5 mostre fotografiche inaugurate nel 3° weekend di ottobre 2016

Alle porte del 3° weekend di ottobre 2016 torno ad arricchire il calendario delle mostre fotografiche con 5 nuove inaugurazioni.

Seguendo l'ordine cronologico di inaugurazione il viaggio parte dall'Accademia d’Ungheria in Roma che ricorda il 60° anniversario dell'insurrezione di Budapest a Strasburgo con gli scatti di Mario De Biasi. Si sposta alla Reggia di Monza con la mostra dedicata a Henri Cartier-Bresson. Passa alla Casa dell’Energia e dell’Ambiente di Milano con le Cattedrali dell'energia fotografate da Francesco Radino e prma di lui da chi ha arricchito gli Archivi Storici Aem, ma prima di arrivare a Trieste per rendere omaggio al centenario della nascita del suo fotografo Mario Magajna, inaugura nella capitale Fotografia - XV Edizione: Roma, il Mondo.

Mario De Biasi, Budapest 1956


La mostra Mario De Biasi, Budapest 1956 realizzata dal CRAF e presentata, nel ricordo del 60° anniversario dell'insurrezione di Budapest a Strasburgo (Istituto Italiano di Cultura, 12 – 30 settembre) e al Museo dell'Arte fabbrile e delle Coltellerie, Maniago (dal 15 ottobre al 20 novembre) dal 19 ottobre al 6 novembre p.v. sarà aperta anche al pubblico romano.

L’inaugurazione della mostra, che presenterà 76 fotografie in bianco e nero di De Biasi e 12 stampe del numero di ottobre 1956 della rivista Epoca, è prevista per mercoledì 19 ottobre 2016, ore 10.00 presso l’Accademia d’Ungheria in Roma (Palazzo Falconieri – Via Giulia, 1) in occasione del convegno internazionale La Rivoluzione del 1956 e l’Italia, aperto da S.E. Dr. Péter Paczolay, Ambasciatore di Ungheria presso il Quirinale.

Mario De Biasi (Sois, 1923 – Milano, 2013)
Per oltre quarant’anni fu protagonista della fotografia europea e non soltanto di quella giornalistica, nel cui settore ha lungamente operato, soprattutto per la rivista Epoca, con instancabile entusiasmo ed eroismo, come nel memorabile reportage sulla rivolta ungherese del 1956. Epoca, settimanale allora diretto da Enzo Biagi, tra il 23 e il 24 ottobre 1956 inviò De Biasi a Budapest, dove arrivò in modo fortunoso e rimase, unico fotografo europeo con Erich Lessing, per ore sotto il fuoco dei rivoluzionari, documentando l’ingresso dei carri armati sovietici, i massacri, la rabbia, i morti impiccati nelle strade e il dolore della popolazione. Il risultato di questo breve ma intenso soggiorno furono immagini crude e senza retorica, testimonianza dei fatti che infiammarono la capitale ungherese nell’ottobre-novembre di quell’anno. Fotografò in tutto il mondo, rivoluzioni, uomini famosi, Paesi, vulcani in eruzione, distese bianche di neve al Polo a 65 gradi sottozero. Fece numerose mostre in Italia e all’estero, realizzò diversi workshop sulle tecniche di ripresa della natura, sul fotoreportage e pubblicò oltre quaranta libri di sue fotografie. Nel 1982 venne insignito del Premio Saint Vincent di giornalismo e nel 1994 ricevette il Premio Friuli Venezia Giulia Fotografia, infine l'anno successivo venne prodotta questa mostra.

L’evento è stato realizzato in collaborazione con l’Ambasciata di Ungheria presso il Quirinale e l’Accademia d’Ungheria in Roma, con il sostegno del Comitato Commemorativo istituito in occasione del 60o anniversario della Rivoluzione e guerra d’indipendenza ungherese del 1956.

