5 mostre fotografiche per il fine settimana, tra reporter, muse e crimini

Il nostro calendario di mostre fotografiche è sempre ricco di novità e approfondimenti, ma visto che il fine settimana è ufficialmente iniziato e parecchi ne approfittano per spostarsi, a quello che trovate già online, aggiungo altre cinque esposizioni da visitare in tutta Italia.

A cosa serve una grande profondità di campo se non c’è un’adeguata profondità di sentimento?

Eugene Smith

Riccardo Venturi Reporter. Dall’Afghanistan alla Libia i reportage e lo stile di un grande fotografo

Ottanta fotografie dei reportage “Afghanistan” e “Libya Martyrs” di Riccardo Venturi, fotoreporter romano vincitore del Premio World Press Photo nel 1997 e nel 2011, saranno esposte a Spazio Tadini dal 2 al 15 febbraio 2016. Un percorso espositivo che risalta la capacità di Riccardo Venturi di restituire dignità ad ogni singolo soggetto fotografato e allo spazio architettonico o ambientale laddove compare, rivelando terrore e speranza, violenza e pace, sofferenza e compassione. Riccardo Venturi possiede una capacità straordinaria di raccontare, di essere testimone, di restituire un punto di vista, di prendere una posizione con pensiero, sensibilità, capacità di vedere, cultura, metodo e molta passione.

“La mostra articola i suoi reportage sottolineandone il respiro diretto, puro, intenso – spiega la curatrice Federicapaola Capecchi – la possibilità, che il suo stile lascia, di avere un atto (e attimo) di respiro e di riflessione anche quando le immagini urtano, fanno male; il suo bianco e nero fa sì che tutto si stagli in modo netto e assuma una forte espressività e che il dolore, la violenza, la paura siano assoluti e intensi restituendoci davvero – anche se sembra paradossale – il senso, la dignità e il valore dell’essere umano. Ciò che il suo occhio e il suo sguardo affrontano, Riccardo Venturi lo restituisce con grande profondità, capacità e con evidente sensibilità e profondità di sentimento. E in questa mostra tutto ciò è assolutamente palpabile”.

Il percorso espositivo sarà concepito per dare risalto all’autore, ma anche stimolare un confronto e dibattito, si svolgeranno infatti anche dei workshop su fare il fotoreporter oggi: con l’eredità di 160 anni di scatti di guerra, con attuali conflitti interni ai popoli e alle nazioni a volte di difficile lettura, con condizioni di lavoro non remunerate e tutelate, con molti più fotografi in campo.

In occasione della mostra Riccardo Venturi terrà due workshop/laboratori sul fotoreportage con una parte teorica ed una pratica, la conclusione dei workshop avverrà a distanza di 10/14 giorni per lasciare il tempo ai partecipanti di produrre materiale. Il primo workshop si tiene il 30 e 31 gennaio e il 1 febbraio 2016 e il secondo il 16/17/18 febbraio; entrambi a 10 giorni di distanza avranno due giornate conclusive. Le iscrizioni sono aperte: email a federicapaola@spaziotadini.it

Durante la mostra RICCARDO VENTURI REPORTER sarà possibile anche acquistare il recente libro Haiti Aftermath.

La mostra, a cura di Federicapaola Capecchi, è realizzata in collaborazione con l’Associazione Akronos – arte educazione cultura.

Fino al 15 febbraio 2016
(Museo) Spazio Tadini
via Jommelli, 24
Milano

(function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/sdk.js#xfbml=1&version=v2.3"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs);}(document, 'script', 'facebook-jssdk'));

Eterno Presente  Mario Cravo Neto

La mostra "Eternal Now" è dedicata alla figura di MARIO CRAVO NETO, uno dei maggiori artisti brasiliani di fama internazionale, scomparso nel 2009, e le cui opere sono rappresentate in esclusiva per l'Europa. La galleria, inoltre, collabora già attualmente con la nuova Fondazione Mario Cravo Neto, la cui inaugurazione ufficiale è avvenuta durante l'estate 2015.

