Henri Cartier-Bresson: Images à la sauvette/The Decisive Moment

Images à la sauvette/The Decisive Moment. Il primo libro di Henri Cartier-Bresson in mostra e in libreria con la seconda edizione Steidl e la sua celebre genersi

Le ragioni che hanno reso Henri Cartier-Bresson uno dei più grandi fotografi del XX secolo, erano ben chiare anche prima della già celebre retrospettiva curata da Clément Chéroux.

Tra quelle imputabili allo sguardo all'avanguardia, si annovera il precoce interesse manifestato per il libro fotografico, come veicolo pubblico e resistente per il suo lavoro, rispetto ai magazine che finiscono nella spazzatura o ad avvolgere patate fritte.

"Magazines end up wrapping French fries or being thrown in the bin, while books remain"

Henri Cartier-Bresson in una lettera a Marc Riboud

Un interesse coltivato già nel 1933 che, a parte un piccolo catalogo realizzato per una mostra al Museum of Modern Art di New York, si concretizzerà veramente solo nel 1952, con la co-edizione di Images à la sauvette per le edizioni Verve, su iniziativa della francese Tériade e per l'americana Simon e Schuster Publishing, tradotto in quel The Decisive Moment, destinato ad affermarsi come sintesi del suo approccio alla fotografia.

Il 22 luglio 1952, 10.000 copie (circa 3.000 per l'edizione francese e 7.000 per quella americana) del primo libro di Henri Cartier-Bressonè sono andate in stampa, arrivando in libreria ad ottobre, con una qualità di stampa (affidata ai fratelli Draeger), un eccezionale formato (di dimensioni proporzionali alla pellicola 24×36 usata da Bresson), il layout semplice, elegante e funzionale e la copertina realizzata da Henri Matisse.

A segnarne il destino è la prefazione di 4.500 parole dello stesso Bresson che descrive il suo rapporto con la fotografia, dal reportage alla composizione, dalla tecnica al colore, con quel concetto di "momento decisivo" preso in prestito dalla filosofia del cardinale de Retz, affidata alle memorie dell'arcivescovo e scrittore francese pubblicate nel 1717 con "Il n'y a rien dans ce monde qui n'ait un moment décisif".

«Non c'è niente in questo mondo che non ha un momento decisivo»

Images à la Sauvette: Excerpt from The Decisive Image, Simon and Schuster, 1952.

I, like many another boy, burst into the world of photography with a Box Brownie, which I used for taking holiday snapshots. Even as a child, I had a passion for painting, which I “did” on Thursdays and Sundays, the days when French school children don’t have to go to school. Gradually, I set myself to try to discover the various ways in which I could play with a camera. From the moment that I began to use the camera and to think about it, however, there was an end to holiday snaps and silly pictures of my friends.

Then there were the movies. From some of the great films, I learned to look, and to see. Mysteries of New York, with Pearl White; the great films of D.W. Griffith – Broken Blossoms; the first films of Stroheim; Greed; Eisenstein’s Potemkin; and Dreyer’s Jeanne d’Arc – these were some of the things that impressed me deeply.

Later I met photographers who had some of Atget’s prints. These I considered remarkable and, accordingly, I bought myself a tripod, a black cloth, and a polished walnut camera three by four inches. The camera was fitted with – instead of a shutter – a lenscap, which one took on and off to make the exposure. This last detail, of course, confined my challenge to the static world. Other photographic subjects seemed to me to be too complicated, or else to be “amateur stuff.” And by this time I fancied that by disregarding them, I was dedicating myself to Art with a capital “A.”

Next I took to developing this Art of mine in my washbasin. I found the business of being a photographic Jack-of-All-Trades quite entertaining.

[…]

[Then] I discovered the Leica. It became the extension of my eye, and I have never been separated from it since I found it. I prowled the streets all day, feeling very strung-up and ready to pounce, determined to “trap” life – to preserve life in the act of living. Above all, I craved to seize, in the confines of one single photograph, the whole essence of some situation that was in the process of unrolling itself before my eyes.

The idea of making a photographic reportage, that is to say, of telling a story in a sequence of pictures, never entered my head at that time. I began to understand more about it later, as a result of looking at the work of my colleagues and at the illustrated magazines. In fact, it was only in the process of working for them that I eventually learned, bit by bit, how to make a reportage with a camera, how to make a picture-story.

