Carla Cerati. Sguardo, forma e sostanza di una grande fotografa

Carla Cerati ci lascia con il suo sguardo profondo e allegro, capace di fotografare trasformazioni e rivolte, i matti di Basaglia e i corpi femminili

Eclettica, indomita e curiosa, la fotografa e scrittrice Carla Cerati ci lascia la sua eredità di immagini del contemporaneo e parole che scavano nel profondo.

«Prima ho fatto la moglie e la mamma. Nel 1960, dopo alcuni anni di matrimonio, ho cominciato a scrivere narrativa e romanzi, e a fotografare. Con la macchina fotografica non puoi raccontare il passato ma solo il presente. Con la scrittura puoi scavare nella memoria, puoi inventare e puoi ricostruire».

La sua scomparsa dello scorso 19 febbraio 2016, comunicata dai familiari solo dopo i funerali, coglie molti di sorpresa, perché la sua vita era discreta come lo sguardo che ha colto per decenni le cose più disumane e leggiadre della nostra società, lasciando tutta l'attenzione al soggetto, come fotografa di scena, reportage e ritratto.


«Ho cominciato perché mi piaceva fotografare. In realtà io avrei voluto fare scultura; mi ero iscritta all'Accademia di Brera... poi mi sono sposata, ho avuto dei figli e la storia si è interrotta, per ricominciare poi con altri mezzi. La macchina fotografica ha sostituito la matita, la creta ecc.e mi sono accorta di avere istinto per il taglio della fotografia. Un giorno mio padre mi ha detto "Visto che tu fai delle belle fotografie con una macchina scadente mentre io, che ho delle macchine di qualità, faccio delle brutte fotografie, ti passo la mia Rollei.". In realtà mi ha fatto scegliere tra la Rollei e la Leica e io ho scelto la prima. Poi sono passata alla Nikon, perché non mi piaceva il formato quadrato, che mi costringeva a tagliare, cosa che detesto.»

Dai primi scatti professionali, come fotografa di scena al Teatro Manzoni di Roma o del Living Theater dal 1967, ai reportage nei manicomi, la fotografa bergamasca (Bergamo, 3 marzo 1926) ha continuato a inquadrare l'umanità che la circondava, con la gioventù degli anni ’60, i volti e i luoghi del settore industriale, l’alluvione a Firenze nel ’66.

«Bill Brandt diceva di aver superato una grave nevrosi grazie all’uso della macchina fotografica. Per me invece fotografare ha significato la conquista della libertà e anche la possibilità di trovare risposte a domande semplici e fondamentali: chi sono e come vivono gli altri? Lavorano? E se sì, dove lavorano? Quali sono i mestieri, le professioni e i luoghi in cui le svolgono? Come trascorrono il tempo libero?».

Nel 1965 lascia Milano in macchina, diretta alla punta estrema della Sicilia e in viaggio realizza i servizi fotografici Maghi e streghe d’Abruzzo, Sicilia uno e due, entrambi poi pubblicati su Leader, mentre la cartella fotografica Nove Paesaggi Italiani si arricchisce del design di Bruno Munari e la presentazione di Renato Guttuso.

"Si guardino queste foto, lentamente e a lungo: vedremo crescere queste immagini, rivelarsi sempre di più"

Renato Guttuso

L'obiettivo della macchina fotografica si sposta dalla sua Milano in pieno cambiamento, alla società in fermento delle manifestazioni operaie e delle femministe, dal mondo luccicante dei cocktail (Mondo Cocktail, 1972) alle tensioni degli “anni di piombo”, dal Processo Calabresi-Lotta Continua ai funerali di Feltrinelli.

"Morire di classe" documentava la situazione manicomiale degli internati di alcuni ospedali psichiatrici dove due grandi fotografi, Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, coinvolti nell'impresa avevano avuto il permesso di entrare e fotografare. Prima di allora non era possibile farlo, per non ledere - si diceva - la dignità dei malati. Sono immagini dure di donne e di uomini prigionieri, incarcerati, legati, puniti, umiliati «ridotti a sofferenza e bisogno"

Primo Levi

Il reportage condotto con Gianni Berengo Gardin nei manicomi italiani, vincitore del Premio Palazzi per il Reportage nel 1969, anima le pagine del libro "Morire di classe" a cura di Franco Basaglia e Franca Basaglia Ongaro, edito da Einaudi nel 1969, ripubblicato con il titolo "Per non dimenticare. 1968: la condizione manicomiale di «Morire di classe»".

"E si vedano le foto di Carla Cerati che riprende un'immagine divenuta emblematica: l'uomo, mani sulla testa rapata, accovacciato contro un muro (1968); sono queste foto, e quelle di Luciano d'Alessandro (1965-68), insieme all'impegno dei Basaglia e di molti altri con loro, che faranno chiudere i manicomi, luoghi di terribile segregazione fino ad allora ignorati"

Carlo Arturo Quintavalle, commento al libro sul Corriere della Sera del 27 settembre 2005.

Come fotoreporter inviata da L’Espresso e freelance fotografa occasioni e personaggi Culturalmente Impegnati ( dal titolo della mostra alla galleria Il Diaframma di Milano) del tempo, con Laura Betti al Festival del cinema di Venezia nel 1968, Andy Warhol alla Galleria Apollinaire di Milano nel 1974, Pierpaolo Pasolini al Buchmesse di Francoforte nel 1974.

INTELLETTUALI ITALIANI. Libreria Einaudi, Milano. Renato Guttuso pittore,1968. © Carla Cerati. #RenatoGuttuso #Guttuso #CarlaCerati

Una foto pubblicata da Carla Cerati, spirito libero (@carlaceratiartist) in data: 17 Apr 2016 alle ore 13:53 PDT

Insieme ai ritratti di Calvino in vacanza, Vittorini in libreria o Roland Barthes con il sigaro in bocca, fotografa anche il corpo delle donne raccolti nel volume Forma di donna (ed Mazzotta, 1974), e le performance di danza di Valeria Magli negli Anni Ottanta e Novanta. 

«dopo la morte di mio fratello a cui ero molto legata. Quello che racconto nel libro non lo avrei potuto raccontare con fotocamera perché lui non c’era più».

Mentre la fotografia diventa più privata e astratta, nel 73 scrive il primo libro, Un amore fraterno, dedicato alla scomparsa del fratello, continuando ad affrontare gli intricati rapporti affettivi e generazionali in romanzi come Un matrimonio perfetto, La perdita di Diego, La condizione sentimentale, La cattiva figlia, L’intruso.

Per molti anni la critica non si è occupata di Carla Cerati, fatta eccezione per qualche mostra e articolo, fino a quando «Fotografia europea» non ci ha invitato a ricordare il valore della sua eredità iconografica "Inquadrando la metamorfosi", insieme a molti altri dopo di lei.

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