James Nachtwey in guerra con etica e fotografia

James Nachtwey fotografa le mille facce della natura umana segnata dai conflitti, insieme al volto più onesto della guerra, per combatterla!

«I have been a witness, and these pictures are my testimony. The events I have recorded should not be forgotten and must not be repeated»

 (James Nachtwey)

Con il fronte delle guerre contemporanee sempre più spostato dove la gente comune vive e perde la vita, diventa estremamente prezioso l'impegno etico di un fotoreporter come James Nachtwey, testimone inesorabile del volto più 'onesto' della guerra, con i sui paesaggi umani trasfigurati dall'odio, la carestia, la violenza ed ogni genere di strumento di distruzione.

Lontano da sensazionalismi ma mai dall'empatia con il soggetto, mettendo a frutto un gran talento per la composizione e tutta la forza della rabbia, da un quarantennio il fotografo americano punta l'obiettivo sulle mille facce della natura umana segnata dai conflitti, restituendo dignità agli uomini, sacralità alla vita e una tale forza alle immagini, da stimolare riflessioni, cambiare prospettive e indurre all'azione.

«Every minute I was there, I wanted to flee. I did not want to see this. Would I cut and run, or would I deal with the responsibility of being there with a camera»

(James Nachtwey)

Dallo sciopero della fame dei detenuti dell'Ira ed il conflitto Israelo-Palestinese, alle recenti odissee intraprese da profughi e migranti, James Nachtwey si è assunto la responsabilità di documentare le ostilità del presente, scattando immagini divenute simbolo dei conflitti che imperversano in ogni angolo del pianeta e piega dell'animo umano.

Immagini solenni di anime dimenticate che dichiarano guerra alla guerra, svelando scomode consapevolezze che spingono a cercare giustizia e cambiamento, con madri che umanizzano l'iconografia della «Pietà», bambini che dondolano dai cannoni dei carri armati o non giocano più, volti sfregiati da odio interetnico, corpi scarnificati dalla carestia, mutilati dai bombardamenti, identità oppresse da ben più del Burqa, dai Balcani all'Afghanistan, dall'Africa all'America sbriciolata insieme alla Torri Gemelle.

«If everyone could be there just once, to see for themselves what white phosphorous does to the face of a child, or what unspeakable pain is caused by the impact of a single bullet or how a jagged piece of shrapnel can rip someone’s leg off – if everyone could be there to see the fear and the grief, just one time, then they’d understand that nothing is worth letting things get to the point where that happens to even one person, let alone thousands.»

(James Nachtwey)

La fotografia dell'erede più accreditato di Robert Capa, usata come memoria che non teme fraintendimenti per scuotere il presente, usare il volto della guerra per combatterla, le foto dell'AIDS in Africa per spingere legislazioni e case farmaceutiche a fornire cure e medicinali.

La dirompente riflessione su guerra e conflitti scatenata dall'approccio fotografico di James Nachtwey, è pronta a nutrire anche la più grande retrospettiva mai concepita del suo lavoro, ospitata nei più importanti musei del mondo con un tour internazionale, a partire dalla tappa ospitata nelle sale del Palazzo Reale di Milano.

200 immagini e 17 sezioni per una "Memoria" risvegliata dalla selezione dei reportage più significativi di James Nachtwey, dalla guerra civile in El Salvador al flusso migratorio che attraversa l'Europa, passando per l'infanzia ignorata in Romania, la carestia di Sudan e Somalia, il genocidio del Rwanda, la guerra in Iraq e le anime perdute in Afghanistan, il Nepal distrutto dal terremoto e l'America tutta, con la straordinaria testimonianza di uno dei superstiti e testimoni dell’attentato dell’11 settembre 2001.

La produzione originale della mostra, curata dallo stesso Nachtwey con Roberto Koch, è promossa e prodotta dal Comune di Milano - Cultura, con Palazzo Reale e Civita, insieme a Contrasto e GAmm Giunti che pubblicano anche il volume che la accompagna, Canon come Digital Imaging Partner e il supporto alla realizzazione di Fondazione Cariplo con Fondazione Forma per la Fotografia.

James Nachtwey. Memoria
1 dicembre 2017 – 4 marzo 2018
Palazzo Reale
Piazza del Duomo, 12
Milano

james-nachtwey-memoria-palazzo-reale-di-milano.jpg

Un post condiviso da @lodger__ in data: 9 Dic 2016 alle ore 02:16 PST

James Nachtwey: etica e fotografia di un testimone dei conflitti dell'uomo

James Nachtwey nasce il 14 marzo del 1948 a Syracuse, nello Stato di New York e cresce in Massachusetts.

