Mostre fotografiche per l'ultimo weekend febbraio 2017

Le mostre fotografiche inaugurate nell'ultima settimana di febbraio 2017 in tutta Italia

Si avvicina l'ultimo weekend di febbraio 2017 e le mostre fotografiche inaugurate durante la settimana, assicurano la solita varietà di stimoli per tutti gli sguardi, spaziando tra progetti celebri e reportage, volti, icone e Haiku.

Da Dancing in Emilia di Gabriele Basilico e White Women / Sleepless Nights / Big Nudes di Helmut Newton, alle icons di Steve McCurry e la fotografia di reportage di Francesco Cito, con i celebri mosaici Polaroid di Maurizio Galimberti in piena Milano Fashion Week 2017, Harraga di Giulio Piscitelli e le Fotografie di Guerra e di un Progetto di Pace di Alessandro Rota, gli Haiku di Piergiuseppe Anselmo, i volti dal Nepal e MERICANS di Luca Bortolato, dai LEGA’MI di Martina Lucy Zanin e Kelly Costigliolo, ai Dialoghi di Valeria Gaia, Melany Cibrario Ruscat e Sofia Uslenghi, toccando una collezione con Franco Vaccari, il Confine con Fabrizio Borelli.

Franco Vaccari. Una collezione

Divenuto famoso dopo la sua partecipazione alla Biennale di Venezia del 1972, dedicata al tema “Opera o comportamento”, con l’installazione Lascia su queste pareti una traccia del tuo passaggio, Franco Vaccari inizia la sua collaborazione con lo Studio Marconi nel 1977. Ideatore della formula estetica denominata “Esposizioni in tempo reale”, l’artista modenese porta avanti una ricerca estremamente originale, confermandosi precursore di un filone unico e suggestivo della storia dell’arte contemporanea. Il suo lavoro può essere collocato nell’ambito del “realismo concettuale”, caratterizzato da operazioni in cui la nozione tradizionale di opera d’arte appare del tutto superata, come lo è anche il rapporto che si stabilisce tra essa e il pubblico. “La differenza fra gli happening, le performance e le ‘esposizioni in tempo reale’ è una differenza di struttura. Mentre infatti le prime si sviluppano linearmente e nelle varie fasi ubbidiscono a precisi programmi predeterminati, le esposizioni in tempo reale hanno come elemento caratterizzante la possibilità di retroazione e cioè del feed-back.” Le opere di Franco Vaccari infatti non sono mai un fatto chiuso, ma in divenire, un work in progress in continua trasformazione, aperto a imprevisti e casualità. In più, molti dei suoi lavori prevedono il coinvolgimento diretto dello spettatore cui viene richiesto di partecipare alla realizzazione dell’opera così che l'artista, da unico e originale autore, si trasforma in colui che innesca un evento senza necessariamente controllarne l’esito. “Con ‘Esposizione in tempo reale’ Vaccari intende sottolineare la necessità di generare un lavoro dalla contingenza del momento, relazionandosi in presa diretta con il luogo, il pubblico, l’identità del contesto”, scrive Luca Panaro nel testo pubblicato nel catalogo della mostra, e aggiunge: “Oggi sappiamo quanto il termine ‘tempo reale’ faccia parte della nostra vita, in collegamento ventiquattro ore su ventiquattro con l’informazione, sul web oppure in televisione, dove addirittura esiste un canale tematico, ‘Real Time’ appunto, dove seguire quello che accade all’interno di una sala parto o nell’abitazione di qualche personaggio famoso.” In tal senso Vaccari è un vero pioniere per quanto attiene al contemporaneo utilizzo dei media, in modo particolare della fotografia, comune denominatore di molti suoi lavori. Talvolta l’autore la usa come utile strumento di documentazione della realtà, come avviene per i suoi “viaggi minimi”, all’interno di un albergo diurno di Milano (Viaggio per un trattamento completo all’albergo diurno Cobianchi, 1971), durante i 700 km che collegano le città di Modena e Graz (700 km di esposizione, 1972), in una crociera turistica sul Reno (Viaggio sul Reno, 1974) o in un breve tragitto attraverso un paesaggio anonimo, documentato con l’acquisto di una cartolina, la realizzazione di una Polaroid e la spedizione per posta al museo dove si terrà la mostra, in Omaggio all’Ariosto (1974). Talaltra, Vaccari cede il potere autoriale nelle mani dello spettatore, come nel caso dell’Esposizione in tempo reale n. 4, richiedendo il suo coinvolgimento attivo, di interpretazione e completamento dell’opera. I visitatori in questo caso si trovarono di fronte una cabina automatica per fotografie (Photomatic) in cui potevano farsi immortalare in quattro fototessere che, poi, dovevano appendere sulla parete. L’artista fa un passo indietro, lasciando ai visitatori l’onere di dar vita all’opera in modo casuale e imprevedibile; essa prende forma “in tempo reale” e si sviluppa nell’ambiente in relazione al modo in cui il pubblico la recepisce, l’esperienza estetica di ciascuno contribuisce a determinarne forma e significato. “Una delle differenze fondamentali fra un quadro e una fotografia è che in quest’ultima ci sono informazioni involontarie, informazioni parassite, nicchie di mistero dove il rapporto fra gli elementi è in gran parte ignoto… è per questa ragione che si può parlare di ‘inconscio tecnologico’.” (Franco Vaccari, 1979) Il concetto di “occultamento dell’autore” insieme a quello di “inconscio tecnologico” è ancor oggi uno dei leitmotiv della ricerca artistica di Franco Vaccari. Entrambi i temi hanno a che vedere con la ridefinizione dell’identità dell’arte e del ruolo dell’autore, nonché con la valorizzazione dell’autonomia creativa della macchina capace di cogliere “un inconscio collettivo”. Le opere della collezione Marconi permettono di compiere un ampio excursus sulla produzione artistica di Franco Vaccari, dalle prime sperimentazioni di Visuelle Poesie (1966), al Viaggio per un trattamento completo all’albergo diurno Cobianchi (1971), fino alle Photostrip dalla Biennale di Gwangju (Corea, 2010), passando attraverso alcune delle molte “Esposizioni in tempo reale”. Il testo di Luca Panaro nel catalogo che accompagna la mostra ben illustra le opere esposte. Pone l’accento sul processo di partecipazione e riflessione critica sui media che l’artista sollecita da sempre nel suo pubblico, evidenziando la sorprendente attualità del suo agire artistico. “Vaccari mette lo spettatore al centro, non lo giudica, lo rende libero di agire, gli concede il tanto agognato momento di celebrità, al punto da poter lasciare l’immagine del proprio volto affissa sulle pareti della più importante manifestazione artistica del tempo. Non così diverso da quanto noi oggi andiamo cercando sui social media.”
(Luca Panaro, Franco Vaccari. Una collezione, 2017)

22 febbraio - 14 aprile 2017
Inaugurazione: 21 febbraio 2017 dalle ore 18,00
Fondazione Marconi Arte moderna e contemporanea
Via Tadino, 15
Milano

Un post condiviso da Fondazione Marconi (@fondazionemarconi) in data: 17 Feb 2017 alle ore 01:29 PST

Piergiuseppe Anselmo – Haiku in the blink of an eye


Haiku

"Haiku: poesie brevi che usano linguaggi sensoriali per catturare un sentimento o un'immagine. Spesso ispirati da elementi naturali, un momento di bellezza o un'esperienza emozionale."

