Antonio Biasiucci: Molti nei sotterranei delle Terme di Caracalla

Sono Molti e anonimi, i volti dell'umanità che emerge dalla fotografia di Antonio Biasiucci, la mente dello spettatore e i sotterranei delle Terme di Caracalla a Roma

Dal nero profondo della notte dei tempi, dall'immaginario più oscuro della storia dell'uomo, il talento visionario di Antonio Biasiucci lascia emergere il volto dell'umanità più anonima, quieta, nascosta.

L'altra faccia di una moltitudine anonima come quella migrante, morta e dispersa nei nostri mari, alla quale nel 2009 Biasiucci si è ispirato, fotografando in bianco e nero i calchi realizzati negli anni trenta in alcuni paesi del Nord Africa dall’antropologo Lidio Cipriani, esposti al Museo di Antropologia di Napoli.

Uomini e donne di etnie diverse, con gli occhi chiusi e i lineamenti distesi, privati del loro contesto originale per assumere altri sensi e significati più universali e simbolici. Silenziosi custodi di storie oscure strappate all'oblio dal chiaroscuro di fotogrammi aguzzi che sfiorano la dimensione del sublime.

"Quello che cerco di promuovere è una sorta di fotografia antropologica in grado di raccontare la storia della gente: una fotografia che vada oltre un contesto o un luogo per sottolineare gli argomenti essenziali"

Antonio Biasiucci, Intervista “Il Mattino”, Napoli, 17 settembre 2009

Atmosfere sospese, per una fotografia con la consistenza del ricordo e volti di dormienti che l'installazione espositiva al Museo Madre di Napoli, nel 2009 imprigiona con una cornice metallica, ricopre di cristallo e poggia sul pavimento, con un mausoleo dell'oscurità.

Con l'esposizione studiata per il pavimento dell’edificio religioso dodecagonale dell’ex chiesa del Suffragio, presso il Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro, nel 2015 i volti di Molti assumono una diversa sacralità, pronta a lasciare gli abissi marini, per riaffiorare nel dialogo intimo con ogni spettatore che la luce fioca costringe a chinarsi su ogni immagine.

L'installazione che raggiunge l’ampia rete di sotterranei che corre sotto il complesso delle Terme romane, inaugurate dall’imperatore Caracalla nel 216 d.C., carica di nuovo senso i volti e i loro riflessi quasi fantasmatici, ricordando i centinaia di schiavi e operai che lavoravano nei sotterranei e nelle pieghe più oscure e controverse del mondo romano, per permettere ai suoi cittadini di trascorrere ore di ozio in superficie.

Le Terme di Caracalla. Marina Piranomonte

Lo schema planimetrico del complesso è quello delle “grandi terme imperiali”: non solo edificio per il bagno ma anche luogo
per il passeggio, lo studio, lo sport e la cura del corpo. Il blocco centrale, quello destinato propriamente alle terme, è disposto
su un unico asse lungo il quale si aprono in sequenza caldarium, tepidarium, frigidarium e natatio (quest’ultima dalle dimensioni di una piscina olimpionica); ai lati, disposti simmetricamente e raddoppiati, le due palestre e gli spogliatoi. Erano invece collocate nel recinto che circonda l’area centrale le cisterne e le due biblioteche simmetriche, a sud, due grandi esedre racchiudenti ambienti caldi e di ritrovo, a ovest e a est, gli accessi principali e le tabernae inserite nello spazio perimetrale, a nord.
I sotterranei erano il fulcro della vita del complesso, il luogo in cui lavoravano centinaia di schiavi e di operai specializzati
a far funzionare l’ingegnosa macchina tecnologica delle terme. Conservati per circa due chilometri, i sotterranei erano un dedalo di grandi gallerie carrozzabili (6 metri di altezza x 6 di larghezza all’incirca), dove si trovavano tutti i depositi di legname, un mulino, il mitreo, l’impianto di riscaldamento (i forni e le caldaie) ma anche quello idrico, una fitta rete di piccoli cunicoli che serviva per la posa delle tubazioni in piombo e per la gestione dell’adduzione e della distribuzione dell’acqua. Le gallerie più grandi, quelle del riscaldamento, correvano sotto quasi tutto l’el’edificio ed erano illuminate da lucernai, che permettevano anche la circolazione d’aria per impedire che il legname lì conservato marcisse. Le loro grandi dimensioni erano legate alla necessità che vi transitassero i carri carichi di legna trainati da cavalli.

