Richard Mosse: tecnica, estetica ed etica della crisi dei rifugiati

Richard Mosse documenta la tragica condizione dei rifugiati nel mondo, continuando ad usare in modo eversivo i limiti della fotografia documentaria e le potenzialità della tecnologia

Mentre il fotogiornalismo si dibatte su etica ed estetica dell'immagine, la fotografia documentaria continua ad accettare le sfide della tecnica per restituire etica al messaggio.

Come l'obiettivo di Lewis W. Hine resta sospeso tra i grattacieli in costruzione per raccontare le vere origini di una nazione, la Contax di Walker Evans è ben nascosta sotto il cappotto per cogliere i Subway portraits più spontanei, come la denuncia sociale di Dorothea Lange costringe l’America a conoscere se stessa, Richard Mosse usa in modo eversivo pellicole sensibili e armi termografiche per offrire nuovi modi di guardare e concepire i conflitti del mondo, insieme alla fotografia e le arti visive che li documentano.

Giocando (in modo molto serio) con l'equilibrio tra visibile e invisibile, la rappresentazione della realtà e della sua messa in scena, fotografando la simulazione dei disastri aerei, Mosse con Airside ne mette in scena il voyeuristismo della tragedia, come usa le carcasse della auto distrutte e abbandonate sul campo di battaglia polveroso di Nomads, per mostrare l'assenza/perdita della vittime umane, come palesa lo stato di 'attesa' del conflitto in Iraq di Breach, attraverso le foto dei soldati a riposo nei palazzi imperiali di Saddam Hussein, convertiti in alloggi temporanei per l'esercito statunitense.

Con Infra le sfumature lavanda/rosa shocking del paesaggio della Repubblica Democratica del Congo, si tingono di quelle non meno surreali della guerra tra fazioni ribelli ed esercito, attraverso l'utilizzo della pellicola Kodak Aerochrome, sensibile ai raggi infrarossi e destinata originariamente dall’esercito per identificare bersagli mimetizzati, per la sua capacità di registrare la clorofilla della vegetazione, attraverso uno spettro di luce infrarossa invisibile all'occhio umano.

Consapevole dei limiti posti alla rappresentazione del conflitto, Mosse ricorre a metafore concettuali per mettere in scena il messaggio e amplificarne la potenza comunicativa. I suoi progetti mettono l'accento sull'estetica per recuperare l’etica. Impossibile dimenticare tanta bellezza e l'orrore che celano tragedie invisibili!

Usando la stessa tecnica e una pellicola a raggi infrarossi di 16 millimetri (fuori produzione), il talento visionario di questo giovane irlandese (nato a Kilkenny nel 1980), ha ripreso la vegetazione di alcune regioni africane per l'impianto a sei canali video di The Enclave, commissionato dal Padiglione irlandese per la Biennale di Venezia del 2013.

La nuova video-installazione multimediale (a più canali) Incoming, realizzata da Mosse in collaborazione con il compositore Ben Frost e il direttore della fotografia Trevor Tweeten, inquadra la drammatica crisi di migranti e rifugiati in Medio Oriente, Nord Africa ed Europa, sfruttando le potenzialità di una sofistica fotocamera termografica.

Apparecchiatura progettata da una società che produce armi, al punto da spingere l'International Traffic in Arms Regulations - ITAR a classificarla come parte di un sistema avanzato di armamento, mentre Mosse deve richiedere un permesso al Dipartimento degli affari esteri, ogni volta che la porta fuori dell'Europa, per evitare l'accusa di contrabbando di armi.

L'impiego del sofisticato teleobiettivo usato per sorvegliare le frontiere, registrando qualsiasi variazione di temperatura ad oltre 30km di distanza, al pari della diagnostica per immagini, crea immagini delle sole tracce biologiche lasciate da individui privati di colore, emozioni e tratti distintivi, insieme ai diritti umani fondamentali, alla stregua di una temibile armata delle tenebre.

