In India con Dayanita Singh, un singolare linguaggio fotografico ed espositivo

Il singolare linguaggio fotografico ed espositivo di Dayanita Singh, porta il paesaggio industriale, produttivo e di archiviazione indiano al MAST di Bologna

Dopo aver esplorato gli angoli più bui e conturbanti dell'archeologia industriale con David Lynch, l'avveniristico paesaggio della rivoluzione industriale fotografato da Emil Otto Hoppé, seguito dagli obiettivi di ben noti fotografi italiani e internazionali puntati sul paesaggio industriale contemporaneo e il suo capitale umano, la Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia (MAST) bolognese, sposta lo sguardo sul paesaggio industriale indiano e il suo particolare tessuto emotivo, indagato dallo stile originale e sempre più performativo di Dayanita Singh.

Un nuovo viaggio nel paesaggio industrializzato brumoso, livido, privato di quell'umanità che lo ha generato, ritratta a lavoro con il bianco e nero, insieme a progetti che esplorano produzione, gestione e archiviazione dell'India, con lo sguardo intenso, curioso e singolare della sua fotografa tra i più apprezzati a livello internazionale.

Il corpus di circa 300 fotografie, selezionato per il percorso espositivo ospitato nella Photo Gallery della Fondazione MAST, è ideato dal suo curatore Urs Stahel e prende il nome dal Museum of Machines, recente acquisizione della Collezione MAST.