19 ottobre - 6 novembre 2016
Accademia d’Ungheria in Roma
Palazzo Falconieri
Via Giulia, 1
Roma

Henri Cartier-Bresson. Fotografo


140 scatti di Henri Cartier Bresson, in mostra alla Villa Reale di Monza dal 20 ottobre, dedicati al grande maestro, per immergerci nel suo mondo, per scoprire il carico di ricchezza di ogni sua immagine, testimonianza di un uomo consapevole, dal lucido pensiero, verso la realtà storica e sociologica.
Quando scatta l’immagine guida che è stata scelta per questa sua nuova rassegna monografica allestita alla Villa Reale di Monza, Henri Cartier-Bresson ha appena 24 anni. Ha comprato la sua prima Leica da appena due anni, ma è ancora alla ricerca del suo futuro professionale. È incerto e tentato da molte strade: dalla pittura, dal cinema. “Sono solo un tipo nervoso, e amo la pittura.” …”Per quanto riguarda la fotografia, non ci capisco nulla” affermava.
Non capire nulla di fotografia significa, tra l’altro, non sviluppare personalmente i propri scatti: è un lavoro che lascia agli specialisti del settore. Non vuole apportare alcun miglioramento al negativo, non vuole rivedere le inquadrature, perché lo scatto deve essere giudicato secondo quanto fatto nel qui e ora, nella risposta immediata del soggetto.
Per Cartier-Bresson la tecnica rappresenta solo un mezzo che non deve prevaricare e sconvolgere l’esperienza iniziale, reale momento in cui si decide il significato e la qualità di un’opera.
“Per me, la macchina fotografica è come un block notes, uno strumento a supporto dell’intuito e della spontaneità, il padrone del momento che, in termini visivi, domanda e decide nello stesso tempo. Per “dare un senso” al mondo, bisogna sentirsi coinvolti in ciò che si inquadra nel mirino. Tale atteggiamento richiede concentrazione, disciplina mentale, sensibilità e un senso della geometria. Solo tramite un utilizzo minimale dei mezzi si può arrivare alla semplicità di espressione”.
Henri Cartier-Bresson non torna mai ad inquadrare le sue fotografie, non opera alcuna scelta, le accetta o le scarta. Nient’altro. Ha quindi pienamente ragione nell’affermare di non capire nulla di fotografia, in un mondo, invece, che ha elevato quest’arte a strumento dell’illusione per eccellenza.
Lo scatto è per lui il passaggio dall’immaginario al reale. Un passaggio “nervoso”, nel senso di lucido, rapido, caratterizzato dalla padronanza con la quale si lavora, senza farsi travolgere e stravolgere.
“Fotografare è trattenere il respiro quando tutte le nostre facoltà di percezione convergono davanti alla realtà che fugge. In quell’istante, la cattura dell’immagine si rivela un grande piacere fisico e intellettuale”.