I have traveled a good deal, though I don’t really know how to travel. I like to take my time about it, leaving between one country and the next an interval in which to digest what I’ve seen. When I arrived in a new country, I feel almost like settling down there, so as to live on proper terms with the country. I could never be a globetrotter.

[…]

To me, photography is the simultaneous recognition, in a fraction of a second, of the significance of an event as well as of a precise organization of forms which give that event its proper expression.

I believe that, through the act of living, the discovery of oneself is made concurrently with the discovery of the world around us, which can mold us, but which can also be affected by us. A balance must be established between these two worlds – the one inside us and the one outside us. As the result of a constant reciprocal process, both these worlds come to form a single one. And it is this world that we must communicate.

But this takes care only of the content of the picture. For me, content and form cannot be separated. By form, I mean a rigorous organization of the interplay of surfaces, lines, and values. It is in this organization alone that our conceptions and emotions become concrete and communicable. In photography, visual organization can stem only from a developed instinct.

Henri Cartier-Bresson

Il notevole talento per la composizione, l'intuizione e la capacità di catturare momenti fugaci di Henri Cartier-Bresson, condensato nella pagine di un volume dalla "qualità mozzafiato" a detta di Walker Evans, come di numerosi altri artisti, da Jean Cocteau a Joan Mirò, hanno contribuito a renderlo uno dei libri più importanti della seconda metà del 20° secolo.

Questo però non bastò a superare le riserve dello stesso Bresson per una seconda edizione, realizata solo nel 2014, quando sua moglie Martine Frank, dopo lunghe conversazioni con la Fondazione HCB, la figlia Mélanie e l'editore Gerhard Steidl, hanno deciso di pubblicare un fac-simile, ricorrendo a materiali particolari e una tecnica di stampa (sulla quale Steidl mantiene il segreto) in grado di emulare il picco raggiunto da sistema di "stampa rotocalco" del tempo.

Le 3000 copie della nuova edizione, realizzata da Steidl nel doppio formato originale in lingua francese ed inglese, riportano quindi in libreria il celebre volume, accompagnato da un libretto con un saggio di Chéroux sulla sua genesi.

A distanza di anni la Fondation Henri Cartier-Bresson di Parigi che ne custodisce l'eredità con libri e stampe (i negativi per ora sono affidati a moglie e figlia), porta in mostra una selezione delle immagini pubblicate nel libro in sequenza prevalentemente cronologica, divisa in una sezione 'occidentale', scattata nel 1932-1947 in Francia, Europa, Messico e Stati Uniti, seguita da quella orientale, realizzata nel 1947-1952 in India, Indonesia, Cina e Medio Oriente.

Henri Cartier-Bresson. Images à la sauvette, curata da Agnès Sire che dirige la Fondazione parigina dalla sua creazione nel 2003, fino al prossimo aprile espone una selezione di stampe d'epoca e numerosi documenti d'archivio relativi all'avventura del libro, fino al suo recente facsimile, partecipando anche al Mois de la Photo du Grand Paris 2017.

Images à la Sauvette
fino al 23 aprile 2017
Fondation Henri Cartier-Bresson
2, impasse Lebouis
Parigi

Foto | Images à la Sauvette, Courtesy Fondation Henri Cartier-Bresson

Henri Cartier-Bresson: biografia dell'occhio del secolo

Henri Cartier-Bresson, nasce il 22 agosto 1908 nella piccola Chanteloup-en-Brie della regione dell'Île-de-France, da una famiglia alto-borghese sensibile alle arti che gli consente la tranquillità di dedicarsi alle sue passioni, a partire dalla pittura, grazie allo zio, artista dotato e affermato che gli impartisce le nozioni elementari di pittura ad olio.

A diciannove anni Bresson continua gli studi pittorici presso lo studio di André Lhote, pittore, scultore cubista e grande maestro di fotografia pur non usando la macchina fotografica, a dire di Bresson.

La passione per la pittura cresce in buona compagnia di quella per la lettura, con Dostoevskij, Schopenhauer, Rimbaud, Nietzsche, Mallarmé, Freud, Proust, Joyce, Hegel, Engels e Marx, tra i preferiti.