È questa la parte della definizione di haiku che ha maggiormente destato l’attenzione di Piergiuseppe Anselmo, che gli ha permesso di cogliere similitudini con il suo sentire, perché quando nota intorno a se "un momento di bellezza”, un piccolo dettaglio significante, uno scorcio di città in penombra, viali alberati filtrati da luridi finestrini all’interno di mezzi pubblici, proprio lì in quell’istante ha la sensazione di ritagliare haiku già composti
La differenza tra un componimento poetico cucito lettera per lettera seguendo regole rigorose e un semplice scatto fotografico è sicuramente profonda, ma le finalità sono sorprendentemente simili.
Fotografa prevalentemente in città. Non perde mai di vista gli alberi, le architetture, né la loro convivenza. E se a volte emergono persone hanno sempre un valore accidentale.
Ciò che lo folgora è profondamente urbano. La sua è una fotografia da strada, per strada, di strada.
(Urbanamente distratta).

* Tutte le fotografie della serie Haiku sono state scattate con iPhone: in the blink of an eye

Biografia – Piergiuseppe Anselmo

Piergiuseppe Anselmo, graphic designer in una storica casa editrice torinese, fotografa da sempre, ma espone le proprie opere in pubblico solo da qualche anno.
Nel febbraio 2014 propone la mostra personale "Tra i rami" presso Mutabilis.
In seguito una sua fotografia viene selezionata per il progetto fotografico internazionale "192 Project" esposto a Palazzo SUMS, San Marino, e al centro culturale San Gaetano di Padova.
Partecipa alla rassegna artistica internazionale The Others Fair 2014, Torino, con il progetto fotografico "La strada" proposto da Mutabilis.
Il progetto fotografico itinerante "Viaggi un po' così", in collaborazione con Giulia Guandalini, è stato esposto a Torino e Bologna.

Orario
martedì-venerdì, ore 15.30-19.30
sabato 10.30-13.00/15.30-19.30
chiuso domenica e lunedì

21 febbraio - 04 marzo 2017
Inaugurazione: martedì 21 febbraio 2017, ore 19-22
Mutabilis
Via Dei Mille, 25/c
Torino

Portraits by Maurizio Galimberti

Dal 22 al 27 febbraio UniCredit Pavilion diventa il Fashion Hub di Milano Moda Donna 2017, la kermesse milanese della moda femminile leader a livello internazionale. Il quartier generale ufficiale di Milano Moda Donna è il punto di riferimento per tutti gli addetti ai lavori presenti in città in occasione della settimana della moda.
UniCredit Pavilion ospita anche Portraits by Maurizio Galimberti, mostra fotografica e installazione artistica su moda & cinema aperta al pubblico.
In programma anche tre Lectio Magistralis (per partecipare è necessario richiedere l’accredito scrivendo una mail a rsvp@cameramoda.it):
Piero Gemelli “Finzione e realtà” – Venerdì 24, ore 17 – 18:30
Toni Thorimbert “Faccia da schiaffi” – Sabato 25, ore 17 – 18:30
Maurizio Galimberti “Instant artist” – Domenica 26, ore 17 – 18:30

22-27 febbraio 2017
Milano Fashion Week 2017
Fashion Hub
UniCredit Pavilion
PIAZZA GAE AULENTI 10
Milano

Gabriele Basilico – Dancing in Emilia

Il 22 febbraio 2017 si terrà nello spazio Nonostante Marras l’inaugurazione della mostra Gabriele Basilico, Dancing in Emilia, a cura di Francesca Alfano Miglietti con la collaborazione dello Studio Gabriele Basilico.

La mostra presenta le immagini che il grande fotografo Gabriele Basilico ha realizzato nel 1978 nei dancing in Emilia Romagna per incarico del mensile di architettura e design Modo.

Alla fine degli anni Settanta il boom del liscio di Raoul Casadei e degli scatenati ritmi di John Travolta, sostenuti dall’intraprendenza di alcuni mecenati dell’evasione musicale di massa, avevano popolato la zona fra Parma e Ravenna di una miriade di discoteche frequentate da un pubblico numeroso e indifferenziato.

In un turbinio di minigonne, luci stroboscopiche, abiti eleganti e papillon, Gabriele Basilico cerca di svelare il successo che accompagna l’avvento della musica di rottura che va imponendosi sulla scena italiana ma che convive ancora con i ritmi della tradizione.

La sua ricerca non si limita, però, a una campionatura di tipo sociologico, ma interviene in modo frontale e partecipe: Basilico utilizza il flash quale strumento principe della sua indagine, come un riflettore teatrale che isola e seleziona i personaggi su un palcoscenico.

Come scrive Giovanna Calvenzi in Dancing in Emilia (Silvana Editoriale, 2013), “Basilico ricerca con i suoi soggetti un rapporto recitato, dove le immagini nascono dalla performance collettiva e dall’interazione fotografo-fotografato. La sua comprensione e la sua partecipazione, inizialmente solo parziali, si ampliano nello svolgersi del lavoro. Indirizza dapprima la sua analisi critica verso gli spazi, gli imbottiti di plastica, il plexiglass, i neon e i finti ori, gli oblò e il peluche. Poi, con un deciso slittamento dall’incombenza professionale, passa dagli arredi e dai decori al pubblico, alla ricerca di momenti emblematici, di volti, di situazioni. Gente che balla, ritratti, il flash scava nel buio e ferma momenti, gesti, sorrisi, presenze e assenze, è strumento di indagine ma anche e soprattutto segno di riconoscimento, l’avvertimento dell’operazione in corso, un “memento” per chi vuole sfuggirgli e un punto di riferimento per chi, in processione spontanea, vuole essere parte della rappresentazione che il fotografo sta mettendo in scena”.

Una lettura attenta dei nuovi spazi del divertimento ma anche dei comportamenti, dei trasformismi, dei rapporti generazionali, dell’evolversi del costume e della moda.

Una selezione di cento immagini è stata presentata per la prima volta nel 1980 alla Galleria Civica di Modena dove è stata riproposta nel 2013 a cura di Silvia Ferrari. Il volume Dancing in Emilia ospita testi di Silvia Ferrari, Gustavo Pietropolli Charmet, Gabriele Basilico, Giovanna Calvenzi e una conversazione del 2007 tra Gabriele Basilico e Massimo Vitali.