La mostra sarà l'occasione per ammirare i lavori più famosi degli anni '80-'90, le eleganti serie in bianco e nero in cui le immagini sono trasportate in una dimensione sospesa ed ovattata, dove i corpi e gli oggetti assumono un aspetto intimo e mistico. Mario Cravo Neto "mette in scena" i suoi ritratti per materializzare la profondità dei significati e, così facendo, affida un valore fondamentale alla luce che conferisce tridimensionalità ed un aspetto scultore ai soggetti. Il Solo Show ripercorrerà gli scatti più significativi di Mario Cravo Neto, ognuno dei quali ha un significato purissimo ed affonda le proprie radici in un linguaggio creativo unico, in grado di mischiare religione e tradizioni, violenza e dramma, natura e cultura.

Per l'occasione sarà edito un catalogo contenente un testo critico a cura di Christian Cravo, figlio del grande maestro nonché fotografo a sua volta.

"E’ l’arte di Mario Cravo Neto, che sì è fotografia nella fisicità dell’oggetto, soprattutto è lucidità intellettuale nel saper far emergere l’universo del nostro sentire che ignoriamo, volutamente soffochiamo, e che è in noi. Carne, sangue e muscolo di un’altra natura inconcreta e terribilmente palpitante. [...] È la luce che riscatta le figure dal fondo più oscuro della notte. La luce plasma le forme, accarezza le linee, le esalta e ne ammorbidisce la crudezza per compenetrale in morbido, tattile, velluto. E la poesia della bellezza, la naturale sensualità, fluiscono da segni di limpida purezza che penetrano come il canto insinuante della madre di tutti i misteri della vita." (Giuliana Scimé)

Fino al 27 Febbraio 2016
PACI Contemporary
Galleria Paci Contemporary
via Trieste, 48
Brescia

(function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/sdk.js#xfbml=1&version=v2.3"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs);}(document, 'script', 'facebook-jssdk'));

Matteo Basilé – Lumen et Umbra

La mostra, a cura di Sonia Zampini, presenta una selezione di fotografie in riferimento a quattro diversi cicli tematici: “THISHUMANITY” del 2010; “LANDING” del 2012; “UNSEEN” del 2014 e i recenti scatti che compongono l’ultima serie di opere inedite “Lumen et Umbra” del 2016, esposte per la prima volta in anteprima nell’omonima mostra alla Galleria ZetaEffe.

“Nelle opere la formulazione di una grammatica visionaria del reale è accompagnata dalle variazioni dell’uso della luce: essa appare a connotare il buio (come nel ciclo di UNSEEN), oppure si manifesta scura e diffusa, come fosse il riflesso della terra che si racconta attraverso le gesta umane che accoglie (come nel ciclo THISHUMANITY), fino a quando la luce arriva a perimetrare il confine tra le ragioni del sognatore e lo spazio del sogno (come nel ciclo LANDING), per poi tornare ad essere condizione feconda, bianca presenza che con la sua voce silente accoglie, come prossima partoriente, proposizioni nascenti (come ritroviamo nell’ultima serie di fotografie dal titolo Lumen et Umbra).” (S.Zampini).

L'evento rientra nel calendario degli appuntamenti di Pitti Immagine Uomo 2016.

Fino al 29 Febbraio 2016
ZetaEffe Galleria
Via Maggio, 47r
Firenze

(function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/sdk.js#xfbml=1&version=v2.3"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs);}(document, 'script', 'facebook-jssdk'));

