Mostre fotografiche da inaugurare: Steve McCurry, Roberto Kusterle, Paolo Ventura

Le inaugurazioni delle prossime mostre fotografiche, da oggi alla prima quindicina del mese di marzo

Il mese di febbraio finisce inaugurando mostre fotografiche in punta di piedi con Simone Ghera e Senza confini con Steve McCurry, ma quello di marzo ne ha in serbo molte altre, pronte ad inaugurare nuovi progetti e incontri inconsueti.

Tra Notti d’Autore con Joel Meyerovitz e Morandi, sguardi negati di Roberto Kusterle, c'è Paolo di Paolo pubblicato su Il Mondo e di Nino Migliori al Duomo di Modena, in un viaggio dalle metamorfosi di Ovidio di Ottavio Celestino alle città infinite di Paolo Ventura, dal percorso artistico di Luisa Menazzi Moretti al racconto visivo di Novella Oliana.

Dancer Inside Brazil. Foto di Simone Ghera

Dopo i successi del format ottenuti in sei anni di esposizioni nelle principali città d’Europa, arriva a Roma DANCER ARCHITECTURE INSIDE, il progetto fotografico concepito dall’architetto e fotografo romano Simone Ghera, in mostra dal 26 febbraio al 18 marzo presso la Galleria Candido Portinari, all’interno dell’Ambasciata del Brasile. E proprio la terra carioca diventa oggetto dell’esposizione di immagini contestuali entro cui sono immortalate ballerine di danza classica, soggetto in cui Ghera si è specializzato negli ultimi anni.

L’idea del progetto complessivo nasce infatti per caso nel 2008 quando, durante un corso di fotografia, Simone osserva e ritrae alcune ballerine durante una sessione di lavoro; affascinato dal soggetto, decide di farne la sua materia di studio e,guidato dal suo istinto, decide di integrare il linguaggio universale della danza al “genius loci”, in altre parole alla presenza di ambienti architettonici e storici tipici di specifiche identità territoriali.

Se da una parte il linguaggio universale della danza, diventa riconoscibile e leggibile in tutto il mondo, dall'altra le caratteristiche specifiche contestuali cambiano di luogo in luogo, ed è così che, dopo essere stato in città così urbanisticamente diverse quali Praga, Vienna, Londra, Milano, Berlino, Mosca, San Pietroburgo e Baku, il fotografo affronta gli immensi spazi di Rio De Janeiro per integrare in un solo scatto l’arte del movimento e la complicità del linguaggio Natura-Ingegneria-Cultura. Un tributo reso possibile grazie al patrocinio della stessa Ambasciata e al sostegno della compagnia aerea Tap per la quale è stato realizzato uno specifico calendario che sarà donato agli interessati nel corso dell’esposizione.

Gli scatti di Simone Ghera, caratterizzati da orizzonti, gravità, punti di vista e superfici, immergono le ballerine in una dimensione di spazio assoluto in cui muoversi in maniera puramente arbitraria. «Anche se il movimento è considerato l’essenza della danza – afferma Ghera - quello che mi attrae sono gli angoli statici e le linee create dai danzatori stessi. La fotografia permette di catturare un dettaglio architettonico, un intreccio di linee, sguardi prospettici che vanno oltre uno sfondo o di un soggetto in primo piano. Cerco così di avvicinarmi alla danzatrice come a "una persona", catturando il duro lavoro alla sbarra, il sudore, l'espressione degli occhi esausti, sfruttando le linee e i dettagli durante l'esercizio e il momento di relax. In breve sono molto più interessato alla formazione quotidiana di una ballerina piuttosto che alla performance sul palco. Di solito mi piace posizionare i miei soggetti su un lato piuttosto che al centro del telaio, dando grande importanza allo sfondo, come anche su un orizzonte basculante che offre più opzioni per guardare la scena.»

L’inaugurazione della mostra, come da tradizione del progetto, prevede un’azione coreografica dal vivo di ballerine professioniste – che per l’opening romano, previsto venerdi 26 febbraio alle ore 18,30, vedrà esibirsi la DIA Junior Company Formazione Bartolomei coordinata da Raffaella Appia nella performance dal titolo “Contaminazioni”. In contemporanea, la pittrice russa Anastasia Kurakina, ospite dell’evento, darà vita ad un live painting. La supervisione di DANCER INSIDE BRAZIL è a cura di Max De Tomassi.

Simone Ghera nasce a Roma nel 1959 e si occupa di fotografia molto presto, seguendo le orme del padre. Dallo studio sullo sviluppo nella sua piccola camera oscura alle immagini che si stagliano in maniera contrastante sulle lenzuola bianche, l’attenzione di Ghera negli anni si concentra sull’utilizzo della luce, che considera uno degli aspetti più creativi della fotografia. Frequentando la Scuola Romana di Fotografia ha poi avuto modo di sviluppare in particolare il progetto Dancer Inside, focalizzato sul mondo della danza. Vi sono poi alcuni lavori paralleli sviluppati negli ultimi anni quali: "Danza ed Equitazione", "Danza e Tauromaquia", "Ballerine in stato Interessante". I prossimi progetti di rilievo nel 2016 riguardano mostre a New York (giugno) e Rio de Janeiro (novembre).
www.simonegheraphotography.com
L'inaugurazione di venerdì 26 febbraio, sarà accompagnata dal live painting della pittrice Anastasia Kurakina e una performance di danza “Contaminazioni” - ballerini coordinati da Raffaella Appia (DIA Junior Company Formazione Bartolomei) con la supervisione artistica di Max De Tomassi.

26 febbraio - 18 marzo 2016
Inaugurazione: venerdì 26 febbraio, dalle 19 alle 21
Galleria Candido Portinari (Ambasciata del Brasile)
Piazza Navona, 10
Roma

Vittoria Regina. Onirica

Si inaugura con gli scatti della giovane fotografa Vittoria Regina il quarto appuntamento di VISIONAREA.

VISIONAREA è un progetto che nasce da un’idea dell'artista Matteo Basilé e dall’Associazione Amici dell’Auditorium Conciliazione, e si avvale del sostegno della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo.

Nata a Roma, ma vissuta prima a Bruxelles e poi a Milano, Vittoria Regina si dedica alla pratica della fotografia fin da giovanissima.

Comincia a scattare appena quattordicenne, ponendo fin da subito se stessa e il proprio corpo come fulcro della sua ricerca: in un curioso binomio che non ha quasi precedenti nella fotografia commerciale e di moda, inizia infatti a farsi conoscere e apprezzare presso giornali e aziende per il suo stile severo, asciutto ma anche fortemente pittorico, e per la particolarità di essere insieme autrice e oggetto degli scatti: è sempre e solo lei, infatti, a ideare i servizi, a scegliere costumi, luci, trucchi, a scattare in prima persona, senza assistenti, e nel contempo a indossare anche i panni di modella.

Durante il soggiorno a Bruxelles perfeziona la sua tecnica, dedicandosi in particolare allo studio della luce nell'arte fiamminga, dando vita a uno stile fortemente originale, che, pur mantenendo un forte rigore compositivo e formale dal punto di vista tecnico, arriva spesso a sfiorare il confine con la pittura.
Mentre continua non solo a fotografare, ma anche, in rari e selezionati casi, a indossare i panni della modella per altri artisti, Vittoria Regina comincia anche a sviluppare, col tempo, un proprio percorso artistico del tutto autonomo e originale.