I numeri delle terme
• 216 d.C. inaugurate da Marco Aurelio Antonino Bassiano detto Caracalla, figlio di Settimio Severo.
• 235 d.C. anno in cui furono probabilmente ultimate. Eliogabalo e Severo Alessandro, infatti, completarono le terme con porticati e alcune decorazioni. Costantino modificò il caldarium con l’inserimento di un’abside. Lo attesta un’iscrizione tuttora conservata nei sotterranei.
• 37 metri di altezza in numerosi punti.
• 337 x 328 metri circa la superficie delle terme alimentate da una derivazione – fatta costruire da Caracalla nel 212 d.C. – dell’acqua Marcia, arricchita dalla captazione di nuove sorgenti, e che prese il nome di acqua Nova Antoniniana.
• 5 livelli: 2 piani in alzato e 3 in sotterraneo.
• 18 cisterne fornivano tutte le utenze dell’edificio, vasche e fontane.
• 50 forni consumavano 10 tonnellate al giorno di legname per il riscaldamento e la cottura del pane.
• 9000 operai al giorno per 5 anni circa: la forza lavoro per la costruzione dell’edificio.
• 9 milioni di laterizi usati per la costruzione.
• 252 colonne: il numero stimato, di cui 16 alte più di 12 metri.
• 156 nicchie per statue.
• 6000/8000 frequentatori al giorno.
• 537 d.C. dopo l’assedio di Vitige, re dei Goti, le terme furono abbandonate per il taglio degli acquedotti.
• XII secolo: già da questo periodo le terme furono cava di materiali per la decorazione di chiese e palazzi. In particolar modo sotto papa Paolo III Farnese, nel 1545-1547, avvenne la spoliazione delle sculture che finirono a decorare il suo nuovo
palazzo. Un esempio per tutti il Toro Farnese, oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Nel tempo l’area fu sicuramente adibita a vigne e orti.
• 1824: cominciano gli scavi sistematici che continuano per tutto il secolo, fino ai primi del Novecento quando, indagato il corpo centrale, si passò all’esplorazione del corpo perimetrale e di parte dei sotterranei.
• 1993: ultima stagione lirica estiva all’interno del caldarium, dopo un’occupazione risalente al 1938. Nel 2001 riprende la stagione estiva dell’Opera, con un palcoscenico rimovibile.
• 1996: ultimo ritrovamento di statuaria. Una statua acefala di Artemide.
• 2012: le Terme di Caracalla si aprono all’arte contemporanea. Michelangelo Pistoletto esegue e dona alla Soprintendenza il Terzo paradiso con reperti delle terme stesse. Nel 2016 realizza La mela reintegrata, in marmo di Carrara, collocata in
esposizione permanente al centro dell’antico posto di guardia per il custode-controllore del traffico di carri, legname e uomini impegnati a mandare avanti la complessa macchina delle terme.


Le opere, collocate in dialogo spaziale con i reperti archeologici, si possono interpretare quasi come un omaggio simbolico a un’umanità presente e necessaria ma non degna di essere ricordata, alla quale Biasiucci restituisce la dignità del ritratto, concesso in epoca romana soltanto alle classi più abbienti. Testimoni muti e anonimi della grande storia di Roma.

Dopo aver ospitato le opere di Michelangelo Pistoletto, l'atmosfera quasi mistica e segreta delle grandi Terme della dinastia degli imperatori Severi, riprende il dialogo dell'antico con la contemporaneità, riportando alla luce i volti di una civiltà umile e dimenticata, come una sorta di monito pronto a metterci in guardia su un futuro senza rispetto e tolleranza per i popoli.

