Fabrizio Villa, parliamo di fotogiornalismo con chi lo fa di professione

Ho intervistato Fabrizio Villa, un fotogiornalista che da quasi trent'anni racconta storie con le sue immagini

Molti appassionati di fotografia vorrebbero far diventare la loro passione una professione. Chi non vorrebbe infatti essere pagato per fotografare le più belle donne del mondo? Oppure chi non vorrebbe essere pagato per fotografare i paesaggi più belli del mondo?

L'entusiasmo solitamente però tende a calare quando si inizia a parlare di fotogiornalismo. Ci vuole coraggio per documentare degli avvenimenti, specialmente quelli più drammatici. Il fotogiornalismo è però il "genere" fotografico più "nobile", in quanto grazie ad esso la storia recente è documentata nel modo più diretto possibile.

Da sottolineare che la fotografia racconta per l'appunto in modo diretto, non in modo oggettivo. Ogni fotogiornalista ha infatti una sua visione degli eventi e tramite le sue immagini racconta il suo impatto di fronte ad un determinato evento. Ho avuto la fortuna di conoscere il fotogiornalista Fabrizio Villa, che fa parte del collettivo di fotogiornalisti italiani Buonavistaphoto: mi ha dedicato un po' del suo tempo per rispondere ad alcune mie domande.

Tre aggettivi per descrivere Fabrizio Villa?
Semplice. Leale. Rispettoso.

Chi saresti e cosa faresti, se nella tua vita non ci fosse la fotografia?
Quello che sono senza macchina fotografica. Un giornalista che avrebbe raccontato storie di vita. Con la fotografia ho trovato il più naturale modo per esprimermi, è un mezzo con la quale posso completarmi, pertanto indispensabile.

Come hai deciso di diventare un fotogiornalista?
In verità non l'ho deciso e non ho avuto in regalo una macchina fotografica per la prima comunione. Ho sempre avuto una passione per l'informazione e la fotografia l'ho scoperta tardi. Grazie agli stipendi del servizio militare acquisto la mia prima attrezzatura. Ma avevo voglia di imparare. Su consiglio di un caro amico, nel settembre 1988, inizio a frequentare un'agenzia fotogiornalistica di Catania, la Sicilpress di Tano Zuccaro che mi diede la possibilità di seguire i suoi lavori. Da subito fui catapultato nelle terribili notizie di cronaca nera: gli omicidi, la guerra di mafia. Fu una palestra importante, non imparavo solo a fotografare, ma studiavo come entrare nella notizia in punta di piedi, nel modo più discreto possibile. Si trattava di fatti che ponevano l'uomo in primo piano, c'erano il dolore, la pietà, la violenza, la crudeltà. Dopo alcune settimane, forse per sbaglio, arriva la mia prima vera occasione. Fui chiamato ad accompagnare un inviato del quotidiano La Sicilia, Fabio Tracuzzi, per un reportage all'interno di un ospedale psichiatrico. Ricordo ancora la sua faccia terrorizzata quando non vide uno dei fotografi esperti che si aspettava. L'impatto con il manicomio fu devastante per me. Non avevo cognizione di cosa fossero la sofferenza e il disagio umano. Quel lavoro fu molto apprezzato così mi diede l'opportunità di capire che raccontare per immagini doveva essere il mio lavoro. Per documentare, informare. In quello che faccio non c'è spazio né per la passione né per l'arte. Il fotogiornalismo è per me un lavoro come un altro, non ho per niente una visione romantica, da cliché, del fotoreporter. Da quasi 30 anni racconto storie, senza interpretazione della realtà, perché ai lettori non interessa il tuo punto di vista. La gente vuole vedere i fatti il più onestamente possibile. Io questo lavoro mi sforzo di farlo con la testa del giornalista e gli occhi del fotografo.

Ci sono stati fotografi che hanno contribuito alla tua crescita?
Robert Capa mi ha sempre affascinato per la sua audacia. Cartier Bresson lo studio ancora, la sua raffinatezza e il suo stile sono incomparabili. Sono cresciuto sfogliando Epoca con i reportage di Mauro Galligani che mi hanno lasciato un forte imprinting.

Quanto influiscono le emozioni del fotografo sulla sua fotografia?
Necessariamente tanto. È come un valore aggiunto che l'immagine acquisisce. Se vuoi trasmettere qualcosa oltre l'immagine allora serve respirare il momento, la storia che vivi da spettatore silenzioso e discreto. E non si può restare impassibili.

Cosa ne pensi dell’uso del fotoritocco nel fotogiornalismo?
Ho avuto molti anni fa l'opportunità e aggiungo anche la fortuna di collaborare con l'Associated PRESS. Ho fatto lo stringer dalla Sicilia per tanti anni ed è stata una scuola che mi ha formato e mi ha introdotto al vero professionismo. La regola assoluta era che le foto non potevano e non dovevano essere manipolate, ritoccate. Sono cresciuto con questa visione onesta dell'immagine che doveva documentare, nel rispetto del lettore.

