La città contemporanea di Michael Wolf

Nella città contemporanea con Michael Wolf, dalle astrazioni urbane e i paradossi della Cina, alle trasparenze di Chicago e le prospettive di Google Street View

La dimensione urbana della città, sempre più affollata, complessa, dinamica, omologante e spesso invivibile, continua a nutrire progetti e prospettive, dalle città invisibili dense di visioni romanzate da Italo Calvino, alla decontestualizzazione fotografica della densità urbana operata da Michael Wolf, con astrazioni architettoniche e prospettive vertiginose della sua implacabile espansione.

Sensibile alla relazione tra densità umana e architettura urbana, il fotografo che ha scelto di lasciare la Germania per ritmi e paradossi di Hong Kong, il reportage per un approccio più artistico, ricorrendo ad una vasta gamma di prospettive ed approcci visivi, ha spinto la fotografia ben oltre i suoi limiti e confini, per far emergere la vitalità umana che anima la città contemporanea.

Dal Made in China al cambiamento strutturale sbirciato dalle finestre di Chicago, dall’espansione verticale di città come Hong Kong, alle dinamiche sempre più complesse tra vita pubblica e privata delle città esplorate con Google Street View, tra diversi premi e qualche polemica, la notorietà raggiunta dai progetti fotografici di Wolf, continua a nutrire pubblicazioni ed esposizioni, mentre le sue opere fanno parte di prestigiose collezioni di fotografia, dal Museum Folkwang di Essen al MoMa di New York.

In città con Michael Wolf

Nato a Monaco nel 1954 e cresciuto in Europa, Canada e Stati Uniti, Michael Wolf ha studiato con il maestro Otto Steinert alla Folkwang School di Essen (la stessa di Pina Bausch) e alla Berkeley in California.

Dopo aver pubblicato ed esposto diversi progetti dedicati ad artigiani e distretti tedeschi, conpresa la mostra che nel 1979 lo affianca ad Eugene Richards (eugene richards/michael wolf: neighborhoods) al Folkwang Museum di Essen, Wolf lascia la Germania, scegliendo Hong Kong come nuova dimora e punto di osservazione dei ritmi della città contemporanea.

"Nel 1993, con mia moglie ho lasciato la Germania, ma nessun posto mi convinceva. Arrivato a Hong Kong nel 1994, ogni centimetro del mio corpo ha detto sì. Per due ragioni fondamentali: la cucina e la vicinanza con la Cina. Nel 1995 la Cina mi affascinava, era una tana, misteriosa e mistica, con le sue difficoltà e un’enorme differenza culturale rispetto all’Europa: là un occidentale rimane sempre uno straniero. A Hong Kong invece è diverso, perché ci sono tanti immigrati e non c’è mai intimità. Hong Kong è una città ricca di paradossi, non ti annoia mai, come invece potrebbe essere a Parigi."

Michael Wolf

Lavorando per otto anni come fotoreporter per la rivista "Stern", l'obiettivo di Wolf inizia a mettere a fuoco la relazione tra struttura sociale ed archiettonica delle città, fino a quando non inizia a dedicarsi a progetti più artistici, inaugurati dalla collezione di sedie, ricostruite, riconfigurate e spesso riparate decine di volte, fotografate in tutta la Cina, raccolte nel progetto Bastard Chairs e nelle pagine del volume "Sitting in China" (2002) edito da Steidl.

Nel 2003 espone 'Portraits of Chinese People' alla John Batten Gallery di Hong Kong e Taschen pubblica "Chinese Propaganda Posters from the Collection of Michael Wolf" [Min, Duo Duo, Stefan R. Landsbergrer, Michael Wolf].

Approfondendo la serie China: Factory of the World realizzata per Stern, nel 2004 Wolf da vita al progetto installativo The Real Toy Story, con 20.000 giocattoli Made in Cina acquistati in California, collegati con magneti alle pareti della galleria insieme alle fotografie dei lavoratori che costruiscono i giocattoli.

Nel 2005 la collezione di scatti ravvicinati dei palazzi di Hong Kong, isolati dal contesto e focalizzati su "astrazioni e ripetizioni infinite di modelli architettonici", danno vita ad "Architecture of density", esposto alla Robert Koch Gallery di San Francisco, mentre Thames & Hudson publica "Hong Kong Front Door Back Door", riedito nel 2012 da Peperoni Books.

Tra il 2005 e il 2007, Wolf punta l'obiettivo anche sui pittori che riproducono famose opere d'arte nella cinese Shenzhen e, affincando il ritratto dell'artista della copia al lavoro copiato, come i girasoli di Vincent van Gogh, lascia riflettere sugli effetti della globalizzazione e il valore economico dell'arte, raccogliendo la serie fotografica nelle pagine di "Real Fake Art", pubblicato nel 2011.