Le sue foto, infatti, sempre da lei stessa attentamente studiate e preparate, dall’impostazione del set fino al più piccolo dettaglio, ruotano attorno a questioni esistenziali, spesso prendendo spunto da immagini rivelatesi in sogno, da lei annotate in quadernetti e poi minuziosamente ricostruite sul set.

Afferma il Prof. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo: «VISIONAREA è un’iniziativa unica a Roma: non solo uno spazio espositivo, non solo un luogo d’incontro fra onnivori della cultura, ma molto altro ancora: un incubatore d’idee, un osservatorio privilegiato sull’arte contemporanea e, in un futuro si spera non lontano, un polo di produzione di progetti per artisti di tutto il Mondo. Le opere di Vittoria Regina – protagonista della quarta mostra di questa rassegna – sono dotate di grande rigore estetico e di forte impatto visivo, mostrando un utilizzo della luce e dei colori che le avvicina in maniera significativa alla scuola dei pittori caravaggeschi. I soggetti delle fotografie, di sapore spesso onirico, e la caratteristica dell’identità tra artista e figura ritratta, fanno di questa giovane performer un interessante talento da scoprire.».

In mostra allo spazio VISIONAREA si alternano le foto della serie Fascinating, caratterizzate da atmosfere surreali, pur mantenendo un profondo legame iconografico con la fotografia di moda, nella rigorosissima composizione e nella scelta dei dettagli, dall’abbigliamento agli accessori al trucco; quelle della serie Memories, che rimandano sempre ad atmosfere fashion, ma, con ironia e una grande consapevolezza formale, richiamano echi della pittura ottocentesca, dai Preraffaelliti al Simbolismo; ecco poi il lavoro sul fluire del tempo in relazione agli stati d’animo e alle emozioni, nelle quali l’artista si sdoppia travestendosi di volta in volta in personaggi diversi, con echi che rimandano al mondo dello spettacolo, del costume e della musica pop degli anni Sessanta, o i rigorosi bianchi e neri della serie A.H. (dalle iniziali di Audrey Hepburn), nei quali l’artista replica una serie di scatti, ripresi sul set di Sabrina, nei quali l’attrice britannica veniva immortalata di volta in volta con acconciature diverse, e che diventano, nella reinterpretazione dell’artista romana, uno studio psicologico sullo sdoppiamento e sulla moltiplicazione dell’identità.

A cura di Alessandro Riva
03 marzo - 02 maggio 2016
Inaugurazione: 3 marzo 2016, ore 18.30
VISIONAREA ART SPACE
Via Della Conciliazione, 4
Roma

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Notti d’Autore - Joel Meyerovitz - Morandi's Objects

Il Leica Store Bologna giovedì 3 marzo ospita il progetto espositivo “Morandi’s Objects” del celebre fotografo Joel Meyerowitz, prodotto da Damiani, casa editrice bolognese specializzata nella pubblicazione di volumi d’arte e fotografia.

In mostra una selezione di 10 scatti, tra i più rappresentativi della serie, attraverso la quale Joel Meyerowitz, grande maestro della fotografia contemporanea, vuole rendere omaggio al pittore bolognese. Meyerowitz compie un’indagine approfondita per immagini realizzando più di 700 scatti in cui immortala gli stessi oggetti, circa 270, che Morandi disponeva sul suo tavolo da lavoro: vasi, brocche, conchiglie, pigmenti colorati, fiori secchi che l’artista contemplava per poi riprodurli sulle sue tele.

Il fotografo americano ha avuto accesso alle stanze di Casa Morandi e ha potuto così restituire attraverso le sue foto l’originaria dimensione domestica e tutta la carica espressiva delle celebri nature morte del pittore: posizionando l’oggetto sul tavolo da lavoro, sfruttando la luce naturale dell’ambiente e utilizzando come sfondo una quinta di carta con schizzi di colore realizzata dallo stesso Morandi.

La serata celebrerà il grande fotografo americano Joel Meyerowitz, uno dei più rappresentativi esponenti della fotografia contemporanea e dell’universo Leica, e il suo più recente lavoro sugli oggetti utilizzati da Giorgio Morandi per dipingere le celebri nature morte.

giovedì 3 marzo, ore 19.30-23.30
Leica Store Bologna
Strada Maggiore, 8/B
Bologna

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Nino Migliori. Lumen Leoni e metope del Duomo di Modena

La Galleria civica di Modena, nella sede di Palazzo Santa Margherita, ospita dal 5 marzo al 5 giugno 2016, la mostra “Nino Migliori. Lumen. Leoni e metope del Duomo di Modena”.

L’esposizione, promossa e organizzata dalla Galleria civica di Modena e dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena in collaborazione con Musei del Duomo e Coordinamento Sito Unesco, propone 64 fotografie inedite di Nino Migliori che saranno acquisite dalla Collezione della Galleria civica di Modena.

La rassegna è il risultato dell'ultimo progetto di ricerca sulla visione condotto da Migliori, che consiste nel fotografare sculture romaniche utilizzando come unica fonte luminosa la luce di una candela, che rende viva l'immagine e vibrante la pietra corrosa dal tempo.
A Modena, in particolare, Migliori ha fotografato i leoni stilofori del transetto della Cattedrale e più recentemente le otto metope, sculture attribuite al cosiddetto “Maestro delle Metope” (prima metà XII secolo) utilizzate originariamente per decorare le terminazioni dei quattro contrafforti della navata.
Stampate in bianco e nero, le immagini consentono di analizzare la figura e i dettagli delle singole sculture; sono l'esito di uno sguardo contemporaneo, ma al tempo stesso antico, su straordinarie testimonianze di scultura medioevale, parte integrante del Duomo di Modena (Sito Unesco dal 1997), di cui viene restituita una visione particolarmente suggestiva, solitamente resa difficile dalle condizioni ambientali.

All’interno del percorso espositivo, verranno proiettati due filmati: una videointervista di Michele Smargiassi a Nino Migliori, realizzata all'interno dei Musei del Duomo, e il documentario "Nino Migliori" di Alessia De Montis, parte della collana "Fotografia Italiana", realizzato nel 2012 dalla casa di produzione Giart in collaborazione con Contrasto e con il patrocinio della Cineteca di Bologna.

Accompagna la mostra un volume (Damiani editore) dedicato interamente al progetto modenese, che presenta, oltre alla riproduzione di tutte le fotografie, un’introduzione dell'Arciprete della Basilica Metropolitana Mons. Luigi Biagini e della Coordinatrice del Sito Unesco Francesca Piccinini, i testi di Michele Smargiassi, Roberto Franchini e Daniele De Luigi, le schede delle sculture romaniche a cura di Giovanna Caselgrandi, direttrice dei Musei del Duomo.

