Stefano Unterthiner, l'intervista al fotografo di National Geographic Magazine

Ho intervistato Stefano Unterthiner, uno dei più importanti esponenti italiani della fotografia naturalistica

La fotografia naturalistica non è decisamente il mio genere. Io faccio i ritratti nelle sala posa a due passi da casa, al fresco d'estate ed al calduccio d'inverno. Chi si dedica alla fotografia naturalistica invece passa mesi lontano da casa in mezzo a sole, pioggia, vento e gelo. Per fare questo tipo di fotografia ci vuole quindi soprattutto amore. Amore per la natura.

Un amore vero e viscerale, come quello che spinge Stefano Unterthiner ad andare avanti con il suo lavoro. Un amore che lo ha portato a grandi risultati, come quello di essere il primo italiano a lavorare per la prestigiosa rivista americana National Geographic Magazine. Un amore che traspare in modo evidente dalle sue immagini, che possiamo apprezzare in particolare su libri fotografici come il recente "Il sentiero perduto".

Grazie al Fotoclub Diaframma Zero ed alla Casa Ecologica sono riuscito a raggiungere Stefano Unterthiner per fargli qualche domanda.

01_Stefano_Unterthiner

Tre aggettivi per descrivere Stefano Unterthiner?
Direi testardo. Poi empatico. Il terzo l'ho chiesto a mia moglie, che mi risponde: generoso.

Chi saresti e cosa faresti, se nella tua vita non ci fosse la fotografia?
Se tolgo la fotografia c’è comunque la natura. Ho studiato come ricercatore, quindi avrei forse continuato a fare ricerca, mi sarebbe anche piaciuto insegnare oppure dedicarmi alla conservazione. Sceglierei comunque un lavoro legato alla natura.

Cosa ti ha spinto a dedicarti alla fotografia naturalistica?
Innanzitutto l’amore per la natura. Poi l’interesse nel condividerla con la gente. Quello che mi ha fatto scegliere la fotografia rispetto alla ricerca è proprio la possibilità di arrivare più rapidamente alla gente. Si raggiungono molte più persone con una fotografia che con un articolo scientifico. Ritengo di essere più utile come fotografo che come ricercatore.

L’uso del grandangolare è un po’ il tuo “marchio di fabbrica”. Come hai deciso di utilizzare questo tipo di ottiche?
Soprattutto per evitare quella sensazione di “déjà vu”, il classico ritratto che caratterizza molto la fotografia naturalistica e che mi ha sempre annoiato. Quindi sono andato subito a cercare altre ottiche. Non mi ricordo quando ho utilizzato il grandangolare per la prima volta. Anzi, mi sembra di averlo sempre utilizzato. C’è poi anche un messaggio importante nell’uso di quest’ottica: come poche altre, il grandangolare riesce ad avvicinare il lettore della fotografia agli animali, alla natura ritratta. Quindi penso che sia un bel modo per avvicinare l’uomo alla natura, anche se in maniera virtuale.

Come riesci ad avvicinarti così tanto agli animali per fotografarli con il grandangolare?
Il più delle volte sono loro che si avvicinano a me. Proprio per questa voglia di condividere la natura con gli altri cerco dei soggetti che mi permettano di usare il grandangolo. A parte delle situazioni particolari, come l’orso che si avvicina al capanno, il più delle volte c’è un incontro alla pari, dove non mi nascondo. Come nel caso dei primati, dove sono parte del gruppo. Visito aree dove l’uomo non viene considerato un pericolo, quindi non hanno paura, non sono intimiditi dalla mia presenza. A Crozet, per esempio, dove i pinguini, le orche, gli elefanti di mare, erano i miei compagni di giornata. Non avevo quindi bisogno di capanni e il grandangolo diventava l’ottica più immediata.

Sulawesi black-crested macaca (Macaca nigra)

Ho visto una foto con un macaco ripreso con una sorta di panning. Lì ti stavi muovendo insieme a loro?
Certo, ero parte del gruppo. Sono situazioni come queste che mi permettono di creare le mie immagini migliori. In quelle in cui mi “mimetizzo”, divento invisibile non perché mi nascondo, ma perché mi faccio accettare dagli animali.

Ma cosa può dare una “marcia in più” ad una fotografia naturalistica?
La storia che sta dietro la fotografia. Non tutti sanno trovare e raccontare una storia con un’immagine, o una serie di immagini. La capacità di raccontare qualche cosa che vada oltre all’immagine scattata è una qualità rara. Può essere qualche cosa legato al percorso del fotografo, alla sensibilità, all’emozione, alle tante cose che ci possono essere dietro una specie, un luogo, una persona. Quando la fotografia riesce a portare un messaggio, a dire qualcosa di più, allora la fotografia è più forte.