SI RINGRAZIANO PER LA PREZIOSA COLLABORAZIONE ALLA MOSTRA LO STUDIO GABRIELE BASILICO, MILANO e GIOVANNA CALVENZI

22 febbraio - 26 marzo 2017
Inaugurazione: 22 febbraio 2017, ore 19
Nonostante Marras
via Cola di Rienzo, 8
Milano

Alessandro Rota: Fotografie di Guerra | Fotografie di un Progetto di Pace

“Alessandro Rota: Fotografie di Guerra | Fotografie di un Progetto di
Pace” è la nuova e ambiziosa mostra fotografica prodotta e promossa dalla galleria Expowall, aperta al pubblico da giovedì 23 febbraio a sabato 11 marzo.

Alessandro Rota è un giovane e affermato fotogiornalista di guerra. Afghanistan, Iraq, SudSudan e Somalia sono i paesi di cui ha testimoniato i conflitti per le più importanti testate internazionali. Mantenere il rispetto verso il dolore e ciò che si fotografa è la cifra del suo lavoro, e
non è facile, come non è facile preservare la tecnica e la forma, tra gli spari e le bombe.
È sua la fotografia del tenero orsacchiotto imbottito di esplosivo abbandonato come arma ritardata dai miliziani dell’Isis per uccidere i bambini.

Expowall ha commissionato a Alessandro Rota un reportage, realizzato in Senegal a dicembre 2016, volto a testimoniare la pace, lo sviluppo e la cultura di alcuni villaggi posti attorno a Fimela (distretto amministrativo di Fatik) nel delta del Sinè-Saloum.
Qui opera da quindici anni Yungar per la Pace Onlus fondata dall’Avvocato milanese Gianfranco Candela e da sua moglie Maria Cristina Koch epistemologa, psicoterapeuta e saggista. La logica del loro approccio è quella di affiancarsi ai residenti per offrire loro competenze e aiuti economici utili a realizzare gli obiettivi stabiliti dalla stessa comunità partendo da corsi di alfabetizzazione per oltre cinquecento donne (in Senegal è analfabeta oltre il 50% della popolazione) e da corsi sui diritti civili tenuti da autorità amministrative e religiose locali. Le donne infatti sono per lo più all’oscuro dei diritti acquisititi col matrimonio (p.e. il mantenimento in caso di separazione) oltre che dei propri diritti successori.
Le donne alfabetizzate sono state così il motore della campagna per la lotta alla tubercolosi grazie all’intervento specialistico di Stop TB Italia e del potenziamento dell’Ospedale di Diofor, a cui è dedicata parte della mostra. Oggi, grazie anche ai finanziamenti della Fondazione Monzino, l’Ospedale di Diofor è dotato di un avanzato gabinetto dentistico, di un laboratorio e delle attrezzature per diagnosticare la tubercolosi e di un reparto di ecografia e radiologia.

Alberto Meomartini, Vice Presidente della Camera di Commercio di Milano e co-fondatore della galleria Expowall: “Alessandro Rota accosta senza retorica le sue fotografie di guerra a un progetto di pace, cioè di sviluppo della cultura, dalle caratteristiche uniche, in Senegal. Rota non ha avuto un attimo di esitazione nell’accettare la commessa: lo stesso rispetto e la stessa sensibilità del suo lavoro solitamente in zone di combattimento si ritrovano nelle fotografie di del progetto di Yungar per la Pace.
Un lavoro complessivamente bellissimo, una profonda riflessione sull’inizio di questo secolo e alla fine, senza tanti giri di parole, sulla contrapposizione tra male e bene”.
Racconta Alessandro Rota: “Afghanistan, Iraq, Sud-Sudan e Somalia sono paesi lontani: lontani geograficamente, lontani dal vissuto quotidiano e da tutto ciò a cui siamo abituati. Paesi che ho visitato nel corso degli ultimi tre anni per raccontare storie di conflitto. Considero la fotografia un linguaggio ed ogni immagine fotografica un frammento di realtà rubato allo scorrere inesorabile del tempo.
Un’immagine è capace di avvicinare le società e scuotere gli animi mettendoci davanti alla condizione di altri esseri umani. Istanti di crudeltà e attimi di gioia”.
Con la scoperta del diritto alla salute gli abitanti dei villaggi del delta del Sinè-Saloum hanno creato la nascita di una Onlus locale, Le royame d’enfance de Senghor, che opera per la protezione della cultura locale tra cui la medicina tradizionale e lo sviluppo dei mestieri. Dice Maria Cristina Koch, fondatrice
di Yungar per la Pace Onlus: “La cultura della pace sta producendo cittadini consapevoli dei propri diritti e dei propri doveri, cittadini cioè pronti a autotassarsi per finanziare il potenziamento dell’ospedale di Diofior o per aiutare i giovani ad imparare un mestiere, per poter lavorare in loco e non
essere costretti all’emigrazione, di cui conosciamo le dolorose conseguenze”.

23 febbraio – 11 marzo 2017
Inaugurazione: giovedì 23 febbraio 2017, ore 18.00
Galleria Expowall
via Curtatone, 4
Milano

n mostra - sei talenti del master in fotogiornalismo contemporaneo

Giovedì 23 febbraio alle 19 inaugura a Officine Fotografiche Roma "In mostra - sei talenti del master in fotogiornalismo contemporaneo" a cura di Tiziana Faraoni. 

Fotografie di Massimo Capocci, Marco Cipriani, Daniel Alejandro Gencarelli, Alessandro Lacché, Federico Romano, Giacomo Sini. 

Emiliano Mancuso responsabile e docente del Master di fotogiornalismo contemporaneo ha deciso di raccogliere il frutto dei migliori progetti di questi ultimi anni in una mostra collettiva.

Ci racconta così la sua esperienza: "La prima volta che ho pubblicato delle foto su un giornale, ero ancora uno studente di fotografia. Riuscii a vendere il reportage che stavo realizzando per la scuola: la vita notturna dei giovani romani. Chiamai la redazione di D la Repubblica delle Donne a Milano, spiegai il lavoro e mandai le copie laser delle fotografie stampate. Circa un mese dopo venni richiamato, compravano il servizio, 3 pagine a 2 milioni e mezzo di lire. Ero così emozionato che ricordo di aver aspettato l’uscita del giornale alle 4.00 del mattino, in un’edicola al centro di Roma. La città dormiva ancora e non sapeva che io ero lì trepidante, mi sentivo un fotografo.

Oggi è cambiato tutto, non c’è più la lira, la pellicola è scomparsa e il fotogiornalismo è stato sconvolto dall’avvento del digitale e dalla crisi della carta stampata. In questo nuovo mondo, per uno studente di fotografia arrivare a sentirsi un fotografo è diventato più difficile e frammentaria la sua identità. I giornali comprano sempre meno fotografie e a prezzi sempre più bassi e i progetti dei fotografi sono sempre più sostenuti da Grants e Ong, piuttosto che dall’editoria. Quello che è successo a me quando ero studente, oggi è impensabile.