Tra le iniziative collaterali, giovedì 21 aprile 2016, alle ore 18.00, alla Galleria civica di Modena, Giovanna Caselgrandi, direttrice dei Musei del Duomo, terrà una conferenza dal titolo "Mostri, bestiari e popoli favolosi. Le metope ed i leoni del Duomo nell'immaginario del Medio Evo".

mercoledì-venerdì, ore 10.30-13.00 e 16.00-19.30
sabato, domenica e festivi, ore 10.30-19.30
Lunedì e martedì chiuso

Foto: Nino Migliori, Essere a tre braccia, dalla serie “Lumen. Leoni e metope del Duomo di Modena” © Nino Migliori 2015.

da un progetto di Nino Migliori
5 marzo -5 giugno 2016
inaugurazione: sabato 5 marzo, ore 18.00
Galleria Civica di Modena
Palazzo Santa Margherita
corso Canalgrande, 103
Modena
Ingresso gratuito

NINO MIGLIORI. LUMENLeoni e metope del Duomo di Modena dal 5 marzo al 5 giugno 2016info: https://www.comune.modena.it/galleria/mostre/nino-migliori.-lumen

Pubblicato da Galleria Civica di Modena su Mercoledì 24 febbraio 2016

"Il vero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nel possedere altri occhi, vedere l’universo attraverso gli occhi di un altro, di centinaia d’altri: di osservare il centinaio di universi che ciascuno di loro osserva, che ciascuno di loro è."

Marcel Proust

Oltre il centro

La mostra che proponiamo è il risultato del lavoro svolto con i ragazzi ospiti del Centro di accoglienza “Happy Family” di Campomarino.
L’idea progettuale è stata quella di fornire a ciascun ragazzo una fotocamera usa e getta a pellicola, scelta finalizzata ad un uso più consapevole degli scatti a disposizione, favorendo la concentrazione durante il laboratorio.
La finalità degli scatti è quella di raccontare la loro quotidianità dentro e fuori il centro di accoglienza consentendo a noi tutti di avere la visione percettiva della realtà che li circonda durante il soggiorno.

La mostra in collaborazione con Coop.Soc. Pianeti Diversi e Coop.Soc. Marinella
è visitabile nei seguenti giorni: 8-9-10 Marzo dalle 15:00 alle 18:00

A cura di Pierluigi Ortolano e Pierluigi Turchi
5-10 marzo 2016
Inaugurazione: Sabato 5 Marzo 2016, ore 17:00, con Aperitivo multiculturale!
Palazzo Norante
c.so Skanderberg
Campomarino (CB)

https://www.facebook.com/events/1679292555686971/-OLTRE-IL-CENTRO-MOSTRA FOTOGRAFICAa cura di Pierluigi Ortolano e...

Pubblicato da Vincenzo Scardapane su Sabato 27 febbraio 2016

Paolo di Paolo Il mio Mondo

Martedi alle ore 18,30, in occasione dei 50 anni dalla chiusura del settimanale “Il Mondo” di Mario Pannunzio, si inaugura presso lo spazio romano di Giuseppe Casetti una mostra dedicata a Paolo Di Paolo.

Paolo di Paolo dal 1954 al 1966 è stato il fotografo più pubblicato su Il Mondo, un settimanale di politica e cultura fondato e diretto da Mario Pannunzio, realizzando interpretazioni fotografiche di avvenimenti legati alla cultura, alla politica e all'arte di quel periodo

Pannunzio, colto e raffinato giornalista nato a Lucca nel 1910, da padre molisano, un avvocato socialista, e da una nobildonna di origini inglesi, giovanissimo aveva collaborato con Leo Longanesi nella redazione di Omnibus, il settimanale che avrebbe rivoluzionato l’editoria italiana e da cui sarebbero derivati tutti i periodici illustrati nazionali. Le innovazioni più rilevanti apportate da Longanesi nella struttura di Omnibus si manifestarono con l’adozione di un formato insolito per un settimanale (tabloid) e rinnovando gli schemi grafici e in particolare l’uso della fotografia, sganciata da un ruolo subalterno rispetto ai testi, dei quali, fino al 1937, aveva avuto una funzione meramente probatoria degli avvenimenti narrati.

Pannunzio aveva nella redazione di Omnibus il ruolo di critico cinematografico e, nella pratica, di caporedattore formandosi quell’esperienza che gli consentirà di affrontare impegni di maggiore responsabilità alla vigilia degli anni quaranta, quando insieme con il coetaneo e conterraneo Arrigo Benedetti fonderà “Oggi”, altra testata non fortunata (durata appena poco più di un anno), ma che fu il laboratorio sperimentale dal quale derivarono l’Europeo (1945) diretto da Benedetti e il Mondo (1949) diretto da Pannunzio.

Entrambi gli allievi di Longanesi svilupparono del loro maestro il gusto e l’eleganza grafica e, soprattutto, l’uso ancor più rilevante assegnato alle immagini fotografiche, definitivamente assunte come strumenti di narrazione autonoma. In sostanza, in una pagina in cui appariva un articolo di Benedetto Croce o di Gaetano Salvemini poteva campeggiare una fotografia che non doveva necessariamente avere riferimento ai testi ai quali era affiancata. Fu la formula che determinò il successo del settimanale di Pannunzio, nel quale i più evoluti fotografi dilettanti italiani, oltre che i professionisti, cominciarono a intravedere una palestra per esprimere ambizioni che fino a quel momento non avevano trovata possibilità di essere valorizzate.

Infatti Gaio Garruba, i fratelli Nicola e Antonio Sansone, Paolo Di Paolo, Enzo Sellerio, Mario Dondero, Pablo Volta, tanto per citarne qualcuno, divennero fotografi grazie all’ambizione di pubblicare su Il Mondo, ma rivendicarono sempre uno spirito dilettantistico che, a loro giudizio, era la molla più efficace per stimolare la loro creatività e per adeguarsi alle esigenze, non contenute, di Pannunzio.

Paolo Di Paolo infatti, sostiene ancora oggi che la difficoltà maggiore per rendere gradita a Pannunzio una fotografia non era unicamente il suo aspetto estetico, ma una serie di elementi che dovevano confluire in quella che, nella visione del crociano direttore de Il Mondo, si identificava nell’unità della forma e del contenuto.

Per tornare a Paolo Di Paolo al quale è dedicato questo ricordo, prima di munirsi di macchina fotografica nel 1953, aveva studiato filosofia, fraterno amico di Lucio Colletti. Mancavano pochissimi esami alla tesi su Kant, relatore il professore Scaravelli della normale di Pisa, quando si innamorò di una Leica III C, esposta nella vetrina di un ottico che aveva sede nello stesso palazzo in cui egli lavorava come capo redattore di una prestigiosa rivista turistica. Quella Leica III C gli fece abbandonare i tomi di Kant e la rivista prestigiosa.

In compenso una volta cessata la pubblicazione de Il Mondo, Di Paolo apprese da un approfondito studio di Massimo Cutrufo che lui risultava, con 573 immagini, il fotografo maggiormente presente sulle pagine del settimanale di Pannunzio, tanto da non fargli rimpiangere di aver appeso la Leica al tradizionale chiodo, proprio all’indomani della chiusura de Il Mondo, l’8 marzo 1966. Quel giorno infatti Di Paolo telegrafò a Pannunzio: “Per me e per alcuni miei colleghi fotografi oggi muore l’ambizione di fare questo mestiere”.

