Mimmo Jodice: maestro di sperimentazione, ricerca e documentazione

Viaggio nel percorso di sperimentazione, esplorazione e documentazione visiva del paesaggio umano e urbano di Mimmo Jodice

Il linguaggio visivo di Mimmo Jodice viaggia in una dimensione sospesa e contemplativa delle consuete coordinate spazio-temporali, tale da spingere lo sguardo a tradurre l'assenza in essenza, sfiorando la dimensione fisica, metafisica e indefinita dell'attesa, chiamata a guidare il viaggio nella retrospetiva del grande fotografo contemporaneo al MADRE di Napoli.

La più ampia mostra retrospettiva mai dedicata a Mimmo Jodice, seguendo l'articolato itinerario di esplorazione di oltre cento opere, in diverse sezioni connesse tra loro, conduce il suo linguaggio, nato senza macchina fotografica, inventando immagini in camera oscura e rivoluzionando tecniche tradizionali, lungo il percorso nutrito dalla sperimentazione di immagine strappate, sovrapposte e de-saturate, la ricerca di forme e dimensioni, la documentazione del contemporaneo, dal ventre della sua Napoli alle origini della civiltà mediterranea, tra culture ancestrali, civiltà scomparse e confini incerti.

L'inizio di un viaggio che parte dal MADRE con Mimmo Jodice. Attesa. 1960-2016, a cura di Andrea Viliani, pronto a continuare ovunque nello sguardo dello spettatore, mentre la ricognizione biografica che segue si presta a nutrire qualche approfondimento e molte curiosità.

Mimmo Jodice. Attesa. 1960-2016

Nella sala Re_PUBBLICA MADRE al piano terra – in prossimità della strada su cui il museo si affaccia – è messa in scena, nel formato di una grande proiezione cinematografica (Teatralità quotidiana a Napoli, 2016), una selezione di immagini dalle serie dedicate, negli anni Sessanta e Settanta, alla città di Napoli: dalla registrazione di forme di aggregazione sociale come i cortei del partito comunista o le feste popolari (oggetto, quest’ultime, anche del volume Chi è devoto?, 1974, con prefazione di Carlo Levi e schede di Roberto De Simone), alle condizioni di vita manicomiali e carcerarie, dalle dinamiche del lavoro in fabbrica, fra cui quello agli impianti di Bagnoli, e dalla denuncia del lavoro minorile o dei meccanismi di esclusione sociale alla vita di strada nei bassi e nelle periferie napoletane. Sono gli anni di un’estesa e approfondita interpretazione fotografica della realtà (a cui la rivista “Progresso fotografico” dedica nel 1978 un numero monografico, che segue il volume Mezzogiorno. Questione aperta del 1975). In queste immagini Jodice, senza mai ridurle a semplice documentazione, restituisce il senso stesso della propria epoca e della propria città, colti nelle loro irriducibili contraddizioni, con un’attenzione estetica che si traduce in impegno etico e antropologia democratica degli oggetti comuni, delle abitudini quotidiane, dei comportamenti collettivi, dei residui della Storia, delle ideologie e delle fedi. Un’analisi lucida che si erge a inno barocco, epistemologia lirica, chiaroscuro sociale e culturale: “teatralità quotidiana a Napoli”.