Eppure l’urgenza di raccontare le tante storie del mondo non è venuta meno e tanti giovani hanno ancora voglia di diventare fotografi. In questa mostra ne presentiamo 6, tra i migliori allievi dei primi 5 anni di Master in Fotogiornalismo Contemporaneo. I linguaggi sono differenti, ma il bisogno di offrire un viaggio a chi guarda queste fotografie, realizzate nel giardino di casa o oltreoceano, è il medesimo. Altri talenti sono passati nella nostra scuola, già presentati in diverse mostre e pubblicazioni e altri ancora che vi faremo conoscere in occasioni future.

Orario
lunedì – venerdì, ore 10.00/13.30 e 14.30/19.00
sabato e domenica chiuso
Ingresso gratuito

23 febbraio - 16 marzo 2017
Inaugurazione: giovedì 23 febbraio 2017, ore 19-22
Officine Fotografiche Roma
via Giuseppe Libetta, 1
Roma

Francesco Cito e la fotografia di reportage


Inaugura giovedì 23 febbraio 2017 una intensa mostra fotografica dedicata alla Fotografia di Reportage che ha come autore – ospite d’onore Francesco Cito. Torna la fotografia d’autore nella Casa Museo Spazio Tadini con una personale di Francesco Cito. La mostra è una selezione di scatti tratti dai suoi principali reportage di guerra – Palestina, Afghanistan, Arabia Saudita -.

"La volontà di questo percorso – spiega la curatrice, Federicapaola Capecchi – è quella di provare ad avvicinarci, fotografia per fotografia, a quanto Francesco Cito ci ha regalato durante un’intervista/incontro pubblico a Spazio Tadini, e cioè il senso della vicinanza e della necessità di entrare dentro la storia per raccontarla. Che per Francesco Cito è anche una vicinanza fisica effettiva: quando scatti con un 18 mm sei fisicamente dentro a quanto sta accadendo. Così la nervatura del percorso delle fotografie esposte si muove attraverso la sua caratteristica di entrare dentro la storia percorrendo le tappe della fatica, della pazienza, dell’osservazione e attraverso la sua capacità di ascoltare, vedere e capire. Con il suo rigore visivo, la sua capacità di andare diretto nella profondità e nell’essenza del fatto, la sua maestria narrativa e di racconto".

La mostra di Francesco Cito si accompagna alla selezione di 8 fotografi di reportage individuati per stile, impronta e ricerca. Hermes Mereghetti, Simone Margelli, Andrea Brera, Luca Monelli, Gianluca Micheletti, Massimo Allegro, Virginia Bettoja, Stefania Villani presentano 8 scatti del reportage per cui sono stati selezionati completando il percorso della fotografia di reportage proposto nella Casa Museo: dalla tematica di guerra di Cito si passa al reportage sociale, antropologico, documentaristico e alla street photography.

Hermes Mereghetti espone Bollate, un intenso viaggio nel ritratto psicologico all’interno del Carcere di Bollate; Simone Margelli presenta Take Refuge, reportage all’interno dei centri di accoglienza raccontando uomini in cerca di speranza; Andrea Brera porta Scampia dentro Le Vele, reportage fotografico nel cuore di Scampia, nelle viscere delle “vele”, un luogo surreale, regno di un’entità vorace che pare avere sorbito tutto da ogni cosa, lasciando solo ossa e brandelli; Luca Monelli è presente con due lavori, 4:03 9:00 racconto del disastro causato dal terremoto a San Felice sul Panaro e Street Light dove il “terreno di caccia” sono le grandi città, situazioni, sfondi, luce particolare e la “preda” che vi finisce dentro. Gianluca Micheletti con Sandland Sharm El-Sheikh, il racconto di cos’è Sharm El-Sheikh al di fuori dei percorsi turistici, dove regnano un mondo e paesaggi post apocalittici fatti di rifiuti, disordine e carcasse che sembrano attendere una seconda vita; Massimo Allegro espone Kumbh Mela, reportage sulla festa religiosa che si tiene ogni 12 anni fra gennaio e febbraio a Allahabad, sulle rive del Gange; Virginia Bettoja propone Estetica del Garage, una bella indagine sui luoghi non importanti, trascurati, di transito e non espressamente considerati interessanti o possibilmente belli; Stefania Villani presenta In cerca di identità, singoli ritratti alla ricerca del sé, anche quando si è di spalle.

La mostra a cura di Federicapaola Capecchi è realizzata in collaborazione con Mosé Franchi Direttore della rivista Image Mag.

Orari
mercoledì-sabato, ore 15.30-19.30
domenica, ore 15.00-18.30
lunedì e martedì Chiuso
Ingresso 5 euro. Ridotto per soci tesserati.
Ingresso gratuito la prima domenica di ogni mese.

Possibilità di visite guidate e su appuntamento – Info: +39 02 26 11 04 81

23 febbraio - 26 marzo 2017
Inaugurazione: giovedì 23 febbraio 2017, ore 18.30
Spazio Tadini -Casa Museo
via Jommelli, 24
Milano

Harraga. Fotografie di Giulio Piscitelli

Giovedì 23 febbraio alle 18.30 inaugura, presso le sale di Forma Meravigli, la mostra Harraga. Fotografie di Giulio Piscitelli a cura di Giulia Tornari.

Con questo lavoro Giulio Piscitelli ha vinto la 13esima edizione del Premio Amilcare G.Ponchielli, istituito dal GRIN (Gruppo Redattori Iconografici Nazionale).
 
Forma Meravigli è un’iniziativa di Fondazione Forma per la Fotografia in collaborazione con la Camera di Commercio di Milano e Contrasto.
 
Harraga è il termine con cui, in dialetto marocchino e algerino, si definisce il migrante che viaggia senza documenti, che “brucia le frontiere”.

Le fotografie in mostra a Forma Meravigli sono frutto di un lungo progetto, iniziato nel 2010, che si articola in tre momenti fondamentali che corrispondono alle diverse fasi del reportage: dalle rotte africane verso l’Europa, passando per l’Italia e la Francia, fino ad arrivare alla rotta balcanica.

Tutti i giorni dalle 11.00 alle 20.00
Giovedì dalle 12.00 alle 23.00
Lunedì e martedì chiuso
Ingresso intero: 8 euro
Ridotto: 6 euro

23 febbraio - 26 marzo 2017
Inaugurazione: giovedì 23 febbraio 2017, alle 18.30
Fino al 26 marzo 2017
Forma Meravigli
Via Meravigli, 5
Milano

LEGA’MI (tra padre e figlia): Martina Lucy Zanin e Kelly Costigliolo

Una mostra collettiva che raccoglie i lavori di due giovani fotografe, sul rapporto tra padre e figlia.
 