Il fascino per il Movimento Surrealista, lo porta alla consapevolezza della sua incapacità di esprimersi attraverso la pittura e a distruggere quasi tutte le prime tele realizzate ma il suo bagaglio culturale sarà fondamentale per la sua sensibilità.

«Ci sono scuole per qualsiasi cosa, dove s’impara di tutto e alla fine non si sa niente. Non esiste una scuola per la sensibilità. Ci vuole un certo bagaglio culturale»

Studia Arte e Letteratura Inglese all’università di Cambridge e a ventidue anni si reca in Costa d’Avorio, ancora colonia francese. In Africa contrae la malaria che lo costringe a tornare a casa.

Ad aspettarlo in France c'è però una scoperta sorprendente che condizionerà tutto il resto della sua vita. La visione di "Tre ragazzi sul Lago TanganyikaA che giocano tra le onde della foto dell'ungherese Martin Munkácsi, lo emoziona al punto da comprendere il potere del linguaggio espressivo della fotografia.

«Improvvisamente ho capito che la fotografia può fissare l’eternità nell’istante. È la sola foto che mi abbia influenzato. In questa immagine c’è una tale intensità, una tale spontaneità, una tale gioia di vivere, una tale meraviglia che mi abbaglia ancor oggi. La perfezione della forma, il senso della vita, un brivido senza eguali… Mi sono detto: buon Dio, si può fare questo con una macchina fotografica… È stato come ricevere un calcio nel sedere: forza vai!»

La scoperta lo spinge a comprare una piccola, pratica e leggera Leica 35 mm con un obiettivo di 50mm destinata a divenire per anni l'estensione del suo stesso occhio e della sua personalità schiva.

«Ho scoperto la Leica; è diventata il prolungamento del mio occhio e non mi lascia più»

Cartier-Bresson's first Leica.jpg

Nello stesso periodo studia cinematografia a New York insieme al fotografo statunitense Paul Strand, torna successivamente in Francia e lavora come assistente del regista francese Jean Renoir collaborando alla realizzazione di film e documentari.

Nel 1937 sposa la ballerina giavanese Ratna Mohini, nata a Batavia come Carolina Jeanne de Souza-IJke, "Elie" per per amici, già sposata dal 1930 al '35 con il giornalista olandese Willem L. Berretty.

Nello stesso anno, durante l'incoronazione di Re Giorgio V, scatta e vende al settimanale francese Regards, la sua prima foto come fotoreporter della folla che assiste all'evento.

Le sue prime fotografie, vengono esposte inizialmente a New York e a Madrid, a partire dalla prima mostra nella galleria Julien Levy.

Cartier-Bresson decide di mettere le proprie competenze in ambito fotografico al servizio dell’informazione e nel 1936 parte per la Spagna inviato dal Paris-Soir per documentare la guerra civile.

Nel 1939, lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale lo porta in prima linea nella Resistenza Francese, ma durante la Battaglia di Francia, nel giugno del 1940 a St. Dié nei Vosgi viene catturato dai tedeschi e rinchiuso in un campo di prigionia per quasi tre anni. Dopo diversi tentativi falliti, riesce a fuggire e tornare in Francia, dove si dedica insieme ad altri fotografi a documentare l’occupazione nazista e successivamente la liberazione francese.

Entra anche a far parte dell'MNPGD, un movimento clandestino che si occupa di organizzare l'assistenza per prigionieri di guerra evasi e ricercati.

Nello stesso anno l’Ufficio della Guerra degli Stati Uniti gli commissiona la realizzazione di un documentario sul ritorno in Francia dei prigionieri di guerra e dei deportati."Le Retour" (Il Ritorno) esce in America nel 1947.

Da questo momento in poi Cartier-Bresson si sposta da un continente all’altro e inizia a vendere le sue foto al France-Presse, Vu, Paris-Match e ad altre riviste.

Nel 1946 viene a sapere che il il Museum of Modern Art (MOMA) di New York vuole dedicargli una mostra “postuma”, nell'America che lo crede morto in guerra, così si trasferisce negli Stati Uniti, occupandosi della preparazione dell’esposizione inaugurata nel 1947.

Partito per gli USA con circa 346 foto nella valigia, all'arrivo acquista un album ("scrap book") per collocarvi le immagini da mostrare ai curatori della mostra, quello stesso Scrap Book finito nel dimenticatoio per anni, sarà pubblicato solo nel 2007 dalla Fondazione Cartier-Bresson, con un'edizione restaurata il più possibile fedele all'album originale, edita in Italia da Contrasto.