I suoi scatti colgono la contemporaneità delle cose e della vita. Le sue fotografie testimoniano la nitidezza e la precisione della sua percezione e l’ordine delle forme.
Egli compone geometricamente solo però nel breve istante tra la sorpresa e lo scatto. La composizione deriva da una percezione subitanea e afferrata al volo, priva di qualsiasi analisi. La composizione di Henri Cartier-Bresson è il riflesso che gli consente di cogliere appieno quel che viene offerto dalle cose esistenti, che non sempre e non da tutti vengono accolte, se non da un occhio disponibile come il suo.
“Fotografare, è riconoscere un fatto nello stesso attimo ed in una frazione di secondo e organizzare con rigore le forme percepite visivamente che esprimono questo fatto e lo significano. E’ mettere sulla stessa linea di mira la mente, lo sguardo e il cuore”.
Per parlare di Henri Cartier-Bresson – afferma Denis Curti, curator per la Villa Reale – è bene tenere in vista la sua biografia. La sua esperienza in campo fotografico si fonde totalmente con la sua vita privata. Due episodi la dicono lunga sul personaggio: nel 1946 viene a sapere che il MOMA di New York intende dedicargli una mostra “postuma”, credendolo morto in guerra e quando si mette in contatto con i curatori, per chiarire la situazione, con immensa ironia dedica oltre un anno alla preparazione dell’esposizione, inaugurata nel 1947. Sempre nello stesso anno fonda, insieme a Robert Capa, George Rodger, David Seymour, e William Vandivert la famosa agenzia Magnum. Insomma, Cartier – Bresson è un fotografo destinato a restare immortale, capace di riscrivere il vocabolario della fotografia moderna e di influenzare intere generazioni di fotografi a venire.
A proposito della creazione Magnum, ancora oggi fondamentale punto di riferimento per il fotogiornalismo, Ferdinando Scianna, per molti anni unico membro italiano ha scritto:
Magnum continua a sopravvivere secondo l’utopia egualitaria dei suoi fondatori. In modo misterioso è riuscita finora a fare convivere le più violente contraddizioni. Questa è la cosa che più mi appassiona. Per quanto mi riguarda, sicilianissimo individualista, ho difficoltà a sentirmi parte di qualunque tipo di gruppo, ma so che se devo riferirmi a una appartenenza culturale è in quella tradizione che mi riconosco.
La mostra Henri Cartier Bresson Fotografo è una selezione curata in origine dall’amico ed editore Robert Delpir e realizzata in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson, istituzione creata nel 2000 assieme alla moglie Martine Franck ed alla figlia Mélanie e che ha come scopo principale la raccolta delle sue opere e la creazione di uno spazio espositivo aperto ad altri artisti.
Obiettivo della rassegna è far conoscere e capire il modus operandi di Henri Cartier-Bresson, la sua ricerca del contatto con gli altri, nei luoghi e nelle situazioni più diverse, alla ricerca della sorpresa che rompe le nostre abitudini, la meraviglia che libererà le nostre menti, grazie alla fotocamera che ci aiuta ad essere pronti a coglierne e ad immortalarne il contenuto.
La mostra, curata da Denis Curti per la Villa Reale, è promossa dal Consorzio Villa Reale e Parco di Monza e da Nuova Villa Reale di Monza in collaborazione con la Fondazione Henri Cartier-Bresson e Magnum Photos Parigi e organizzata da Civita Mostre con il supporto di Cultura Domani.

martedì-domenica, ore 10 alle ore 19
Venerdì, ore 10 alle ore 22
Lunedì chiuso

20 Ottobre 2016 - 26 Febbraio 2017
Villa Reale di Monza
Secondo Piano Nobile
Viale Brianza 1
Monza

LE CATTEDRALI DELL’ENERGIA.
Architettura, industria e paesaggio nelle immagini di Francesco Radino
e degli Archivi Storici Aem
 
21 Ottobre 2016 - 27 Gennaio 2017 
Inaugurazione: Gio 20 ottobre, ore 18:30 
Casa dell’Energia e dell’Ambiente 
piazza Po, 3 
Milano

FOTOGRAFIA - Festival Internazionale di Roma
ROMA, IL MONDO
XV edizione
 
21 ottobre 2016 – 8 gennaio 2017
MACRO
via Nizza, 138
Roma

Mario Magajna. fotograf - fotografo

La mostra vuole rendere omaggio ad un grande fotografo triestino in occasione del centenario della sua nascita.

Il Primorski è arrivato, possiamo iniziare, si sentiva dire agli incontri e alle manifestazioni degli sloveni nella provincia di Trieste, quando arrivava Mario Magajna con la sua fotocamera. A quel punto, stando alla leggenda, si poteva iniziare. E noi ci crediamo, ovviamente. I numerosi scatti, di cui circa 260.000 custoditi dalla Sezione di Storia della Biblioteca nazionale slovena e degli studi di Trieste (1), confermano che Mario Magajna prendeva molto sul serio la sua stessa definizione di fotoreporter: È difficile fare il fotoreporter, soprattutto perché non ci sono orari. Certo, molte cose che vale la pena fotografare, accadono per così dire in orario normale. Ma la vita non ha orario, una giornata ha 24 ore, perciò bisogna stare sempre sull’attenti, bisogna essere sempre pronti (2). Pertanto non dubitiamo nemmeno di quelle parole pronunciate in modo così diretto durante un’intervista di 30 anni fa: Mi conoscevano tutti (3). E non solo i lettori del Primorski dnevnik. In ogni casa prima o poi capitava di trovare una sua fotografia nell’album di famiglia o appesa alla parete. Fotografava tutto: amici, conoscenti, funerali, matrimoni, battesimi, operai, disoccupati, contadini, artigiani, attori di teatro e atleti professionisti e dilettanti… ma soprattutto bambini.

