Interviste Clickblog: Ludovico Fossà

Ludovico Fossà

Tra i tanti generi fotografici ce n'è uno poco considerato, dato che non porta il fotografo né davanti a panorami lussureggianti nè davanti a splendide modelle. Si tratta poi di un genere estremamente tecnico, che chiede al fotografo un pieno controllo della luce. Si tratta infine di un genere ambizioso, in quanto vuole rendere bello ed interessante qualcosa che spesso è del tutto banale ed anonimo. Questo genere è lo still life, ed in Italia uno dei fotografi più capaci è Ludovico Fossà.

Tre aggettivi per descrivere Ludovico Fossà?

Bambinone cresciuto. Appassionato. Un po’ incosciente.

Chi saresti e cosa faresti, se nella tua vita non ci fosse la fotografia?

Difficile dirlo. Probabilmente avrei terminato gli studi universitari per diventare un fisico. In realtà m’iscrissi a Chimica (era il lontano 1975), ma presto capii che era invece la Fisica a stimolare i miei interessi. Fu anche per questo banale errore di valutazione che decisi di trasformare una delle mie passioni in un mestiere.

Quando ci si accosta alla fotografia solitamente si inizia a fotografare le persone, il paesaggio, la natura. Tu invece hai iniziato fotografando tazzine da caffè, libri, penne, bottiglie e bicchieri. Come mai eri attratto da questi oggetti di uso comune?

È vero. Fin dall’inizio, quando mio padre mi regalò una Topcon usata, fui attratto dagli oggetti e iniziai a fotografarli, per la verità con risultati scadenti come pare ovvio. Probabilmente furono importanti due circostanze: innanzitutto la benefica influenza di mio padre pittore che, tra gli altri soggetti, dipingeva di sovente nature morte, poi mia sorella, più grande di me di sette anni, che a quel tempo lavorava presso un’agenzia di pubblicità.

Ma nel tempo libero oppure quando sei con familiari ed amici ti dedichi anche ad altri generi fotografici?

Non molto. Il soggetto principale delle foto che faccio nel tempo libero è mia figlia, anche se mia moglie si lamenta sempre perché ne faccio troppo poche. Forse il famoso detto secondo il quale il figlio del calzolaio ha le scarpe rotte ha un fondamento di verità.

Quando ti trovi di fronte ad un oggetto nuovo come decidi quale sarà il modo migliore di illuminarlo e di riprenderlo?

Innanzitutto, in generale, mi viene fornito dal cliente un brief che devo rispettare. Mi affido quindi ad alcuni “automatismi” derivanti dall’esperienza. In sostanza, mi prefiguro il set più adeguato, tenuta in considerazione l’atmosfera che si vuole conferire all’immagine, il materiale di cui è composto l’oggetto, la sua morfologia. A volte, non così di rado, capita di trovarsi di fronte ad un problema per il quale l’esperienza non è di grande aiuto. Ebbene, è necessario venire a capo della situazione nel modo più efficace e rapido possibile. Allora bisogna scatenare la creatività per inventarsi qualcosa che possa risolvere l’impasse, a volte con i mezzi tipici del fotografo, altre volte sfruttando una buona propensione al bricolage.

Nei tuoi still life usi degli accorgimenti particolari che creino una tua “firma”, ovvero qualcosa che distingua i tuoi lavori da quelli di altri fotografi?

Francamente non saprei se davvero nei miei still vi sia qualcosa di così particolare. Se dovessi trovare una costante, direi la creazione di “sfumature di luce”. Sì, sono malato di sfumature di luce. Le sfumature di luce, e con esse la gestione accurata delle ombre, sono tra gli elementi più efficaci in grado di trasmettere all’osservatore la corretta sensazione di tridimensionalità.

Ci potresti mostrare una tua foto, magari alla quale sei particolarmente legato, e raccontarci la sua storia?