Dayanita Singh e MUSEUM OF MACHINES a cura di Urs Stahel


Dayanita Singh (*1961, New Delhi) è un'artista fuori dal comune, con una personalità affascinante. Con le mostre allestite negli ultimi cinque anni presso l'Art Institute di Chicago, la Hayward Gallery di Londra, il Museum Moderne Kunst di Francoforte sul Meno, il Kiran Nadar Museum of Art di New Delhi e la Fundación Mapfre di Madrid, nonché grazie alla presenza a due edizioni consecutive, nel 2011 e nel 2013, della Biennale di Venezia, ha canalizzato l'attenzione del pubblico su un'opera decisamente peculiare, straordinaria da vari punti di vista.
Dopo gli esordi nel fotogiornalismo e i numerosi reportage realizzati nel corso degli anni Novanta, l'artista ha sviluppato incessantemente la propria ricerca fotografica. In collaborazione con Steidl, il suo editore, dapprima ha creato progetti editoriali molto originali nei quali le fotografie si susseguono con criteri e ritmi narrativi nuovi. Ne è un esempio il libro “Privacy” nel quale, sorprendentemente, Dayanita Singh ha ritratto l'India dei ricchi e i suoi interni, ha delineato per la prima volta un'India borghese e altoborghese, evidenziando un interesse di natura tanto antropologica quanto archeologica. Con quest'opera, l'artista si è lasciata alle spalle la prospettiva tipicamente coloniale da cui il suo paese è stato sempre ritratto e che caratterizzava inizialmente anche la sua fotografia, ha abbandonato lo sguardo sull'India esotica, il paese delle catastrofi, dei conflitti, della povertà. Nel libro “Chairs” ha dato voce alla sensibilità per le cose inanimate, gli spazi, il vuoto eloquente e il tempo che questo vuoto sottintende. Nelle sedie, nei mobili, nel silenzio di questi oggetti, sembra manifestarsi la storia di individui e intere famiglie, di generazioni, di un'antica cultura in via di ridefinizione all'indomani dell’Indipendenza. In “Go Away Closer”, Singh si allontana dallo stile documentario, sviluppando un modo “saggistico” di vedere e usare la fotografia il quale, nell'ambito di un magico racconto per immagini privo di parole, rielabora vita interiore ed esteriore, storia personale e società, presenza e assenza, pieno e vuoto, realtà e sogno, trasformandoli in un insieme frammentario, in un nuovo, personale corpus iconografico e poetico.
I progetti e i libri “Sent a letter”, “Blue Book”, “Dream Villa” e “House of Love” hanno consolidato questa evoluzione, rivelando quanto l'idea di fotografia in Dayanita Singh sia sempre più aperta. Oggi, ogni immagine scattata dall'artista è come un libro aperto che cambia, si modifica con il mutare dell'interpretazione o del contesto. Questo carattere aperto, sempre più performativo della sua fotografia emerge anche nelle mostre più recenti. L'artista ha elaborato forme espositive molto personali, uno stile assai particolare di presentare le proprie opere: costruisce arredi, carrelli, paraventi o, appunto, ciò che lei chiama i suoi “musei” mobili, portatili, vale a dire strutture che le permettono di conferire alla fotografia sempre e ovunque una fisionomia e una presenza inedita, un significato nuovo. I suoi musei propongono allo sguardo dell'osservatore una sorta di gioco, un universo di immagini a metà strada tra l'archivio e la mostra, la collezione e la scenografia espositiva.
Nell'ambito della mostra organizzata da MAST, Dayanita Singh presenterà gruppi di opere incentrate sul lavoro e sulla produzione, sulla vita, la sua gestione quotidiana e la sua archiviazione.
Tra le serie esposte spiccano “Museum of Machines”, “Museum of Industrial Kitchen”, “Office Museum”, “Museum of Printing Machines”, “Museum of Men” e “File Museum”. Nella serie “File Museum”, per esempio, l'artista ritrae l'India degli archivi: la storia, accumulo di eventi, processi storici impilati gli uni sugli altri, strati di esperienza. Singh interpreta l'universo degli archivi come un mondo di ombre pieno di vita, un mondo di carta, articoli di legge, atti illuminati dalla luce pallida e lattiginosa di vecchi tubi al neon, documenti che si decompongono, si sgretolano, si polverizzano ma che, paradossalmente, continuano a sembrare vivi, attuali, in uso. I suoi archivi sono ambienti coperti di polvere, traboccanti speranze e profondo dolore, così distanti e insieme vicini.
Nelle altre serie fiorisce l'India che produce: l'occhio dell'osservatore si posa su macchinari enormi che fumano ed esalano vapori, su processi e metodi lavorativi, sui luoghi deputati alla produzione, sull'organizzazione del lavoro, presentati in maniera quasi labirintica. Tutti gli oggetti, gli utensili o i macchinari sembrano animarsi sotto lo sguardo di Dayanita Singh, paiono alzarsi, parlare. Non si limitano a descrivere un ambiente produttivo, ma danno vita a uno scenario psichico. Come afferma il critico e scrittore Aveek Sen: “Trascorrendo più tempo con queste creature e contemplando gli spazi d'incontro che occupano o evocano, paradossalmente sentiamo farsi strada dentro di noi la sensazione di trovarci di fronte a una personalità, a un carattere individuale”.
Oggi Dayanita Singh è una delle artiste indiane più apprezzate e tra le fotografe più famose sul piano internazionale. La mostra consente non soltanto di osservare le opere esposte, ma anche di conoscere da vicino una vita piena, ricca, dedicata interamente all'arte, una personalità forte e complessa, divenuta negli anni sempre più matura e consapevole. Senza smarrire la curiosità, il piacere del gioco.
Urs Stahel, curatore della mostra e della photogallery MAST

La prima mostra italiana di Dayanita Singh, oltre ad offrire la visione personale del suo paese e tematiche che si spingono ben oltre i confini dell'India, arriva a Bologna con il singolare formato espositivo 'museale', messo a punto dalla fotografa con strutture mobili, portatili, modulari, realizzate per ospitare le immagini, conferendogli fisionomia mutevole e significati sempre diversi.

Una foto pubblicata da Dayanita singh (@dayanitasingh) in data:


L'esposizione in viaggio dal Museum of Contemporary Art Australia per la 20th Biennale di Sydney al Frieze Art Fair e il Dr. Bhau Daji Lad Museum di Mumbai, comprende anche le proiezioni di immagini di Archives e Factories, dedicate ad archivi e fabbriche, mentre il Livello 0 della PhotoGallery di MAST, ospita il libro Museum of Chance, con il suo corpus di 88 fotografie utilizzate anche come immagini, accoppiate secondo un criterio aleatorio, per 44 copertine diverse, rese oggetto da esposizione, insieme alla valigia e alla struttura espositiva dell’installazione Suitcase Museum.

Dayanita Singh - Museum Of Machines
12 ottobre 2016 - 8 gennaio 2017
Inaugurazione: mercoledì 12 ottobre, ore 16-19
Fondazione MAST
​via Speranza, 42
Bologna

Foto | Dayanita Singh: Museum of machines, Courtesy MAST Bologna

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