Martina Lucy Zanin / Rinnegato
Kelly Costigliolo / Fu mio Padre

Martina Lucy Zanin / Rinnegato
Progetto autobiografico sul rapporto complicato, ormai inesistente, tra padre e figlia. Un padre che ha provato ad esserci, ma non ci è mai riuscito totalmente. Gli insegnamenti e gli accaduti che hanno influenzato una bambina, e che tuttora si ripercuotono sulla sua vita quotidiana, rendendo complicate le relazioni e le scelte. La mancanza di sensibilità da parte di un genitore verso la propria figlia, che l’ha portata negli anni ad avere problemi di autostima e senso di colpa per tutte le azioni che compie; il tutto rappresentato attraverso immagini che evocano metaforicamente una parte della storia.
Rinnegare
/rin·ne·gà·re/
verbo transitivo
1-Sostenere di non avere mai conosciuto qualcuno, rifiutando il rapporto di devozione o di affetto che ci lega a lui; disconoscere.
Martina Lucy Zanin
Nata a San Daniele del Friuli nel 1994, attualmente vive a Roma. Già da bambina si appassiona alla fotografia e dopo essersi diplomata decide di iscriversi all’ISFCI (Istituto Superiore di Fotografia e Comunicazione Integrata), in cui si diploma con il massimo dei voti. La definiscono una creativa, una visionaria, una persona criptica che allo stesso tempo adora osare, cercando di essere sempre più innovativa progetto dopo progetto. Si lascia coinvolgere da tutto ciò che la circonda cercando di fonderlo con il suo pensiero. E’ affascinata dalla psicologia, e dalla filosofia del “Sein und Zeit” (essere e tempo); le piace analizzare se stessa e gli altri, cercando di capire quale sia la conseguenza di ogni azione e reazione andando a scavare nella memoria.
Ha ricevuto due menzioni speciali da portfolio Italia per il progetto “- rinnegato -“, ha vinto l’IG contest di Slideluck Napoli ed è la vincitrice del premio Assessorato alla cultura del Comune di Foiano della Chiana con “- rinnegato -“.
 
Kelly Costigliolo / Fu mio Padre
Dolce ritratto dell’avventurosa vita di suo padre, superstite della Campagna di Russia durante la Seconda Guerra Mondiale, raccontata attraverso gli oggetti che gli appartenevano e foto d’archivio di piccoli anedotti.
Questo sensibile lavoro è un modo per rendergli omaggio e lottare contro l’oblio, cercando di salvaguardare “la petite mémoire”, termine francese che indica tutto quel che può essere facilmente dimenticato.
Kelly Costigliolo
Nata a Genova nel 1993 da padre italiano e madre brasiliana, trascorre la sua infanzia tra le spiagge di Rio de Janeiro e le campagne dell’entroterra ligure.
Decisa a trasferirsi a Parigi per studiare fotografia, si iscrive nel 2012 all’istituto EFET, dove si laurea a pieni voti nel Giugno 2016 avendo la possibilità di partecipare alle “Voie Off” di Arles per la prima volta.
Nel 2013 rientra in Italia per un breve periodo di un anno, nel quale lavora a “e-photoreview”, il blog di fotogiornalistica di Enrico Bossan, direttore artistico di FABRICA. Nello stesso anno inizia anche la collaborazione con la ONLUS romana Watoto Kenya come fotografa e volontaria del loro programma di sviluppo sostenibile: ogni anno ad Agosto, insegna fotografia ai ragazzi della comunità di Makobeni, vicino al parco Tzavo in Kenya, durante le vacanze scolastiche.
Nell’era digitale Kelly è ancora interessata alla rilegatura e alla stampa, tanto che nel 2016 si diploma inoltre all’istituto Paris Atelier, specializzandosi in “Libri d’artista”.
Ossessionata dalla memoria, il ricordo, l’arte contemporane e la comunicazione in genere, lavora ai suoi progetti personali che le piace realizzare lei stessa dall’inizio alla fine. L’idea del primo libro è il risultato di una lunga conversazione durata anni che si conclude in “Fu mio padre”.
Oggi Kelly lavora e vive a Milano dove gestisce con una cara amica Microstudio, uno studio fotografico nella Milano Sud.

Orario:
venerdì 24 h 15-22
sabato 25 h 10-19

24-25 febbraio 2017
Inaugurazione: venerdì 24 febbraio 2017, ore 19
spazioRAW
corso di P.Ta Ticinese, 69
Milano

Nora Lux . V.I.T.R.I.O.L.U.M

Nora Lux . V.I.T.R.I.O.L.U.M con Anna Langiano e Roberto Laneri
a cura di Giancarlo Carpi e Raffaele Soligo
inaugurazione venerdì 24 febbraio 2017 ore 19.00
Inizio performance ore 20.00
dal 24 febbraio al 4 marzo 2017

V.I.T.R.I.O.L.U.M è il titolo scelto da Nora Lux per questo evento espositivo intermediale, che presenta quattro fotografie inedite, una performance anch’essa inedita e un video, collegati dal riferimento all’alchimia: Visita Interiora Terrae Rectificando Inveniens Occultum Lapidem Veram Medicinam – “Visita l’interno della terra, e rettificando troverai la pietra nascosta che è la vera medicina”. La performance è ispirata alla nigredo o opera al nero, prima delle tre fasi alchemiche ed è pensata come la prima di tre o più eventi futuri. Nella varietà dei tre media che danno vita all’evento, un secondo motivo di continuità è una narrazione che, sia nel rapporto tra le quattro fotografie, realizzate in un bosco della Finlandia, sia in quello che hanno con la performance – cui prende parte un corvo imperiale – narra il passaggio tra diversi gradi di finzione e l’avverarsi di un rito. Un terzo, consentaneo elemento che attraversa le modalità espressive del progetto è il soggetto. Il soggetto ritratto nelle fotografie insieme all’artista che vive la sua vita fittizia sia nell’immagine che nella realtà (partecipando alla performance) come un attore cross mediale, è al contempo il centro emotivo del racconto. Un quarto elemento di questa prismatica messa in scena è la rottura del confine della finzione nel dialogo tra il soggetto e l’artista: attraverso un testo critico del soggetto attore, Anna Langiano, che non può fare a meno di parlare di sé parlando della fotografia in cui è ritratta e oggettivata. Il rosso e il nero, sono i colori ricorrenti che fanno da controcanto estetico a questo insieme concettuale che non si esaurisce nell’illustrazione del tema ma ne coglie la forza rigenerante come un movimento di piani ontologici.
La performance è realizzata da Nora Lux con la partecipazione di Anna Langiano e l’accompagnamento musicale di Roberto Laneri. Testi di Anna Langiano e Giancarlo Carpi.