Se devo trovarne una, direi senz’altro questa. È un’immagine che risale al 1985. Ero ancora assistente di un professionista dalle straordinarie qualità tecniche, creative e umane. Nell’agosto di quell’anno, decisi di realizzare il mio primo portfolio. Questa è una delle foto che produssi. Mi riporta all’entusiasmo di quei tempi, benché costellati di sacrifici.

Ludovico Fossà

Secondo la tua esperienza il digitale ha portato reali vantaggi in un settore come lo still life dove i fotomontaggi sono all’ordine del giorno?

Argomento complesso che vorrei analizzare secondo due diverse prospettive. La tecnologia digitale in fase di ripresa (non dimentichiamo che il digitale per quanto riguarda il fotoritocco risale alla seconda metà degli anni ’80), ha prodotto sostanzialmente un grande beneficio: la possibilità di controllo dell’intero flusso di lavoro da parte del fotografo. Questo è un fatto estremamente positivo che, in ultima analisi, produce qualità. Certo, noi fotografi abbiamo dovuto imparare a gestire un file, d’altronde ogni professionista ha l’obbligo etico di aggiornarsi. Devo dire che il passaggio alla fotografia digitale è stato tutt’altro che indolore, a prescindere dagli indispensabili investimenti necessari, proprio per la necessità di resettare il cervello e imparare da zero l’uso della Camera Chiara. Tuttavia, oggi, mai tornerei indietro. La tecnologia digitale ha aperto nuovi orizzonti ai quali non potrei più rinunciare. Ma c’è il rovescio della medaglia: ciò che ritengo sia un grossolano, ancorché molto comune, errore di valutazione secondo il quale tutto è più facile, tutto è più banale, tutto è più finto. Non credo sia così. Credo semmai sia il contrario. La capacità e l’attenzione in fase di ripresa sono (e devono rimanere) le medesime, ma a queste s’aggiungono l’altrettanta indispensabile capacità e l’attenzione nell’uso degli strumenti per lo sviluppo e la gestione dei file. Purtroppo non sono così tanti ad aver capito questo concetto. Troppo spesso, secondo l’opinione comune, la postproduzione è relegata, ad esempio, esclusivamente alla correzione degli errori commessi in ripresa, conferendole in questo modo una funzione meno nobile e poco costruttiva, con la conseguente convinzione che il digitale sia una sorte di “morte civile” per la Fotografia (io credo invece che una foto sbagliata abbia bisogno di due sole operazioni di postproduzione: “Sposta nel Cestino” e “Vuota Cestino”). Questo modo di pensare è tuttavia talmente diffuso che spesso è adottato anche dagli addetti ai lavori e dai potenziali clienti. Da qui, la caduta verticale della qualità, facilmente verificabile, della quale siamo da qualche anno impotenti spettatori, anche per l’attuale estrema facilità d’accesso agli strumenti per la manipolazione delle immagini che ha spinto molti a cimentarsi nella postproduzione, pur non avendo acquisito l’opportuna capacità; ma non è colpa della tecnologia, bensì del cattivo uso che di essa se ne fa. In sostanza, la scuola di pensiero secondo cui la vera Fotografia sarebbe solo la vecchia (direi quasi morente) argentica, a me pare sia per lo meno superficiale, motivata dall’incapacità di dominare la più moderna tecnologia digitale e, in ultima analisi, anacronistica. Per inciso, nei miei workshop pongo l’accento proprio sull’indispensabile complementarietà tra ripresa e postproduzione, ossia l’una in funzione dell’altra.

Hai pubblicato tanti articoli didattici online, visibili su forum come Maxartis oppure tra i Nikon Experience: secondo te quanto è importante per un fotografo condividere con altri la propria esperienza?

