Mostre fotografiche per scuotere il weekend di ottobre

Aspettando il fine settimana di ottobre con la nostra selezione di mostre fotografiche in viaggio per tutta Italia

Questa selezione di mostre fotografiche appena inaugurate in tutta Italia, si prepara ad un weekend scosso dal terremoto e sguardi notevoli, belle donne e deserti in fiamme, da Henri Cartier-Bresson a Sebastião Salgado, passando per la passione per la fotografia di Henri de Toulouse-Lautrec.

Eleonora Chiti - Portraits. Feeling the beauty

La prima mostra personale di Eleonora Chiti (Pistoia, 1988), a cura di Carlotta Biffi, si compone di tredici fotografie inedite e, attraverso una ricerca poetica e sensoriale, indaga le forme del corpo femminile e le sue perfette imperfezioni. “PORTRAITS. Feeling The Beauty” invade Spazio Nour come una costellazione in bianco e nero d’insostenibile dolcezza, soave nelle sue linee essenziali e nei suoi dialoghi silenziosi.
La mostra personale si concentra sul tema della bellezza femminile, sviluppandone la complessità tramite una sapiente coniugazione sensoriale che svela l'attenzione al particolare e il gusto sofisticato della giovane fotografa: le soffici increspature di un lenzuolo scomposto si stemperano nel rumore soffuso delle onde infrante contro il corpo, il silenzio ovattato del cotone avvolge come un niveo campo di fiori una figura dormiente, il ritratto di una giovane in attesa si perde nella quiete incalzante del medium fotografico.
In un sorprendente recupero della dimensione analogica della fotografia, Eleonora Chiti propone un vero e proprio itinerario sensoriale: un percorso che ci conduce attraverso l'obiettivo della macchina fotografica, costringendoci a evocare un orizzonte di senso che si distacca dall'aspetto puramente visivo per divenire suono, tatto, voce e profumo.

La mostra, ad ingresso gratuito, resterà in corso fino al 28 Ottobre 2017 (su appuntamento).

16 - 28 ottobre 2017
Inaugurazione: lunedì 16 ottobre 2017, ore 19.00
Spazio Nour
Via Bligny, 42
Milano
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Antonio Biasiucci
MOLTI

16 ottobre - 19 novembre 2017
Inaugurazione: lunedì 16 ottobre 2017, ore 18.30
Sotterranei delle Terme di Caracalla
Ingresso: viale delle Terme di Caracalla, 52
Roma

"Mi piace lasciare la strada vecchia per la nuova"

Nino Migliori

Nino Migliori. Il tempo, la luce, i segni

M77 Gallery presenta la rassegna centrata sulla ricerca e sulla sperimentazione tra gli anni ’50 e ’70 di Nino Migliori (Bologna, 1926), uno dei grandi maestri della fotografia europea del XX secolo.
Il tempo, la luce, i segni attraversa trent’anni di lavoro di Migliori, evidenziando l’evoluzione e le molteplici invenzioni che sin dagli esordi hanno affiancato una pratica fotografica improntata ad una appassionata narrazione fatta di umana delicatezza.

La mostra si presenta come una sorta di viaggio circolare attraverso tre “serie” della produzione del fotografo bolognese: le prime sperimentazioni avanguardistiche degli anni ’50, la ricerca degli anni ’70, e la rappresentazione dell'Italia degli anni ’50 che, dall’ Emilia Romagna (La serie “gente dell'Emilia”) ai piccoli centri del Meridione più profondo (“Gente del Sud”), affrontava la rinascita del dopoguerra.