A Mario Magajna non interessava solo la fotografia informativa a corredo delle notizie dei quotidiani. Questo faceva parte della sua vita professionale. Per lui la fotografia aveva anche un altro ruolo, più intimo, declaratorio. Fin dagli inizi degli anni Cinquanta il Primorski dnevnik violava spesso la propria funzione meramente informativa pubblicando paesaggi idilliaci, quasi pastorali, alla maniera dei fotografi amatoriali della prima metà del Novecento, che per Magajna rappresentavano probabilmente una specie di fuga dal suo difficile lavoro di fotoreporter, e per i lettori un momento di distrazione dalla lettura di quei caratteri minuscoli.

Perciò gli organizzatori della mostra (4) non hanno avuto altra scelta se non quella di suddividere le foto in varie categorie, cercando di intercettare soprattutto lo sguardo del fotografo, la sua intenzione artistica, e nel caso delle fotografie di cronaca, anche il contesto storico.

Molti scatti sono difficili da inserire in queste categorie, poiché l’autore dietro al fotografo spesso prevale sul contenuto dello scatto. Anche se le foto sono principalmente frutto della sua attività professionale, preferiamo etichettarle come fotografie d’autore (5). Le ritroviamo tra le immagini di scioperi e tumulti, ma anche tra gli scatti del carnevale carsico e di semplice vita paesana. Pur utilizzando la lingua del documentarista, del cronista, severo e implacabile nei confronti delle proprie emozioni, sapeva impreziosirle con una poetica molto discreta e non invadente. Per niente sentimentale, anzi, piuttosto distaccata. Osservando l’immagine di un gruppo di ragazze che danzano sulla terrazza della Casa del lavoratore portuale di Trieste, viene da pensare ai leggendari preti danzanti di Mario Giacomelli.

Testimone di un’epoca
La parte centrale della mostra è dedicata naturalmente alle testimonianze fotografiche realizzate per gli organi di stampa, in particolare per il Primorski dnevnik. Mario Magajna fu per diversi decenni il leggendario cronista di queste terre politicamente inquiete, dove la neutralità non era un valore apprezzato. Egli era politicamente schierato, come si confaceva ai grandi fotoreporter dell’epoca. Ero un semplice fotoreporter, ed essendo di origine slovena cercai di fare il possibile per la mia gente, disse (6). Una posizione molto chiara, condizionata non solo dall’appartenenza a una determinata professione, ma anche dalla fedeltà nei confronti di una certa idea storica. Magajna era implicato nella specificità della situazione, e ciò richiedeva un’ottima padronanza del linguaggio fotografico.

Kerry Tremain nell’introduzione al libro Witness in Our Time (Testimone del nostro tempo) riporta la difesa di un fotografo immaginario di fronte a chi lo accusa che un fatto non sia realmente accaduto.
“Guarda. Ho le foto,” affermi.
“Ero lì.” Poi senti le scuse: una fotografia può mentire.
“Ma io no.”
Da tempo facciamo fatica a credere alla fotografia. L’Ottocento ci ha regalato la fotografia come specchio della realtà, ma il Novecento ha messo in dubbio quest’assioma. Mario Magajna lavorava in un ambiente che non lasciava spazio ai dubbi, la sua fotografia doveva dare l’impressione al lettore che quel fatto fosse realmente accaduto. Il fotografo era lì. I suoi scatti giornalistici parlano spesso la lingua della fotografia documentaria e impegnata. Non sono neutrali (la scelta stessa degli eventi trattati svelava la sua appartenenza), ma testimoniano di essere parte di quel fatto. Magajna non era uno di quei fotografi che scattava fotografie chissà dove e poi le portava in redazione. Non era un buon narratore del resto del mondo, i suoi lavori migliori sono nati, per così dire, in casa.