A young Syrian refugee on the shore of the Greek island of Lesbos, shortly after crossing the sea from Turkey in a dinghy provided by human traffickers near the Turkish city of Ayvacik. To make this work about the migration crisis, I used a military-grade camera designed for battlefield awareness and long-range border surveillance in an attempt to engage and confront the ways in which many in the West, and our governments, represent – and therefore regard – the refugee. This thermal camera, which is produced in the European Union by a multi-national weapons company, can detect body heat from a distance of 30.3 km, day or night. This powerful military tool was not designed for storytelling, and was never intended to be used aesthetically. We wanted to use the technology against itself to create an immersive, humanist art form, allowing the viewer to meditate on the profoundly difficult and frequently tragic journeys of refugees through the metaphors of hypothermia, climate change, epidemic, weapons targeting, xenophobia, border surveillance, and what the philosopher Giorgio Agamben has called the ‘bare life’ of stateless people. Incoming is a three-screen video installation with 7.1 surround sound, 52 mins 10 secs, made in collaboration with cinematographer Trevor Tweeten & composer Ben Frost & co-commissioned by the National Gallery of Victoria & the Barbican Art Gallery. It premieres on the evening of Feb 14 at the Curve in London's Barbican Centre and runs until April 23. Free entry. @barbicancentre @ngvmelbourne @trevortweeten @ethermachines

Un post condiviso da Richard Mosse (@richard_mosse) in data: 8 Feb 2017 alle ore 07:06 PST

Visione agghiaccianti di corpi fragili, in lotta per la sopravvivenza in ambienti ostili che alludono, non solo metaforicamente, a mortalità, ipotermia, xenofobia e le dure condizioni di vita a cui sono sottoposti gli apolidi, per riflettere sul mondo nel quale i nostri governi 'osservano, rappresentano e trattano' la questione dei rifugiati.

La sequenza narrativa di eventi di portata mondiale che prendono vita con la video-installazione di Incoming, progettata ed allestita da Richard Mosse nella Curve Gallery della Barbican Art Gallery (Silk St, London EC2Y 8DS) fino al 23 aprile 2017 e in seguito alla National Gallery of Victoria (NGV) che hanno commissionato il progetto, si arricchisce delle immagini di rifugiati imbarcati al largo delle coste della Libia, raccolti di notte lungo le coste della Turchia, o in viaggio attraverso il deserto del Sahara, anche nelle 576 pagine dell'omonimo libro d'artista, edito da MACK con saggi di Mosse e di Giorgio Agamben, mentre il catalogo pubblicato dalla Barbican è arricchito da un saggio di Anthony Downey.

Le questioni tecniche, estetiche ed etiche che caratterizzano questo nuovo viaggio nelle pieghe più sublimi del nostro modo di guardare, concepire e documentare i conflitti del mondo, riecheggiano anche con le mappe dettagliate delle ampie zone di stallo dei profughi di Heat Maps, in mostra alla Jack Shainman Gallery (513 West 20th Street) fino al prossimo 11 marzo, dopo il debutto al Carlier Gebauer di Berlino e prima di arrivare in mostra al Victoria & Albert Museum di Londra, con i progetti selezionati dall'ultimo Prix Pictet.

Lo scorso novembre 'Heat Maps' di Mosse è infatti rientrato anche nella shortlist del Prix Pictet, impegnato ad usare la forza della fotografia per attirare l'attenzione globale sui temi della sostenibilità, in particolare quella ambientale.

Insieme a Sergey Ponomarev, Sohei Nishino, Rinko Kawauchi, Thomas Ruff, Munem Wasif, Michael Wolf, Pavel Wolberg, Beate Guetschow, Saskia Groneberg, Mandy Barker e Benny Lam, il progetto di Mosse animerà quindi anche l'esposizione del Prix Pictet al Victoria & Albert Museum di Londra (Cromwell Road London, SW7 2RL), inaugurata sabato 6 maggio 2017, prima di intraprendere un tour mondiale.

ph: dettaglio, Idomeni, Richard Mosse, 2016, Idomeni, Greece. © Prix Pictet Space

Foto gallery | Richard Mosse: Incoming, Installation, exhibition in The Curve, Barbican Centre Photo by Tristan Fewings / Getty images

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