La serie dedicata alla sperimentazione pura condotta negli anni ’50 è caratterizzata da tecniche che non prevedono l’utilizzo e la mediazione della macchina fotografica. Con questa ricerca, Migliori ha voluto prendere le distanze da una rappresentazione “documentaristica” per concentrarsi sulla materia stessa della fotografia e riflettere sul gesto, sulla velocità e sulla spazio fermati in una sola immagine: un “unicum”.
Tra le sperimentazioni in mostra figurano i pirogrammi, ovvero immagini ottenute dall’accostamento di negativi a fonti di calore. I negativi, parzialmente bruciati, sono dilatati e stampati su tela fotografica di grande formato.
Altri lavori esposti si rifanno alla storia della grafica, i clichés verres, tecnica ottocentesca in cui il negativo fotografico è lavorato e inciso a mano: una sorta di riflessione da paziente “amanuense” su una gestualità non replicabile. A questa serie sperimentale appartengono infine anche i due fotogrammi del 1977.

Tra gli anni ‘50 e gli anni ‘70 Nino Migliori si concentra su quella che oggi è una delle sue più conosciute e apprezzate ricerche: la documentazione dei muri delle città italiane. Segni lasciati su una parete anonima che definiscono una presa di coscienza o soltanto una dichiarazione di esistenza. La figura umana è definitivamente scomparsa: nelle immagini restano soltanto gesti e frammenti di parole sufficienti per evocare storie che intrecciano amore, ironia, rabbia e passioni.

A completamento della rassegna, si ritorna alla stagione realista degli anni ’50, quando Nino Migliori coglie con scatti umani e perentori quell'Italia dolente che nella guerra aveva perso tutto, ma non la speranza e la dignità. Icona assoluta di questa stagione irripetibile è Il Tuffatore, ormai mitica fotografia del 1951, “bloccato” per sempre da Migliori sul molo di Rimini. In un solo fotogramma.

La mostra sarà accompagnata da un volume con un testo di Michele Bonuomo

16 ottobre 2017 - 27 gennaio 2018
Inaugurazione: lunedì 16 ottobre 2017, ore 19
M77 Gallery
Milano

TOULOUSE-LAUTREC. ll mondo fuggevole

Una grande e inedita mostra, a cura di Danièle Devynck e Claudia Zevi, con 180 opere provenienti da grandi musei di tutto il mondo, tra cui quello di Albi, città natale dell’artista, presenta il lavoro del grande maestro francese, evidenziandone i tratti di straordinaria modernità. La profonda conoscenza dell’arte giapponese, la passione per la fotografia, l’amore per la vita notturna e la fascinazione per lo spettacolo incisero profondamente sulla sua poetica, cambiando per sempre il rapporto dell’artista con la società.
Comune di Milano - Cultura, Palazzo Reale, GAmm Giunti

17 ottobre 2017 - 18 febbraio 2018
Palazzo Reale
Piazza Duomo, 12
Milano

Michael Kenna| Abruzzo
18 ottobre - 4 novembre 2017
Inaugurazione: mercoledì 18 ottobre 2017, ore 19.00
Micamera - lens based arts
Via Medardo Rosso, 19
Milano

Genesi. Sebastião Salgado
A cura di Lélia Wanick Salgado
18 ottobre 2017 – 28 gennaio 2018
Pan_Palazzo Arti Napoli
Via dei Mille, 60
Napoli

Marcella Marone Pittaluga. Sconfinamenti


“Fotografo per smettere di correre, per fermarmi... ferma, in silenzio, mi si accorcia il respiro, non sento più nulla e sparo. La mia preda... l’immagine diventa mia, non un concetto astruso ma un segno interpretato da me, e quindi tanto più prezioso perché contiene una parte di me”.

Inaugura giovedì 19 ottobre 2017 alle ore 18.30 negli spazi dello showroom Stone Island a Milano la mostra fotografica Sconfinamenti di Marcella Marone Pittaluga, a cura di Gregorio Mazzonis con un testo critico di Tiziana Menegazzo.
Una selezione di sessantacinque scatti realizzati tra il 2015 e il 2017, svela attraverso i temi ricorrenti, i parallelismi, le tensioni del lavoro di Marcella Marone Pittaluga iniziato negli anni ’80. Da allora ha vissuto in Cile e poi in Italia e trascorso lunghi periodi a Cuba, in Africa, e Sri Lanka.