Core Gallery via dei Fienaroli 31a, aperto dal martedì al sabato dalle 16.00 alle 20.00

Con l'allestimento di V.I.T.R.I.O.L.I.U.M., Nora Lux compie in un progetto artistico coeso la sua decennale riflessione sul corpo femminile vissuto come luogo di passaggio tra umano e profondità ctonie. Un progetto labirintico e composto, che prevede un dipanarsi di esposizioni, ognuna tassello di un unico percorso interiore ed estetico.
Per Nora Lux l’atto espositivo diventa rito, nella connotazione di momento dell'accadere dotato di una temporalità autonoma e che richiede una partecipazione intensa dello spettatore. Come in una Via Crucis profana, ogni tappa del progetto espositivo di Nora Lux sarà al contempo autonoma e parte di un progetto più grande: lo spettatore non viene messo di fronte a un unico luogo in cui ogni cosa è già stata allestita dal dio-coreografo, l'artista; al contrario si troverà a condividere la temporalità interna dell'autrice, il sentimento di una ricerca in itinere e la sofferenza della gestazione e della crescita.
Lo scorrere del tempo è infatti centrale nella meditazione di Nora Lux, che a questo scopo intraprende un fitto, spesso lancinante dialogo tra il Sè e il tempo, fra i luoghi e la memoria: e lo fa tornando a distanza di anni negli stessi luoghi, nuovamente ritraendosi in tutti i cambiamenti che il tempo ha impresso nel corpo e nella terra. L’eccezionalità di un’artista che elabora un lavoro in un tempo così consapevolmente lungo fa del gesto artistico un rito, che necessita di un percorso iniziatico e della forza emotiva del ritorno. Per Nora Lux ritornare nei luoghi della propria opera vuol dire far rinascere l'emozione della prima volta in cui ha vissuto quei luoghi e al contempo metabolizzarne il cambiamento, sussumerlo su di sé artisticamente e fisicamente, imprimerlo nel proprio corpo prima ancora che nell'obiettivo.
La scelta dell'autoscatto rende ancora più incisivo questo lavoro sul tempo ciclico, sul corpo come luogo terreno: come è cambiato il corpo, così è cambiato il luogo, perché entrambi composti di terra e vita.
La fotografia può fissare l'eterno. Il proposito di Nora Lux è più ambizioso: vuole non fissare ma lasciare scorrere, permettere al tempo di passare, non fermarlo e dominarlo ma creare con esso e su di esso.
Guardando le foto in esposizione, l'osservatore viene coinvolto in un processo conoscitivo complesso e bipolare, come davanti a un vuoto che risucchia e destabilizza. Destabilizzante è il rapporto tra dimensioni nelle foto -un albero capovolto tra le cui radici sdradicate si affaccia una figura umana-, il rapporto tra umano e natura -il braccio umano raddoppia perfettamente le radici e come esse indica il cielo-, destabilizzante è il vuoto della terra intorno al quale si incardinano le foto.
[Fino a oggi il lavoro di Nora Lux si è basato sull'autorappresentazione all'interno degli scenari naturali, in un dialogo continuo tra Sè e Mondo, tra corpo e natura: la natura infatti non è un indifferente sfondo estetico alla foto, ma un luogo di manifestazione del femminino, che il corpo dell’artista rende visibile e inserisce al tempo stesso nella ciclica temporalità del corpo femminile.]
Nora Lux sdoppia e completa questo Sè, compiendo il suo discorso sulla donna in un dialogo con Anna Langiano, che contemporaneamente appare nell’opera e la descrive come un percorso conoscitivo. La terza e la prima persona si confondono, sono l’uno il contrappunto dell’altro, l’Io unico diventa doppia esistenza. La critica guarda se stessa divenire opera. L’opera di cui ha discusso, l’opera che ha visto nascere, l’opera di cui ora scrive. Nel prendere parte al lavoro dell’artista, nel prestarle il suo corpo come esistenza, la critica osserva la creazione di qualcosa di cui fa indissolubilmente parte. Io sono quel corpo, dice la critica, ma quel corpo mi è inconoscibile e sconosciuto nel momento in cui lo guardo, perché oggettivato, perché parte di un fluire estetico al quale appartengo solo per il tempo dello scatto. Il momento di creazione e di commento all’opera non è più separato (l’artista crea e più tardi il critico analizza), ma la critica è presente durante tutto il processo di creazione, nel momento in cui viene concepita ed attuata la foto prepara in sé le parole con cui sarebbe stata commentata, all’immagine rintocca la parola e alla parola fa eco l’immagine, in un vortice di senso che ha due voci femminili. Tutto in quest'opera è doppio: l'artista è al contempo modella e modella è al contempo la critica e l'opera è nella foto e nella sua stessa descrizione, né l'una può essere concepita senza l'altra perché si riflettono l'una nell’altra, così come le due donne si riflettono in un abbraccio duale e asimmetrico, perché asimmetrici ma ugualmente compositi sono i loro corpi. Due donne. Duali e complementari. Aperte al vuoto e intrappolate nella quadratura del cerchio. Un’immagine costruita per opposti che si congiungono: radici che con uno scatto si rovesciano nel cielo, una mano protesa nella luce e una sprofondata nell'ombra. Due donne che si fondono in unità, rovesciando il ritmo naturale del parto che da una forma ne apre due.
L'artista guida il critico in un dialogo con se stessa in quanto donna: essa non deve più comprendere l’opera, ma esserne compresa; lo sforzo fisico dell’attesa nella posizione richiesta dall’artista, i graffi degli aghi degli alberi e il sapore della terra fanno parte di una conoscenza dell’opera esperenziale e non puramente intellettuale. Io sono fisicamente parte dell’opera di cui parlo, così come lo sono le mie parole che la ricostruiscono intellettualmente in questo momento.
L’albero al cui interno si dissimula e rivela la figura umana è in comunicazione con terra e cielo, da esso come da una porta si affaccia il corpo umano che si tende come in opposte direzioni si tendono rami e radici. Il corpo umano sprofonda nelle radici e di esse prende il colore, la fotografia dà vita a un circolo conio tra ciò che sprofonda e ciò che riaffiora. Le radici vanno verso l’alto e i capelli verso il basso: la coincidentia oppositorum proietta l’inconscio sull’elemento naturale dell’albero. Come Antigone interrata, volutamente reclusa nelle pareti sotterranee della sua devozione alle leggi di natura, la figura umana diventa un tutt’uno con le radici: i capelli e le venature dell’albero si contaminano a vicenda del colore rosso, che al tempo stesso sancisce e rende drammatica l’alchemica convertibilità tra natura e figura umana.
Le profondità ctonie simboleggiate dalle radici svelano se stesse alla luce: l’albero diventa così il luogo del contatto dell’umano con le regioni silenziate dell’anima, e la fotografia da immagine statica diventa viaggio, il viaggio nell’Io di Persefone che per compiersi come immagine della psiche deve percorre le regioni sotterranee e qui trovare la forza rigeneratrice della primavera. E’ il rovescio dell’Omphalos, l’ombelico sacro che univa terra e cielo, lo squarcio che si apre arriva questa volta fino al mondo dell’oltretomba, percorrendo come Persefone in modo bilaterale la strada tra l’averno e la Primavera.
L’albero è sacro perché viscerale, perché è il luogo dove l’umano si confronta con l’oscurità e dà a essa un senso. Cielo e profondità non sono del resto l’uno lo specchio dell’altro, piuttosto il completamento reciproco.
Se prima esistevo, la fotografia mi ha permesso di essere. Il segno fa avverare il disegnato: nelle antiche grotte venivano dipinte scene di caccia perché si avverassero nel reale, nella fotografia di Nora Lux la Grande Madre viene rappresentata perché possa avvenire.
Nora Lux recupera così il ruolo sciamanico dell’arte: ciò che indica e non dice, ciò che apre la strada alle conoscenze profonde dell’uomo su di sé senza nominarle. Come gli antichi sciamani vivevano il loro essere guida e tramite tra due mondi -il nostro mondo e il mondo dell’invisibile- all’interno del proprio corpo, facendone una cassa di risonanza in grado di assorbire o esportare la presenza dell’invisibile, così l’artista lavora con il corpo, altare e sacrificio al tempo stesso.
Nelle culture arcaiche e popolari lo sciamano-guaritore assumeva su di sé la malattia spirituale o corporale del devoto, e solo a quel punto era in grado di disperderla; viene da chiedersi se la mancanza di queste figure nella cultura odierna non sia alla base della altissima diffusione di gesti autoadesivi o della frammentazione dell’ordine psichico di cui è afflitta la nostra società, e viene da chiedersi se questo ruolo non sia per contiguità passato alla figura dell’artista. Chi altri può guidare un’altra persona fino a ricrearla, essa rimanendo consapevole?