Alla libreria-galleria il museo del louvre dall’8 marzo al 12 aprile sarà possibile visionare anche una selezione antologica della produzione di Paolo Di Paolo apparsa su Il Mondo.

lunedì-sabato, ore 11.00-13.00 e 15.00-19.00

A cura di Giuseppe Casetti
8 marzo - 12 aprile 2016
Inaugurazione: 8 marzo alle ore 18.00
Il museo del louvre
via della Reginella, 8a
Roma

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FILOMENE E BAUCI. dalla Metamorfosi di Ovidio alla fotografie di Ottavio Celestino


Da tempo Ottavio Celestino ha posto al centro della sua ricerca il legame tra l'uomo e la natura, considerandolo un aspetto imprescindibile dell'esistenza umana.
Con questa mostra Celestino da' vita ad una nuova serie fotografica che ha come soggetto i misteri del bosco e che prende come ispirazione il mito di Filomene e Bauci, tratto dalle Metamorfosi di Ovidio.

"La bellezza del soggetto non è tout-court la bellezza della fotografia, ma molte volte – anzi, spessissimo – si scambia la prima con la seconda. Un bel paesaggio non è, ad esempio, necessariamente una bella fotografia. Se la bellezza del soggetto fosse la bellezza della fotografia, per gli amanti delle rose ogni immagine di questo fiore sarebbe una bellissima composizione. Ma, in realtà, così come in pittura e in altre arti, la bellezza della fotografia risponde, a prescindere dal soggetto, a questioni tecniche quanto estetiche.
Per quanto non spiacevole, nessuno degli elementi che vediamo in queste fotografie di Ottavio Celestino è di per sé bello. Cionondimeno siamo di fronte a immagini bellissime.
Mettendo insieme le capacità compositive con una felicissima scelta della luce, il fotografo ha trasformato quello che potrebbe apparire un modesto e del tutto ordinario bosco nel Bosco del mondo, dei modesti alberi in forme parlanti.
A chi ama la letteratura latina e la mitologia greco-romana, queste immagini riportano alla mente – e davanti agli occhi – un racconto che viene dalle Metamorfosi di Ovidio, che Ottavio Celestino ama particolarmente. Si tratta della storia di Filemone e Bauci, una coppia che abitava in una modesta capanna di canne e fango, davanti alla quale un giorno si presentarono due viandanti malridotti, che nessuno aveva voluto ospitare nella sua comoda dimora. Del tutto ignari della vera natura dei due venuti, che in realtà erano Zeus ed Ermes, Filemone e Bauci li fecero entrare. Al momento della loro ripartenza i due ospiti si rivelarono per quello che erano e chiesero a Filemone e Bauci di esprimere un desiderio. I due chiesero di poter diventare sacerdoti del tempio di Giove e di poter morire insieme. Il padre degli Dei accolse la loro richiesta e poco prima che essi morissero li trasformò l’uno in un tiglio e l’altra in una quercia.
Il mito ovidiano attinge a una tradizione antichissima e che rimane viva in vari luoghi, è tutt’uno col culto degli alberi.
Ancora fino a pochi secoli fa, l’Europa era coperta da un’immensa foresta primigenia, che ispirava miti e credenze, ma anche generava paure – basti citare l’inizio della Divina Commedia: “ Nel mezzo del cammin di nostra vita /
mi ritrovai per una selva oscura,
/ ché la diritta via era smarrita. // Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
/ esta selva selvaggia e aspra e forte
/ che nel pensier rinova la paura”.
Luoghi paurosi perché labirintici, ma anche perché sostanzialmente magici e, sin dalla preistoria, sacri.
Dagli albori della nostra cultura, l’albero è stato simbolo di rigenerazione e di cambiamento, associato a quella che Marja Gimbutas ha chiamato la Grande Dea.
Ancora oggi all’interno dei riti cattolici rimane viva – anche se da moltissimi incompresa – la presenza di questo antichissimo culto degli alberi. In Sicilia, come altrove del resto, vi sono varie processioni che rimandano ad esso. A Cerami, ad esempio, per festa di San Sebastiano, i fedeli, dopo aver pregato nella chiesa a lui dedicata, a piccoli gruppi si recano nei boschi vicini e raccolgono dei rami di alloro che saranno raccolti in pesanti fasci alti quasi tre metri e trasportati durante la processione. Nello stesso periodo la raccolta dell’alloro si ripete in diverse altre feste, fra cui quella di San Vito a Regalbuto, dove, per sciogliere un voto o chiedere una grazia, molti devoti si recano nei boschi: le donne spesso coi capelli sciolti, in segno di penitenza.
La sacralità dei boschi è stata anticipata soltanto dai riti che in età preistorica si celebravano nel ventre della montagna, nelle grotte, dove i nostri antichissimi padri compivano un ritorno all’origine: un’ascesa verso il Cielo e una discesa alle viscere della Terra. Riti di cui ci rimangono magnifiche tracce in tanti siti archeologici e soprattutto nella Grotta Chauvet (i cui dipinti risalgono a circa 30 mila anni fa) e in quelle di Lascaux e Altamira, le cui immagini sono di circa 15 mila anni più recenti.
Il bosco divenne un tempio diverse migliaia di anni dopo. I uno dei libri a me più cari, Il ramo d’oro – uscito nella prima versione nel 1890 e che cita nel titolo il famoso quadro di Turner, raffigurande il lago di Nemi – James Frazer scrive: “Da un esame delle parole teutoniche significanti ‘tempio’ il Grimm ha dimostrato che probabilmente tra i Germani i più antichi santuari non erano che boschi naturali. Comunque sia, il culto degli alberi è bene attestato fra tutte le grandi famiglie europee di razza ariana. Tra i Celti, il culto delle querce dei Druidi è familiare a ognuno, e la loro antica parola per santuario sembra identica nell’origine e nel significato al latino nemus, bosco o radura nel bosco, che ancora sopravvive nel nome di Nemi. Sacri boschetti erano comuni tra gli antichi Germani e il culto degli alberi non è del tutto estinto tra i loro discendenti di oggi. Quanto questo culto sia stato profondo nei tempi passati si può ricavare dalla pena feroce a cui le antiche leggi germaniche condannavano chi avesse osato strappare la corteccia di un albero. Si tagliava l’ombelico del colpevole, lo si inchiodava a quella parte dell’albero che egli aveva scortecciato, e la vittima veniva trascinata intorno all’albero finché tutti i suoi intestini non si fossero avvolti intorno al tronco. Evidentemente il significato della punizione era di rimpiazzare la corteccia morta con un sostituto vivente preso dal colpevole; una vita per l’altra, la vita di un uomo per la vita di un albero”.
Da sempre, dunque, gli alberi abitano l’uomo, non meno di quanto abitano i boschi. Fanno parte del più intimo legame tra l’uomo e la natura. Legame che da diversi anni Ottavio Celestino ha posto al centro della sua ricerca, considerandolo un punto assolutamente ineludibile dell’esistenza. Un primo capitolo di questa sua ricerca ce lo ha dato nella bellissima mostra “Nature meccaniche”, le cui immagini sono raccolte in un libro che ha lo stesso titolo: 29 fotografie, che, ad eccezione di una ripresa in Giappone, sono paesaggi innevati ripresi in Islanda, Finlandia e Lapponia. Sono fotografie nate dalle suggestioni che gli sono venute dalla lettura delle Operette morali di Leopardi, e segnatamente dal Dialogo della natura e di un islandese. Lì, come nelle immagini di questa mostra, la natura ci interroga, ci chiama a sé, pur lasciandoci lo spazio per intervenire in essa, perché, così come diceva il filosofo tedesco Romano Guardini, “nella natura ancora vergine, in quell’ordine in cui vive l’animale, l’uomo non potrebbe esistere. L’esistenza umana è permeata di spirito, ma lo spirito non può operare se non dopo aver portato via alla natura un po’ della sua realtà".