Se la fotografia è come dichiara Marcella Pittaluga, “necessità di sopravvivenza”, le sue fotografie sono un progetto in continua evoluzione, e sono ricomposte, in questa mostra, in una geografia che mette in luce tematiche come la connotazione di genere, il lavoro, l’infanzia, le celebrazioni dei riti collettivi, il sacro e il profano.

”Lo sconfinamento di cui le foto sono veicolo e testimonianza riguarda il modo di essere al mondo dell’autrice, il suo modo di dimorarlo, in primis con lo sguardo, e il suo lasciarsi incantare”(T. Menegazzo).

La forza e la violenza delle immagini, sottolineata dall’uso di un bianco e nero portato agli estremi grazie alla maestria di Antonio Manta, colgono il parossismo della vita umana, sempre al confine tra lucidità e follia, e possono essere lette in maniera trasversale. I soggetti dei ritratti sono gente di strada, persone incontrate per caso, con le quali Pittaluga instaura un rapporto, in cui la parola diventa strumento essenziale: “Io vado incontro alle persone, non le posso fotografare se non le ho incontrate, se non gli ho parlato se non conosco le loro storie. L’incontro diventa lo scambio, se non stai accanto alle persone, se non vivi con loro, come fai a fotografare?” Solo nel momento in cui questo scambio si concretizza nel confronto, nella condivisione e dunque nello sconfinamento da sé, allora nasce il ritratto.

La mostra si articola creando narrazioni parallele che accostano immagini apparentemente lontane, ma accomunate da una medesima forza espressiva.
Si apre con una selezione di scatti realizzati nel 2015 all’interno della Escuela de Ballet de Cuba a L’Avana: un reportage unico e mai prima eseguito di una delle istituzioni culturali più importanti del paese e del mondo. Adolescenti durante i loro esercizi o durante le pause dalle lezioni sono esposti in parallelo con una serie di ritratti maschili scattati nelle strade della capitale, che raccontano un’altra storia modellata su un’iconografia maschile emblematica della cultura latino-americana.

I temi dell’infanzia e del lavoro secondo un’iconografia che ricorda la tradizione della fotografia come documento sociale sono centrali nell’indagine antropologica di Pittaluga. Un’infanzia vista come proiezione di sé e sogno delle nuove generazioni vista nei ragazzi e bambini fotografati mentre giocano a calcio per strada o mostrano la loro abilità con esercizi ginnici o ancora si fermano all’angolo di una strada, o si affacciano curiosi da una fabbrica abbandonata.

Nei ritratti di uomini e donne a figura intera, invece, tutta l’attenzione è concentrata sui volti e pochissimo spazio è lasciato alla descrizione del contesto; catturati mentre lavorano le fotografie rimandano alla tradizione di ritratti di lavoratori, di autori come Aurele Bauh, con il suo reportage realizzato nella metà degli anni ’30 sui minatori, o Eli Lotar con la celebre serie sugli Abattoirs de La Villette.
Del corpo l’obiettivo di Pittaluga si fissa sulle mani, uno dei soggetti prediletti perché fotografare quelle mani è come guardare le persone dritto negli occhi e leggere d’un colpo tutta la loro vita.

“L’interesse per le mani è iniziato per caso, al mercato centrale di Santiago del Cile. Continuavo a fotografare le persone, ma erano foto inutili, la mia energia era disordinata e probabilmente anche loro sentivano questo. Quando ti poni davanti alle persone devi essere umile, disponibile, accessibile. Non ero all’altezza di fotografare i loro volti e così abbassai lo sguardo alle mani. Attraverso le mani ho trovato un sistema per comunicare con gli altri e quindi cominciare a “respirare” a livello fotografico.”