Henriette Fortuny. Ritratto di una musa

A cura di Daniela Ferretti, Cristina Da Roit _ Questa mostra è un omaggio a una donna che con la sua intelligenza e sensibilità ha saputo affiancare, ispirare e sostenere uno degli artisti più raffinati del secolo scorso. Adèle Henriette Nigrin nasce a Fontainebleau nel 1877 e agli inizi del ‘900, a Parigi, incontra Mariano Fortuny. Lui è un artista già noto, impegnato nella sperimentazione di un complesso sistema d’illuminazione che sin dalle prime applicazioni rivoluzionerà la scenotecnica teatrale. Le scarne notizie biografiche non ci raccontano altro, ma certo è che dal 1902, per ben 47 anni, Henriette sarà al fianco di Fortuny, contribuendo in misura determinante al successo delle sue straordinarie creazioni tessili. A lei si deve infatti l’idea del Delphos, l’abito in finissima seta plissettata icona di uno stile mondialmente riconosciuto e simbolo di un’eleganza senza tempo. Nella casa laboratorio di Palazzo Pesaro degli Orfei Henriette affianca il marito nella produzione dei pregiati tessuti stampati e delle lampade in seta, coordinando le numerose maestranze che con loro collaborano. Si fa anche carico dei delicati rapporti con una committenza sempre più numerosa e internazionale, lasciando al Maestro la possibilità di dedicarsi interamente agli studi, alle ricerche, alle sperimentazioni nelle varie discipline artistiche. Dopo la morte del marito (1949) e ceduta la Società Anonima Fortuny all’amica Elsie McNeill, Henriette dedica il resto della sua vita a ottemperare alle disposizioni testamentarie di Mariano – donando numerose opere a musei italiani e spagnoli – e all’inventario dei beni del palazzo, che alla sua scomparsa affida alla città di Venezia. La mostra, a cura di Daniela Ferretti e Cristina Da Roit, è il frutto del lavoro di ricerca, riordinamento e manutenzione effettuato nel corso del 2015 sulle collezioni del Museo Fortuny, mediante il quale è stato possibile selezionare, da un corpus di oltre dodicimila originali tra lastre di vetro alla gelatina e pellicole in celluloide, duecento fotografie dell’archivio fotografico Fortuny, che sono state oggetto di un importante intervento conservativo e archivistico, cui si è aggiunto il riordinamento e l’informatizzazione della raccolta delle matrici per la stampa su tessuto. In occasione della mostra per la prima volta saranno inoltre visibili al pubblico alcuni filmati amatoriali girati da Mariano negli anni Trenta. Si tratta di materiali filmici di recente ritrovamento, costituiti da pellicole in formato pathè baby e 35 mm, sui quali, grazie al contributo della Maison Vuitton, è stata eseguita un’operazione di restauro tecnico e riversamento in digitale a opera dell’Archivio Nazionale Cinema Impresa di Ivrea e dei laboratori La Camera Ottica e Crea dell’Università degli Studi di Udine. _ Catalogo Catalogo Fondazione Musei Civici di Venezia, a cura di Daniela Ferretti, con testi di Daniela Ferretti, Claudio Franzini e Cristina Da Roit.

Entrata ore 10.00 – 18.00
La biglietteria chiude un’ora prima
Chiuso martedì.

Fino al 13 marzo 2016
Museo di Palazzo Fortuny
San Marco – San Beneto
Venezia

(function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/sdk.js#xfbml=1&version=v2.3"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs);}(document, 'script', 'facebook-jssdk'));

Palazzo Fortuny ospita il tributo a Adèle Henriette Nigrin una donna che con la sua intelligenza e sensibilità ha saputo...