Diego Mormorio

A cura di Diego Mormorio
9 marzo - 4 aprile 2016
Inaugurazione: mercoledì 9 marzo, ore 18:30
Acta International
via Panisperna, 82/83
Roma

Paolo Ventura. La Città infinita

La visione fantastica anima il lavoro di Paolo Ventura. Figlio di un famoso novellista per bambini, appena ha potuto emanciparsi a livello artistico, ha abituato la sua mente a volare tra fantasie irreali creando mondi virtuali, a lui paralleli, dove regnano enigmi, intrighi, sentimenti, tragedie e stravaganze. Luoghi gestiti da personaggi – fiabeschi come le sue scenografie – sempre plasmati nella fanciullesca visione di una persona che vuole mantenere uno stretto contatto con il mondo pre-adolescenziale, consapevole che questa è la porta della sua anima artistica.
Il “mondo di Paolo” è sempre ripreso dalla sua fotocamera con angolature differenti da quelle razionali perché è un mondo illogico e inesistente nel quale l’artista stesso ne è addirittura protagonista.
Nel suo ultimo progetto artistico, La Città infinita, Paolo Ventura si evolve ancora una volta e crea la sua città realizzandola con pezzi di scenografie e di edifici che poi fotografa e monta come dei collages. Il progetto, che prende ispirazione dal secondo futurismo e dalla “Pittura murale” di Mario Sironi, presenta paesaggi urbani solitari e onirici punteggiati da figure umane, sempre impersonate da Ventura stesso. Sebbene le scene composte differiscano le une dalle altre, la linea dell’orizzonte rimane sempre la stessa, creando in questo modo un infinito paesaggio urbano, La Città Infinita.

Oltre a quest’ultimo lavoro di Ventura, in mostra verranno esposti alcuni lavori precedenti di War Souvenir (2006), Winter Stories (2008) dove i personaggi sono delle marionette vestitie secondo le tematiche del soggetto e le sue più recenti Short Stories, brevi racconti impersonati da Ventura stesso, sua moglie Kim e suo figlio Primo. Oltre alle opere esposte, una sala sarà dedicata alle sue scenografie costruite per la realizzazione delle opere esposte.

martedì-venerdì, ore 9.00-12.30 e 14.00-18.00
sabato visite su appuntamento

10 marzo - 5 maggio 2016
Inaugurazione: giovedì 10 marzo, ore 18.00-20.00
Galleria Photographica FineArt
via Cantonale, 9
Lugano (Switzerland)

Paolo VenturaLa Città Infinita10.03 - 05.05.2016

Pubblicato da Photographica Fine Art Gallery su Mercoledì 10 febbraio 2016

Fotografie e dipinti. Florence Henri

Con un centinaio di opere tra disegni, dipinti, fotografie, fotomontaggi e collage, corredati da documenti d’epoca provenienti dall’archivio dedicato all’artista, viene presentato in Italia, per la prima volta in modo sistematico, il lavoro pittorico di Florence Henri in parallelo con le opere fotografiche.

Si offre in questo modo al visitatore la possibilità di analizzare le interazioni tra le diverse forme di espressione e la comprensione del suo percorso artistico nella sua ricchezza e complessità.

Nata nel 1893 a New York Florence Henri ha attraversato il Novecento obbedendo sempre e solo al suo incondizionato spirito creativo.
 Coerente solo a se stessa, tra astrazione e figurazione, tra fotografia sperimentale e collage, tra lavoro in studio e in esterni, il suo percorso artistico si snoda superando le apparenti contraddizioni e mantenendo costante un alto livello qualitativo.

Artista nel profondo, la Henri si appropria con maestria e lucidità di tecniche e modalità espressive che soddisfino di volta in volta la sua esigenza di produrre rappresentazioni capaci di andare oltre l’evidenza.

I suoi paesaggi degli anni Trenta, dove rapidi e sintetici tocchi di colore riconducono i luoghi a un insieme di luce e struttura, sono assolutamente coerenti con i lavori fotografici realizzati in una quindicina d’anni a partire dal 1927, dove tagli compositivi, specchi, fotomontaggi ci restituiscono soggetti – siano essi nature morte o ritratti – assai lontani dalla mera riproduzione fotografica.
L’impossibilità di definire l’insieme del suo lavoro all’interno di ambiti o correnti ben definiti è segno della straordinaria vitalità, riflesso di una ricerca personale mai data per conclusa.
La figura di Florence Henri, il cui ruolo di protagonista di primo piano era riconosciuto sulla scena artistica internazionale a lei contemporanea, si offre con questa ampia e inedita esposizione per l’Italia come paradigma di modernità, affermazione di una soggettività ricchissima e incapace di compromessi, immune dalle convenzioni sociali del tempo.
L’affermazione della propria identità artistica è maturata attraverso le esperienze vissute negli ambienti culturali e artistici di tutta Europa. Gli anni di formazione accanto ad artisti come Léger, Ozenfant, Moholy-Nagy non sono stati mero apprendimento, ma condivisione di nuove esperienze sul linguaggio della forma, del volume e del colore.
La frequentazione dello studio di Archipenko a Berlino tra il 1921 e il 1923, come emerge dai rari disegni che ci sono pervenuti, ha contribuito sicuramente a una maturazione della conoscenza della complessità volumetrica della figura e del suo rapporto con lo spazio, così come gli anni trascorsi con Léger e Ozanfant sono stati fondamentali per la definizione di una sintassi della forma e del colore nella pittura.

La partecipazione accanto ai suoi maestri al Padiglione dell’Esprit nouveau all’Exposition Internationale des Arts Décoratifs di Parigi nel 1925, è testimonianza del rapporto di amicizia e stima che li legava.
Le due permanenze al Bauhaus, prima a Weimar, dove già insegnavano Klee e Kandinsky, e quindi nel 1927 a Dessau, contribuiranno in modo sostanziale a quelle aperture verso una dimensione interdisciplinare che aveva caratterizzato i corsi dell’Istituto fin dalla sua nascita. È in questa dimensione d’instancabile ricerca di nuovi mezzi espressivi che va letta la momentanea conversione alla fotografia da parte di Florence Henri nel 1927, certamente favorita dall’amicizia con Laszlo Moholy-Nagy e con sua moglie Lucia, cui si deve l’introduzione della pratica della fotografia nell’Istituto tedesco.
Ad agire da stimolo a praticare sistematicamente questo nuovo mezzo sono state le teorie di Moholy-Nagy, pubblicate nel 1925 nel libro Pittura Fotografia Film nella collana dei BauhausBücher, e l’esperienza parigina che pochi anni prima aveva permesso a Florence Henri di essere testimone del successo riscosso dal Ballet Mecanique di Léger e di memorizzare la potenza dinamica di certi fotogrammi.
È certamente stata la pratica pittorica a consentirle di affrontare l’esperienza fotografica con piena maturità, lontano da tentativi iniziali o da vuoti sperimentalismi.
Da Londra a Roma, da Parigi a Berlino, dal Bauhaus alle coste del Mediterraneo l’artista ha spinto la sua ricerca in totale libertà sulle proprie forze e capacità, passando liberamente da un medium all’altro con coerenza e felicità espressiva.

