Niente da vedere ... o tutto a Roma

Niente da vedere … o tutto, con la collettiva fotografica che guarda le contraddizioni urbane di nuove periferie e vecchi cantieri, colori e vuoti ingannevoli

“Niente da vedere”. Si fa per dire, perché dal cuore dell'osservatorio interdisciplinare sulla metropoli Naked City Project, alla collettiva che ha scelto l'imperativo come nome, gli obiettivi di Vincenzo Labellarte, Paolo Fusco, Daniele Cametti Aspri e Sergio Figliolia, hanno parecchio da far vedere.

Tanto da far vedere ad occhi assuefatti ai paradossi della 'modernità' e gli animi arresi al disincanto degli spazi urbani, con la Roma eternamente in cantiere e sotto ASSEDIO di Vincenzo Labellarte, quella che separa, isola e issa muri delle sue periferie e le INSULAE di Paolo Fusco, che ammanta con il “VERDE CONTEMPORANEO” di Daniele Cametti Aspri la nuova urbanizzazione lucrativa ecofriendly, sino ai messaggi in BLANK di Sergio Figliolia.

Il progetto fotografico collettivo, a cura di Marta Veltri e Marta Atzeni, che il 9 e 10 Maggio 2015, anima la mostra fotografica all'Interno 14_lo spazio dell’AIAC, parte dell'evento annuale Open House Roma alla scoperta dell'architettura della capitale anche con visite guidate gratuite, esteso ad un'installazione video presso la Corte, una rassegna di film che esplora il rapporto tra il cinema e lo spazio urbano presso Il Kino, cinema-bistrot al Pigneto, con tavola rotonda per indagare la trasformazione degli spazi urbani romani.

Niente da Vedere
INTERNO 14. Lo spazio espositivo dell'AIAC
www.architetturaecritica.it
Via Carlo Alberto, 63
Roma
Sabato 9 Maggio: ore 11.00–22.00
Domenica 10 Maggio: ore 11.00 – 22.00
Aperitivo Sabato 9 Maggio ore 19.00

Corte
www.benvenutiacorte.it
Piazza Dante, 3
Roma
Sabato 9 Maggio, ore 11.00 – 20.00
Domenica 10 Maggio, ore 11.00 – 20.00

Il Kino
www.ilkino.it
Via Perugia, 34
Roma
Sabato 9 Maggio: ore 20 – 24
Domenica 10 Maggio: ore 18 - 24

ASSEDIO di Vincenzo Labellarte


Assedio di Vincenzo Labellarte

Sotto assedio. Ecco come appare Roma agli occhi di un osservatore: una città occupata, dove le gru, in una caotica epidemia di cantieri, sembrano grandi macchine d'assedio medievali. Alte, immobili, sono diventate elementi tangibili di una trasformazione incompiuta, nella quale acciaio e cemento si fondono insieme per dare vita a un nuovo surreale paesaggio urbano.
E se tra le lamiere dei lavori in corso e i palazzi emergono, a tratti, orgogliosi e inattesi sprazzi di bellezza, le strade capitoline sono diventate luoghi di un disagio quotidiano. Qui la vita dei romani si ferma, si interrompe in un tempo sospeso, come se restasse bloccata dalle barriere sorte ovunque, per dividere la città in quadranti diversi, piccoli e isolati. Tanti campi di battaglia dove l'esperienza di ogni giorno si frantuma e sprofonda negli scavi e nei tempi dei lavori in corso. Eterna non è più Roma, ma la sua incompiuta mutazione.
Eppure dall'assedio non derivano solo stanchezza, sconforto e paura – per il futuro della città, le sue prospettive, per la dichiarata difficoltà a cambiare e a diventare davvero una metropoli. Per strada, infatti, si incontra anche la sorpresa: i contrasti di luce, di notte, disegnano paesaggi surreali, tra gli edifici e i lavori in corso – due antichità a confronto, il lascito del passato, da una parte, e quello dei contemporanei insieme. E là dove di giorno prevalgono il caos, la vita e il rumore, restano invece solo un sorprendente silenzio e un sentimento bizzarro di irrealtà. Come se qui non ci fosse più scampo, come se la città e i suoi abitanti fossero destinati ad attendere, ad arrendersi, condannati a guardarsi intorno. Per trovare bellezza, certo, e un chiassoso senso di inquietudine.
(testo di Federica Colonna)