Anna Langiano

"Nell’oscurità della terra, scorre la luce"
Nora Lux

24 febbraio - 4 marzo 2017
Inaugurazione: venerdì 24 febbraio 2017, ore 19.00
CORE
Via dei Fienaroli, 31a
Roma

Volti dal Nepal

Arriva all'InQubatore Qulturale la mostra fotografica “Volti dal Nepal” che potrete visitare da venerdì 24 febbraio a giovedì 9 marzo. Trenta scatti che raccontano il Nepal e il meraviglioso viaggio compiuto dalle volontarie dell’associazione torinese Lunethica.

Sarà possibile visitare la mostra nei seguenti orari:
- dal lunedì al mercoledì 16,30/19
- giovedì e venerdì 15/19
- sabato e domenica 10/13 - 15/19

L’esposizione "Volti dal Nepal" racconta il meraviglioso viaggio vissuto nell’agosto 2016 dalle ragazze dell’associazione Lunethica di Torino. Un viaggio con uno scopo ben preciso: aiutare le donne del luogo ad affrontare il periodo mestruale nel modo migliore possibile. Ecco cosa ci ha raccontato il team Lunethica: “Il Nepal è entrato nella nostra vita in medias res. Non è stato un approccio graduale alle sue persone, alle abitudini del luogo, alla lingua, all’ospitalità, alla religione e alla spiritualità. Si è trattato più che altro di scendere dall’aereo e di vivere il Nepal a 360 gradi, cogliendo il bello e il brutto, il buono e il cattivo, tutto insieme, tutto in faccia, tutto dall’oggi al domani. In mezzo alle donne, nei villaggi della provincia di Dhading, credevamo di trovare disperazione e tristezza, mista a povertà e solitudine. Invece ci hanno sempre accolto sorrisi presentati da comunità forti dove i vicini si aiutano, i bambini crescono tutti insieme e il poco che si ha lo si divide”.

Di cosa si occupa l’associazione Lunethica?
Il nome nasce dall’unione di due parole che ci stanno particolarmente a cuore: la luna e l’etica. La Luna perché è un satellite “donna” che ruota attorno alla terra con un moto di 28 giorni come quello mestruale. La parola Etica è un valore costante per l’associazione che attiva sul territorio progetti che aiutino le donne in difficoltà, con una particolare attenzione al rispetto del corpo femminile e dell’ambiente. Durante il viaggio le volontarie hanno incontrato circa 300 ragazze nella visita dei 5 villaggi della provincia di Dhading e una trentina di ragazze nella casa di accoglienza di CasaNepal a Kathmandu, dove hanno effettuato il laboratorio di cucitura di assorbenti lavabili. Le volontarie hanno pensato ad un prosieguo delle loro attività in Nepal, in collaborazione con l’associazione Apeiron Onlus.
In particolare:
- L’addestramento di volontarie nepalesi sulla cucitura di assorbenti lavabili in cotone
- L’organizzazione di “consultori mobili” composti da due ginecologi/ginecologhe (a seconda della disponibilità) meglio ancora se nepalesi per un fattore di lingua.
- L’utilizzo del materiale fotografico e video raccolto per la creazione di un documentario ad hoc. Il materiale fotografico raccolto da Elisa ha permesso l’organizzazione di "Volti dal Nepal" sia qui che alla Casa del Quartiere di San Salvario.
Le ragazze di Lunethica concludono: “Con questo viaggio speriamo di avere portato un po’ di praticità e un aiuto a queste donne, madri, mogli e figlie che molto spesso non sanno come gestire il periodo mestruale e sono intimorite da questo fenomeno completamente naturale. Una piccola opera buona in un paese completamente dilaniato e distrutto dal punto di vista materiale, ma con un’anima e un cuore che battono all’unisono”.

Per dettagli e informazioni: info@inqubatore.it oppure info@lunethica.org

24 febbraio - 9 marzo 2017
nQubatore Qulturale Corona Verde
Piazza Don Alberione/Via Mensa
Venaria

Fabrizio Borelli: Confine # 1

Sabato 25 febbraio alle ore 18.00 si inaugura la mostra fotografica di Fabrizio Borelli: Confine # 1, a cura di Barbara Martusciello presso Evasioni Studio in Via dei Delfini 23 a Roma.

Fabrizio Borelli ha alle spalle una ricerca nel campo della restituzione visiva della realtà che ha portato avanti, attraverso il linguaggio video e fotografico, per decenni; l’esperienza professionale con registi tra cui Scola, Tarkovskij, Comencini, Corbucci, Olmi e Giovanna Gagliardo ha allargato i suoi orizzonti e quella in ambito televisivo gli ha permesso di affinare la sua già naturale sensibilità reportistica e il dono della sintesi. Con la personale Confine # 1 è in mostra un ciclo in bianco e nero realizzato nell’autunno del 1979 quando il Centro Sociale Primavalle e l’ex Ospedale Psichiatrico di Santa Maria della Pietà, entrambi a Roma, accogliendo la rivoluzione portata da Franco Basaglia e le direttive della legge 180 organizzarono una manifestazione per guidare i ricoverati degli ospedali psichiatrici e gli esclusi verso la conquista e il recupero dell’autonomia e della responsabilità personale, lontano dai trattamenti repressivi o contenitivi. Fabrizio Borelli era lì a testimoniare tale iniziativa titolata Uomini e recinti che, egli ricorda “la messa in scena delle esistenze dei ricoverati attraverso visite, azioni, happenings da loro interpretati in una sorta di pellegrinaggio nel territorio romano. Al mattatoio, allo zoo, tra le rovine archeologiche, nelle borgate, nelle piazze del Centro Storico capitolino e alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna si tentava di raffigurare e tracciare un percorso immaginario della riabilitazione, in cui gli ospiti delle ex strutture psichiatriche portavano con loro gli strumenti di coercizione come il letto di contenzione, la camicia di forza, l’elettroshock rendendo tutto manifesto al mondo di fuori. Nelle immagini di Confine # 1 Borelli a questo dato – una sorta di reportage suo peculiare – sovrappone la propria peculiare visione, la propria sensibilità, la sua cultura contaminata e quella fotografica restituendo fotografie potenti e con uno svolgimento sentimentale. Così, donne e uomini attraversano nelle foto, come attraversarono nella vita, una città ancora sospettosa o indifferente, animandola e rendendola consapevole. Riuscendo a portare e a farci vedere la luce in quell’ombra a cui si riferiscono i versi di Paul Celan («Dice verità chi dice ombra»).