Si laurea in Storia dell’arte e Scienze politiche al Dartmouth College (1966-70).

Sono le immagini della guerra nel Vietnam e del movimento per i diritti civili ad avvicinarlo alla fotografia.

«Ero uno studente negli anni '60, in un'epoca di cambiamenti sociali e domande e, sul piano personale, un momento di risveglio dell'idealismo.
La Guerra in Vietnam era al culmine, il Movimento per i Diritti Civili stava per nascere, e le fotografie avevano un'influenza forte su di me. I nostri leader politici e militari ci dicevano una cosa e i fotografi ce ne dicevano un'altra. Io credevo ai fotografi, come milioni di altri americani. Le loro immagini alimentavano la resistenza alla guerra e al razzismo. Non solo registravano la storia, ma aiutavano a cambiarne il corso. Le loro immagini diventarono parte della nostra coscienza collettiva e, quando la coscienza mutò in un senso condiviso di consapevolezza, il cambiamento non divenne solo possibile, ma inevitabile.»

Lavora a bordo di navi della Marina mercantile e, mentre studia fotografia da autodidatta, fa il camionista e l’apprendista montatore nella redazione di un telegiornale.

Nel 1976 inizia a lavorare come fotogiornalista per il quotidiano Albuquerque in New Mexico.

Nel 1980 si trasferisce a New York iniziando a lavorare come fotografo freelance.

Dal 1980 al 1985 lavora per l'agenzia Black Star.

Nel 1981, con il suo primo incarico all’estero, documenta lo sciopero della fame di Bobby Sands e dei suoi compagni simpatizzanti dell'Ira, detenuti nella prigione di Maze in Irlanda del Nord. Le sue immagini forti e coraggiose appaiono su Newsweek.

Dal 1981 copre anche il conflitto Israelo-Palestinese, da quando vengono scagliate pietre e Molotov contro l'esercito, al momento in cui diventa un conflitto armato (2001), arrivando a distruggere il campo profughi palestinese nella città di Jenin in Cisgiordania.

Nel 1983 vince il suo primo Robert Capa Gold Medal (medaglia d'oro Robert Capa), creato in onore del fotografo di guerra Robert Capa e assegnato una volta all'anno dal Overseas Press Club of America (OPC), per "il miglior reportage fotografico dall'estero, per realizzare il quale siano stati necessari eccezionali doti di coraggio e intraprendenza".

Nel 1984 inizia a lavorare per il Time e vince il suo secondo Robert Capa Gold Medal.

Nei primi anni ottanta trascorre molto tempo in America Centrale e, documentando le sue guerre civili, fotografa un guerrigliero anti-Sandinista ferito a morte nel sud del Nicaragua, il bambino sul carro armato distrutto della guardia nazionale di Somoza, lasciato come un monumento in un parco di Managua.

Con il bambino che guarda oltre le rovine di casa, dopo un attacco di guerriglia della guerra civile in El Salvador, vince il suo primo World Press Photo nel 1985 (Daily Life, third prize singles).

Per il National Geographic fotografa la guerra civile in Nicaragua e con lo scatto del ragazzino nascosto dietro un soldato vince un nuovo World Press Photo (News Feature, second prize singles) nel 1986.

Nel 1986 diventa anche membro della Magnum Photos (fino al 2001) e vince per la terza volta il Robert Capa Gold Medal.

Nel 1987 fotografando le tigri Tamil (guerriglieri delle Tigri di Liberazione del Tamil Eelam) addestrate a piedi nudi per uno Stato Tamil indipendente nello Sri Lanka settentrionale e orientale, vince di nuovo il World Press Photo (News Feature, third prize stories).

La violenza scatenata nelle strade di Seoul dalla manifestazioni contro il presidente Chun Doo Hwan, vince di nuovo il World Press Photo (News Feature, second prize singles) nel 1988, con lo scatto della bambina che si protegge dai lacrimogeni della polizia.

La siccità, le inondazioni, le locuste, la fame e la guerra civile che hanno colpito il Sudan nel 1988, sono condensate nel ritratto della madre con bambino vincitrice del World Press Poto (News Feature, third prize stories) nel 1989.

Nel 1989 le pagine di "Deeds of War" (Thames & Hudson, 1 giugno 1989) raccolgono le fotografie delle vittime della guerra in Nicaragua, El Salvador, Libano, Cisgiordania, Afghanistan e Irlanda del Nord.