Cosa ne pensi invece delle testate giornalistiche che usano le foto scattate con gli smartphone?
È in atto una involuzione in questo lavoro e i giornali ne sono complici. I tempi si sono ridotti, i budget ormai quasi inesistenti e la qualità non è più una priorità. La conseguenza è che non è più richiesta una professionalità ma soltanto una immagine da pubblicare prima possibile. Ma quello che mi preoccupa è la mancanza della figura del Photoeditor nel giornali, cartacei e online. Ho come l'impressione che le immagini siano utilizzate come riempitivi che devono portare il maggior numero di visite o suscitare commenti. Ma questo è il segno dei tempi, anche se guardando i siti stranieri trovo ancora grande considerazione per le immagini e i fotografi professionisti.

Nel tuo portfolio ci sono molte fotografie aeree: come ti sei approcciato a questo tipo di riprese?
Il servizio militare al Terzo Gruppo Elicotteri della Marina Militare è stato l'origine di tutto. La visione dall'alto mi ha sempre catturato e offrire questo punto di vista nei miei servizi mi intriga, del resto bisogna pur dare un punto di vista diverso e quello aereo è spesso inedito.

Stai lavorando a qualche progetto particolare in questo periodo?
Si chiama Fotonascita, non ha niente a che fare con il fotogiornalismo. In questo momento mi interessa molto esplorare la vita fin dal suo inizio. In pratica fotografo il primo istante in sala parto su richiesta di genitori che desiderano regalare ai propri figli il ricordo indelebile della nascita. Dopo anni di tragedie, disgrazie, guerre ricomincio proprio dalla vita.

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Che cos'è Scatti Flessibili?
È una piccola rubrica di fotografia che tengo da oltre due anni su la Lettura, il supplemento di cultura del Corriere della Sera, segnalo curiosità ma anche libri, mostre e autori né mi colpiscono.

Secondo te qual è la cosa più bella e quella più brutta del mestiere del fotografo?
La libertà è la più bella. Ma anche la possibilità di sapere, apprendere e capire cose che altrimenti avrei visto attraverso gli occhi di altri. La più brutta si presenta ogni volta che torno da un reportage e non so più a chi vendere le mie storie. Perché il dramma di questo lavoro è la mancanza di contenitori, veri, seri e autorevoli.

Ci potresti mostrare una tua foto, magari alla quale sei particolarmente legato, e raccontare?
Ho scattato questa foto nel 2000 durante un'eruzione dell'Etna. Era sera tardi, al buio, stavo fotografando la colata lavica in alta quota quando nel mirino vedo spuntare un vulcanologo francese, con la tuta di amianto. Sembrava camminare sulla lava, come un astronauta in un film di fantascienza.

L'Etna Ë il vulcano pi˘ grande dell'Europa e tra i vulcani pi˘ attivi del mondo. Le sue eruzioni avvengono sia in sommit‡, dove attualmente si trovano quattro crateri, sia dai fianchi, fino ad altezze di poche centinaia di metri sopra il livello del mare.

C’è un aneddoto particolare legato alle tue esperienze nel mondo della fotografia che ci vorresti raccontare?
Era agosto del 2014, partecipavo ad una missione di Mare Nostrum con la Marina Militare imbarcato su nave San Giusto in mezzo al mare Mediterraneo. Una notte, dopo un avvistamento di naufraghi, sono partito a bordo di un barchino con i soccorritori. Era buio, per fortuna il mare era calmo. Ci siamo trovati di fronte a tanti occhi stremati e impauriti di uomini, donne e bambini. Ma non c'era tempo per le emozioni, con un nodo alla gola fotografavo i soccorsi. Erano tanti e le braccia per prenderli tutti non bastavano. Senza accorgermene e forse senza volere un marinaio mi tese due bimbi piccoli. Mi misi a dare una mano anch'io, lasciando perdere le foto. Alla fine completai lo stesso il mio reportage e il settimanale Oggi lo pubblicò con un testo che il direttore mi chiese di scrivere in prima persona.

Strait of Sicily on May 29, 2015. The ship Spica Italian Navy, with a crew of only 60 men, 1 000 migrants rescued in international waters 30 miles from Libya. The refugees who were rescued, among them 200 children, women, men and the elderly, are from Eritrea and Syria.

Con quale macchina fotografica hai iniziato a fotografare ed eventualmente a quale sei rimasto più affezionato?
La mia prima macchina è stata una Nikon F301 che però non mi soddisfaceva allora l'ho subito affiancata con una FM2. La Nikon F4 non è stata la prima macchina ma il mio cavallo di battaglia. Attualmente fotografo con una Nikon D3 ed una Nikon D4, da qualche mese per colpa tua anche con una Leica Q con la quale mi sto trovando molto bene.

Infine quali consigli vorresti dare a chi volesse dedicarsi al fotogiornalismo?
Conoscere bene le lingue, studiare e ampliare la propria cultura. Pochi ma buoni workshop e soprattutto contatti diretti con fotogiornalisti di vera esperienza.

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