Una seconda mostra, con una ulteriore selezione di opere del ciclo Confine # 1, pure curata da B. Martusciello, si inaugura giovedì 2 marzo alle ore 20.00 nell’ambito di Electtronic Art Cafè a cura di Umberto Scrocca da Camponeschi in Piazza Farnese 50/50° a Roma

25 febbraio - 04 marzo 2017
Inaugurazione: sabato 25 febbraio, ore 18.00
Evasioni Art Studio
via dei Delfini, 23
Roma
fabrizio-borelli-confine-1-mattatoio-roma.jpg
ph: Fabrizio Borelli, Confine # 1 (Mattatoio, Roma)

Dialoghi


La galleria due piani è lieta di ospitare, presso i propri spazi, DIALOGHI la mostra collettiva, a cura di Benedetta Donato, che vedrà esposte per la prima volta insieme le opere di Valeria Gaia, Melany Cibrario Ruscat e Sofia Uslenghi.

Dopo una lunga programmazione di personali, per due piani è la prima mostra collettiva ad essere accolta nei propri spazi, che nasce da un'attività di confronto e approfondimento della produzione fotografica ancora inedita.
Un progetto al femminile in cui tre autrici propongono tre diversi percorsi che trovano, in questa sede, terreno fertile ad una lettura contemporaneamente individuale e di insieme dei propri lavori, ad un dialogo che si esprime attraverso i personalissimi linguaggi scelti dalle fotografe.

I lavori esposti rappresentano una selezione tratta dalla produzione delle singole autrici, che si distinguono per età e percorsi, il cui fil rouge è rintracciabile nella leggerezza di immagini dotate di forte potere evocativo, rispetto allo stretto rapporto che ognuna delle fotografe coinvolte, ricerca ed instaura con il proprio oggetto di indagine.

Nella serie “Disparenze”, Valeria Gaia indaga gli aspetti essenziali della natura, attraverso gli incontri casuali con forme intangibili, ma visibili perché traccia di qualcosa che è esistito. Nuove impronte che compaiono nel ciclo vitale, destinate a fondersi con esso per un tempo mai infinito, per poi scomparire, così come accade nell'esperienza umana, in cui incontri inaspettati lasciano il segno.

Con il progetto “Lady Lazarus”, Melany Cibrario Ruscat utilizza le sfaccettature di un fiore delicato per rendere omaggio alla scrittrice statunitense Sylvia Plath. Personaggio fragile e passionale, che sognava diverse esistenze e, alla quale, l'autrice degli scatti accosta le diverse fasi vitali di un'orchidea, in cui ogni venatura rappresenta le diverse sfumature dell'animo umano.
In “Flora” Sofia Uslenghi utilizza la sovrapposizione delle immagini per riportare differenti aspetti legati alla propria identità. La figura si mescola di volta in volta con l'ambiente circostante che, da sfondo del proprio personalissimo set, diviene parte integrante del soggetto rappresentato, mai in contatto diretto con la realtà, ma sempre filtrato da un contesto intimo, a tratti onirico, rimanendo sempre sospeso.

Nella selezione dei lavori esposti emerge l'eleganza essenziale di tre diversi stili fotografici, l'accuratezza nella fase di produzione, il rigore nel gestire la luce, le forme e la composizione delle immagini.

Ancora di più, in questa occasione collettiva ammiriamo una costellazione di personalità al femminile che porta con sé una capacità di approfondimento dagli esiti esteticamente inaspettati, per ricerca e raffinatezza, che si presentano agli occhi dello spettatore come sintesi di una densità profonda e ancora sconosciuta di visioni e significati.

25 febbraio - 9 aprile 2017
Inaugurazione: venerdì 24 febbraio 2017, ore 18.00
due piani
via Ospedale Vecchio 4
Pordenone

Mericans - fotografie di Luca Bortolato

La mostra fotografica MERICANS, di Luca Bortolato e curata da Giorgia Volpin, verrà inaugurata sabato 25 febbraio alle ore 18.00 negli spazi espositivi del Sottopasso della Stua a Padova.

Aperta al pubblico fino a sabato 31 marzo 2017!

Le grandi architetture che compongono lo skyline newyorkese si fanno paesaggio urbano solenne, magniloquente e sottilmente inquietante, equivalente contemporaneo di quelle vedute naturali meravigliose e terribili care alla pittura romantica ottocentesca.

Le strade di New York pazientemente osservate, tanto quanto l’umanità che le attraversa, vengono ritratte e rielabora-te secondo il suo stile intimista – contraddistinto da colori delicati e dalla grana un po’ sporca della pellicola – perfetto per sottolineare lo spaesamento e per ridimensionare la grandeur della metropoli.

LUCA BORTOLATO

Fotografo emergente, innamorato delle immagini da sempre, lavora esclusivamente su pellicola a colori. Gli ambiti principali della sua indagine sono il ritratto e la ricerca dell’identità. Dal 2010 espone i suoi lavori, ed ha partecipato a mostre di fotografia tra Berlino, Roma, Torino e Londra. Le sue fotografie – connotate visivamente da colori tenui - sono una riflessione talvolta ironica, talvolta malinconica, sulla solitudine in tutte le sue declinazioni.

Oraio
lunedì-venerdì, ore 10-18
sabato e domenica, ore 15–18
Ingresso libero

25 febbraio – 10 marzo 2017
Inaugurazione: sabato 25 febbraio 2017, ore 18.00
Associazione Kìnima
Sottopasso della Stua
Largo Europa
Padova
mericans-fotografie-di-luca-bortolato.jpg

Helmut Newton.
White Women / Sleepless Nights / Big Nudes

25 febbraio - 18 giugno 2017
Inaugurazione: sabato 25 febbraio 2017
PAN Palazzo Arti Napoli
Via dei Mille, 60
Napoli

Steve McCurry. Icons
25 febbraio - 25 giugno 2017
Mole Vanvitelliana
Banchina Giovanni da Chio, 28
Ancona

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