Dopo l’avvio presso la sala Re_PUBBLICA MADRE la mostra prosegue al terzo piano: qui, l’inizio e la fine del percorso espositivo sono dedicati alle coeve ricerche sperimentali: incunaboli di una fotografia che si declina come investigazione concettuale delle potenzialità del linguaggio fotografico: in Vera fotografia (1979), l’immagine della mano dell’artista, intenta a scrivere a penna le parole del titolo, le riporta sulla carta fotografica come una vera scritta a penna. Analogamente, la stessa mano non rappresenta ma realizza un taglio (Taglio, 1978) e una bruciatura (Bruciatura, 1978). Sovvertendo l’interpretazione del mezzo fotografico quale mera registrazione del reale, Jodice oppone o sovrappone un elemento tridimensionale alla sua riproduzione fotografica (Ferrania, 1976, Carta d’identità, 1978, Vetro, 1978, Corrispondenza, 1979), così come strappa/accosta, satura/desatura diverse immagini fotografiche realizzando fantasmatici paesaggi che sono il risultato di inediti avvicinamenti spazio-temporali (Frattura, Paesaggio interrotto, Orizzonte, Strappi, Momenti sovrapposti). Anche i corpi, assottigliando la loro pretesa consistenza e singolarità, mutano grazie a rispecchiamenti (Autoritratto, 1963, Autoritratti con Emilio Notte, 1972, Frammenti con figura, 1968) o giocando con i parametri e i meccanismi stessi di produzione dell’immagine fotografica (Nudi stroboscopici, 1966, o Studio per un nudo, 1967, in cui l’immagine finale viene “completata” dai provini delle altre sue possibili versioni). Fino a giungere all’autoanalisi sia del proprio strumento (Macchina fotografica, 1965) che degli innumerevoli accadimenti trasformativi in fase di stampa (Chimigramma, 1966).

Ne emerge tutta la libertà ideativa e compositiva di una pratica fotografica che aveva avuto inizio, del resto, da autodidatta, alla fine degli anni Cinquanta, non con l’uso della macchina da presa o della pellicola ma con l’uso di un ingranditore, e quindi con i concetti extra-fotografici di tempo (di esposizione) e (grado di) luminosità. Una libertà che è anche quella con cui l’identità dell’artista viene riplasmata: esaltando il valore modernista della processualità rispetto al prodotto, ed investigando al contempo, e con straordinario anticipo, le logiche del post-moderno citazionista e appropriazionista, nel 1978, nel progetto Identificazione presso lo Studio Trisorio di Napoli, Jodice ri-fotografa non solo le immagini ma anche le estetiche di altri fotografi quali Richard Avedon, Bill Brandt, Walker Evans, André Kertész, Ralph Gibson, Christian Vogt, esplorando le possibilità di “dilatazione o restringimento, sviluppo o riduzione” fotografiche.

Nelle tre ali del terzo piano si succedono poi – in una stringente contiguità e continuità fra i tre differenti tempi del passato (prima sezione), del futuro (seconda sezione) e del presente (terza sezione) – opere da tutte le principali serie di Jodice, a partire dagli anni Ottanta, evocando un tempo circolare, ciclicamente ritornante su se stesso e sui suoi motivi ispiratori.

Nella prima sezione si procede dalle radici culturali del Mediterraneo (ricerca avviata nel 1985) alle epifanie del quotidiano (Eden, serie del 1995 presentata in mostra in una nuova versione inedita). Così come, nella terza sezione, dal confronto fra volti e corpi della Napoli contemporanea e i capolavori delle collezioni del Museo Nazionale di Capodimonte (Transiti, 2008) ci si volge alla relazione fra l’incanto del paesaggio naturale e la fantasmagoria metropolitana delle città contemporanee.

Mentre nella seconda sezione, collocata al centro della mostra, prende corpo la matrice visionaria e meditativa di tutta la ricerca di Jodice, quella creazione di un reale al di là della realtà che, rintracciando un corrispondente emotivo e intellettuale nel Surrealismo novecentesco (richiamato in mostra dall’opera di René Magritte L’amour, 1949), si dischiude compiutamente nel nuovo ciclo Attesa, posto da Jodice quale approdo ideale della mostra ma anche, allo stesso tempo, quale suo fulcro generatore e suo eterno ritorno: nello spazio-tempo dell’attesa di un futuro che mai si compie, Jodice non riconosce più lo spazio o il tempo reali, ma li ricrea, mentre il mondo e la Storia, trasfigurati nel bianco e nero di un sublime mattino da camera oscura, sembrano essere ormai solo il ricordo di quello che erano, sono o saranno: il fantasma fotografico di un eterno istante dal mondo, di un suo giorno senza fine, in cui la maestosità caduca delle rovine di Palmira si trasfonde, per esempio, nella fragile imponenza delle Twin Towers di New York.

