riconoscerà la sua foto accanto alla notizia della tragica morte di Simone Camilli. Già: al Corriere hanno sbagliato foto. Al Corriere non hanno verificato la fonte. Al Corriere, che riceve le grandi agenzie internazionali, non sono stati capaci di digitare il nome di Simone in un search box. Ecco. Venitemi a raccontare altro adesso”.

Ci sono errori che si possono tollerare ma, sbagliare la foto del giovane italiano ucciso a Gaza dall’esplosione di un ordigno mentre faceva il suo lavoro, non è assolutamente giustificabile. Per chi fa informazione -fotografi, reporter, giornalisti - la credibilità non è negoziabile.

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Simone Camilli era un video reporter che si trovava a Gaza per fare il suo mestiere, stava riprendendo con la sua telecamera gli artificieri che tentavano di disinnescare una granata israeliana rimasta inesplosa, l’operazione è fallita e lui, insieme ad altre cinque persone, è rimasto ucciso.

Documentare i conflitti e andare nelle zone di guerra è un lavoro ma è più che altro una vocazione, non lo si fa per il denaro perché nessuna cifra vale la propria vita, lo si fa perché non si può fare altrimenti, perché il raccontare diventa un’esigenza più forte di qualsiasi altra cosa. Negli ultimi mesi sono stati tanti i fotografi rimasti uccisi, ricordiamo Andrea Rocchelli, il 17enne Molhem Barakat, la fotogiornalista francese Camille Lepage, il fotoreporter francese freelance Olivier Voisin morto in Siria nel 2013 e Tim Hetherington morto nel 2011 durante la guerra civile libica. Andando più indietro nel tempo non possiamo non citare Robert Capa morto proprio sul campo durante la Prima Guerra d'Indocina nel 1954.

Anche oggi ci sono storie che noi conosciamo solo perché qualcuno è andato a documentarle, basta pensare ai lavori fotografici di Pietro Mastrurzo, Fabio Bucciarelli, Massimo Berruti, Davide Monteleone, Paolo Pellegrin e tanti altri bravissimi fotografi e foto reporter.

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