Swing, Bop & Free! Il Jazz degli anni '60 al JazzMi

Louis Armstrong, Duke Ellington, Miles Davis, Charles Mingus, John Coltrane, BillEvans, Ella Fitzgerald e i protagonisti dell'era d'oro del Jazz nelle foto di Roberto Polillo

"If you have to ask what jazz is, you'll never know."

Louis Armstrong

"Sentire il jazz", con tutti i sensi, l'anima e quello che non avremmo mai sognato di svegliare, è da sempre una prerogativa essenziale anche per chi ne fotografa volti e atmosfere, insieme ad afflati e fulgori, come Roberto Polillo.

Un obiettivo attento alle innovazioni interpretative di Louis Armstrong, quelle compositive di Duke Ellington, o le vette toccate dallo stile rivoluzionario di Miles Davis nei dorati anni '60 del Jazz, quanto lo è oggi agli incanti indistinti e sfuggenti del paesaggio, liberati da sperimentazioni fotografiche che dipingono con la luce ICM (Intentional Camera Movement), in mostra alla Fondazione Stelline di Milano con Impressions of Venice, fino al 13 novembre 2016 .

Ad arricchire il programma della prima edizione del festival diffuso JazzMi, con più di 80 concerti e artisti tra i più affermati del panorama internazionale classico e contemporaneo, sono proprio le immagini scattate ai protagonisti dell'epoca più gloriosa e celebrata del Jazz, dal giovane figlio di Arrigo Polillo, giornalista e critico di jazz fra i più autorevole al mondo, direttore per decenni della rivista "Musica Jazz", autore della più famosa e ristampata storia del jazz pubblicata in Italia, organizzatore dei concerti che portarono per la prima volta in Italia i più importanti musicisti jazz dell’epoca.

Milano, mid '60s

Lo stesso Arrigo Polillo che regalò la prima macchina fotografica al figlio sedicenne, gli commissionò molti dei servizi per "Musica Jazz", realizzati tra il 1962 e il 1974 sui parchi e dietro le quinte di un centinaio di concerti tenuti in Italia, Svizzera e Costa Azzurra, ottenendo alcune delle fotografie in mostra con "Swing, Bop & Free! Il Jazz degli anni '60" al BASE Milano, contemporaneamente alle atmosfere più vintage e i ritmi swing del Festival.

Un centinaio di immagini incapaci di arrestare il ritmo e il fervore di volti, corpi e animi ruggenti, tratte in parte dall’omonimo libro edito dalla Marco Polillo Editore, come questo accompagnate dal testo introduttivo di Francesco Martinelli, Direttore del Centro Nazionale Studi sul Jazz - Arrigo Polillo, gestito dalla Fondazione Siena Jazz, mentre la mostra è realizzata dal Teatro dell'arte e Ponderosa Music Art in collaborazione con Blue Note Milano.

SWING, BOP & FREE Il jazz degli anni ‘60 di Francesco Martinelli


Le fotografie di Roberto Polillo hanno colto quella che è stata giustamente definita l’ultima età dell’oro del jazz, un periodo di straordinaria fertilità in cui erano ancora attivi i musicisti che hanno definito le coordinate storiche di questa musica – Armstrong ed Ellington con le loro orchestre – e allo stesso tempo operavano Miles Davis, Charles Mingus, John Coltrane: coloro che dall’interno hanno operato quell’eversione stilistica che ha trasformato il jazz in un movimento policentrico e multistilistico impossibile da chiudere in una definizione, tanto distanti sembrano le sue ali.

Il jazz e l’ambiente culturale e politico degli anni ’60

Per fornire una approssimata periodizzazione, il decennio chiave è quello simbolicamente delimitato dal 1959 – l’anno di Kind of Blue e dell’esplosione del free jazz con l’arrivo di Ornette Coleman a New York – e dal 1969, segnato tra le altre cose dalla svolta “elettrica” di Miles con la registrazione di Bitches’ Brew da parte di un gruppo che magistralmente integra il jazz modale post-coltraniano, il free e il funk.

Per chi non c’era, e per chi non ricorda, in quegli anni l’ambiente culturale e politico afroamericano è caratterizzato da una grande ondata di speranza e di maturazione politica. Gli anni ’50 si erano chiusi con i violentissimi scontri razziali a Little Rock, nell’Arkansas, quando il governatore di quello stato decide di chiudere le scuole pubbliche per non accettare l’integrazione razziale stabilita dalla Corte Suprema: sarà immortalato da Charles Mingus nella sua corrosiva Fables of Faubus.