Per la prima volta in una sua mostra Jodice lascia infine affiorare anche le fonti di ispirazione della sua ricerca, rappresentate da opere selezionate con l’artista stesso: due capolavori dell’archeologia mediterranea (la scultura in marmo bianco del Compagno di Ulisse e il busto in bronzo di Artemide, provenienti da quell’ipotetico museo del mare nostrum che Jodice evoca nelle sue opere di soggetto archeologico) sembrano presagire, tramite il catalogo di frammenti antiquari delle acqueforti su rame di Giovanni Battista Piranesi, la loro futura sintesi fotografica. La ferocia astratta di Eden oscilla fra la Natura morta con testa di caprone (1645-1650) di Jusepe de Ribera e la quiete delle nature morte di Giorgio Morandi, mentre i paesaggi di Jodice sembrano trovare accogliente assonanza nelle metafisiche piazze d’Italia di Giorgio De Chirico (La grande torre, 1932-38) o nei silenziosi, compendiari, minimali scenari cittadini di Mario Sironi (Paesaggio urbano, 1920).

Orari
Lunedì, Mercoledì, Giovedì, Venerdì, Sabato, ore 10.00-19.30
Domenica, ore 10.00-20.00

fino al 24 ottobre 2016
Museo Madre
sala Re_PUBBLICA MADRE al piano terra e terzo piano
via Settembrini, 79
Napoli

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Mimmo Jodice: biografia di un grande sperimentatore

Mimmo Jodice nasce a Napoli nel popolare rione Sanità il 24 marzo 1934.
L'improvvisa morte del padre, nel 1939, causa il tracollo economico della famiglia. Seguono anni molto difficili, durante i quali alle sfortunate vicende familiari si intrecciano i momenti della guerra. A dieci anni Mimmo è costretto a iniziare a lavorare.

Nei riguardi dell'arte è un appassionato autodidatta. Frequenta gli ambienti dell'Accademia di Belle Arti di Napoli e, dopo prime esperienze con la pittura e la scultura sotto l'influenza di De Pisis e Viani, alla fine degli anni Cinquanta si avvicina alla fotografia.

Nel 1962 sposa Angela Salomone, da quel momento compagna inseparabile di vita e di lavoro. Dall'unione nascono tre figli: Barbara (1963), Francesco (1967), Sebastiano (1971).

A metà anni Sessanta decide di dedicarsi completamente alla fotografia, anche grazie alla conoscenza con il pittore e fotografo Giovanni Thermes. Figura importante per la sua formazione è anche quella del pittore Emilio Notte.

«La fotografia è entrata nella mia vita per caso, quasi fosse stato un destino segnato: allora disegnavo, mi infilavo clandestinamente nelle stanze dell’Accademia per rubare qualche segreto sulla pittura, non pensavo alla fotografia. Poi un mio caro amico morì e il padre mi regalò il suo ingranditore. Tutto cominciò così, con una scatola di cartone con dentro un Durst 609. Non avevo la macchina fotografica, così le immagini me le inventavo in camera oscura, mettendo nei portanegativi pezzi di stoffa, cartoncini, foglie, di tutto. Era una fotografia sperimentale. Eravamo a cavallo tra gli anni 50 e i 60: c’erano straordinarie onde di rinnovamento, avevamo alle spalle il Neorealismo, vedevamo il primo Rauschenberg, il Living Theatre, leggevamo Ginsberg. Tutta la creatività, tutti gli atteggiamenti stavano cambiando. Mi sono trovato con questo ingranditore per le mani in un momento storico straordinario. E allora ho cominciato a fare quello che fino ad allora in camera oscura era proibito. Semplicemente scardinavo le regole per approdare a una mia identità ma sempre con la convinzione che la fotografia non si poteva tenere fuori dall’arte»

Le sue produzioni degli anni Sessanta, fortemente orientate verso la sperimentazione e la manomissione delle tecniche tradizionali della fotografia, vedono l'influenza del fotografo inglese Bill Brandt e portano anche il segno dell'Informale e delle avanguardie, specie il Cubismo e il Surrealismo.