https://www.facebook.com/vincenzo.labellarte

INSULAE di Paolo Fusco


Insulae di Paolo Fusco

Insulae è un progetto che vuole raccontare la ricerca di isolamento rappresentata dai muri che circondano i nuovi edifici che vengono costruiti nelle estreme periferie di Roma, nei quartieri nati dopo la seconda metà degli anni 2000. Laddove in diverse parti d’Europa si sperimentano nuove idee di condivisione degli spazi abitativi, a Roma l’obiettivo sembra quello di chiudersi dietro muri che separino e tengano lontano l’altro.
Stiamo sviluppando quartieri che, oltre ad essere esteticamente discutibili, insegnano a chi li vive a non fidarsi degli altri e a rimanere chiusi ed isolati. Le periferie romane, specialmente quelle più ricche, sono diventate luoghi che respingono gli estranei e che rinchiudono i propri tesori dietro muri che bloccano ogni sguardo.
Mi sembra un chiaro sintomo di come la società italiana sia cambiata negli ultimi anni.
Paolo Fusco - Biografia
Paolo è un fotografo specializzato in fotografia di architettura e spazi urbani, spesso interessato al rapporto tra le persone ed il paesaggio e sempre in cerca storie ed eventi stimolanti da fotografare.

www.paolofusco.com
https://www.facebook.com/paolofuscodotcom

VERDE CONTEMPORANEO di Daniele Cametti Aspri


Verde contemporano di Daniele Cametti

"Verde Contemporaneo" è una nuova tonalità di verde comunemente abbinata con il "Grigio Cemento" o il "Grigio Asfalto" nella giustificazione paesaggistica ed ambientalista dello sviluppo della nuova urbanizzazione ad alta densità e dei mega centri commerciali ecofriendly.
Solitamente è usato con parsimonia attraverso spennellate di alberelli di piccolo fusto di giovane età confinati in aiuole asfittiche che sicuramente ne fungeranno anche da tomba in breve tempo.
Parimenti, il verde contemporaneo è presente anche nei rendering dei progetti urbanistici di studi di architettura blasonati e spesso viene usato con successo come alibi ad opere di cementificazione massiccia. La realtà è spesso diversa dalla fantasia degli architetti.

Nel percorrere le strade delle nuove periferie della periferia la nostra percezione visiva è stimolata da immagini inconsuete. Contrasti evidenti di spazi verdi costretti dal cemento in zone al limite della città ma circondate dalla campagna. Un contrasto che appare ancora più evidente vista l’ampiezza dell’orizzonte. Un connubio di colori inatteso per una società che dovrebbe tendere alla vivibilità ed a sistemi urbani eco-compatibili. Ma a tutto esiste una spiegazione.

Il “Verde contemporaneo” è infatti il frutto di un paradosso nell’attuale regolamentazione per l’affidamento di appalti di urbanizzazione ed il loro rapporto con la realizzazione di servizi pubblici affidatigli dalle amministrazioni comunali.
A fronte delle concessioni edilizie di grandi insediamenti urbani, spesso collegati con centri commerciali, le amministrazione affidano ai costruttori la realizzazione delle strutture di servizio pubblico: rete idrica, strade, parcheggi e aree di verde pubblico. Queste opere vengono realizzate dal costruttore al posto del pagamento di oneri edilizi all’amministrazione e rappresentano un’ulteriore occasione per incrementare il margine di profitto a discapito della qualità di vita.

Da qui la definizione “Opere di urbanizzazione a scomputo” e la nascita del “Verde conteporaneo” che si erge a simbolo dell’ennesima attività lucrativa a scapito del benessere della comunità.

www.danielecamettiaspri.com
https://www.facebook.com/danielecamettiaspri

BLANK - di Sergio Figliolia


Blank di Sergio Figliolia

“Intentionally left blank” si legge di solito sulle pagine dei libri lasciate vuote.
Non si intende qui indagare i motivi dell’assenza. Siamo su un piano diverso da quello giornalistico infatti e di intenzionale c’è la volontà di cogliere cartelloni e altre strutture mentre vengono lasciati "in bianco".
E’ così che su quei tabelloni, che dovrebbero rappresentare il punto in cui guardare per trarre informazione, troviamo il vuoto. Apparentemente un grande controsenso.
Cartelloni strategicamente collocati per catturare la nostra attenzione ma svuotati della loro informazione. Forse dovremmo liberarci dei nostri canoni consueti e riconsiderare: l'assenza di informazione non è essa stessa messaggio?

