Africadia di Siwa Mgoboza

Siwa Mgoboza ci porta nello spazio visionario e sovversivo della terra del futuro di 'Africadia', figlia dell'ibridazione post-coloniale come il suo approccio alla fotografia, al collage e alle opere in tessuto

Il mondo ha bisogno di visioni nuove, capaci di tessere trame che trascendono le differenze e sovvertono le consuetudini, quanto quella che anima l'approccio fotografico, tessile e scultoreo del giovanissimo Siwa Mgoboza, tra i talenti più interessanti del panorama artistico africano.

Mgoboza, nato a Cape Town nel 1993 e cresciuto all'estero, tornando in Sudafrica è rimasto tanto colpito dalla realtà, in contrasto con le sue aspettative, da sentire il bisogno di trascendere le nozioni di genere, razza, religione, classe e nazionalità, spingendosi a dar forma e senso alla dimensione post-coloniale di «Africadia». Una terra futura.

Lasciandosi ispirare dalla natura arcaica e idilliaca dei dipinti di Henri Rousseau, quanto dalle contaminazioni allegoriche dell'immaginario afrofuturista della diaspora nera, Mgoboza ha fornito nuovo senso alla soggettività sconfinata con l'ibridazione di collage, fotografie in edizione limitata e opere in tessuto.

La sua Africadia ri-immagina oggetti, corpi e paesaggi, sulla logica di un altro luogo, di un diverso approccio al futuro e all'integrazione, frutto di una revisione del passato, fuso ai motivi colorati del tessuto di cotone "Shweshwe", tradizionalmente riconoscibile come "africano", ma frutto di una storia di scambi e interscambi culturali in tutto il continente, di indigenizzazione, rivitalizzazione culturale e riappropriazione.

La storia del materiale stampato a cera è figlia del commercio coloniale, i tessuti utilizzati da Mgoboza erano originariamente prodotti a Manchester durante il periodo di massimo splendore dell'Impero britannico e importati in Sudafrica dai coloni tedeschi e svizzeri. Quando i missionari francesi li hanno donati al re Moshoeshoe del Lesotho, sembra che gli africani abbiano iniziato ad usarli per realizzare vesti tradizionali chiamandoli "Seshweshwe", probabile derivazione del nome del re.

Il colorante indaco usato per la stampa dei motivi di questo tessuto è comune sin dall'età del bronzo, ma durante l'egemonia coloniale, gli europei hanno sfruttato la forza di lavoro degli schiavi per coltivare indaco nelle regioni tropicali. Anche il cotone del tessuto ha una lunga storia di lavoro forzato e soggiogamento umano.
Oggi che il tessuto stampato in Sud Africa rischia di perdere il suo mercato a causa della concorrenza a ribasso delle importazioni asiatiche, il Seshweshwe simboleggia ancora di più l'identità mutevole di un mondo dove conquista e dominio, coesistono con scambio culturale e commercio.

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Il tessuto usato per rivestire paesaggi, corpi e dettagli, di fotografie in edizione limitata, opere in tessuto e collage, di una consistenza visivamente dinamica di spazio e identità, insieme all'astrazione tesa a stimolare disagio, lasciando convivere le diverse forze culturali e politiche, alla base dei conflitti interiorizzati dal "soggetto globalizzato", crea visioni caleidoscopiche dei sui figli dalle molteplici identità e "Les Êtres D’Africadia" impossibili da distinguere l'uno dall'altro in termini di razza e sesso.

Lo spazio simbolico tessuto da Mgoboza, figlio dell'ibridazone "post-coloniale" propone una visione del futuro aperta al dialogo con "Les Êtres D’Africadia" tra le altre cose, scelto da African Artists' Foundation e Lagos Photo Festival come progetto di comunicazione per rappresentare il MIA Photo Fair 2018, già a lavoro per l'edizione ospitata al The Mall di Milano, dal 9 a 12 marzo 2018.

Foto | Les Êtres D’Africadia © Siwa Mgoboza
Via | CLP Relazioni Pubbliche

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