Nel 1967 espone per la prima volta il suo lavoro a Napoli alla Libreria La Mandragola. Nel 1968 tiene la sua prima mostra personale in uno spazio pubblico nelle sale del Teatro Spento del Palazzo Ducale di Urbino.

Nel 1968 inizia con il gallerista Lucio Amelio un proficuo rapporto di collaborazione che durerò fino al 1985. Entra dunque in profondo contatto e lavora con i più grandi artisti attivi in quegli anni, da Andy Warhol a Robert Rauschenberg, Da Jasper Johns a Sol LeWitt, da Joseph Beuys a Michelangelo Pistoletto, da Joseph Kosuth a Mario Merz, vito Acconci, Jannis Kounellis, Giulio Paolini, Gino De Dominicis, Gina Pane, Alberto Burri, Hermann, Nitsch, Wolf Vostell.

«Accompagnavo Warhol a fare i ritratti alla grande borghesia. Aveva una polaroid mai vista prima, con il teleobiettivo. Sviluppava l’immagine mettendo la foto sotto l’ascella, era rapido, timido, poi mandava tutto alla sua Factory. Ne nacque un’amicizia: mi regalò la macchina fotografica, firmandola. La prima mostra in Italia di Mapplethorpe fu fatta a Napoli: era minuto, garbato, silenzioso, dolce. Un vero contrasto con la potenza provocatoria delle sue immagini»

I lavori di questo periodo nascono spesso dalla collaborazione con storici, antropologi o sociologi, e trovano visibilità in alcune mostre e nella pubblicazione di libri. Nel 1969 conosce Roberto De Simone, con il quale condivide interessi antropologici e indaga le feste e i rituali religiosi del mondo popolare. Insieme pubblicano nel 1974 il volume Chi è devoto.

Nel 1970 Jodice è invitato a tenere corsi sperimentali presso l'Accademia di Belle Arti di Napoli dove, istituita la cattedra di Fotografia nel 1975, insegna sino al 1994 e come docente, diventa figura di riferimento e di crescita per la giovane fotografia napoletane e più in generale meridionale.

Sempre nel 1970 espone alla galleria il Diaframma di Milano la mostra "Nudi dentro cartelle ermetiche" con presentazione di Cesare Zavattini.

Nell'arco degli anni Settanta, pur senza abbandonare la sperimentazione e la ricerca sui materiali e le tecniche della fotografia (del 1978 la mostra "Identificazione", presentata da Marina Miraglia, e del 1977-79 le serie Strappi e Momenti sovrapposti), si dedica ad indagini sui problemi dell'attualità sociale napoletana, dalla sanità alla scuola, dai luoghi del lavoro alle carceri, i manicomi, la droga, l'emarginazione sociale nelle periferie della città, i bambini, la ritualità religiosa, la devozione ai morti.

Nel 1973 prendono forma alcune ricerche importanti quali Il ventre del colera, con presentazione di Domenico De Masi, e Dedicato alla Madonna dell'Arco, con presentazione di Mario Pomilio. Nel 1975 collabora con le sue fotografie al volume Mezzogiorno. Questione aperta, a cura di Cesare De Seta.

«Negli anni Settanta, Napoli era un crocevia straordinario per l’arte. Ho collaborato molto con le gallerie d’avanguardia (Amelio, Lia Rumma) e ovviamente ho incontrato molti artisti che portavo nel mio studio, tra questi anche Beuys. Vedendo le foto di Gibellina distrutta dal terremoto, Beuys rimane sconvolto. Così, dopo aver chiamato il sindaco Ludovico Corrao partiamo verso quella città fantasma. Siamo stati insieme per un’intera giornata. Noi due, da soli, di fronte a quell’immagine di morte diventata simbolo di un infinito olocausto che la cronaca tragicamente ci impone»

Nel 1979 la rivista "Progresso fotografico" dedica un numero monografico alla sua opera di fotografo sociale.

Alla fine degli anni Ottanta Jodice sposta i suoi interessi dalla fotografia sociale all'analisi dell'ambiente urbano, prima di Napoli, vissuta in chiave metafisica, e poi di molte altre città italiane ed europee.