Gli anni ’60 si aprono con l’elezione del democratico John Kennedy alla presidenza, e nel 1962 James Meredith entra scortato dalle truppe federali all’Università del Missisippi, mentre gli USA entrano a pieno titolo nella guerra del Vietnam. Gli anni successivi vedono la marcia a Washington della National Association for the Advancement of Colored People, sotto la guida del Reverendo Martin Luther King, che pronuncia il suo famoso discorso «I Have A Dream». La Corte Suprema dichiara la segregazione razziale incostituzionale in ogni ambito sociale, e il sogno sembra destinato ad avverarsi, prima di essere brutalmente frantumato da una serie di assassini politici: John Kennedy viene ucciso nel 1963, Malcom X nel 1964, Martin Luther King nel 1968, e lo stesso anno anche Robert Kennedy, che forse ancora più di John si era impegnato nel campo dei diritti civili. Il movimento degli afroamericani conosce un drammatico riflusso, mentre le avanguardie si radicalizzano: il decennio si chiude con la fortissima immagine delle mani guantate di nero e strette a pugno levate dagli atleti afroamericani nel segno del Black Power alle Olimpiadi del 1968 di Città del Messico durante l’inno americano alla premiazione dei 100 metri. Gli anni Settanta si aprono con l’assassinio di George Jackson – autore dei Fratelli di Soledad – e con il bagno di sangue in cui viene soffocata la rivolta di Attica, organizzata dai prigionieri neri più politicizzati.

Nel mondo del jazz, Armstrong ed Ellington cercano di mantenere la loro olimpica distanza, fedeli al personaggio pubblico che si sono faticosamente creati; ad Armstrong scappa detta qualche parola di troppo in occasione di uno dei molti attentati razzisti, ma poi recupera, mentre il messaggio di Ellington è affidato alla sua musica e ad alcune significative collaborazioni con le punte di diamante del nuovo jazz, come Charles Mingus e John Coltrane. Nel trio con Mingus suona Max Roach, in quel periodo particolarmente impegnato nei diritti civili: la sua We Insist! – Freedom Now Suite riporta in copertina un gruppo di avventori neri seduti a un bar dove serve un cameriere bianco.

Il manifesto musicale del free è l’omonima suite pubblicata nel 1960 da Ornette Coleman, ed è un suo disco, Crisis, a rappresentare plasticamente la chiusura del decennio delle grandi speranze: il titolo è lo stesso della rivista della NAACP, ma in copertina c’è una copia della Dichiarazione dei Diritti, il Bill of Rights del 1791, con i primi 10 emendamenti alla costituzione americana, migliorata in direzione delle libertà individuali, assicurate anche al di là del volere dei singoli stati.

Il jazz in quel periodo vede una fioritura straordinaria di talenti e di idee: basti pensare alle opere fondamentali di Coltrane, Taylor, Mingus, Shepp e Dolphy, agli arrangiamenti di Gil Evans, Oliver Nelson, Carla Bley, ai gruppi di Bill Evans, Dexter Gordon, Jackie McLean, Thelonious Monk, Art Pepper, Stan Getz con Joao Gilberto, Wayne Shorter, Roland Kirk e Albert Ayler. Buona parte della musica che allora sembrava “di rottura” e “difficile” ha raggiunto oggi uno status classico, e viene analizzata nelle Università.

I contraccolpi di questi avvenimenti non arrivarono immediatamente in Italia, a causa delle comunicazioni lentissime rispetto a quelle di oggi, della necessità di aspettare le mediazioni delle riviste specializzate e delle etichette di importazione dei dischi: il fatto che Roberto Polillo sia stato attivo come fotografo di jazz tra il 1962 e il 1974 lo pone al centro della espressione italiana di questo decennio ricchissimo di momenti drammatici ed esaltanti.

Il movimento jazzistico italiano si è sviluppato tardivamente rispetto a quelli del nord Europa – Francia, Inghilterra, paesi scandinavi: questo ha reso più difficile l’elaborazione di una estetica jazzistica localizzata, ma ha evitato le dolorose divisioni tra “conservatori” e “rivoluzionari” che soprattutto in Francia e Inghilterra hanno via via isolato le varie scuole stilistiche: dixieland, bebop, free. La scoperta della letteratura americana del dopoguerra, l’entusiasmo della ricostruzione lasciavano il posto alla tensione della Guerra Fredda, mentre il fermento politico e culturale degli anni ’60 culmina nei movimenti studenteschi e giovanili in tutta Europa nel 1968, per spegnersi poi nel decennio tragico degli anni di piombo, con la violenza politica che a metà degli anni ’70 investe anche i festival jazz.