Negli anni 90, dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, documenta la guerra civile tra Bosnia, Croazia e Serbia, tra camere da letto trasformate in campo di battaglia, obitori improvvisati nelle moschee e cadaveri usati come merce di scambio.

Nel 1991 vince di nuovo il World Press Photo (Daily Life, second prize singles) con il reportage (commissionato da Magnum Photos per The New York Times) che documenta l'eredità più dura del regime di Ceausescu in Romania, pagata dalle decine di migliaia di bambini malnutriti, rinchiusi e abbandonati da tutti, messi al mondo a seguito del Decreto statale rumeno n. 770 e la folle politica demografica del dittatore alla ricerca di forza-lavoro, arrivata a dichiarare illegale l'aborto per tutte le donne sotto i 45 anni che non avevano ancora quattro figli. Abbandonati a migliaia negli orfanotrofi di Sacsa, di Focsanx, nell'Hirlau Home Hospital dalle famiglie impotenti a farli sopravvivere.

Nel 1992 James Nachtwey fotografa anche la circoncisione praticata ancora da molti adolescenti Xhosa in South Africa, ricorrendo all'antico rito di passaggio che li isola dal villaggio, con i corpi coperti solo da argilla purificante e tessuti cerimoniali, anche se ormai gli interventi chirurgici ospedalieri riducono il tasso di infezione.

Nel 1993 documenta le conseguenze della guerriglia tra musulmani del nord e cristiani del sud in Sudan e, nel centro di accoglienza di Ayod, dove l'associazione irlandese Concern e i Medici senza frontiere si prendono cura dei sopravvissuti alla grave carestia, James Nachtwey fotografa lo scheletro vivente di uno di loro che si trascina carponi verso il pronto soccorso alimentare.

Nel 1993, la foto della madre somala che cinge il sudario del figlio ucciso dalla guerra civile, vince il suo primo World Press Photo of the Year (prize singles), insieme al W. Eugene Smith Memorial.

Nel 1994 vince un nuovo Robert Capa Gold Medal e il World Press Photo (Daily Life, second prize stories) con gli scatti del lavoro più duro e degradante riservato agli Intoccabili (anche bambini) in India.

Nel 1994, associato del Bang Bang Club, documenta anche le prime elezioni non razziali in Sudafrica, l'uccisione di Ken Oosterbroek e il grave ferimento di Greg Marinovich.

«Nel 1994, dopo tre mesi a raccontare le elezioni in Sud Africa, ho visto la cerimonia di insediamento di Nelson Mandela, ed è stata la cosa più incoraggiante che abbia mai visto. Era l'esempio del meglio che l'umanità può offrire.
Il giorno seguente partii per il Rwanda e fu come scendere dritti all'inferno.
Quest'uomo era stato appena liberato da un campo della morte Hutu. Mi permise di fotografarlo per un bel po' di tempo e si girò anche verso la luce, come se volesse che lo vedessi meglio.
Penso che sapesse cosa avrebbero detto al resto del mondo le cicatrici sul suo volto.
Questa volta, forse confusa o scoraggiata dal disastro militare in Somalia, la comunità internazionale rimase in silenzio, e qualcosa come ottocentomila persone furono massacrate dai loro stessi compatrioti - a volte dai loro stessi vicini di casa - usando attrezzi da contadini come armi».

Sempre nel 1994 per TIME documenta agli effetti devastanti del genocidio ruandese e con il ritratto mutilato del ruandese all'ospedale della Croce Rossa vince il World Press Photo (General News, second prize singles) nel 1995.

Un post condiviso da El País Semanal (@elpaissemanal) in data: 8 Nov 2016 alle ore 14:55 PST

«Una cosa che ho dovuto imparare facendo il giornalista è stata cosa fare con la mia rabbia. Dovevo usarla, incanalare la sua energia, e farla diventare qualcosa che mi avrebbe schiarito le idee, invece di confonderle.»

Dopo l'attacco della Serbia in Kosovo, gli albanesi assassinati e quelli deportati nei campi profughi organizzati dalle ONG in Albania e Macedonia, tra il 1995 e il 96, Nachtwey copre le prime due guerre in Cecenia dall'interno di Grozny, fotografa il ragazzino dell'orfanotrofio locale che vaga in prima linea.

Con lo scatto dell'incontro/scontro tra le donne cecene ed un gruppo di madri in viaggio per riportare i figli/ soldati russi a casa, vince il World Press Photo (People in the News, second prize singles) nel 1996.