Un ultimo gruppo di fotografie propone, infine, una lettura della fotografia che mette a confronto ritualità sacra e ritualità profana: la processione di San Cataldo a Taranto, una città piena di contrasti, saldamente ancorata alle proprie radici e ai propri riti, un rito di santeria a L’Avana eseguito per curare la malattia di un bambino, e il palio di Siena.“

20 ottobre - 4 novembre 2017
Inaugurazione: giovedi 19 ottobre 2017, ore 18.30
Showroom Stone Island
via Savona, 54
Milano
mani-con-sigaro-la-habana-cuba-2015-cm-40x26-unframed-mmps.jpgPh: Mani con sigaro, La Habana, Cuba, 2015, cm 40x26 unframed, © M&MP’s

"Con la forza dell’innocenza e senza paura del buio, ho fotografato un’alba perenne nascere da un nido di fiori senza nome e ho cosparso i miei gladioli in lacrime con pistilli alati, mutandoli in girini-spermatozoi, pronti a immolarsi per fecondare una Via Lattea della Speranza"

Mario Carrieri

Mario Carrieri. AMATA BELLEZZA. Fiori e Visioni. Fotografie


Figura chiave e schiva della fotografia Italiana, Mario Carrieri, nel ciclo di opere presentate, raccoglie il frutto di anni di lavoro.
Nella sua solitaria ricerca fotografica “Fiori e Visioni”, in quelle che erroneamente si potrebbero definire “Nature Morte”, egli vorrebbe interpretare la tragicità dell’umana esistenza, proponendo in un suo immaginario palcoscenico visivo, un “Tutto” drammaticamente visionario e panteistico, quasi teatrale e come sospeso al filo di una luce tanto remota d’apparire fuori dal tempo, immota. Nelle sue fotografie gli attori di questo racconto sono infatti solo i fiori e la loro infinita, caduca bellezza.
Fiori e bellezza che, scorrendo nel delirante fiume di un nulla universale, s’infrangono nel loro stesso dolore.
La mostra a cura di Alessandro Colombo, esposta presso La Triennale di Milano nell’ambito di "Mufoco presenta", propone fotografie anche di grandissime dimensioni che sono esposte al pubblico per la prima volta in un grande spazio della “Triennale di Milano” al fine di proporre allo spettatore una chiave di lettura di estrema levatura tecnica e intensità.