BIO

Nasce nel 1893 a New York da padre francese e madre tedesca. Nel 1895, alla morte della madre si trasferisce in Europa.
A Parigi inizia lo studio del pianoforte, specializzandosi in seguito con Busoni. Nel 1911 tiene due concerti a Londra.
A seguito della Prima Guerra Mondiale abbandona la carriera musicale e dal 1919 al 1923 vive tra Monaco e Berlino dedicandosi allo studio della pittura. Nella capitale della cultura tedesca, oltre a frequentare lo studio di Archipenko, conosce, tramite Carl Einstein, molti esponenti delle avanguardie tra cui Majakowskij, Richter, Arp, Puni e Moholy-Nagy, oltre ad altri artisti del Dadaismo e del Costruttivismo.
Dal 1924 si stabilisce a Parigi, dove segue i corsi dell’Académie moderne di Léger e Ozenfant e l’anno successivo partecipa alla grande esposizione parigina L’Art d’Aujourd’hui.
Nel 1927 realizza una serie di opere astratte caratterizzate dall’abbinamento di pittura e collage e si iscrive ai corsi estivi al Bauhaus di Dessau. In questo determinante periodo fa amicizia con Albers, Feininger, Kandinskij, Lucia Moholy, Breuer e Gropius. Inizia ad usare sistematicamente il mezzo fotografico.
Nel 1928 rientra a Parigi portandovi un modo innovatore di usare la macchina fotografica.
Con le sue fotografie elabora un linguaggio che attraversa le esperienze del Costruttivismo e del Surrealismo.
L’uso di elementi geometrici, di specchi o di speciali accorgimenti nella ripresa rendono enigmatiche queste immagini che, nella loro complessità spaziale, si legano perfettamente alle ricerche plastiche di artisti come l’amico Van Doesburg.
Làszlò Moholy-Nagy scrive il primo saggio sulle sue foto astratte per la rivista «I 10» pubblicata ad Amsterdam. Nel 1929 abbandona temporaneamente la pittura per
dedicarsi interamente alla fotografia. Conosce Mondrian. Partecipa alle grandi esposizioni internazionali come Photographie der Gegenwart al Museo Folkwang di Essen e Film und Foto a Stoccarda.
Con la grande crisi si riduce considerevolmente l’eredità dei genitori e apre uno studio di fotografia realizzando foto pubblicitarie, di moda, ritratti e reportage.
Inizia a dare lezioni di fotografia formando una nuova generazione di fotografi tra cui Gisele Freund e Lisette Model. Nel 1930 collabora a riviste quali
«Cercle et Carré» e «L’Art Contemporain», tiene una mostra personale allo Studio 28 di Parigi. Nel 1933 il Folkwang Kunstverein di Essen le dedica una esposizione personale. Nel corso degli anni Trenta riprende la pratica della pittura che alterna con la fotografia fino agli anni Cinquanta. Nei primi anni
Sessanta si trasferisce a Bellival, piccolo villaggio dell’Oise dove continua a dipingere e ad occuparsi della stampa dai vecchi negativi. Muore a Compiegne il 24 luglio 1982.

mercoledì-venerdì, ore 14-19
sabato e domenica, ore 11-19

A cura di
 Giovanni Battista Martini
10 marzo – 26 giugno 2016
Museo Ettore Fico
via Francesco Cigna, 114
Torino

Roberto Kusterle.  Lo sguardo negato

Fondazione 107 presenta Lo sguardo negato, mostra antologica di Roberto Kusterle articolata in nove cicli, a partire dai Riti del Corpo degli inizi anni ’90 per giungere all’ultima serie Morus Nigra, corpus inedito del 2015.
Lo sguardo negato è il titolo di questo percorso espositivo, che mette a fuoco una caratteristica dominante dei soggetti ritratti da Kusterle, hanno tutti gli occhi chiusi, sono “impossibilitati di vedere“. Talvolta è una farfalla ad ostruire la visione, talaltra una piovra o una moltitudine di chioccioline
o una maschera. L’uomo, sembra dirci l’artista, è affetto da una cecità oramai permanente, il senso maggiormente sollecitato e sviluppato nel nostro vivere quotidiano è anche il più condizionato. È un uomo che si è allontanato dall’ascoltare i propri sensi e si è incamminato in un
processo di separazione dalla natura pur essendone parte integrante.
Roberto Kusterle è un artista visionario, capace di restituire all’osservatore con un unico fotogramma il racconto di un film, mondi lontani dove l’inconscio ha il sopravvento.
L’artista crea installazioni con al centro l’uomo e il suo corpo, risultato di una ricerca personale, di elaborazioni complesse, raffinate, spesso di violento impatto concettuale, che utilizzano materiali sottratti alla natura. La scelta dei personaggi, l’ambientazione, le luci, la scenografia, il trucco;
ogni dettaglio è curato meticolosamente dall’artista-regista con certosina pazienza e maestria.
L’immagine fissata dalla macchina è l’ultimo atto di un progetto e di una preparazione che possono durare mesi e talvolta anni; atto liberatorio di tutti gli altri momenti che lo hanno preceduto e punto di partenza per una nuova, lunga fase di elaborazione in camera oscura e talvolta con
interventi di post produzione digitale. Il risultato finale è sempre di forte impatto visivo, soggetto ed ambiente racchiusi in una magica atmosfera trasportano l’osservatore in altre dimensioni.
Collegando senza soluzione di continuità, entro la figura umana, altri ordini biologici, diversi ma non in contrasto, dà vita a figure archetipiche di una contemporaneità classica in cui il tempo sembra essere sospeso. Immagini che condensano idea e sogno, fantasia e realtà, mondo umano
ed animale, organico e inorganico, vita e materia, inconscio e ancestrale.
Attraversando la profondità del mistero che origina la vita, Kusterle coglie il senso di spiritualità insito nell’essere umano così come in ciascun elemento della natura.
“Trasporto nel mio lavoro – l’affermazione è dell’artista – le sensazioni percepite quando mi inoltro nei boschi o lungo il fiume. Probabilmente se abitassi in una grande città queste cose non le coglierei”. “In qualche modo sono io il primo spettatore di me stesso e voglio continuare ad esserlo
mantenendo la curiosità e lo stupore della ricerca”.
La mostra si snoda tra i 9 cicli prodotti in questi 25 anni di lavoro, si parte con Αναχρονος (2004-2006) e, in successione, Mutazione silente (2007-08), Segni di pietra (2011-12), Riti del corpo (1991-2014), ciclo che costituisce una sorta di contenitore tematico, dove l’autore ha riunito fotografie scattate in un tempo dilatato mantenendo il focus sul tema del corpo e della sua ibridazione. Si continua con Mutabiles Nymphae (2009-10), I segni della metembiosi (2012-13), Abissi e basse maree (2013) e L’abbraccio del bosco (2014). A completare il percorso espositivo, Morus Nigra (2015) ultimo ciclo presentato in questa antologica per la prima volta. Roberto Kusterle è nato nel 1948 a Gorizia. Dagli anni Settanta lavora nel campo della arti visive, dedicandosi sia alla pittura sia alle installazioni.
Dal 1988 inizia ad interessarsi alla fotografia che è diventato il suo principale mezzo espressivo.