Con la mostra curata da Ludovico Pratesi e promossa dalla soprintendenza speciale all'archeologia e belle arti di Roma con Electa, i volti pietrificati della storia degli uomini, sono pronti a tornare in superficie con quelli dei visitatori, riflessi tra i frammenti di marmi, capitelli e colonne di una delle gallerie sotterrane delle Terme di Caracalla, dal 17 ottobre al 19 novembre 2017.

Una conversazione Antonio Biasiucci e Ludovico Pratesi

Ludovico Pratesi: Qual è il senso di esporre Molti nei sotterranei delle Terme di Caracalla?
Antonio Biasiucci: Il senso viene dal luogo stesso, da questi sotterranei all’interno di un complesso monumentale così grande, di cui sono una porzione appartata. Mi piacciono gli spazi intimi, quindi questi sotterranei rientrano perfettamente nel mio modo di lavorare. Sono una piccola parte di una grande struttura.

L.P.: La storia dei sotterranei ti ha interessato?
A.B.: Molto. Ho letto che nell’antica Roma vi lavoravano gli schiavi di colore, che dovevano sorvegliare i fuochi accesi per riscaldare l’acqua delle vasche per le terme. Nel Medioevo erano stati adibiti a xenodochio, una sorta di ospizio per pellegrini, gestito da monaci che davano loro vitto e alloggio. Un luogo di passaggio, un ricovero, di lavoro e di ospitalità. Carico di mistero e di poesia.

L.P.: Qual è per te l’identità di questi volti?
A.B.: Sono visi misteriosi di persone assopite, all’interno di questo antico spazio sotterraneo. Mi ricordano i dormienti dei quali parla Don De Lillo nel suo romanzo Zero K, che ho letto quest’estate: corpi ibernati di persone che forse non si risveglieranno mai, volti pietrificati di persone anonime ma presenti nella loro serenità senza tempo. Diventano Molti perché ignoti, senza nome. Non hanno un punto di vista, spesso appaiono capovolti o di lato, riposano nel nero profondo.

L.P.: Qual è la funzione delle cornici che contengono le immagini?
A.B.: Il cristallo su ogni cornice allontana il volto dalla superficie, lo rende distante. Sono lì, sono testimoni della storia di uomini. Per scrutare al meglio la fisionomia del volto, nella luce bassa che connota il luogo, bisogna inchinarsi come fosse una confessione, per scoprire il proprio volto che si affianca al suo. Nonostante io racconti una grande tragedia, le immagini mi restituiscono un senso di profonda dolcezza.

L.P.: Come si inseriscono in questo contesto così particolare?
A.B.: A differenza di una mostra in uno spazio museale, un’installazione è giocata sulla relazione tra opera e luogo che la ospita. È un rapporto forte e complesso, che ha a che vedere con lo spirito dei luoghi, che i romani chiamavano genius loci.
L’opera trova un’empatia con lo spazio, una maniera di abitarlo. La stessa empatia che ho trovato quando fotografavo i calchi al Museo di Antropologia di Napoli.

L.P.: In che senso?
A.B.: Osservavo attentamente ogni calco prima di fotografarlo, cercando il punto in cui quel volto mi potesse restituire un’identità, mi facesse immaginare una vita trascorsa. Mi hanno ricordato gli amici immaginari di Fernando Pessoa.

L.P.: Qual è la differenza più forte rispetto alle presentazione al Madre nel 2009 e alla Pescheria di Pesaro nel 2016?
A.B.: Sicuramente la possibilità di vedere riflessa sul vetro di ogni scatola la volta del sotterraneo, in modo da conferire all’installazione un aspetto ancora più magico e misterioso.


Molti
Mostra di Antonio Biasiucci

17 ottobre - 19 novembre 2017
Inaugurazione: lunedì 16 ottobre 2017, ore 18.30
Sotterranei delle Terme di Caracalla
Ingresso: viale delle Terme di Caracalla, 52
Roma

Foto | Molti © Antonio Biasiucci - Allestimento nei Sotterranei delle Terme di Caracalla a Roma
Via | Electa - Soprintendenza Speciale di Roma

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