“Ho sempre conosciuto lo Scrapbook, prima imballato in una vecchia valigia proveniente dall’appartamento della madre di Henri, poi seppellito nella nostra biblioteca – nascosto da occhi indiscreti. Di tanto in tanto, borbottava dicendo che era quel che c’era di più prezioso, insieme all’album che aveva prodotto per mostrare il suo lavoro a Jean Renoir, e che ne avrei dovuto avere molta cura. Mi stupii tantissimo quando, una volta, lo vidi staccare i provini. Certo, la carta si stava disintegrando, ma rimpiangerò sempre di non aver potuto fotografare le pagine prima dello smontaggio. Sono felice che Agnès Sire, direttrice della Fondazione, abbia deciso di far rivivere questa raccolta unica che la dice lunga su questo periodo della vita di Henri, soprattutto sulle scelte delle immagini che aveva fatto all’epoca – 1946 – per questa mostra essenziale al MoMA di New York. Sessant’anni più tardi, risulta chiaro che non si era sbagliato”

Martine Franck

La presentazione della mostra del MOMA è accompagnata dalla pubblicazione del primo libro del fotografo, "The Photographs of Henri Cartier-Bresson".

In seguito realizza reportage per la testata americana Harper’s Bazaar.

Per la prima volta Cartier-Bresson accompagna le immagini con dettagliate didascalie a uso dei giornali e pretende che i suoi scatti non vengano modificati in sede di stampa.

«Attribuisco grande importanza al fatto che non vengano modificate le mie inquadrature; per questo aspetto fare riferimento alle mie copie nell’album; nel caso non fossero disponibili, stampare i negativi integralmente, senza rifilare nemmeno un millimetro quanto all’ingrandimento o alla stampa»
Henri Cartier-Bresson, lettera all’editore Pierre Braun, maggio 1944, Archivio Cartier-Bresson

Nel 1947 insieme agli amici Robert Capa, David Chim Seymour, George Rodger e William Vandivert, che amava definire il manipolo di ‘avventurieri mossi da un'etica’, fonda Magnum Photos, la cooperativa di fotografi destinata a diventare la più importante agenzia fotografica del mondo.

I quattro fotografi si spartiscono le aree del mondo in cui realizzare reportage: Capa e Seymour l’Europa, Rodger l’Africa e il Medio Oriente, Cartier-Bresson l’Asia.

Dal 1948 al 1950 Bresson resta in Estremo Oriente, dove registra il sofferto cammino dell'India verso l’indipendenza dalla Corona Britannica, ha occasione di incontrare il Mahatma Gandhi a poche ore dal suo assassinio, seguendo poi il corteo funebre perduto in mezzo a due milioni di persone, assiste alla cremazione e accompagna il treno che porta le ceneri nel luogo della loro immersione, nel Gange.

Dall’India si sposta in Pakistan e in Birmania, gli viene commissionata dalla rivista Life un reportage sull’avanzata dell’Armata Rossa a Pechino. Diventa il primo fotografo occidentale che fotografava liberamente nell'Unione Sovietica del dopo-guerra.

«Voglio che le didascalie siano strettamente informative e in nessun modo delle annotazioni sentimentali o di una qualunque ironia. Voglio che sia fatta informazione franca, nelle pagine che vi invio ci sono già abbastanza elementi per questo. Mi fido completamente di voi, ma sarei profondamente riconoscente se con i nostri clienti foste assolutamente chiari su questo aspetto. Lasciamo che le foto parlino da sé e, per amore di Nadar, non permettiamo che delle persone sedute dietro ad una scrivania aggiungano ciò che non hanno visto.»
Henri Cartier-Bresson, lettera all’agenzia Magnum Photos, 1949, Archivio Magnum

Restano ai posteri i suoi reportage, Da una Cina all'altra (1952), Danza a Bali (1954), Mosca (1954), Delitti flagranti (1969), Viva la Francia (1970, Premio Nadar 1971), L'uomo e la macchina e il volto dell'Asia (1972), Ethan is ded.

Di ritorno dall’Oriente, Cartier-Bresson è ormai un’icona del fotogiornalismo, con il suo approccio alla fotografia condensato anche nelle pagine di Images à la sauvette, edito nel 1952 dalla francese Tériade e dall'americana Simon & Schuster come quel The Decisive Moment che avrebbe finito per galvanizzare le masse.