«L'impronta di un uomo che venne bruciato vivo in casa sua. L'immagine mi ricordò le pitture rupestri e mi ricordò quanto siamo ancora primitivi in molti aspetti.»

"Imprint of a man killed by Serbs, Kosovo, 1999" photographed in 1999 by James Nachtwey

Un post condiviso da Film Only Beyond This Point (@filmonlybeyondthispoint) in data: 29 Gen 2017 alle ore 16:42 PST

Durante la guerra civile afghana un terzo di Kabul fu completamente distrutta e assediata dal movimento fondamentalista talebano.

Un post condiviso da El País Semanal (@elpaissemanal) in data: 8 Nov 2016 alle ore 06:26 PST

Il talebani conquistano Kabul ad ottobre 1996 e la severa legge islamica che iniziano ad imporre a tutto il paese viene puntualmente documentata dall'obiettivo di Nachtwey.

Con lo scatto degli uomini afghani intenti a giocare una partita di buzkashi, portato al paese da Genghis Khan nel XII/XIII secolo DC che Nachtwey vince un nuovo World Press Photo (General News, third prize stories) nel 1997.

Nel 1998 ai numerosi premi già vinti si aggiunge un nuovo Robert Capa Gold Medal.

Nel 1999 il reportage delle violente rivolte che coinvolgono Sumatra e Java vince di nuovo il World Press Photo (Spot News, second prize stories).

Nel 1999 riceve anche l'Honorary Fellowship of the Year - RPS - The Royal Photographic Society.

Nel 2000, comincia ad occuparsi di salute mondiale, partendo dall'AIDS in Africa, fotografando gli interventi di ONG e associazioni locali in diverse località del mondo, come l'ospedale di Medici Senza Frontiere (MSF) in Cambogia e in Congo.

Nel 2001 è tra i membri fondatori dell'Agenzia VII (lasciata nel 2011).

«Non ho visto nessuno dei due aerei colpire le torri. Quando ho guardato fuori dalla finestra, ho visto la prima torre in fiamme e ho pensato che potesse essere stato un incidente.
Ho guardato ancora pochi minuti dopo e ho visto l'incendio nella seconda torre, e ho capito che eravamo in guerra.
In mezzo ai detriti di Ground Zero, ho avuto un'illuminazione. Avevo fotografato il mondo islamico dal 1981 - non solo in Medio Oriente, ma anche in Africa, Asia ed Europa. Visto che facevo le foto in posti diversi, pensavo di avere a che fare con storie diverse. Ma l'undici settembre la storia si è cristallizzata, e ho capito che avevo trattato la stessa storia per più di 20 anni e che l'attacco a New York era solo l'ultima manifestazione.
Il distretto commerciale nel centro di Kabul, Afghanistan alla fine della guerra civile, poco prima che la città fosse conquistata dai Talebani.
Vittime delle mine antiuomo che vengono aiutati al centro di riabilitazione della Croce Rossa diretto da Alberto Cairo. Un ragazzo che ha perso una gamba su una mina.
Sono stato testimone di sofferenze immense nel mondo islamico causate da oppressione politica, guerra civile, invasioni straniere, povertà, carestie. Ho capito che nella sua sofferenza il mondo islamico stava chiedendo aiuto. Perché non abbiamo ascoltato?»

Nachtwey è tra i testimoni dell'attacco alle torri gemelle dell'11 settembre 2001 e la sua documentazione gli vale il World Press Photo nel 2002 (Spot News, second prize stories)

«La mia vita si è decisa in cinque secondi. La seconda torre cadde e io ero lì, alla sua destra. Se fossi stato sul lato sinistro, sarei morto schiacciato con gli altri. Nei cinque secondi che seguirono sono andato d’istinto».

Nel 2001 il documentarista svizzero Christian Frei monta una telecamera sopra il corpo della Canon di Nachtwey, allo scopo di mostrare contemporaneamente ciò su cui è puntato il suo obiettivo grandangolare e l’indice del fotografo sul tasto di scatto della macchina fotografica, i rumori concitati della battaglia insieme a quello del motorino di avanzamento della pellicola. Il documentario War Photographer, filmato in due anni durante i conflitti in Kosovo, Palestina ed Indonesia, consente così al pubblico di accompagnare il fotoreporter in azione, ricevendo numerosi premi, compresa la nomination all'Oscar come Miglior Documentario.