Pubblicato da Fondazione Musei Civici Venezia su Martedì 12 gennaio 2016

Sulla scena del crimine. La prova dell’immagine dalla Sindone ai droni

Una coproduzione Le Bal (Parigi), Photographers’ Gallery (Londra) e Netherlands FotoMuseum (Rotterdam)
Mostra ideata da Diane Dufour
con Luce Lebart, Christian Delage ed Eyal Weizman
Con il contributo di Jennifer L. Mnookin, Anthony Petiteau, Tomasz Kizny, Thomas Keenan ed Eric Stover
Allestimento della mostra a cura di Marco Palmieri
L’esposizione analizza la storia della fotografia forense e mostra un corpus di opere che coprono più di un secolo di storia, dai primi scatti entrati nelle aule di tribunale fino alle foto satellitari usate dalle organizzazioni per i diritti umani per denunciare l’uccisione di civili, come nel caso degli attacchi con i droni. Immagini forti, molto diverse tra loro, ma accomunate dalla terribile violenza che documentano e di cui sono prova.
Una selezione di undici casi-studio per illustrare un approccio scientifico al mezzo fotografico, volto a renderlo uno strumento nelle mani della giustizia. Una ricerca molto diversa da quella portata avanti in campo artistico, ma non per questo priva di un suo tetro fascino, nobilitato dalla solennità della Storia.
Ma la fotografia artistica e quella forense sono davvero così diverse? Se la prima si è spesso interrogata sull’effettiva verosimiglianza del mezzo fotografico nel descrivere la realtà, la seconda ha fatto della ricerca e della documentazione della verità la sua ragione d’esistere.
Questa mostra esplora contemporaneamente la potenza e i limiti del mezzo fotografico nella ricerca della verità. La potenza è quella dell’immagine, più d’impatto e più convincente di quanto potranno mai esserlo parole o cifre. Il limite è quello della tecnica, che spesso smentisce l’idea secondo cui l’obiettivo del fotografo non è altro che un occhio infallibile, che tutto coglie e tutto registra, capace di catturare l’attimo e di fermare in questo modo il tempo.
Appare allora chiaro che la verità non viene solo ri-costruita, ma viene a tutti gli effetti costruita e poi difesa tramite la raccolta di prove, tra cui le immagini sono regine indiscusse. Non è quindi sufficiente riportare alla luce le fosse comuni dove riposano i curdi vittima del genocidio operato dall’esercito iracheno nell’88: nel 1992 una fotografa dell’agenzia Magnum accompagna gli attivisti alla ricerca di prove, e documenta scrupolosamente l’esumazione affinché quelle vittime esistano davvero e possano quindi avere giustizia. Non basta processare i gerarchi nazisti: l’orrore dei campi di sterminio viene fotografato e filmato secondo regole ben precise dai soldati Alleati, e il film che ne deriva sarà il più grande atto d’accusa verso gli imputati a Norimberga. La verità che esce da queste prove appare tutto fuorché scontata. È anzi stata duramente conquistata, e nessuna immagine sarà mai vista abbastanza volte o da un numero sufficiente di persone fino al punto di renderla immortale e metterla al sicuro dai negazionismi.
Le lenti fotografiche sono state chiamate “obiettivi”, nella speranza che potessero salvare dall’imprecisione e dai dubbi che si accompagnano alla soggettività, ma la diversa interpretazione di una fotografia può tutt’ora avere pesanti conseguenze geopolitiche e umanitarie. C’è o non c’è traccia dell’antico cimitero beduino di Koreme, nel Deserto del Negev, nelle foto aeree che gli inglesi della RAF scattarono alla fine della Seconda Guerra Mondiale, prima della fondazione dello Stato di Israele? Chi sostiene che negli scatti sgranati e nebulosi di 70 anni fa non si veda alcun cimitero beduino non sta solo dibattendo i dettagli di vecchie fotografie: sta allo stesso tempo dichiarando che le migliaia di famiglie palestinesi che vivono tutt’ora nella zona sono abusive e devono essere cacciate dalle loro case, a ulteriore testimonianza del terribile potere che possono avere le immagini.
Una mostra intensa e con più livelli di lettura, che parla dei nostri lati bui e del nostro disperato bisogno di certezze.
La mostra è corredata da un catalogo: Images à Charge. La construction de la preuve par l’image, disponibile in inglese o in francese, e co-prodotto da LE BAL e Xavier Barral Éditions. A cura di Diane Dufour, con il contributo di Christian Delage, Thomas Keenan, Tomasz Kizny, Luce Lebart, Jennifer Mnookin, Anthony Petiteau, Eric Stover e Eyal Weizman. Il volume conta 240 pagine e 280 immagini.

Fino al 1 maggio 2016
CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia
Via delle Rosine, 18
Torino

(function(d, s, id) { var js, fjs = d.getElementsByTagName(s)[0]; if (d.getElementById(id)) return; js = d.createElement(s); js.id = id; js.src = "//connect.facebook.net/it_IT/sdk.js#xfbml=1&version=v2.3"; fjs.parentNode.insertBefore(js, fjs);}(document, 'script', 'facebook-jssdk'));

"Sulla scena del crimine. La prova dell’immagine dalla Sindone ai droni.", la nuova mostra di CAMERA, dal 27 gennaio al...

Pubblicato da Camera Centro Italiano per la Fotografia su Venerdì 15 gennaio 2016
  • shares
  • Mail