Senes: fotografia e vino per celebrare la longevità

Ritratti fotografici di centenari sardi, un libro, una mostra e vino per celebrare il primato di longevità della Sardegna

Con il volto segnato dalle rughe della vita ed il carattere, lo sguardo vispo e il ghigno, animati dalla forza di averla fatta in barba al tempo, Igino Porcu brinda alla salute di chi arriva ai suoi venerandi 102 anni.

Sicuramente al coetaneo Giulio Podda che in sella alla Graziella pedala per 7 chilometri al giorno a San Sperate (Ca), mentre Adolfino Puddu porta al pascolo le sue quattro pecore a Cuglieri e non ha mancato di fare la corte alla fotografa Daniela Zedda, decisa ad includerlo nella sua serie di ritratti centenari.

Ritratti della celebre longevità sarda, avvalorata dal progetto «AKeA» (acronimo di «A Kent’Annos - A cent’anni», formula bonaugurale sarda per i brindisi) dell'Università di Sassari che ha censito 373 centenari, 22 ogni centomila abitanti e, a quanto pare, intervistando più di tremila super longevi, ha riscontrato una maggioranza abituata a bere con moderazione vino, spesso di Cannonau, il vino di provate origini autoctone ed eccellenti antiossidanti naturali, più antico del Bacino del Mediterraneo.

Una longevità palesata in modo inequivocabile dai ritratti della fotografa cagliaritana, arricchiti da Giacobba Lepori con i suoi 103 anni e l'aspetto saldo come gli alberi secolari del bosco di Villagrande Strisaili, Giovanna Pistidda all'ombra del chiostro e dei suoi 108 anni, fino ai 111 anni di Filomena Marongiu, 'indossati' con solennità e un filo di perle sull’abito blu, mentre legge un libro.

Un inno alla vita e alla maturità vissuta con pienezza, in un secolo a caccia di eterna giovinezza che ha come ospite d'onore Antonio Argiolas, patriarca e anima della famiglia e della cantina Argiolas, vissuto fino all’età di 102 bevendo un ben bicchiere al giorno di Cannonau, come racconta la nipote Valentina.

«Nonno Antonio beveva un bicchiere di Cannonau a giorno, assieme alla minestra vegetale. Si arrabbiava se qualcuno lo chiamava vecchio. Rispondeva: sto solo diventando grande».

Sono 11 ultracentenari sardi ad animare Senes, parola palindroma (dal latino senex, anziano) usata per arricchire le pagine del libro che racconta storie di longevità centenaria, con i ritratti fotografici di Daniela Zedda, i testi della giornalista Manuela Arca e dello scrittore Marcello Fois, confluiti in mostra fotografica. Dall’introduzione:

"Nell’Isola, luogo di silenzi, antiche ed enigmatiche architetture di pietra, ci dev’essere un ritmo del tempo più congeniale alla natura dell’uomo, una magica essenza nell’aria, una forza straordinaria nei frutti della campagna e, insieme, un invulnerabile e tenace codice genetico. Qui la suprema stagione della maturità è infatti più lunga e mite, meno caduca e meno maledetta che altrove."

A portare lo stesso nome ed arricchire il progetto editoriale (con un cofanetto Senes in vendita a 55 euro: libro+bottiglia) insieme a quello espositivo, sono anche le 12 mila bottiglie (al costo di 20 euro) del nuovo vino Cannonau Riserva Senes della famiglia Argiolas con la rappresentazione del genoma umano sull'etichetta, omaggio a nonno Antonio e lo stile di vita che caratterizza una terra di centenari come la Sardegna.

Sarà lo spazio espositivo Nonostante Marras di Milano ad ospitare la mostra “Senes” di Daniela Zedda, a cura di Francesca Alfano Miglietti, all’interno del programma espositivo dedicato al tema L’aldilà e l’aldiquà … espressioni diverse di uno stesso irriducibile stupore, pronto ad abbracciare la presentazione del vino.