In nome dello sport
Nei primi anni il Primorski dnevnik veniva stampato su 2, poi su 4 e, a poco a poco, su 6 pagine. Pertanto non c’era molto spazio per le fotografie, ma le immagini degli eventi sportivi e delle manifestazioni culturali erano una specie di costante. Gli scatti non sono sensazionali, al contrario. I volti sono indefiniti, le inquadrature modeste. Se prendessimo solo le immagini di stampa, queste foto certamente non troverebbero spazio all’interno di una mostra fotografica. In pieno formato invece hanno un effetto completamente diverso (8). All’improvviso iniziano a raccontare delle storie.

La semplice immagine di un saltatore in alto che nel formato di stampa sembra sospeso in aria, può essere collocata nel tempo e nello spazio. Ci troviamo a Capodistria, nel 1950. Dinanzi a noi ci sono tre uomini che osservano l’atleta in bianco, sospeso poco sopra l’asticella di delimitazione dell’altezza. Le loro pose, con le mani sui fianchi, trasmettono l’autorevolezza delle uniformi militari, ma ci informano al contempo che quelli erano tempi difficili, che dietro a una pace apparente c’era una forte tensione nell’aria, la quale innescava facili incidenti. È vero, il saltatore non ha fatto cadere l’asticella, ma non è questo che ci interessa veramente.

Non è solo un modo di dire che lo sport rafforza il carattere, è il titolo di uno dei frequenti articoli del Primorski dnevnik (9), che incitavano la popolazione a praticare ginnastica. Gli articoli erano convincenti, l’educazione fisica era considerata un’importante conquista della rivoluzione democratica, scrivevano. Le fotografie erano spesso malamente tagliate. In pieno formato invece si percepisce il senso estetico del fotografo, che a prima vista rimanda all’estetica propagandistica del Terzo Reich, portata all’estremo da Leni Riefenstahl. Tra i due fotografi tuttavia c’è una forte differenza: osservando le immagini di Leni Riefenstahl la nostra attenzione non viene distolta da nessun dettaglio casuale, lei non dimenticava mai che il suo compito era di rappresentare la nuova Germania in tutto il suo splendore (10). Il suo caratteristico perfezionismo tecnico presenta invece nel caso di Mario Magajna degli errori, forse i suoi scatti sono altrettanto ponderati, ma certamente meno formali, pertanto le sue immagini poggiano su una realtà più solida (11).

Un allegro carosello di persone di tutte le generazioni
La collezione di ritratti di Mario Magajna, adulti e bambini, personaggi importanti e gente comune, che nella vita probabilmente non ha fatto niente di speciale per l’umanità, è uno straordinario documento sociale e umano. Guardandoli verrebbe da porsi le stesse domande che John Berger (12) avrebbe fatto al fotografo Avgust Sander se avesse potuto: Che cosa ha detto August Sander alle persone che hanno posato per lui prima di scattare la foto? E come riusciva a far sì che tutti quanti gli credessero allo stesso modo? (13) Noi conosciamo la risposta di Mario Magajna: Scattavo spesso la prima foto senza permesso, poi chiedevo: Posso fotografarla al lavoro? Se viene bene, forse la pubblicheranno sul giornale. Di solito la risposta era affermativa (14).

Magajna si interrogò ben presto sulla valenza storica delle proprie fotografie: A dire la verità non so se a quel tempo mi resi conto che stavo fotografando delle cose e un modo di vivere che stava scomparendo. A poco a poco mi resi conto che si stavano facendo strada sempre nuovi macchinari. Perciò mi recai nuovamente ad Aurisina, a Repen, nelle cave, e vidi che macchine di ferro avevano sostituito le mani degli operai (15). Pur prediligendo i ritratti, decise di ampliare lo sguardo per mostrare anche qualche oggetto o la persona intenta al proprio lavoro (16).