giovedì-domenica, ore 14.00 – 19.00

A cura di Federico Piccari
11 marzo - 1 maggio 2016
Inaugurazione: 10 marzo, ore 18-21
Fondazione 107
Via Sansovino, 234
Torino

next exhibition\prossima mostraRoberto Kusterle Lo sguardo negato11 mar - 1 may 2016Fondazione 107, Torinoopening...

Pubblicato da Roberto Kusterle su Giovedì 18 febbraio 2016


Somewhere. Luisa Menazzi Moretti

Una significativa mostra fotografica illustra le tappe del percorso artistico e creativo di Luisa Menazzi Moretti nella prestigiosa cornice di Villa Manin - Esedra di Levante dal 12 marzo al 15 maggio 2016.
"Somewhere. Luisa Menazzi Moretti" è curata da Valerio Dehò e organizzata dall'Azienda Speciale Villa Manin.

Il percorso si snoda attraverso nuclei tematici connessi tra loro, che l'artista presenta in 5 serie: Cose di natura, Words, P Greco, Solo e Ingredients for a Thought, ognuna delle quali è una narrazione, un racconto che indaga su temi diversi legati alla natura, al sociale, all'interiorità e intende creare, attraverso una forte carica partecipativa, una prospettiva multipla oltre a sollecitare una pluralità di interpretazioni.
Gli scatti di Luisa Menazzi Moretti, caratterizzati da una continuità di linguaggio, rispecchiano una realtà ricca di sfaccettature, la cui lettura si completa con la presenza e il contributo dello spettatore; una visione totalmente aperta al confronto e alla condivisione, che stimola chi guarda ad immaginare, a pensare, ad esprimersi.

Nei 20 lavori a colori della serie Cose di natura, scorci di realtà conducono in una dimensione metaforica, densa di emozioni. Gli elementi naturali sono infatti simboli che alludono non solo alla bellezza, all'armonia e all'equilibrio, ma anche alla desolazione e alla devastazione, come testimoniano Petalo e Foglia (2012), Mare (2014) o Campo (2012). Della natura emergono il forte carattere rigenerativo e la possibilità di vita che non si esaurisce, ma continua.
Una connessione inscindibile con le parole viene creata invece con Words, fotografie dove frammenti di testi raccontano brandelli di storie, di vite, di attimi, immortalati poco prima che andassero persi, buttati, modificati. Ciascun immagine è affiancata da un testo critico inedito di personaggi noti del panorama culturale nazionale: intellettuali, scrittori, giornalisti, artisti, critici fra cui Alberto Abruzzese, Francesco Bonami, Elio De Capitani, Leandra D'Antone, Gabriele Frasca, Paolo Rossi, Tiziano Scarpa che non intendono fornire un'interpretazione, ma creare un ulteriore spunto di riflessione.
Molto rappresentativa è Anima (2013), il cui soggetto è una lettera di un internato nel campo di concentramento di Dachau, nella quale sono contenute parole piene di speranza, non consapevoli di un destino tragicamente segnato. In questa sezione emerge inoltre l'importanza della parola e della scrittura nel vissuto dell'artista; un piccolo nucleo di immagini autobiografiche si ispirano all'infanzia e agli avvenimenti significativi della vita di Luisa Menazzi Moretti.
Di forte impatto sono le due sale successive il cui allestimento prevede ambienti oscurati e sottofondi musicali, che contribuiscono a sottolineare il gioco luce-ombra caratterizzante tutta la mostra. P Greco, accompagnata da Paradise Circus dei Massive Attack, raccoglie scatti dedicati alla simbologia della forma circolare, esaltandone alcuni aspetti ad essa connessi; ne sono esempi le fotografie Whenua, parola della lingua Mahori dal duplice significato di "terra" e "placenta"; Imprevisto che rimanda alla sorpresa in una vita troppo retta e monotona; Testimone un bulbo oculare inteso come registro di cose vissute; Fuga un foro circolare nelle crepe di un muro attraverso il quale evadere.
In linea con una ricerca che sconfina oltre la dimensione reale è la serie più recente e inedita Solo, che ben si unisce alle note di 21 Grammi di Ludovico Einaudi e che il curatore Valerio Dehò così descrive: "la serie 'Solo' rappresenta forse al meglio la sensibilità della Menazzi Moretti per quel qualcosa che non possiamo nominare esplicitamente, che è appunto ineffabile, ma che possiamo soltanto collocare in un altrove che vuol dire semplicemente che non è qui, vicino a noi". Attraverso questi scatti l'artista immagina infatti una dimensione atemporale e trasmette gli stati d'animo di un viaggio verso l'ignoto tramite volti di uomini, donne e bambini. L'utilizzo di filtri, sovrapposizioni, contribuisce a creare una sospensione, una sorta di distacco, una proiezione di una realtà ultraterrena. Ne sono esempio Solo #10, Solo #1, Solo #8, che alternano sentimenti di incertezza, inquietudine, riflessione e pace.
Il percorso espositivo si conclude con le opere Ingredients for a Thought che approfondiscono il tema dell'alimentazione, in esso l'autrice riconosce il linguaggio assoluto delle società contemporanee e attraverso una ricca sequenza di simboli legati al colore, all'infanzia, alle parole, come si osserva in Christmast Balls, The Choice, Drop, ricrea una dimensione ludica che fa del cibo un intermediario fra sensi e memoria.

Accompagna la mostra un catalogo edito da Gente di Fotografia con testi in italiano e in inglese di Luisa Menazzi Moretti, Valerio Dehò e Antonio Giusa.

Cenni biografici
Nata a Udine nel 1964, Luisa Menazzi Moretti all'età di tredici anni lascia l'Italia per trasferirsi con la famiglia negli Stati Uniti, dove in Texas, nella città di College Station, frequenta la high school per poi proseguire a Houston i suoi studi universitari. In quegli anni inizia la sua passione per la fotografia; frequenta corsi e predilige la stampa e lo sviluppo in bianco e nero. Ritorna a vivere in Europa, si laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne, lavora a Londra per poi, dopo alcuni anni, trasferirsi in Italia. Ha vissuto a Udine, Bologna, Roma, Napoli e Venezia.
Le sue opere sono state esposte in vari musei e gallerie e sono entrate a far parte di diverse collezioni internazionali.
La casa editrice Arte'm ha pubblicato due cataloghi di Luisa Menazzi Moretti: Words (2013) e Cose di natura - Nature's Matters (2014). Le sue precedenti mostre sono state curate e presentate da Denis Curti, Achille Bonito Oliva, Francesco Bonami, Fortunato D'Amico e Maria Flora Giubilei.
L'artista è attualmente rappresentata da DAFNA Home Gallery, Galleria Due Piani e La Salizada Galleria.