I 'centenari' di Daniela Zedda per Francesca Alfano Miglietti


C’è un bisogno, semplicemente intuito ed ancora inespresso, di una necessità poetica, che eviti lo spreco di modelli culturali ormai palesemente insostenibili. C’è un’evidenza che ci dice questo. C’è un disagio mai così tanto evidente che provoca la nostra meraviglia. C’è un bisogno di cose vere, intense, coinvolgenti, che parlano di sensibilità, di bellezza, di dignità.
Alcuni lo avvertono forte, e alcuni, quasi per istinto o per indole, percorrono questa come unica strada possibile. Ancora una volta Daniela Zedda ci stupisce, per il modo, tutto suo, di fotografare persone e situazioni, come per metterci in contatto con un vedere non abituale.
Per Daniela Zedda la fotografia non è uno strumento di comunicazione. Non ha niente a che fare con la comunicazione. Per Daniela Zedda la fotografia non contiene letteralmente la minima informazione. C’è invece un’affinità intima tra la fotografia e l’atto di resistenza.

Scrive Roland Barthes: “Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai più ripetersi esistenzialmente.” Ed è proprio questo quello che fa Daniela, ci mette di fronte a qualcosa che ‘esistenzialmente’ non succederà mai più. In questa nuova serie, “I centenari”, sembra che si metta in moto un dispositivo che provoca, necessariamente, una relazione, un modo attraverso il quale far funzionare un rapporto tra le persone, e questo sembra permettere degli sconfinamenti di campo attraverso i quali si è reso possibile un altro modo di vedere.

Ha affermato Ansel Adams: “Ci sono due persone in ogni foto: una delle due è il fotografo.”, ed è questa la caratteristica di questa serie: Daniela Zedda sembra aver ‘tenuto compagnia’ ad ognuno dei soggetti ritratti, facendo dimenticare ad ognuno di loro la ripresa fotografica, e questo accade quando si ha passione della comunità, rispetto per l’altro. Un terreno particolarmente congeniale a Daniela Zedda, capace di spostare il ‘vedere’ su un altro terreno, sulla possibilità cioè di captare il sentire dell’altro, quel sentire attraverso la quale si ha per conseguenza di essere un punto di riferimento, un punto di vista, attraverso il quale le persone, e le loro storie, sono percepibili in quanto tali.
Ognuno di questi ritratti riesce a farci sentire in presenza di queste persone, lo sguardo vivo e l’operosità del loro fare ci coinvolgono in “un idioma impossibile in cui ogni singola cosa, ogni pietra, ogni uccello e ogni ramo avesse un nome proprio” (Borges). Un circuito di scambi simbolici. Dei bei visi che raccontano delle belle storie, e un orizzonte in cui sembra essere esistito veramente il silenzio. Il carattere segna il volto di ognuno dei protagonisti e tutti sembrano sul punto di raccontare una storia, di intessere una relazione.
Che significa fotografare? Per Daniela Zedda significa tradurre in fotografia la personalità e non un’espressione, coglierne l’essenza vitale o la malinconia, in ogni caso, è sempre il risultato di un’alchimia complessa in cui giocano curiosità, rispetto, capacità di introspezione e possibili affinità esistenziali. Per Daniela la storia di ogni foto è la storia di un incontro unico e irripetibile che diviene, appunto, il ritratto.

“Senes” resterà in mostra a Milano dal 24 marzo al 28 aprile, prima di tornare nel cagliaritano in occasione di Cantine Aperte, in mostra nella Cantina Argiolas di Serdiana, dal 29 maggio e per tutta l’estate, all'orizzonte dei vigneti di Cannonau arrampicati sulle colline di Siurgus Donigala, nelle Tenute di Sisini, in piena Trexenta, trenta chilometri a Nord di Cagliari.

A Kent’Annos

Senes – Daniela Zedda
24 marzo – 28 aprile 2016
Inaugurazione: martedì 22 marzo 2016, ore 19.00
Nonostante Marras
Via Cola di Rienzo, 8
Milano

lunedì-sabato, ore 10-19
domenica, ore 12-19
Ingresso gratuito

Foto | Senes – Daniela Zedda, Courtesy Nonostante Marras

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