Intervista al buio con Evgen Bav?ar

Evgen Bavc?ar. Il buio e? uno spazio EB1612

Vivendo in una dimensione satura di immagini, visioni, sguardi e occhi, senza aver atrofizzato del tutto gli altri sensi, mi chiedo spesso dove possono spingersi i confini di un meccanismo percettivo che parte da carenze fisiche.

Tutto quello che registra l’occhio si trasforma in visione solo dopo la decodifica del cervello, in ritardo sul presente e in accordo con variabili percettive, quindi in teoria basterebbe trascendere i limiti fisici dell’occhio o sostituirlo con altro per poter esplorare visioni altrettanto illuminanti.

Un viaggio in una dimensione difficile da esplorare per chi continua ad essere condizionato da una vista che acceca il resto, per questo ho pensato di approfittare delle peculiarità prodigiose di un fotografo singolare come Evgen Bav?ar, ospite del Museo di Roma in Trastevere con Il buio è uno spazio e dell'intervista che segue.

Evgen Bavc?ar. Il buio e? uno spazio EB1616

Conosco troppa gente che non si lascia frenare dai limiti per non sapere quanto qualcuno sa trasformarli in singolari opportunità, e fotografare senza usare gli occhi lo è, quindi la mia prima domanda può essere tanto scontata per lei quanto inevitabile per me, se non servono gli occhi per fotografare, cosa serve?

Sono in molti a dire che fanno le foto senza guardare e senza vedere. Questa è una metafora, direi piuttosto un gioco, che trae origine dall'immaginario letterario. Io percepisco le mie fotografie con l'aiuto del mio terzo occhio, quello che va al di la del visibile. Nonostante i nostri occhi siano in origine fatti di argilla, il terzo occhio può superare questo limite. Il terzo occhio è quello che ha permesso agli antichi Greci, a Teresias ad esempio, di vedere il futuro, di trascendere il reale dell'immediatezza della percezione visiva. E' questo terzo occhio che ci permette di contemplare lo spazio onirico.

Per la mia idea di visione non bastano due occhi, quanto è riduttivo credere a quello che vedono, quindi tengo il ‘terzo occhio’ aperto su un buon punto di osservazione. Il suo dove si trova?
In quel centro del mio cervello che collega l'emisfero sinistro a quello destro. Come asserisce l'amico Michael Gibson, si tratta del concetto hegeliano di unità del diviso e dell'indiviso. Perciò fondo le due realtà: se facessi uso soltanto dell'emisfero sinistro, infatti, sarei schiavo di un certo tipo di discorsi, pericolosi per l'umanità. Se, invece, facessi uso dell'emisfero destro solamente, non ci sarebbe la dimensione temporale e io stesso dovrei assurgere a immagine per se stessa e dunque a illusione di un paradiso individuale, mio soltanto. Il mio terzo occhio è dunque nella trascendenza, esiliata nell'immanenza della mia esistenza corporale e spirituale, hic et nunc.

In che modo è arrivato alla fotografia e continua ad esplorare un linguaggio, che di fatto sembra padroneggiare quanto il verbo, in un numero impressionante di lemmi e linguaggi?
Dopo aver perduto l'uso degli occhi terreni non volevo perdere anche la memoria del mondo che avevo visto, della mia amata Patria, la Slovenia, e che per me sarebbe diventato lo specchio assolutamente universale che mi avrebbe permesso di creare nuovi mondi dentro me stesso. Diventando cieco ho capito che noi tutti abbiamo origine nel buio della trascendenza, come lo stesso Dio, prima di ordinare:”Fiat Lux!” Questa trascendenza, comune a noi tutti, offre anche ai non vedenti il diritto di creare dizionari dell'immagine perché ciò che è possibile vedere non è necessariamente anche visto o percepito dallo sguardo di tutti o di chiunque. Ho compreso, inoltre, come ci è dato, a noi ciechi, di poter volgere il nostro sguardo aperto direttamente verso la luce del sole, senza il pericolo che i nostri occhi fisici, anch'essi fatti dalla sostanza del sole, vengano bruciati. Accecati, quindi. San Tommaso, infatti, non tocca con mano Cristo risorto perché vorrebbe sentire la sua presenza materiale, ma perché la presenza della luce di Cristo è troppo forte per i suoi occhi terreni. Egli assume quindi la posizione del non vedente che deve avvicinare il proprio sguardo con l'aiuto del proprio corpo per relazionarsi, con il contatto fisico, con quello di Cristo. Ed è questa la ragione per cui non si può e non si deve negare il diritto all'immagine anche a coloro, ciechi dalla nascita, cui è stato impedito di conoscere l'immagine visiva e storicamente riconosciuta del mondo che li circonda e che a loro non è stato dato di “vedere”. La mia presunzione di parlare dell'immagine deriva, appunto, dalla possibilità che mi è stata data, di conoscere le due realtà e di poterne discernere.