Nel 1980 pubblica Vedute di Napoli, con un testo di Giuseppe Bonini, che costituisce una svolta nel suo lavoro e l'inizio di un lungo periodo di ricerca sulla rappresentazione dei luoghi. In questo Jodice è protagonista, insieme a Luigi Ghirri, Mario Cresci, Gabriele Basilico, Guido Guidi, di profondo rinnovamento di codici che renderà la fotografia italiana contemporanea e le consentirà di affacciarsi sulla scena internazionale. E' la stagione nella quale sente la lezione dei grandi maestri della fotografia americana contemporanea, soprattutto Walker Evans, ed è un periodo segnato dalla partecipazione a molti progetti dedicati al paesaggio, fra i quali Napoli 1981. Sette fotografi per una nuova immagine (1981), Viaggio in Italia (1984), Esplorazioni sulla via Emilia (1986), e da molti altri incarichi pubblici in molte città italiane ed europee, da Trieste a Orléans, da Lecce a New York, da da Marsiglia a Avignone, da Porto a Montréal, da San Martin a Milano, Parigi, Almeria, Firenze, Barcellona.

Nel 1982 pubblica Naples une archeologie future, con un testo di Jean Claude Lemagny.

Nel 1983 la casa editrice Fabbri dedica a Mimmo Jodice uno dei primi volumi monografici della collana "I grandi fotografi", con un testo di Filiberto Menna e un colloquio dell'autore con Giuseppe Alario.

Nel 1985 realizza Un secolo di furore. L'espressività del Seicento a Napoli, un lavoro di interpretazione della pittura della pittura barocca napoletana, presentato da Nicola Spinosa, e nel 1987 Suor Orsola. Cittadella monastica nella Napoli del Seicento, rendendo sempre più stretto il suo rapporto con la storia e con l'arte di Napoli. Una selezione delle foto apparse in questi volumi viene esposta in una mostra personale presentata nell'ambito della manifestazione "Mois de la photo '88" a Parigi e pubblicata nel volume Mimmo Jodice fotografie insieme a un testo di Carlo Bertelli.

In diverse occasioni Jodice continua a rivolgere il suo sguardo all'arte antica e all'archeologia, con Michelangelo sculture (1989) con Eugenio Battisti, negli anni Novanta i volumi Paestum, Pompei, Neapolis e Puteoli con Fausto Zevi, nel 1992 i cataloghi Antonio Canova e La collezione Boncompagni Ludovisi. Algardi, Bernini e la fortuna dell'antico curato, quest'ultimo, da Antonio Giuliano. Dal suo interesse per l'architettura nasce la collaborazione con Álvaro Siza e la serie di foto esposte alla Fundação de Serralves di Porto nel 1990.

Nel 1988 Mimmo Jodice fotografa la città di Arles e lo stesso anno ne espone le immagini in una mostra personale nel Musée Réattu di Arles, accompagnata da un catalogo con testo di Michèle Moutashar.

Nel 1990 pubblica La città invisibile. Nuove vedute di Napoli, con un testo di Germano Celant, raccolta di fotografie panoramiche che sintetizzano l'opera del paesaggista. Le immagini che ne derivano sono oggetto di alcune mostre, tra le altre, "La città invisibile" al Museo di Castel Sant'Elmo a Napoli del 1990, da Germano Celant.

Nel 1993, in occasione della mostra a Villa Pignatelli di Napoli e a Palazzo della Ragione a Padova, esce la monografia Tempo interiore, a cura di Roberta Valtorta, in edizione italiana e francese, nella quale sono indagate la "dimensione metafisica", il "superamento dell'esperienza sensoriale", la capacità di creare realtà "altre" e di instaurare un rapporto con il mondo del sogno.

Nel 1994 Jodice lascia l'insegnamento all'Accademia di Belle Arti di Napoli per dedicarsi completamente alla sua ricerca.

Nel 1995 nella Galleria Lia Rumma di Napoli e successivamente, nel 1998, nella mostra al Museo di Palazzo Ducale di Mantova e nella monografia curata da Germano Celant, appare un nuovo ciclo di fotografie intitolato Eden, concepito come "una metafora sulla violenza quotidiana" (cfr. M. Jodice, Milano 2004).