Il lavoro di Roberto Polillo

Ma è nella atmosfera di grande passione dei primi anni del decennio che Arrigo regala una macchina fotografica al giovanissimo Roberto – vale la pena ricordarlo, non ha ancora 16 anni quando comincia a scattare – stimolando una vocazione che si dimostra subito capace di interpretare l’evento e la personalità dei musicisti, inventandosi uno stile. Al momento i fotografi di jazz in Italia sono sostanzialmente due, Giuseppe Pino, che comincia poco dopo, e Ugo Mulas, che ben presto lascia per dedicarsi alla sua attività artistica. Grazie all’attività di giornalista e organizzatore del padre, Roberto documenta sistematicamente i maggiori concerti del decennio in Italia, ma anche in Francia e Svizzera; forse nessun altro può svolgere una attività di tale ampiezza, con la libertà di accedere alle prove e ai concerti, sul palco e dietro le quinte, alla ricerca dell’immagine che sintetizza la personalità di un musicista.

L’obiettivo di Roberto Polillo focalizza la molteplicità del jazz di quel periodo: le personalità esplosive di Armstrong, di Eldridge, dei fratelli Adderley, di Garner e Blakey; l’impeccabile Ellington compositore e direttore; le espressioni enigmatiche di Rollins e Don Cherry, di Max Roach e dei nuovi intellettuali del jazz, il cui capostipite è senza dubbio Konitz, e con lui Bley, Burton, Coleman. Indimenticabili le intense espressioni di Coltrane e Dolphy, e atipico un Davis giocherellone, con il sassofono in mano, che scherza con Arrigo Polillo.

Contagiato dall’atmosfera irripetibile e ispirato dal contatto diretto con i musicisti, il giovane fotografo riesce a catturare il dinamismo, la riflessività, il rapporto con il pubblico e con gli altri musicisti, l’atteggiamento sul palco e fuori, la comunicatività o viceversa l’introversione, cercata o subita: tutto quello che si manifesta in una musica che mette a nudo la personalità come nessun’altra. Gli strumenti sono ancora quelli classici, i gruppi si alternano sui palchi senza che nessuno si atteggi a superstar, il divismo commerciale non ha ancora fatto il suo ingresso nel mondo del jazz: è questa l’atmosfera che le foto di Roberto Polillo ci fanno ancora respirare.

Francesco Martinelli è il Direttore del Centro Studi “Arrigo Polillo”, Sezione Ricerca della Fondazione Siena Jazz.

Roberto Polillo
È nato a Milano nel 1946, e vive a Milano e a Roma. Figlio di Arrigo Polillo, fin dalla giovane età si è interessato di fotografia e di musica. Dal 1962, per una dozzina d’anni, ha collaborato con la rivista mensile Musica Jazz, diretta dal padre, come fotografo di jazz, raccogliendo la testimonianza fotografica di tutti i più importanti concerti svoltisi in quegli anni, soprattutto in Italia.
Si è poi occupato di informatica, e in particolare di software, come imprenditore e professore universitario. Da alcuni anni ha ripreso a occuparsi attivamente di fotografia.
Le sue immagini di jazz sono state esposte in numerose occasioni, e un’ampia selezione è stata pubblicata nel libro fotografico “Swing, Bop & Free” (2006, Marco Polillo Editore), da cui è tratta questa mostra. Una rassegna di sue foto è in mostra permanente a Siena, nei locali del Centro Studi sul Jazz “Arrigo Polillo” della Fondazione Siena Jazz.

Arrigo Polillo (1919-1984)
Giornalista e critico di jazz fra i più autorevole del mondo, ha diretto per decenni la rivista “Musica Jazz”. Con la sua attività giornalistica, saggistica, e di organizzatore di concerti, a partire dal primo dopoguerra e fino alla sua scomparsa, ha contribuito in modo determinante alla promozione di questa musica in Italia. Oltre a centinaia di articoli e saggi, ha scritto vari libri, fra cui Il jazz moderno (1958), Conoscere il jazz (1967), Stasera jazz (1978), e la fondamentale opera Il jazz (1975), un grande classico della storia della musica afro-americana, tuttora ristampato da Mondadori. Ad Arrigo Polillo è dedicato il Centro Nazionale Studi sul Jazz, importante archivio di documenti, libri e dischi sul jazz gestito dalla Fondazione Siena Jazz.

"Good jazz is when the leader jumps on the piano, waves his arms, and yells. Fine jazz is when a tenorman lifts his foot in the air. Great jazz is when he heaves a piercing note for 32 bars and collapses on his hands and knees. A pure genius of jazz is manifested when he and the rest of the orchestra runaround the room while the rhythm section grimaces and dances around their instruments."

Charles Mingus

Swing, bop e free. Il Jazz degli anni ‘60
5-16 novembre 2016
Inaugurazione: 4 novembre, ore 19.00
JazzMi
BASE Milano
via Bergognone, 34
Milano

Tutti i giorni, ore 9-22
con restrelliere per bici nel cortile

Foto | Swing, bop e free. Il Jazz degli anni ‘60, Courtesy Alessandro Luigi Perna

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