Un post condiviso da Dario Nasiff (@dario_nasiff) in data: 23 Lug 2014 alle ore 20:10 PDT

Nel 2002 riceve il Martin Luther King award, il Dresden Prize per la Pace con il laudatio di Wim Wenders, insieme al Dan David Prize dalla Dan David Foundation and Tel Aviv University, insieme al premio di 1 milione di dollari per "Present – Print & electronic media", condiviso con Frederick Wiseman.

La sofferenza dell’umanità fotografata da James Nachtwey tra il 1990 e il 1999 riempie le 428 pagine di Inferno (Phaidon (1 gennaio 2003)

Nel 2003 documentando l'invasione degli Stati Uniti in Iraq come corrispondente per la rivista Time a Baghdad, accompagnato una pattuglia statunitense Nachtwey viene ferito da una granata. La stessa che esplose in mano al collega Michael Weisskopf.

Nel 2004, il volume "War: USA. Afghanistan.Iraq" pubblicato con alcuni dei fotografi dell’agenzia indipendente VII, raccoglie gli scatti realizzati in occasione dell’attacco al World Trade Center dell’11 settembre 2001.

Nell'autunno del 2004, in Darfur con un incarico per una rivista, continua a lavorare a stretto contatto con Medici Senza Frontiera, documentando una crisi umanitaria senza fine e quell'abbraccio materno che gli vale un nuovo World Press Photo (Contemporary Issues, first prize singles) nel 2005.

Nel 2005 riceve il dottorati onorario del St. Michael’s College.

Dopo il ferimento a Bagdad nel 2003 e aver conosciuto in prima persona il sistema medico militare che salva molte vittime della guerra, all'inizio del 2006 Nachtwey torna in Iraq per documentare il lavoro di quanti lo rendono possibile e dopo due mesi di lavoro sul campo, documenta il viaggio dei soldati che, tornati a casa, vengono curati e si rifanno una vita, con le foto in bianco nero di "The Sacrifice" e la verità sulla guerra con le sue conseguenze.

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Nel 2006 riceve il 12th Annual Heinz Award in Arts and Humanities da The Heinz Family Foundation, con un premio in denaro di $250,000.

Nel 2007 Nachtwey è uno dei tre vincitori del TED Prize e dei 100.000 dollari che accoglie con il "desiderio di cambiare il mondo", chiedendo aiuto per diffondere la conoscenza di XdrTb e nuovi metodi di comunicazione, nel lungo discorso alla conferenza nella californiana Monterey (i cui brani compaiono anche nel virgolettato di questo testo).

«C'é una questione importantissima che deve essere conosciuta. E vorrei chiedere al TED di aiutarmi a diffonderla. E poi, di aiutarmi a scoprire metodi nuovi, accattivanti per portare il documentario fotografico nell'era digitale. Sono stato un testimone e queste immagini sono la mia testimonianza. Gli eventi che ho registrato dovrebbero non essere dimenticati e non
devono essere ripetuti.»

I primi risultati della richiesta di Nachtwey si traducono nell'impegno dedicato alla diffusione di cause ed effetti dell’Xdr-Tb, un ceppo di tubercolosi estremamente pericoloso, causato in gran parte da cure inadeguate.

Nel 2008 la mostra "Struggle For Life", ospitata a Le Laboratoire di Parigi, documenta il tributo umano di TB e AIDS, con il testo della dottoressa Anne Goldfeld, i lavori provenienti da Cambogia, Tailandia, Africa e Siberia, accompagnati da ritratti di Nachtwey e da numerosi scienziati medici che partecipano, insieme al simposio del regista americano Asa Mader.

Nel 2008 riceve il dottorato onorario dell’Art Institute University.

A febbraio del 2014, seguendo gli scontri di piazza in Thailandia, Nachtwey viene colpito alla gamba da un proiettile. Dal Time dicono si sia rialzato e abbia continuato a scattare, lui stesso afferma di non avere altri interessi del lavoro.

«Nei posti in cui vado, puoi fare tutto nel modo giusto ma prenderti comunque una pallottola»

Nel 2015 aggiunge ai suoi riconoscimenti anche un Henry R. Luce Awards.

Nel 2016 riceve il Princess of Asturias Award per la categoria Comunicación y Humanidades, istituito nella città spagnola di Oviedo nel 1980, come contributo alla promozione e al sostegno dei valori umanitari scientifici e culturali che costituiscono il patrimonio dell’umanità.

«Ora so che le decisioni devono essere prese secondo i nostri valori più alti, non secondo i più bassi. Ho imparato la tolleranza, il rispetto e il coraggio. E che qualche nemico deve essere sconfitto».

Foto | James Nachtwey. Memoria
Via | CLP Relazioni Pubbliche

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