Mario Carrieri, universale e particolare.
Quando iniziai a parlare con Mario Carrieri della possibilità di realizzare questa mostra il suo commento fu lapidario: ti auguro che non si faccia.
Per chi conosce Mario Carrieri questa non è certo una novità.
La novità sta nel fatto che, se state leggendo queste parole, la mostra è diventata realtà.
La sua naturale ritrosia, la sua estrema riservatezza, lo porta da quarant’anni a condurre una ricerca nel segreto del suo studio, una ricerca forse impossibile, ma che gli ha permesso di raggiungere risultati di tale qualità che credo fosse doveroso far conoscere. E’ un dovere innanzitutto verso Mario Carrieri, un dovere verso la sua incessante ricerca della bellezza per mezzo della qualità del suo fare.
Riprendendo le sue parole, la bellezza nelle sue fotografie non si può descrivere, si può solo guardare nella perfezione del gesto tecnico che sottolinea quel momento nel quale, non potendo avverarsi, la bellezza diventa tragedia di un traguardo mai raggiunto.
Abbiamo dovuto esercitare una sorta di maieutica per tirar fuori dal suo studio il giacimento di opere -molte migliaia- e farle vivere in un piccolo numero alla luce del sole strappando l’universo di Mario Carrieri dal suo “brodo primordiale” e catapultandolo nel nostro mondo per consentirne a tutti il godimento, pur riservandogli una culla dorata, quale quella offerta dalla Triennale di Milano e dal Museo di Fotografia Contemporanea.
Le fotografie, fiori e visioni, sono vox media dell’universo che l’autore scruta, indaga e ritrae nel suo lavoro certosino che sarebbe quotidiano se non fosse chiamato a viaggiare nel modo per ritrarre con la sua maestria -questa sì da tutti conosciuta e riconosciuta- le più belle architetture e i migliori interni degli architetti e designers contemporanei.
L’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande coesistono nelle sue fotografie, quasi avesse trovato il sistema di condensare in una sola immagine le straordinarie visioni che tutti ricordiamo di Powers of Ten degli Eames.
Sono squarci nell’Universo attraverso i quali tutto si può vedere, tutto si può immaginare e tutto è vivo, vibrante e pulsante tanto da rendere questi fiori paradigma di vita e quanto di più lontano si possa immaginare dalla natura morta come sottolinea Mario Carrieri, perché in ogni scatto ci sono migliaia di altre foto e anni di lavoro, una visione e una passione, ma al contempo si possono contare ad uno ad uno i sottilissimi e quasi invisibili filamenti nascosti nel segreto grembo dei fiori. Concreto ed astratto, l’Universo di Mario Carrieri
consente ad ognuno di specchiarsi e trovare la propria dimensione, la propria visione universale.
Per questa motivo oggi, raggiunto il non semplice obbiettivo di poter mostrare al pubblico le sue opere nella prestigiosa cornice della Triennale, auguro a Mario Carrieri, prima da amico ed estimatore che da curatore, di non riuscire mai a raggiungere la sua amata bellezza, al fine di continuare a cercarla ancora e sempre attraverso le fotografie che ci vorrà donare negli anni a venire.
Alessandro Colombo

19 ottobre - 19 novembre 2017
Mufoco presenta
La Triennale di Milano
Viale Alemagna, 6
Milano
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"Le donne mi hanno salvato"

Giovanni Gastel


Giovanni Gastel - My Ladies


Spazioborgogno e Photo&Contemporary sono lieti di presentare My Ladies, un'ampia
antologica di Giovanni Gastel, incentrata su una selezione di circa 70 fotografie di moda e ritratti, dedicati alle più famose donne e modelle della scena internazionale, realizzate dal famoso autore milanese.
Serie e facete, poetiche e austere, eleganti e mascoline, ammalianti e algide, le donne di Giovanni Gastel assumono volti e sguardi sempre nuovi attraverso cui si leggono, in controluce, le evoluzioni dell'identità femminile avvenute negli ultimi decenni. “Le donne mi hanno salvato”
afferma il maestro fotografo. Sono loro le protagoniste assolute di “My Ladies” in mostra a Milano dal 20 ottobre al 25 novembre presso lo Spazioborgogno: un inno alla femminilità, allo stile, all’eleganza e a un mondo fatto di sottili giochi di seduzione, sensibilità e fragilità nascoste.
Muse che hanno ispirato il lavoro di Giovanni Gastel nel corso dei suoi 40 anni di carriera professionale, presentato di recente in un’antologica a lui dedicata presso Palazzo della Ragione di Milano e curata da Germano Celant.
“My Ladies” focalizza l’attenzione su alcune delle opere più significative del fotografo milanese, immortalate sulle copertine dei magazine di moda più famosi del panorama internazionale, da Vogue, Elle e Marie Claire. I due curatori, Nicola Davide Angerame e Valerio Tazzetti, hanno operato una selezione che mette di risalto alcuni degli aspetti salienti della produzione gasteliana, legati al suo personale modo di sentire ed interpretare la femminilità attraverso l’arte fotografica: “Abbiamo voluto offrire alcune suggestioni circa una lettura possibile – dicono i curatori – che
non segue una partitura ben definita. Lo spettatore affronterà un’impatto espositivo ricco di emozioni, suggestioni, sorprese e continue evocazioni”. Più che delineare un percorso a sezioni, i curatori hanno inteso individuare ed evidenziare alcuni tratti distintivi dell’arte del Maestro in un gioco caleidoscopico di rimandi ed allusioni al suo universo femminile.
Forme primarie: in molte sue fotografie si percepisce il gusto di Gastel per le linee pulite ed essenziali; un‘eleganza formale che è innanzi tutto eleganza dello spirito. Tra cinema e teatro: si tratta di lavori che risentono di una profonda influenza da parte del mondo del cinema e del teatro, mostrando il gusto sofisticato per l’ambientazione con cui Gastel mette in scena le proprie modelle, avvolgendole in scene oniriche, boschive e circensi. Sguardi di donna: è un tema molto caro a Gastel in cui oltre ad essere colui che guarda, il fotografo diventa anche colui che è guardato, addirittura scrutato e quasi messo a nudo dalle proprie Muse. Questi sguardi che ci raggiungono con una forza sconcertante, sono a volte salvifici e a volte giudicanti. Sono sguardi di donne languide, ammaliatrici, fiere, dolci e severe. Culto della classicità: questo tema è caro a Gastel ed è peculiare del suo stile e della sua personalità; tocca uno dei nuclei centrali della sua estetica, è una falda che porta nutrimento al lavoro e che affonda nella lunga storia di famiglia, sfociando nelle aspirazioni più alte, in ideali di eleganza, rigore e valori etici. Textures and patterns. Donne (s)velate. Gioco tra la pelle e le diverse textures, trovate o indotte dal mondo della moda, che stimolano Gastel a “vestire” le sue donne senza mai coprirle, anzi esaltandone forme e personalità. La forte fragilità della femminilità viene esaltata dal desiderio che il velo innesca, in un corto circuito seduttivo.
Come sottolinea il critico Nicola D. Angerame: “Questa mostra racconta come lo sguardo di Gastel segua da sempre un proprio cammino, quasi faustiano, nel quale la donna diviene un simbolo, una vestale che custodisce segreti ed un tramite per giungere a toccare verità più alte”.

