Interviste Clickblog: Francesco Zizola


Parla di se più spesso come un giornalista. Sono però le sue foto, da quelle recenti sui cambiamenti climatici a quelle celebri della guerra in Iraq fino alle immagini che hanno raccontato la tragedia delle mine antiuomo in Angola, un reportage con il quale ha vinto il World press photo, ad averlo reso uno dei più grandi fotoreporter del mondo. Parliamo di Francesco Zizola, fotogiornalista, cofondatore dell’agenzia Noor e della 10b Photography Gallery, romano, uno dei pochi in Italia in grado di poter parlare di reportage con autorevolezza e sensibilità. Clickblog lo ha intervistato

Partiamo dai segreti del mestiere. Uno dei problemi per i fotoreporter non professionisti, ma anche per quelli più navigati, è quello di riuscire a scattare immagini in contesti ostili senza generare alterazioni della naturalità della scena che si vuole ritrarre. Qual è il segreto dell’invisibilità?

Ognuno ha naturalmente il suo metodo. Io cerco di rendermi neutro. Questo sulle prime sembra impossibile, basti pensare quando un reporter deve realizzare un lavoro in un contesto rurale africano dove si è l’unico bianco in centinaia di chilometri... Ma l’invisibilità si raggiunge con il massimo dell’esposizione. Quando si è così diversi da non poter essere non visti meglio giocare la carta dell’abitudine. Naturalmente queste tecnica necessità di tempo: dopo qualche ora o qualche giorno si diventa invisibili, si diventa parte del paesaggio e così di può iniziare a lavorare.

Il tuo lavoro, oltre che per la perfezione estetica e realizzativa si caratterizza spesso per i forti contenuti. Sembra che le tue foto vogliano mandare un messaggio diretto a chi le guarda. C’è un valore etico nel tuo lavoro?

Per molti sorprende che l’etica sia citata nella professione del fotogiornalista. In realtà non vedo come possa essere altrimenti. Questo è un lavoro che non può essere concepito al di là del rapporto tra persone: il fotogiornalista è un testimone per conto della collettività a cui presta i suoi occhi, la sua mente, la sua intelligenza ed i suoi sentimenti. E’ una persona che ha una funzione pubblica, a cui la collettività affida la sua percezione di come si evolve la società e di quali siano i suoi aspetti critici, drammatici ma anche felici o frivoli.


Dunque etica nei contenuti. Ma esiste anche un’etica professionale, che riguarda il rapporto tra fotografo, ciò che viene ritratto e fruitore finale dell’immagine?

Certamente, il ruolo del fotogiornalista non può essere espletato se non esiste a monte un patto di rispetto verso gli esseri umani coinvolti in questa funzione di racconto, sia quelli di cui il fotogiornalista racconta sia quelli che recepiscono il racconto. Questo rispetto è l’etica, l’insieme di norme comportamentali che devono essere rispettate per far si che il fotogiornalista sia credibile. Tutto ciò vale sia per il fotografo che per il giornalista che usa altri media. Il racconto è sempre soggettivo ma se manca questo rispetto viene meno la sua affidabilità ed il fotogiornalista rischia di essere interpretato come una persona interessata. A maggior ragione in Italia dove il sistema dell’informazione è stato piegato a ragioni politiche ed a un sistema produttivo totalmente asservito al dominio delle merci, e quindi alle dinamiche della pubblicità. E questo ha spostato di molto, al di la della soglia limite, la credibilità dei giornalisti che dipendono sempre più spesso dalla volontà di inserzionisti o industriali. Oggi c’è anche un forte tentativo di controllo. Vorrei ricordare che tra le varie funzioni importanti che un giornalista è chiamato a rispondere c’è proprio quello di non essere influenzato dai poteri.

Lavorare con le immagini può aiutare a dare una maggiore oggettività a ciò che si racconta?

L’oggettività non esiste. Ad ogni modo fino a qualche tempo fa era più facile pensare che le immagini fotografiche o i video fossero qualcosa di attinente al reale. Questo perché era meno diffusa la tecnologia finalizzata alla modificazione. In realtà questa possibilità c’è sempre stata, dal Fascismo quando Mussolini doveva essere ritratto con una certa idea mitologica, alla celebre immagine modificata di Lenin e Trotsky. Anzi prima era più facile affermare che una cosa era vera proprio perché queste tecnologie erano rare e quindi la gente non conosceva neanche questa possibilità. In realtà dietro la manipolazione c’è sempre un essere umano che decide di rompere il patto etico di cui parlavamo prima. Oggi con la diffusione di queste tecnologie la credibilità è affidata alla capacità di convincere gli interlocutori della propria onestà.

Rischio di mancanza di etica e condizionamenti. Il tutto a fronte di un mercato poco dinamico. Eppure sono tanti i giovani che vorrebbero diventare fotoreporter e vivere di questo. Cosa consiglieresti ad un giovane che vuole iniziare a fare questa professione?

Innanzitutto di considerare molto attentamente i cambiamenti derivati dalle nuove tecnologie che rimandano ad una riconsiderazione del linguaggio. Ad esempio ci sono tecnologie che permettono di riprodurre la visione del fotografo quasi a 360 gradi movendo il tablet nello spazio. Quindi consiglio di studiare i nuovi strumenti tecnologici, fare ricerche. Siamo all’inizio di una frontiera nuova e sconosciuta, ci sono grandi praterie da conquistare. Le nuove generazioni, poi, devono sfruttare non solo i tradizionali canali di diffusione delle immagini, i network ed i broadcasting, ma anche quella grande opportunità creata dalla rete, magari producendo nuovi contenitori di informazione.

Dopo tanti anni in teatri di guerra, in mezzo a carestie e situazioni a volte estreme cosa ti ha lasciato questa professione? Il fotogiornalismo ti ha cambiato?

Grazie a questi incontri, alle persone ed alle cose che ho seguito e fotografato, ho fatto un percorso di crescita umana importante, che si porta addosso il senso del dramma. Non sono diventato cinico, anzi tutt’altro, la mia sensibilità si è acuita. Guardo le cose con sempre maggiore sensibilità. Forse non ci riesco con la macchina fotografica, ma certamente come essere umano. Altri hanno avuto altri percorsi: chi si è indurito, chi non ha retto ed ha smesso. Io sono stanco della ripetitività di certi drammi ed avvenimenti che ciclicamente si ripropongono. Penso alle carestie in Etiopia o alla Somalia. Ma cerco sempre di raccontarlo con un linguaggio sensibile. Nel mondo mediatico restano zone d’ombra, cose di cui nessuno parla. C’è un dovere di testimonianza.

Seguono, nella gallery, alcune foto di Zizola: da quelle pluripremiate del reportage sugli effetti delle mine antiuomo in Angola, ai recenti reportage a colori nelle periferie colombiane o alle Maldive, per documentare gli effetti dell'inquinamento nell'arcipelago e quelli dell'innalzamento dei mari a causa del surriscaldamento atmosferico, fino alla cruda documentazione della guerra in Iraq ed al racconto corale dei bambini contenuto nella monografia Born Somewhere.

Copyright: ©Francesco Zizola/NOOR

Zizola-Angola

Le foto di Francesco Zizola
Zizola-Angola
Zizola-Born Somewhere
Zizola-Born Somewhere
Zizola-Born Somewhere
Zizola-Colombia
Zizola-Colombia
Zizola-Iraq
Zizola-Iraq
Zizola-Iraq
Zizola-Iraq
Zizola-Maldive
Zizola-Maldive

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