Il volume divenuto ben presto celebre, è corredato dalla copertina illustrata da Henri Matisse e una prefazione di 4.500 parole che prende in prestito la filosofia del cardinale de Retz, "Il n'y a rien dans ce monde qui n'ait un moment décisif".

«Non c'è niente in questo mondo che non ha un momento decisivo»

«Fotografare è trattenere il respiro quando le nostre facoltà convergono per captare la realtà fugace; a questo punto l’immagine catturata diviene una grande gioia fisica e intellettuale.
Fotografare è riconoscere nello stesso istante e in una frazione di secondo un evento e il rigoroso assetto delle forme percepite con lo sguardo che esprimono e significano tale evento. È porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore. È un modo di vivere»

Nel 1955 il Pavillon de Marsan al Louvre ospita la sua prima mostra francese.

Nel 1964 è in Messico, nel 1968 gira per le strade di una Parigi in fermento raccontandone gli sguardi e gli slogan di una generazione “contro”, tra il 1951 e il 1973 compie anche numerosi viaggi in Italia.

Nel 1962 su incarico della rivista Vogue si reca in Sardegna dove si trattiene per una ventina di giorni, visitando Nuoro, Oliena, Orgosolo, Mamoiada, Desulo, Orosei, Cala Gonone, Orani (dove viene ospitato dall'amico Costantino Nivola), San Leonardo di Siete Fuentes, e Cagliari.

Gli anni Cinquanta sono segnati da due tragiche perdite: nel 1954 il collega “Bob” Capa perde la vita nella guerra del Vietnam e nel 1956 muore David Seymour durante il reportage sulla crisi di Suez, seguite da anni di disagio per la nuova piega presa dall’agenzia Magnum, sempre più legata alle leggi del mercato dell’informazione e ormai lontana da quell’etica di libertà di stampa per cui era stata concepita.


    Cari colleghi,
    essendo da svariati anni in profondo disaccordo con la piega che stava prendendo la Magnum ed essendo uno dei fondatori ancora in vita, vi ho chiesto di volermi concedere lo statuto di contributor, sperando di provocare, con questa mia presa di distanza, uno shock purificatore all’interno dell’organizzazione. […] Nel frattempo ho constatato che lo scarto tra lo spirito dell’agenzia Magnum, così come l’avevamo creata, e quello attuale va aumentando, almeno per una parte dei miei soci. […]
    Sono dunque costretto a chiedervi di creare due gruppi, in modo da mettere fine all’attuale ambiguità e alla situazione malsana per la quale soffriamo tutti: da una parte un gruppetto artigianale devoto, conformemente allo spirito iniziale, alla fotografia sul campo, al reportage editoriale e industriale come pure alla foto ricordo e, dall’altra parte, un’organizzazione che si dedica alla fotografia artificiosa, più creativa, prestigiosa e di lusso – il nome di Magnum dovrebbe essere riservato al primo gruppo e un nome del tipo “Mignum” o “Mignon” […] andrebbe all’altro, fermo restando che le due filiali intratterrebbero fra loro rapporti amichevoli.
    […] Nel caso in cui questo sistema – che secondo me, salvaguarderebbe lo spirito dei fondatori e di un certo numero di fotografi – non potesse essere accettato, mi vedrei tristemente costretto a ritirarmi in modo puro e semplice, dolce e immediato, con tanti cari saluti, le mie più vive congratulazioni e sentite condoglianze.
    Vostro
    Henri Cartier-Bresson

    […]
    PPS: Certuni si sono presi la briga – senza cattive intenzioni, del resto, ne sono certo – di far saltare la parola “photos” dalla nostra ragione sociale “Magnum Photos”. Questo lapsus mi è sembrato molto significativo. Tuttavia, restando io pur sempre un fotografo, sono pronto, a titolo personale, a parlare un po’ di fotografia e di altri argomenti “culturali”. E, detto questo, vado a vedere cosa succede per strada…
    Henri Cartier-Bresson, lettera all’agenzia Magnum, 4 luglio 1966, Archivio Magnum

Cartier-Bresson lascia Magnum e continua la sua attività come fotografo indipendente; nel corso degli anni Sessanta ritrae volti celebri del Novecento: Marthin Luther King, Coco Chanel, Marcel Duchamp, Henri Matisse, Jean Paul Sartre, Ezra Pound, Truman Capote, Che Guevara, Marylin Monroe, Artur Miller e tanti altri.