A cura di Valerio Dehò
12 marzo - 15 maggio 2016
inaugurazione: venerdì 11 marzo, ore 18
Villa Manin
Esedra di Levante
Passariano di Codroipo (Udine)

Novella Oliana- Stanze, spazi, universi

“Punto, virgola, due punti: il racconto visivo di Stanze, spazi, universi è enfatizzato dal segno, interprete addomesticato delle possibilità (e delle elucubrazioni) del linguaggio pubblicitario. Anche il colore (sempre sottotono e dominato dal bianco) associato alle forme geometriche sottolinea, nel lavoro di Novella Oliana, la definizione del concetto, fornendo gli strumenti per accompagnare l’osservatore in un viaggio che sconfina ambiguamente tra realtà e finzione. Punto di partenza è l’analisi intorno allo spazio inteso come summa di elementi diversi, indipendenti da qualsiasi gerarchia in termini estetici, che si sovrappongono creando quasi dei ‘fotomontaggi naturali’, come è la stessa fotografa a definirli. È interno questo spazio di cui viene svelato parzialmente il contenuto, fornendo informazioni attraverso la sottrazione di elementi, dettagli di una quotidianità solo apparentemente armoniosa e rassicurante. ‘Lo spazio prende forma quando cominciamo a guardarci intorno’, affermava Lewis Baltz. Ma cosa succede se si guarda da un’altra parte? Se, come ci indica Guido Guidi, il bordo della fotografia diventa il limite tra questa e la vita? Se il vuoto stesso è spazio? Nutrita dallo stimolo impellente di quesiti come questi, che aprono ad una visione più ampia della fotografia contemporanea, Novella Oliana intraprende il suo sentiero personale di sovversione della percezione spaziale. In Stanze, spazi, universi c’è la volontà di creare una sorta di percorso ‘segnaletico’ che rifletta anche il concetto di identità e di archivio, oltre che diventare uno specchio dei cambiamenti della società, specie nell’ultimo ventennio. Intanto, in questo corpus fotografico la grafica è così chiara ed esplicita da contrastare nettamente con le immagini, di contro alquanto ermetiche e depistanti. Il catalogo di oggetti e arredi della più nota azienda multinazionale svedese, fonte dell’intero lavoro, contiene nell’interpretazione di Oliana la negazione della sua funzionalità. Nel messaggio della ditta, costruito intorno a meccanismi di produzione di massa per un pubblico globalizzato che propone uno stile di vita occidentale in cui gli oggetti di ‘buon gusto’, dal design moderno (ma a basso costo) ordinati e organizzati tra loro aiutano a rendere la vita più facile s’insinua, infatti, la metafora sulla funzione stessa dell’arte di creare un mondo a parte. Fortemente caratterizzato dall’impronta individuale, il sistema dell’arte potrebbe essere un’alternativa all’omologazione, come allude la presenza della tela bianca sul cavalletto. Affascinata dall’idea di spazio fittizio ‘uguale dappertutto che non cambia mai’, la fotografa prende in esame tutti i cataloghi pubblicati dalla nota ditta in giro per il mondo, notando che l’unica differenza di contenuto è di natura linguistico-segnica. Non ci sono altri indizi di riconoscibilità. Procede, quindi, selezionando e rielaborando alcuni pensieri volanti che fissa ricorrendo alla scrittura, traccia per la decodificazione di un determinato luogo geografico, oltre che ‘filo che riempie lo spazio’ che dà ritmo al racconto fotografico. Le fotografie estrapolate dal loro contesto originario vengono accostate ad altre scattate dall’autrice, in parte attingendo alla propria sfera intima e personale. Lei stessa si mette in gioco (sempre con estrema discrezione) ‘entrando nel catalogo’, quindi occupando uno spazio all’interno del lavoro. Questa sua traccia mimetizzata è proprio l’elemento di raccordo tra realtà e artificio, senza che venga mai dichiarata la natura né dell’una né dell’altro. Una convivenza che lascia nel dubbio l’osservatore. La continuità narrativa è affidata in maniera significativa alla scelta della palette che, proprio come richiede l’espediente del marketing, non presenta colori ‘ribelli’ (vivaci e saturi) ma decisamente spenti. I luoghi stessi sono avvolti dalla luce diffusa, stabile e tranquillizzante, certamente di supporto nella creazione di un mondo sereno, quasi sognante. Insomma un mondo ‘liftato’ che tenderebbe a negare l’imperfezione. Ma è proprio qui che s’innesca il cortocircuito creato dall’artista. I frammenti di spazi domestici abitati, da lei isolati, suscitano emozioni contrastanti. Chi l’ha detto che la casa è un guscio protettivo, contenitore di gioie e ansie? Basta la presenza della soglia, del limite – che sia una tenda o una parete piastrellata – a mettere in dubbio l’idea stessa di certezza, fiducia, sicurezza. L’ignoto spaventa anche quando, oltre la finestra, c’è un giardino.”
Manuela De Leonardis

Novella Oliana è nata a Trani (bt) nel 1978, vive e lavora a Roma e a Marsiglia. Artista fotografa, esperta in studi culturali con speciale riguardo all’area mediorientale, svolge attualmente all'università di Aix-Marseille ricerche dottorali sull'immagine fotografica e sullo spazio mediterraneo in trasformazione. Alcune sue opere sono state esposte in Italia e all’estero: in particolare al Museo Frac di Baronissi (sa) nel 2011 (in una collettiva a cura della Galleria Leggermente Fuori Fuoco), alla Galleria Gallerati di Roma nel 2012 (nelle collettive Pezzi Unici e Fuori 5, entrambe a cura di Noemi Pittaluga), al Centro Italiano della Fotografia d’Autore di Bibbiena (ar) nel 2012 (nelle collettive Portfolio Italia e Toscana Foto Festival), al Look Between di Charlottesville (Virginia, USA) nel 2014 (nell’ambito del Look3 Festival of the Photograph). Con Stanze, spazi, universi – lavoro recentemente presentato presso il dipartimento di arti visive dell’università di Aix-Marseille, in occasione delle giornate di studio su ‘Opera, esposizione e racconto in arte contemporanea’ – l’autrice esibisce al pubblico la sua prima mostra personale.
www.novellaoliana.com

lunedì-venerdì, ore 17.00-19.00
sabato, domenica e fuori orario: su appuntamento

A cura di Manuela De Leonardis
16 marzo - 8 aprile 2016
Inaugurazione: mercoledì 16 marzo 2016, ore 19.00-22.00
Galleria Gallerati
Via Apuania, 55
Roma
Ingresso libero

Novella Oliana is coming!

Pubblicato da Galleria Gallerati su Martedì 23 febbraio 2016
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