Come definirebbe il suo linguaggio fotografico?
Vengo definito un artista concettuale e pertanto considero il concetto originario in maniera molto seria e quasi assoluta. Il quadrato nero di Malevi? così come l'oblio estetico, desunto da Nietzsche, rappresentano la porta e le finestre, attraverso le quali cerco di vedere oltre a ciò che è visibile, creando un linguaggio mio personale, in cui mi esprimo sempre e soltanto per me stesso e mai a nome di altri. Quindi questo è il concetto di arte che parla sempre un linguaggio unico, irripetibile e soggettivo, proprio a ogni singolo artista. Mi disturba molto dunque sentirmi definire un artista non vedente. La mia arte è comunque uno sguardo che soltanto io posso esprimere. Non potendo percepire il mondo che mi circonda in maniera diretta, rimango, come tutti i non vedenti, e ciò ci accomuna, erede del dio greco Eros che ha donato all'umanità la bellezza di uno sguardo da vicino. Non si tratta soltanto della forma tattile di percezione ma anche di quegli sguardi infiniti nel nostro mondo onirico, spirituale, dove la distanza tra l'oggetto e il soggetto viene ridotta a qualcosa di così infinitesimale da poter essere superata soltanto dal terzo occhio. Come per Kant l'occhio diviene organo della distanza, così il terzo occhio assurge a occhio del nostro spirito, il più perfetto telescopio e microscopio di tutte le distanze possibili.

Tecnicamente come funziona la ‘sua camera oscura’, come nasce e si sviluppa una fotografia di Evgen Bav?ar, che tipo di apparecchiatura utilizza, di cosa non può fare a meno e di cosa non sente proprio il bisogno?
Trovo che i mezzi adoperati non siano così importanti da doverne parlare: non si chiede a un pittore con quale pennello ha dipinto, né a uno scrittore quale sia l'inchiostro adoperato per la sua penna. Ciò che conta è l'opera d'arte. E ritengo che le mie fotografie possano essere abbastanza eloquenti per se stesse.

Se “Il buio è uno spazio”, quando scatta una foto sceglie il soggetto, l’atmosfera o prevale l’esigenza di sondare questo spazio? Cosa cerca nei suoi scatti, cosa trova?
I vedenti si accontentano dell'illusione di uno spazio buio bidimensionale. Noi, invece, artisti, e noi che abbiamo una percezione cosciente del corpo, abbiamo la conoscenza della tridimensionalità del buio. Non ci sarebbero, infatti, il giorno e la notte, ma non potrebbe esistere neanche il concetto di buio/luce cosmici. Sono nel contempo un ostaggio della luce e del buio, sono apparentemente un iconoclasta, ma sono in verità un iconofilo.

Da fotografo e insegnate, che condivide sapere e tecnica con vedenti e non vedenti, quali sono i veri ostacoli contro i quali si deve battere quotidianamente Evgen Bav?ar?
Mi batto contro i pregiudizi che portano a non comprendere come i non vedenti siano stati messi in una posizione di non libertà, ma anche di particolari necessità. Perciò mi erano particolarmente cari e graditi sia il computer come pure le fotocamere, fattemi avere da alcuni amici che hanno compreso come questi mezzi sarebbero potuti divenire uno dei miei passaggi verso la mia nuova libertà.

Per Evgen Bav?ar cosa non dovrebbe mai mancare ad un fotografo, vedente o meno?
Innanzitutto il concetto di origine, i mezzi tecnici per poterlo esprimere e le gallerie d'arte, disposte a comprendere e far comprendere.

Ringraziando Evgen Bav?ar per la chiacchierata e Tatjana Rojc per la traduzione, ovviamente invito tutti ad approfittare della mostra Evgen Bav?ar. Il buio è uno spazio, al Museo di Roma in Trastevere, dal 19 gennaio al 25 marzo 2012.

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