Nel 2005 a fargli vincere il suo primo World Press Photo Award (Contemporary Issues, primi premi) è però il reportage commissionato da Stern sul Made In China esportato in tutto il mondo, con l'enorme flusso di lavoratori migranti reclutati dalle fabbriche cittadine per nutrire l'economia in rapida crescita.

Dalle astrazioni dell'esterno alle personalizzazioni dell'interno, nel 2006 Wolf punta un grandangolo sui 100 mq delle 100 stanze di uno dei complessi residenziali più antichi di Hong Kong e la serie "100x100" che ne raccoglie lo stesso punto di vista sulle diverse personalizzazioni dello stesso spazio operate da ogniuno dei suoi abitanti, viene esposta al Goethe Institute di Hong Kong e successivamente raccolta nei volume "Hong Kong Inside Outside" pubblicato da Peperoni Books nel 2009.

Nello stesso anno espone 'The Real Toy Story' al Museum of Work di Hamburgo e nella collettiva "Made in China" al Museum of Contemporary Photography di Chicago, dove Michael Wolf punta lo sguardo e successivamente anche l'obiettivo sulla città americana e gli stili architettonici diversi che la caratterizzano, rispetto all'omogenità strutturale di città come Hong Kong.

Nel 2007 lo stesso Museo di Fotografia Contemporanea di Chicago, in collaborazione con il programma di residenza artistica US Equities Reality, invita Wolf a documentare il notevole cambiamento strutturale intrapreso da questa capitale mondiale dell'architettura moderna, influenzata dallo stile internazionale di Mies van Der Rohe e sede di importanti progetti di Helmut Jahn o Philip Johnson.

Lasciando la glorificazione dell'architettura ben nota ad altri fotografi, sbirciando dai vetri delle finestre il flusso di vita urbana, con Transparent City Wolf adotta una prospettiva più astratta e voyeuristica, concentrata sull'impersonalità delle singole strutture e i dettagli dei suoi abitanti colti alla finestra, come l'uomo che mostrandogli l'inequivocabile dito sembra aver ispirato i primi piani del progetto.

"For most of my first major series Architecture of Density, I shot with a 4x5 film camera, but when it came to shooting Chicago—which is a very windy city—the slightest gust of wind would vibrate the tripod, and I suspected many of my photographs would be ruined."

Michael Wolf’s 5 Tips for Shooting Urban Landscapes, Tersigni Alessandro, Format Magazine, 20 dicembre 2016

Oltre ad averlo spinto a lasciare l'analogico per il digitale, l'approccio anticonvenzionale di Wolf, pur non risparmiando qualche critica alla privacy violata dall'uso di fotografie ritagliate ed ingrandite di persone negli, ha permesso alla serie di essere selezionata per il prestigioso Prix ​​Pictet nel 2010 e la relativa pubblicazione edita da TeNeues Verlag nel 2011.

La serie raccolta nelle pagine del volume "The Transparent City" da Aperture, nel 2008 è stata esposta al Museum of Contemporary Photography di Chicago e alla Robert Koch Gallery di San Francisco, mentre la speciale edizione Taschen's 25th anniversary riporta in libreria "Chinese Propaganda Posters: From the Collection of Michael Wolf".

Con i ritratti dei pendolari giapponesi, pressati nei vagoni della metropolitana affollata di Tokyo, mentre dormono, ascoltano la musica o si schiacciano contro i vetri, Wolf realizza Tokyo Compression, raccolto nelle pagine del volume omonimo edito da Asia One/Peperoni, selezionato da Martin Parr come uno dei 30 più influenti pubblicati dal 2001 al 2010.

Un post condiviso da michael wolf (@ottosteinert) in data: 27 Gen 2016 alle ore 16:23 PST

Nel 2010 con il progetto Wolf vince anche il suo secondo World Press Photo Award (Daily Life, primo premio singolo), iniziando ad usare Google Street View per le esplorazioni urbane di Street View riprese dallo schermo del computer, in mostra con 'Paris Street View' al Foam Fotografiemuseum di Amsterdam, mentre la m97 Gallery di Shanghai espone 'Life in Cities'.

"Sono rimasto seduto per ore e ore a scandagliare la mappatura di Parigi, ci ho messo sei mesi e sono nati A Series of Unfortunate Events, Fuck You e Portraits. Si è trattato di un lavoro concettuale e sperimentale. Quello che Google fa con la vita delle persone è incredibile, non riuscivo a credere come potesse esserci una telecamera in certi momenti: dall’infarto in mezzo a una strada, alla signora chinata a far pipì, all’aria aperta."

Michael Wolf

Nonostante i problemi di privacy e le accuse di non rientrare nei 'parametri' del fotogiornalismo, il controverso "A Series of Unfortunate Events",
riceve una menzione d'onore dla World Press Photo 2011 (Contemporary Issues, Honorable Mention prize stories).