Nel 1955 viene inaugurata la sua prima grande retrospettiva, che farà poi il giro del mondo, al Musée des Arts Décoratifs di Parigi.

Nel 1967 divorzia dalla prima moglie, dopo 30 anni di matrimonio.

Dal 1968, Henri Cartier-Bresson inizia gradualmente a ridurre la sua attività fotografica per dedicarsi al suo primo amore artistico: la pittura.


«In realtà la fotografia di per sé non mi interessa proprio; l'unica cosa che voglio è fissare una frazione di secondo di realtà»

Unica eccezione sono i ritratti, almeno fino al 1980, quando fotografa Hortense Cartier-Bresson, ad arricchire una gallery du volti che contano Balthus, Albert Camus, Truman Capote, Coco Chanel, Marcel Duchamp, William Faulkner,Mahatma Gandhi, John Huston, Martin Luther King, Henri Matisse, Marilyn Monroe, Richard Nixon, Robert Oppenheimer, Ezra Pound, Jean-Paul Sartre ed Igor Stravinsky.

Nel 1970 sposa la fotografa Magnum Martine Franck, trent'anni più giovane di lui e nel 1972 nasce la figlia Mélanie.

Nel 1975 la Galleria Carlton di New York ha ospitato la sua prima mostra di disegni.

Nel 1979 viene organizzata a New York una mostra tributo al genio del fotogiornalismo e del reportage.

Nel 1981 riceve il Grand Prix National de la Photographie.

Nel 1982 riceve l'Hasselblad Award.

Nel 2000, con Martine Franck ed la figlia, crea la Fondazione Henri Cartier-Bresson, con lo scopo di raccogliere e preservare le sue opere, creando uno spazio espositivo aperto ad altri artisti.

Nel 2002 la Fondazione viene riconosciuta dallo stato francese come ente di pubblica utilità.

«Ci sono scuole per qualsiasi cosa, dove si impara di tutto e alla fine non si sa niente, non si sa niente di niente. Non esiste una scuola per la sensibilità. Non esiste, è impensabile. Ci vuole un certo bagaglio intellettuale.»

Dal 1988 il Centre National de la Photographie di Parigi istituisce il Gran Premio Internazionale di Fotografia, intitolandolo al fotografo.

Alla veneranda età di 95 anni, il 3 agosto 2004, muore a Céreste, Alpes-de-Haute-Provence, nelle Alpi dell’Alta Provenza, lasciando al mondo un dono incommensurabile di momenti apparentemente insignificanti della vita quotidiana e che spesso sfuggono alla nostra attenzione schiacciati dalla fretta o dell’incapacità di coglierne la bellezza.

In una lettera datata 30 ottobre 2000, per evitare il commercio di stampe o lo smercio di copie sottratte, il fotografo dichiarava: «Io sottoscritto Henri Cartier-Bresson, domiciliato al 198 di rue de Rivoli, Parigi, dichiaro quanto segue. Ho sempre firmato e dedicato le stampe di mie fotografie a coloro ai quali intendevo donarle; tutte le altre stampe che recano solamente timbri o etichette Magnum Photos o il mio nome, Henri Cartier-Bresson, sono di mia proprietà. Tutti coloro che detenessero queste stampe non potranno invocare la buona fede».

In linea con lo spirito che scaturisce da questo scritto, nel 1985 fece dono al Comune di Tricarico, città natale del poeta Rocco Scotellaro, di 26 fotografie che oggi costituiscono il primo e fondamentale nucleo di opere che saranno esposte nel museo delle arti figurative di quella cittadina.

Dalla morte di Cartier-Bresson, per evitare sfruttamenti commerciali slegati dal valore artistico delle opere, la Fondazione non autorizza più alcuna stampa di fotografie del maestro, offrendo però un servizio di autenticazione di eventuali stampe in circolazione in gallerie o antiquari.

Pierre Assouline ha pubblicato una biografia di Henri Cartier-Bresson, tradotta anche in italiano, Henri Cartier-Bresson. Biografia di uno sguardo, Photology, 2006.

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