In questo modo lasciava spazio all’osservatore per contemplare e comprendere meglio i soggetti dei suoi ritratti. Di solito è il piacere estetico a catturare lo sguardo, ma ben presto si viene assorbiti anche dai numerosi dettagli, grazie ai quali è più facile interpretare non solo le storie personali ma anche le norme sociali dell’epoca.

Le fotografie delle mostre alle quali collaborò in prima persona
Le foto del Primorski dnevnik, in particolare nei primi anni di pubblicazione, erano di pessima qualità, troppo piccole, troppo tagliate per concedere un qualche piacere estetico ai lettori, figuriamoci al fotografo (17). Purtroppo ancora oggi nel caso della stampa periodica il fotoreporter perde il controllo del proprio lavoro subito dopo aver scattato l’immagine. Il destino delle sue fotografie è nelle mani del redattore, che decide i titoli, le firme, le adatta al testo e allo stile del quotidiano e le inserisce così in tutt’altro contesto, assegnando loro una storia totalmente diversa rispetto a quella che avrebbe voluto narrare il fotografo. Le foto acquistano significato attraverso l’uso che ne fanno le persone a esse collegate, lasciando così la propria impronta. Mario Magajna lottò contro questa condizione frustrante come ogni altro ambizioso fotografo, cui sta a cuore il proprio lavoro, nell’unico modo che aveva per mantenere una certa autonomia artistica. Attraverso le mostre (18). Già nel 1951 si tenne una prima esposizione nella galleria triestina Scorpione. Anche se non organizzò molte mostre di ampie dimensioni o grande risonanza, erano comunque sufficienti per capire dalle stampe delle foto conservatesi quali erano le immagini per lui più preziose. Le selezionò egli stesso, sottraendosi al controllo redazionale. Le foto esposte erano prive di riferimenti politici e di connotazioni ideologiche, rappresentavano semplicemente quanto di bello abbiamo da offrire, come affermò egli stesso. La gente mi chiedeva, dove trovavo dei soggetti così belli e interessanti. Fotografavo scorci di paese dimenticati e abbandonati, e spesso nella ricerca di soggetti interessanti e inquadrature migliori capitava che inciampassi o che mi cadesse qualcosa in testa (19).

Magajna palesò in modo chiaro la propria posizione, non tanto verso la fotografia quanto verso il contesto politico con il libro Trst v črnobelem (Trieste in bianconero), per il quale, come ci informa Primož Lampič, selezionò egli stesso le fotografie (20). In questo caso non si sforzò affatto di ricercare inquadrature impossibili come avrebbe probabilmente richiesto l’impaginazione.

David Bate osserva che la tendenza a estrapolare alcune fotografie dal loro contesto originale di pubblicazione all’interno di un quotidiano per essere esposte in gallerie d’arte, rischia di cancellare il quadro storico nel quale sono nate numerose immagini documentarie, diventate ormai delle vere e proprie icone (21).

Osservando e accettando le fotografie di Mario Magajna andiamo incontro anche a questo rischio. È importante comprendere che le sue opere vanno oltre il lato estetico. La foto pubblicata su un quotidiano non è una mera illustrazione, ma rappresenta spesso il documento fotografico di un fatto, pertanto si trasforma a sua volta in notizia, nel senso più ampio del termine, scrisse (22).

In alcuni casi, grazie alla chiarezza della sua espressività, le sue foto trasmettevano un’incredibile forza informativa e comunicativa. Alcuni osservatori oggi possono trarne solo informazioni marginali, ad altri invece suscitano pensieri e sollevano interrogativi senza alcuna drammaticità, inducendoli impercettibilmente alla riflessione. Le fotografie di Magajna hanno una propria opinione e sta nell’osservatore decidere se condividerla o no. Ma quasi certamente la sente.
Lavorativi e festivi, ore 10.00-19.00
chiuso i lunedì

22 ottobre - 4 dicembre 2016
Palazzo Gopcevich
Via Rossini, 4
Trieste

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