www.sergiofigliolia.it
https://www.facebook.com/sergiofigliolia

Niente da Vedere

La città contemporanea è, per molti versi, indefinibile. Tramontata da tempo l’idea di cittàcome organismo unitario, oggi ci appare come un calderone fumante in cui confluiscono linguaggi e pratiche diverse, che sembrano dialogare tra loro in modo confuso. La città dei paradossi: identitari, architettonici e sociali. La città preda della gentrification, che butta in pasto al consumo anche l’antico. Un impetuoso andirivieni di immagini in cui gli individui, flâneur contemporanei o attori attivi, iscrivono più o meno consapevolmente la propria esperienza. Una città fatta di microcosmi metropolitani, frammenti architettonici, brani lacerati dal contesto. Una sorta di canovaccio in cui gli interpreti non recitano a memoria i versi di un poeta, ma improvvisano, fanno e disfanno, definendo nuovi e complessi scenari spaziali.
Ma la città è anche uno stato d’animo, citando Robert Park, e in questo senso le arti urbane, nelle loro declinazioni testuali, visive e performative, possono insinuarsi tra le sue trame e raccontarla trasversalmente. Dotando orizzonti di senso all’esperienza metropolitana, ne connotano forma e relazioni. E se le arti visive sono il canale più immediato per raccontare la città, la fotografia si rivela quella più completa. La storia d’amore tra la città e la fotografia è lunga e ricca di tappe importanti; la fotografia urbana esprime nel migliore dei modi la forma - compiuta, incompiuta, cacofonica - che qualsiasi città rivela. Coglie e isola le tensioni, le energie, i paradossi, cercando la bellezza attraverso l’adesione al reale e alla sua conformazione spaziale.
In Niente da Vedere, la forma ricomposta è quella di Roma. Cantieri inattivi, spazi verdi a compensazione di standard urbanistici, cartelloni pubblicitari disseminati per le strade, muri di recinzione a protezione delle abitazioni, i frammenti semiotici di questa città contemporanea. Narrazioni distinte, tracce distanti che documentano in modo corale il consueto, svelandone le criticità; citazioni del quotidiano che intrecciandosi restituiscono l’immagine di una metropoli in crisi. Una città immobile, in balia dell'interesse economico privato, che ha perso la sua dimensione sociale: è la Roma dei ‘lavori in corso’ della Metro C e della Nuvola; dei palazzinari e della speculazione; degli scontri di Tor Sapienza e delle gated communities sul Raccordo.
Robert Smithson definisce le aree dimenticate statunitensi - periferie degradate, zone post-industriali - luoghi entropici: paesaggi in cui i processi del deterioramento contemporaneo producono un peculiare tipo di rovina. Descrivendo le periferie di Passaic in New Jersey scrive: Quel panorama azzerato sembrava contenere rovine al contrario ovvero tutte le costruzioni che eventualmente saranno costruite. Questo è l’opposto della rovina romantica perché gli edifici non cadono in rovina dopo essere stati costruiti ma piuttosto sorgono in rovina prima di essere eretti.
La Roma disordinata, incompiuta, caotica, isolata di Niente da Vedere è un altro luogo entropico, abitato da nuove rovine al contrario: non generate dal passare del tempo, ma frutto del degrado, della noncuranza, della mancanza di pianificazione e gestione. Rovine silenziose, diffuse, banali. Che non riconosciamo in quanto tali poiché non fanno fare esperienza del tempo: non suscitano ricordi e al contempo negano ogni domani. Criticità del presente, ostacolo del futuro. Nel renderle visibili, Niente da Vedere svela la loro esistenza. Fa parlare degli schermi ciechi, coglie il corto circuito nel paradosso visivo e gli restituisce poesia. Ci impone una pausa, una riflessione, spingendoci ad osservare ciò che ci passa sotto gli occhi ogni giorno. Solitari e decadenti, i suoi set urbani si presentano ai nostri occhi come attori di un film muto, simboli totemici del progresso/regresso. E pongono la questione del futuro che sembrano volerci far dimenticare.
Marta Veltri e Marta Atzeni

Foto | Niente da vedere, Courtesy autori

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