Valerio Tazzetti aggiunge: “Senza la Donna non c’è luce e senza la fotografia forse non c’è autentico riscontro della luce che la donna emana. Gastel, con grande rispetto, gioia e delicatezza, l’ha mostrata in un caleidoscopio d’immagini cangianti ma sempre immersa in un’aura che ne ha sublimato le molteplici identità”.

Una mostra che fa seguito alla personale di Gastel in corso presso la galleria Photo&Contemporary a Torino (dal 21 Settembre al 18 Novembre 2017) che
presenta le Polaroids Vintage 20 x 25 cm. scattate tra il 1981 ed il 1997.

20 ottobre - 25 novembre 2017
Inaugurazione: giovedì 19 ottobre 2017, ore 18.00
Spazio Borgogno
Ripa di Porta Ticinese, 111/113
Milano

"Ci sono colori che rendono ciechi gli occhi degli uomini"

Lao Tse

Yamamoto Masao / Ettore Frani - La misura dell’inespresso

La Galleria Paraventi Giapponesi - Galleria Nobili avvia la sua stagione espositiva con la mostra La misura dell’inespresso 沈黙の尺度, occasione in cui il lavoro del celebre fotografo giapponese Yamamoto Masao (Gamagōri, 1957) incontra la suggestiva pittura dell’artista italiano Ettore Frani (Termoli, 1978). La mostra nasce per l’assegnazione a Frani di uno Special Project in occasione del Premio Arteam Cup 2016, di cui la galleria è stata partner, secondo l’espressa volontà dei galleristi di avvicinare, nel rispetto delle ricerche da loro condotte nei propri programmi espositivi, due universi artistici possibilmente commensurabili, come quelli dell’arte occidentale e orientale, giapponese nello specifico mandato della galleria stessa.