Nel 1995 esce il volume Mediterraneo, in edizione italiana e americana, con scritti di Predrag Matvejevic e George Hersey, il punto di arrivo della riflessione che ormai da anni conduce sui temi della memoria e delle origini e sulla persistenza del passato nel presente, e momento di coagulo di una rinnovata espressività emozionata e visionaria.

Per la prima volta le foto appartenenti a questo tema sono raccolte nel volume Mediterranean, pubblicato dalla casa editrice newyorkese Aperture nel 1995, con testi di George Hesey e di Predrag Matvejevi, in occasione della mostra personale al Philadelphia Museum of Art di Filadelfia.

Numerose mostre vengono dedicate a questo stesso tema, che è diversamente trattato nelle personali al Cleveland Museum of Art di Cleveland e alla Aperture Burden's Gallery di New York nel 1999, alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma e al Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea di Rivoli nel 2000, all'Istituto Italiano di Cultura di Tokyo e nel Museo di Fotografia a Mosca nel 2006.

«Se mi riconosco un merito non è tanto quello di aver fatto buone foto ma di avere contribuito allo sdoganamento di una forma d’espressione che a lungo non è stata considerata vera arte. Mi sono formato in un’epoca interessantissima. Negli anni Sessanta tutti sperimentavano. E anch’io lo facevo. È così che ho imparato. Faccio ancora tutto da me, sa? Scatto, provo, stampo. Un vero fotografo è anche un artigiano” (…) Perché sempre il bianco e nero? “Il colore è troppo descrittivo. E comunque in un’epoca dove c’è di tutto e di più io cerco di fare di niente e di meno. Dobbiamo recuperare una certa civiltà dello sguardo. Il mio compito è levare, semplificare. In fondo aspiro al vuoto»

Da questo momento in poi applica i criteri di una fotografia anti-documentaria e sempre più libera dal dato reale a ricerche su luoghi diversi, per esempio in Venezia Marghera. Fotografia e trasformazione nella città contemporanea (1997), a cura di Paolo Costantini, come in Paris City of Light (1998).

I codici elaborati in Mediterraneo giungono agli esiti più estremi in Eden, un volume anch'esso uscito nel 1998 con testo di Germano Celant che presenta una ricerca nella quale Jodice con un salto sposta la sua attenzione dall'archeologia, il paesaggio, la città, agli oggetti della quotidianità, successivamente in Isolario mediterraneo, del 2000, con un testo di Predrag Matvejevic, un viaggio nel paesaggio del mare che finisce per diventare viaggio interiore, astratto, senza luogo e senza tempo.

«Abbiamo vissuto una stagione irripetibile, piena di energia e sperimentazione. Fa una certa tristezza oggi trovarsi di fronte a molti autori che cadono nella banalità della ripetizione, nell’omologazione. Certo, è difficile: i giovani si trovano in una dimensione di affollamento. Io vivevo una situazione nella quale la fotografia non veniva accettata, ora accade il contrario: tutti vogliono la fotografia, trovare nuove idee e nuovi percorsi è davvero complicato»

Al tema del mare è dedicata la mostra del 2001 nella sede milanese della Galleria Lia Rumma e nel 2003 alla Galleria Baudoin Lebon di Parigi, presentata da Bernard Millet.

Nel 2001 la Galleria d'Arte Moderna di Torino dedica a Mimmo Jodice un'ampia mostra retrospettiva curata da Pier Giovani Castagnoli.

Sue mostre personali si tengono in seguito in altri spazi pubblici, come il Museum of Modern Art di Wakayama in Giappone e la Casa della Fotografia di Mosca nel 2003, dal Museo di Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto a Rovereto nel 2004, al Museo di Capodimonte a Napoli nel 2008.

Nel 2003 è stato insignito del Premio Feltrinelli per la prima volta assegnato alla Fotografia.

Sempre nel 2003 il suo nome è stato inserito nell’Enciclopedia Treccani.