Credo molto nella divulgazione e nella formazione. Sono convinto che solo puntando sulla formazione seria e ben fatta si possa controbattere la bassissima cultura della qualità che da qualche anno sta affliggendo la Fotografia. Come già indicato, oltre a scrivere qualche articolo, tengo periodicamente alcuni workshop nel mio studio frequentati, almeno per il 50% dei casi, da professionisti. Attenzione però: nessun articolo, workshop o scuola, può avere la velleità d’insegnare la Fotografia. La loro funzione si limita necessariamente a indicare qual è la strada corretta, ed è già moltissimo. Quella strada, tuttavia, va percorsa con le proprie gambine perché nessuno potrà mai saltare a piè pari l’esperienza. Purtroppo la Rete è piena di pseudo-tutorial nei quali si espongono cose raccapriccianti e del tutto fuorvianti. Un duro colpo per chi, al contrario, fa della buona divulgazione, poiché ne mina l’attendibilità.

Online si vedono immagini di still life realizzate in modo a dir poco approssimativo. Nonostante ciò queste immagini vengono utilizzate per la promozione da ditte anche di medio-grandi dimensioni. Secondo te questo dipende da una scarsa cultura dell’immagine o semplicemente dal solito problema che si sceglie chi lavora sottocosto o peggio ancora gratis?

Per entrambe i fattori. In pratica si torna al discorso di un paio di domande fa. Se si somma la scarsissima cultura della qualità alla crisi economica, il risultato è un terrificante cocktail che abbiamo sotto i nostri occhi tutti i giorni.

Secondo te qual è la cosa più bella e quella più brutta del mestiere del fotografo?

La cosa più bella? La passione, senza la quale è difficile esercitare questo mestiere. La cosa più brutta? L’idea che un giorno la passione possa abbandonarmi. Per il reso è un mestiere, con tutte le soddisfazioni e i problemi che la gestione di un’attività commerciale comporta.

C’è un aneddoto particolare legato alle tue esperienze nel mondo della fotografia che vorresti raccontarci?

Difficile identificarne uno. Mi viene in mente questo: nello still life occorre meticolosità, pignoleria e di conseguenza tempo. Ogni tanto però... Avevo avuto l’incarico di fotografare un capo d’abbigliamento. Il cliente aveva l’esigenza di controllare se mi era stato consegnato quello giusto. Buttai quindi il capo sotto il set e scattai a casaccio solo per poter mandare, via e-mail, una bassa risoluzione in modo che mi si potesse confermare la corretta consegna. Il cliente fu però entusiasta di quella foto e quindi, perplesso ed incredulo, gli trasmisi anche l’alta risoluzione. Credo che il tempo necessario per realizzare quella foto non fu superiore ai 20 secondi!

Con quale fotocamera hai iniziato a fotografare ed a quale sei rimasto eventualmente più affezionato?

Da fotoamatore iniziai con una Topcon RE-2 (con 35mm e 100mm) del 1964, ancora in grande spolvero e perfettamente funzionante. Cominciai l’attività professionale, invece, con un banco ottico Fatif DS usato, che presto rimpiazzai con Sinar P2 nei tre formati (4x5, 5x7 e 8x10 pollici) e una Mamiya RB67. Tra il 2003 e il 2005 il passaggio al digitale: prima una Nikon D100, poi una Nikon D200 ed infine un Dorso Digitale Hasselblad Ixpress 96C che equipaggia il banco ottico Sinar. Pochi mesi dopo sostituii il mio vecchio PC con un Mac Pro. Passati circa sette anni, gli attrezzi in uso sono i medesimi. Funzionano benissimo e non sento, per il momento, alcun bisogno di aggiornarli.

Ludovico Fossà

Infine quali consigli vorresti dare a chi volesse accostarsi alla fotografia di still life?

Lo still life è un genere particolare che ha bisogno di tanto studio e dedizione. Occorre quindi una buona dose di spirito di sacrificio e di pazienza. Aggiungerei l’umiltà di capire che prima di poter creare qualcosa che sia professionalmente accettabile, è necessario imparare. In poche parole, occorre far gavetta. Quindi ben vengano workshop seri e scuole, ma ritengo che l’approccio alla fotografia professionale non possa non passare attraverso alcuni anni di praticantato, affiancando un buon fotografo in qualità d’assistente.

Ludovico Fossà

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