Yamamoto Masao presenta sei fotografie dalla magnifica serie Shizuka, esposta in varie occasioni in diverse parti del mondo a partire dal 2012; Frani propone una serie di oli su tavola laccata, di varia dimensione, che, pur rispettando la matrice del proprio linguaggio pittorico, ha appositamente concepita per l’incontro con la fotografia del maestro giapponese.
Inedito appare dunque il contatto tra due artisti che vivono presupposti culturali e abitano dimore dell’essere (parafrasando Heidegger), a partire dall'idioma, dalla tecnica fino alla metodologia espressiva, molto differenti tra loro; sebbene, infatti, l’origine natia dei due tradisca un’adesione culturale a valori e visioni evidentemente diversi, l’accostamento non appare improprio, anzi risulta altresì avvalorato dal desiderio di uscire dalle abituali convenzioni e logiche espositive e, senza vincolarsi a criteri di giudizio più rigidi e schematici, di stabilire un colloquio fecondo e inusuale tra due artisti che, incontrandosi per la prima volta in questa occasione, mostrano una sorprendente affinità nonostante la distanza, condividendo approcci, fascinazioni e suggestioni visive frutto di una silente, ma profonda connessione nella percezione e resa della realtà sensibile.

A prescindere infatti dall’utilizzo di un medium differente – per Masao la fotografia (intesa nella sua accezione più tradizionale come processo artigianale che prevede lo sviluppo di ogni singolo fotogramma) e per Frani la pittura ad olio – è possibile ravvisare in entrambi una peculiare atmosfera poetica di sospensione del tempo e dello spazio raggiunta attraverso l'evidente assenza di colore e attraverso l’equilibrio precario tra pieni e vuoti. La scelta di operare nel registro del bianco e nero, seppur data quasi per assodata in certa fotografia artistica, non è scontata per Masao e a maggior ragione per Frani che si esprime attraverso un genere di tradizione secolare come quello pittorico. In Masao questa attitudine risponde a una sensibilità tipicamente orientale che ha fondamenta e specifiche radici di riferimento; l’a-cromatismo così come l’a-simmetria non vengono, infatti, percepiti negativamente come assenza di colore o di squilibrio, al contrario, come espedienti espressivi più efficaci e risonanti nella trasmissione dell’incanto artistico. Analogamente per Frani l’avvalersi della monocromia nel processo creativo ridefinisce il consueto rapporto tra pittura, fotografia, istante visivo e fruitore, rinvigorendo e conferendo nuova capacità espressiva al mezzo pittorico.

Il sentore di vago, l’inespresso, il senso di mistero inspiegabile presente nei lavori, sono note percepite, ma non spiegabili razionalmente: esse rimandano alle infinite sfumature del possibile che abitano la Natura, evocando un ideale di bellezza sobrio e pacato, percepibile solo nel raccoglimento della contemplazione, in quello stato emotivo che i giapponesi chiamano seijuku, ovvero di profonda calma nel mezzo dell’attività.
Più nello specifico sembra che Masao e Frani partano da antipodi geografici per incontrarsi a metà del cammino: le tavole dell’artista italiano colgono appieno la contingenza insita nel tempo quotidiano sotto cui risiede l’eterna ciclicità che è legge fondamentale della Natura. Opere come Via Lattea o Ideogramma esemplificano visivamente ciò che è in continuo cambiamento nonostante, in apparenza, sembri rimanere immutabile e di cui l’ambiente conserva sempre traccia tangibile; il pensiero corre in questo caso alle linee che circoscrivono un significato attraverso i segni severi dei pittogrammi orientali a cui Frani sembra, implicitamente, far riferimento. In modo analogo – e opposto – il fotografo giapponese definisce volumetricamente la fissità di spazi in cui porre quei ritrovamenti fortuiti che, raccolti durante le sue passeggiate mattutine nei boschi e risparmiati al consueto, sono resi eterni attraverso un uso magistrale delle luci e delle sensazioni da esse evocate.