Firmare un editoriale per National Geographic Magazine è un punto di arrivo oppure un punto di partenza?
Lo considero un passaggio importante del mio lavoro e della mia carriera, ma non un punto di arrivo. Ho pubblicato la quinta storia (quella del Gran Paradiso ndr) e sto per cominciare il sesto incarico. Non mi sento però arrivato, né penso di dovermi fermare al National. Ho voglia di cercare nuove storie, trovare il modo di realizzarle in completa libertà e condividerle con un pubblico vasto. È questo il lavoro del fotografo al giorno d’oggi!

Il tuo commento su Facebook a riguardo la politica ambientale della Valle d’Aosta ha suscitato un forte clamore. Come sono andate poi le cose? Qualcosa è cambiato?
Innanzitutto è sfumata l’idea di denunciarmi. Forse hanno capito che sarebbe stato un errore clamoroso. Per quel che ne so il progetto delle nuove funivie nel vallone delle Cime Bianche, che avrebbe distrutto l’ultimo vallone intatto del Monte Rosa, è ancora in fase di valutazione. Penso non tanto per le mie affermazioni, ma forse per mancanza di fondi. Resterò comunque vigile e non mancherò di affermare il mio dissenso se il progetto riprende quota. Mi piacerebbe però che ci sia un dibattito, una reazione più corale all’interno della popolazione valdostana.

Secondo te qual è la cosa più bella e quella più brutta del mestiere del fotografo?
La più bella è la solitudine. La più brutta è la solitudine. Perché la solitudine vissuta sul campo è bellissima, sia quando sono davvero da solo che quando condivido il campo con mia moglie. Diversa è la solitudine fuori dal campo, quella vissuta nella ricerca di contatti professionali che diventano sempre più rari e superficiali. La mia è una professione che sta perdendo i punti di riferimento, gli interlocutori. Probabilmente una delle cause è il lento declino del mercato dell’editoria. Non c’è più il fermento delle redazioni con cui condividere un progetto dall’inizio alla fine. Ho per mia fortuna il National Geographic, ma sono dall’altra parte dell’oceano e non c’è quella quotidianità nelle relazioni che per me è stata sempre importante. Non c’è più quella condivisione stretta e forte che c’è stata per tanti anni con tante riviste italiane. È anche brutto l’isolamento che si vive tra fotografi. Condividiamo tante cose, ma poche di quello spirito comunitario che ci dovrebbe essere tra colleghi che hanno la stessa ambizione.

Ci potresti mostrare una tua foto, magari alla quale sei particolarmente legato, e raccontarci la sua storia?
Mi piacerebbe parlare del macaco “Troublemaker”. Sembra una cartolina, non fa presagire quale situazione critica questa specie debba far fronte. È una specie sulla quale dovrei tornare a lavorare presto. È un primate unico e raro a cui, anche professionalmente, devo molto. La popolazione di cinopiteco (questo il nome italiano di Macaca nigra, NdR) è diminuita del 90% negli ultimi trent’anni. La mia speranza è che anche attraverso la fotografia possa riuscire a far capire alla popolazione locale che questa specie va protetta. Lavorando assieme ai ricercatori, spero di contribuire in un prossimo futuro a rallentare il declino di questa specie.

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C’è un aneddoto particolare legato alle tue esperienze nel mondo della fotografia che ci vorresti raccontare?
Forse l’incontro con le orche a Crozet. Quel giorno di tempesta quando ho fotografato la scena di caccia di una famiglia di orche: sembrava uscita da un documentario. Ho avuto la consapevolezza di vedere qualcosa di straordinario e ho avuto il privilegio di poterlo fotografare. Ogni tanto ci si trova in momenti talmente densi, che si fermano lì, come dei coaguli, a ricordarti sempre cosa è importante e cosa non è importante nella vita. La mia esperienza a Crozet è rimasta lì come una tappa importante della mia vita. E quel momento con le orche lo ricorderò per sempre.

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Con quale macchina fotografica hai iniziato a fotografare ed eventualmente a quale sei rimasto più affezionato?
Ho sempre lavorato con Nikon. Adesso sto lavorando un po’ con la Fujifilm, ma per fare le mie fotografie, quella che sperimenta e ricerca altre forme e strade. La uso per girare più leggero. Mi piacciono perché hanno un po’ quel ritorno all’antico, come estetica e come controlli. La primissima era però una Canon che mi aveva prestato mio zio 30 anni fa, ma non mi ricordo il modello. Poi mi sono però comprato la Nikon FM2, con cui ho lavorato tantissimo. Avevo vent’anni, e stavo imparando. La FM2 è stata la macchina giusta per cominciare.

Infine quali consigli vorresti dare a chi volesse dedicarsi alla fotografia naturalistica?
Di non aver fretta. Di non guardare troppo quello che fanno gli amici, i vicini o i “finti” fotografi che sembrano “affermati” sul web. Di avere il proprio passo, la propria dimensione anche temporale. Di avere la pazienza di scoprire la natura intorno a casa. E soprattutto di rispettare quello che si va a fotografare.

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