Seguono le pubblicazioni di "Hong Kong Corner Houses" (Hong Kong University Press, 2011), Fy (Peperoni Books, 2011), "Portraits" (Superlabo, 2011) e "Tokyo compression three" (Asia One & Pepperoni, 2012).

Nel 2012 la Flowers Galleries di Londra espone la personale 'Michael Wolf' e la Christophe Guye Galerie di Zurigo 'Life in Cities', mentre il South China Morning Post attacca duramente per violazione della privacy il suo Window Watching che sbircia dalla finestre sui cortili di Hong Kong.

Nel 2013 "Hong Kong Trilogy" edita da Peperoni, raccoglia cinque diversi progetti, con il bucato finito su ponteggi, cavi telefonici, alberi, insegne al neon gigante o che sventola come una bandiera di Lost Laundry (esposta alla Bi-city Biennale of Urbanism\Architecture di Shenzhen e Hong Kong); i guanti stesi per intraperendere nuove missioni di Workers’ Gloves; i vestiti animati di String Mops; le Bits of Wire and Colorful Plastic Binding Straps riposte con cura per ogni evenienza e le redivive e funzionali Bastard Chairs.

Un post condiviso da michael wolf (@ottosteinert) in data: 21 Mag 2017 alle ore 03:11 PDT

Fotografando i piccoli santuari degli dei della Terra con Small God Big City, Wolf inquadra le architetture che custodiscono il patrimonio del passato più caratteristico di Hong Kong, all’interno di una megalopoli velocissima, raccolte nelle pagine del volume edito da Peperoni Books con Hong Kong University Press e protagoniste di una mostra alla Galerie Wouter van Leeuwen di Amsterdam.

La cultura più ricca, antica e caratteristica di Hong Kong, già oggetto di molte opere di Michael Wolf, torna protagonista degli scatti dedicati alla vegetazione che si fa caparbiamente strada nella giungla urbana della metropoli, raccolti nel 2014 ancora una volta da Peperoni Book nelle pagine di Hong Kong Flora.

Nel 2014, allontanandosi dalla strada ed i vicoli della capitale francese sotto gli occhi di tutti, per salire sui tetti di una città lontana anni luce dai Gargoyle di Notre Dame e l'orizzonte immortalato da Charles Nègre con “Le Stryge”, per scorgere nuove proporzioni e prospettive del tessuto urbano con Paris Abstraction.

Michael Wolf - Life in City ad Arles 2017

L'eclettico punto di vista offerto da Michael Wolf sulla complessità della città contemporanea, arriva per la prima volta ai Rencontres d'Arles, in collaborazione con il Fotomuseum den Haag (L'Aia), con una panoramica delle sue opere e l'installazione di The Real Toy Story, realizzata con oltre 20.000 giocattoli di plastica "Made in China", trovati dal fotografo nei mercatini delle pulci e nei negozi di usato degli Stati Uniti, pronta a strizzare 'l'occhio buono' all'incessante domanda di beni di consumo a basso costo, insieme agli operai cinesi che li producono. Michael Wolf - Life in City curata da Wim van Sinderen è arricchita da una nuova pubblicazione di "Opere" edita da Peperoni Books.

Michael Wolf
Life in City

Rencontres d'Arles
3 luglio – 27 agosto 2017
Église des Dominicains d'Arles
1 Quai Marx Dormoy
Arles

Michael Wolf alla Biennale dell’immagine 2017 - Borderlines. Città divise / Città plurali

La prossima mostra personale di Michael Wolf, organizzata in collaborazione con i Rencontres d'Arles e l’autorevole Fotomuseum den Haag (L'Aia), allo Spazio Officina | Centro Culturale Chiasso, sposa perfettamente le tematiche della decima Biennale dell’immagine dedicata a frontiere e divisioni tra culturte e paesi all'interno della città, pronta a toccare Chiasso, Mendrisio, Bruzella, Capolago, Porza, Ligornetto, Lugano, Giubiasco e Minusio, dal 7 ottobre al 10 dicembre 2017
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La Biennale si inaugura sabato 7 ottobre a Chiasso con Borderlines. Città divise / Città plurali e Lo Spazio Officina torna ad essere fulcro della manifestazione offrendo diversi approcci allo spazio della città, la vita dei suoi abitanti, la loro identità, a partire dal panorama vasto e esaustivo dell'opera di Michael Wolf, dalla Cina come "fabbrica del mondo" a Google Street View come occhio sulle sue strade.

Michael Wolf
Biennale dell’immagine 2017
Borderlines. Città divise / Città plurali

7 ottobre - 10 dicembre 2017

Spazio Officina
Via D. Alighieri, 4
Chiasso (CH)

Foto | Michael Wolf allo Spazio Officina © Michael Wolf, Courtesy Biennale dell’immagine

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