Il silenzio che affiora è ottenuto da entrambi grazie ai vuoti abbacinanti dei bianchi, all’infinita gamma di semitoni grigi in tensione lirica con gli sfondi cupi da cui, i due artisti, plasmando lo spazio, fanno emergere l’essere sottraendolo all'oblio dell’ombra. Non a caso risulta secondaria per loro la ricerca di tematiche predominanti, poiché l’attore assoluto non è tanto il soggetto rappresentato, quanto l’inconsistenza del tempo di una realtà che non permane.

Yamamoto Masao è nato in Giappone nella Prefettura di Aichi nel 1957, studia pittura prima di scegliere la fotografia come specializzazione definitiva. Partecipa alla sua prima mostra nel 1994 alla Shapiro’s Gallery di San Francisco; la prima personale alla Yancey Richardson Gallery a New York, nel 1996, lo porta a molte altre mostre negli Stati Uniti.
Dal 2006 espone regolarmente il suo lavoro in gallerie e musei in Europa, Giappone, Russia e Brazile. La copertura mediatica comprende pubblicazioni quali il New York Times e svariate altre testate specializzate. Masao vive attualmente in Giappone a Yatsugatake Nanroku, nella prefettura di Yamanashi, dove lavora a stretto contatto con la natura.

Ettore Frani è nato a Termoli (CB) nel 1978, nel 2002 si diploma in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Urbino e nel 2007 consegue la specializzazione in Pittura presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna. Dal 1998 comincia ad esporre in spazi pubblici e privati in Italia e all’estero. Nel 2010 vince il Premio Artivisive San Fedele. Il segreto dello sguardo ed è finalista al LXI Premio Michetti. Nel 2011 vince la 1a edizione del Premio Ciaccio Broker per la Giovane Pittura Italiana. Nel 2013 vince la I edizione Espoarte awards stagione espositiva 2012/2013 Artista under 45 dell’anno. Nel 2015 è finalista al 16° Premio Cairo. Nel 2016, ad Arteam Cup 2016, vince i premi Special Project Paraventi Giapponesi - Galleria Nobili, Milano e il Premio Speciale Fabbrica Eos, Milano di Arteam Cup. Vive e lavora a Lido di Ostia (RM).

SCHEDA TECNICA
La misura dell’inespresso 沈黙の尺度 Yamamoto Masao | Ettore Frani
a cura di Matteo Galbiati
Ettore Frani Special Project Arteam Cup 2016
In collaborazione con Arteam | Associazione Culturale
Catalogo digitale bilingue italiano inglese Vanillaedizioni con testo critico di Matteo Galbiati

Photo:
Yamamoto Masao, #3037 Dance E, 2012, stampa alla gelatina d'argento incorniciata, 71x60 cm
Ettore Frani, Il dono, 2017, olio su tavola laccata, 70x110 cm Foto di Paola Feraiorni

20 ottobre - 2 dicembre 2017
Inaugurazione: giovedì 19 ottobre ore 18.00
Galleria Paraventi Giapponesi - Galleria Nobili
Via Marsala, 4
Milano

PHOTOREPORTAGE - Esistenze, resistenze, geografie umane
21 ottobre – 5 novembre 2017
Villa Pomini
Via Don Luigi Testori, 14
Castellanza (Va)

Henri Cartier-Bresson Fotografo
21 ottobre 2017 - 25 febbraio 2018
GAM - Galleria d'Arte Moderna di Palermo
Via Sant'Anna, 21
Palermo

"Non ho mai visto, né prima né dopo quel momento, un disastro innaturale così enorme."

Sebastião Salgado

Sebastião Salgado
Kuwait. Un deserto in fiamme

21 ottobre 2017 - 28 gennaio 2018
Forma Meravigli
Via Meravigli, 5
Milano

Sequenza Sismica. Italia 2012 – 2016
21 ottobre 2017 – 4 febbraio 2018
MATA – Ex Manifattura Tabacchi
Via Manifattura Tabacchi, 83
Modena

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