Tra le numerose monografie apparse, vi sono quelle a carattere antologico a cura di Roberta Valtorta pubblicata dalle edizioni Motta nel 2003.

Nel 2004 il documentario "La luce dell’invisibile: lo sguardo altrove di Mimmo Jodice", diretto da Leopoldo Antinozzi con la fotografia di Daniele Poli, il montaggio di Sergio Ponzio e la produzone di Franco Monteleone (Mabor Film) per Rai Educational, affronta la biografia artistica del grande fotografo napoletano, dalle prime opere d’avanguardia degli anni 60-70 fino al premio ricevuto dall’Accademia dei Lincei nel 2004, ripercorrendo tutti i suoi periodi artistici (Sperimentazioni, Figure del sociale, Rivisitazioni, Città invisibili, San Paolo: il backstage sul servizio realizzato nella grande città brasiliana, Mediterraneo, Eden, Mare), con i commenti di quattrograndi amici e noti intellettuali come Massimo Canevacci, Domenico De Masi, Louis Godart e Roberta Valtorta.

"Vedendo questo maestro, capace di giocare con la luce, di scoprire attraverso la luce la realtà nascosta delle cose, ho avuto la netta impressione di trovarmi di fronte ad un artista che, al di là del tempo e dello spazio, riscopriva i grandi maestri del passato. Penso a Caravaggio, perché per me c’è un sottile filo conduttore che collega Caravaggio e Jodice."

Louis Godart

Nel 2006 l’Università degli Studi Federico II di Napoli gli conferisce la Laurea Honoris Causa in Architettura. Ma tra i riconoscimenti ci sono anche la cittadinanza onoraria di Boston e come Cavaliere dell’Ordine delle arti e lettere in Francia.

Nel 2006, una mostra nel Palazzo Reale di Napoli e il volume Città visibili, pubblicato in occasione del conferimento della laurea honoris causa in Architettura, raccolgono le tappe di questo suo itinerario spinto ben oltre i confini della sua città natale, mentre altri volumi - spesso pubblicati in occasioni di mostre personali - approfondiscono la visione di una singola città, come Paris: City of Light del 1998 con un testo di Adam Gopnik pubblicato in occasione della mostra alla Maison Européenne de la Photo di Parigi, Inlands. Visions of Boston del 2001 curato da David D. Nolta e Ellen R. Shapiro e pubblicato in occasione della mostra al Massachusetts College of Art and Design di Boston, São Paulo del 2004, con un testo di Stefano Boeri e pubblicato in occasione della mostra al Museu de Arte de São Paulo, Roma del 2008 con testi di Richard Burdett e di Cornelia Lauf.

«Una scomposta massa di ciechi, ecco cosa siamo. Se dovessimo dare una definizione dello sguardo contemporaneo, descrivere l’attenzione verso quello che ci circonda, dovremmo concludere che la nostra è una società avvolta nel buio, dove il vedere, e quindi il capire, appare come un qualcosa che non ci appartiene più».

Una nuova monografia esce nel 2008 con Perdersi a guardare a cura di Alessandra Mauro, edita da Contrasto, con il titolo che rimanda alla citazione di Fernando Pessoa, "ma cosa stavo pensando prima di perdermi a guardare?"

Nel 2009 Mimmo Jodice è anche il protagonista di uno dei 5 film documentari di Giart - Visioni d'arte che puntano l’obiettivo sui grandi maestri della fotografia. Nel video a seguire trovate il trailer di Mimmo Jodice diretto da Giampiero D'Angelo.

Il Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze, progettato da Paolo Desideri con forme avvenieristiche, oltre ad ospitare il Maggio Musicale Fiorentino, primo ente musicale in Italia e a oggi il più antico in Europa dopo Salisburgo, nato nel 1933, si è arricchito anche di tre fotografie del Mercurio Volante (1580) del Giambologna scattate da Mimmo Jodice pe 'arredare/trasfigurare' La Sala del Mercurio.

Il mio Mercurio di Mimmo Jodice

Tutto è nato da una telefonata del Commissario del Maggio Musicale Fiorentino Francesco Bianchi che, insieme a Roberto Koch, fondatore dell’Agenzia Contrasto e complice di tante avventure fotografiche, mi invitava a Firenze: “la vorremmo qui per una visita privata al Museo Nazionale del Bargello. La nostra idea è che i suoi scatti arredino uno spazio “speciale” dell’Opera di Firenze”. Certo, sapendo che a 80 anni ormai di rado lavoro su commissione e vivo il privilegio di scegliere i miei soggetti in autonomia, l’hanno presa alla larga, fino a che, grazie alla cortesia della direttrice del Bargello, Beatrice Paolozzi Strozzi ho potuto restare a tu per tu con la scultura scelta per me: il celebre Mercurio volante del Giambologna.

Lo studio dell’arte antica non mi è nuovo, dopo il lavoro di ricerca fatto su Michelangelo scultore, su Antonio Canova, a Paestum e Pompei, molte sculture hanno catturato l’attenzione del mio obiettivo in diverse occasioni ma, prima di decidere, ho avuto il privilegio di restare da solo e in silenzio a guardare quell’opera d’arte straordinaria – alta soltanto un metro e settanta, bella come un giovane atleta slanciato e scattante, col braccio destro teso verso l’alto – e l’ho osservata a lungo, iniziando a fotografarla innanzitutto con la mente, immaginando una certa luce, una certa angolazione delle inquadrature. A convincermi del tutto, però, è stato il sopralluogo all’Opera di Firenze: quando si parla di teatro nel nostro Paese, l’immagine che salta alla mente è il teatro classico all’italiana con i palchi, gli stucchi e i velluti rossi e mai avrei immaginato di provare una tale emozione nel visitare gli spazi di un’opera architettonica contemporanea, con una sala meravigliosa e una cavea esterna dalla quale si domina la città; è la prima volta, poi, che un teatro d’opera sceglie la fotografia come elemento narrativo e questo mi ha lusingato: che la sala stampa diventasse la Sala del mio Mercurio aveva l’aspetto di una sfida. Così ho accettato e da quel giorno mi sono svegliato per settimane con il Mercurio negli occhi e nel cuore.

Per costruire le tre immagini in bianco e nero nelle grandi dimensioni immaginate, che dovevano creare una sorta di continuità quasi specchiandosi l’una nell’altra, ho trascorso un’intera, piovosa giornata al Bargello – deserto e ancora più emozionante, silenzioso e quasi metafisico – con la mia Hasselblad “a manovella”.

Accantonando ogni ricerca filologica e ogni formalismo, con le sculture amo lavorare sui dettagli ma con “lui” è stato difficile isolarne; il Mercurio, con il soffio di Zefiro su cui appoggia la parte anteriore del piede sinistro mi stimolava, ma davanti all’obbiettivo diventava quasi impertinente, un materiale difficile da afferrare, ancora di più dal punto di vista dell’immagine in bianco e nero che diventava una gamma di chiari e di scuri molto complessa. Mi si offriva con generosità e poi d’improvviso mi sfuggiva, con tutta la figura pronta a seguire l’indice destro più alto di tutto, con il luccichio della parte scura a rendere difficile dare plasticità all’immagine, con i suoi riflessi di luce che creavano un’esasperazione di chiaro-scuri, ad occhio bellissimi, ma fotograficamente pronti a complicare lo scatto. La sfida era diventata fra me e lui che, scatto dopo scatto pareva alimentare il suo mistero e la sua mercuriale ambiguità sotto i miei occhi. Si fotografa una statua per testimoniarla, ma nel mio caso la fotografia di un’opera è in se stessa un’opera autonoma.

Come sempre, ho stampato le foto da solo e le ho scelte per l’Opera di Firenze con l’idea che, osservandole da vicino, il pubblico potesse avvertire e vedere non un pezzo di bronzo, ma un momento della mia vita, e quello speciale sentimento che, nel bene e nel male, mi è stato offerto in eredità da quel capolavoro dell’arte del Giambologna.

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Foto | Mimmo Jodice. Attesa. 1960-2016, Courtesy Museo Madre

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