Territorio ed identità della Calabria nel lavoro del fotografo Salvatore Federico

Abbiamo intervistato Salvatore Federico, il fotografo attivista che da anni osserva le trasformazioni del territorio calabrese e della sua gente. Un progetto di ricerca e di raccolta dati sul campo che lo inquadra come uno dei fotoreporter più interessanti per autenticità e forza evocativa.

In un piccolo frangente di secondo possiamo immortalare la realtà rendendola eterna. Raffigurare il lato più umano di una persona, l'anima più profonda di un paesaggio, il significato più intrinseco di un oggetto, questi gli elementi che da sempre hanno interessato Salvatore Federico rendendo indissolubile il suo rapporto con la fotografia. Le radici del suo lavoro, affondano nella nella terra natìa, la Calabria, regione dall' inestimabile patrimonio archeologico, paesaggi di montagna mozzafiato, spiagge infinite in tramonti di luce, cucina mediterranea di frutti dimenticati e olii greci - una terra che però lotta contra il cancro della 'ndrangheta, lo sfruttamento dei migranti e lo spopolamento. E i reportage di Salvatore Federico partono proprio dalla testimonianza diretta di questa dicotomia, il male incastonato nella bellezza.

Colpiti dalla semantica e dalla poetica disruptive del suo lavoro, noi di Clickblog.it, lo abbiamo cercato e dopo qualche tentativo - Salvatore è discreto, non partecipa ai dibattiti dei salotti buoni e non ci tiene ad elencare i suoi premi -  siamo riusciti ad intervistarlo. Di seguito proponiamo una sintesi della telefonata, un momento intenso, dal quale emerge una fotografia simbolista ed intimista di quei territori.

Salvatore, raccontaci com' é iniziata la tua passione per la fotografica e quali sono stati i tuoi primi passi..

"Sono sempre stato attratto dalla fotografia. Ricordo che da bambino sentivo una forte curiosità verso lo strumento fotografico, in particolare osservavo con estremo interesse due vecchie macchine fotografiche analogiche - forse nemmeno funzionanti - che i miei nonni conservavano in un armadio.
Ero affascinato dallo strumento e cercavo di capirne il funzionamento. Crescendo ho iniziato a dilettarmi con le prime fotografie, grazie ad una piccola reflex comprata con i primi risparmi. Fotografavo principalmente paesaggi naturali; ispirato dalle bellezze dell'aspro territorio calabrese, mi isolavo per intere giornate cercando di scoprire l'immensità della natura. Per circa due anni la montagna è stato il mio migliore soggetto, trascorrevo il mio tempo cercando ispirazione in essa per immortalarne l'immensa bellezza. Poi un giorno qualcosa è cambiato. Era il 15 ottobre del 2011 e mi trovavo a Roma. Chi ha vissuto dal vivo quei momenti non può dimenticarli. L'aria era torbida, irrespirabile, caotica. Il corteo nazionale degli Indignati era sceso in piazza per dire basta e manifestare contro la crisi economica, la disoccupazione ed il precariato. E' stato proprio quello il momento in cui ho spostato l'obiettivo iniziando a fotografare l'essere umano. Dentro di me era nata una nuova esigenza ed io non potevo ignorarla: immortalare l'uomo e la sua storia. Quel giorno per me è stato molto significativo, ho capito che attraverso la fotografia potevo raccontare la vita."




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Oggi quali sono i soggetti fotografici da cui trai ispirazione per i tuoi lavori? "La fotografia per me oggi è un constate racconto della memoria dei luoghi, intorno al nodo uomo-storia. E' uno strumento per l’osservazione delle trasformazioni del territorio e delle persone che in quel territori hanno piantato le proprie radici. Racconto il profumo della mia terra e la determinazione del popolo calabrese. I suoi riti, credenze, orgoglio e tradizione. Cerco di riscoprire i piccoli paesi e i semplici gesti quotidiani che da generazione si tramandano nelle famiglie. La Calabria è una terra meravigliosa che sa regalare molto a chi è pronto a raccoglierne i frutti. In questi scenari naturali ed onirici, risuona anche l'eco di storie che nessuno vorrebbe vivere e raccontare. La mia terra è ricca anche di storie di mafia, faide e vendette. Mi sono calato nelle profondità delle zone interne della Calabria, nei luoghi in cui si sono consumate latitanze, vendette, agguati e summit storici. Ne ho tratto il reportage "La Mamma", un racconto per immagini delle ferite lasciate dalle faide storiche, delle atrocità della lupara bianca, della centralità delle tradizioni e dei luoghi della religiosità popolare, il ruolo delle donne di ‘ndrangheta, l’evoluzione degli interessi imprenditoriali e lo sfruttamento selvaggio delle risorse del territorio. Oltre alle storie di casa nostra, la Calabria accoglie le storie dei tanti che quotidianamente vivono il dramma delle emergenze umanitarie. Ho spostato il mio obiettivo per raccontare anche queste vite. Storie di uomini e donne costretti ad abbandonare il proprio paese per scappare dalla guerra, dalla fame e dalla povertà. Uomini e donne che cercando pace e trovano ad accoglierli miseria, degrado ed incertezza. Ho raccontato gli sbarchi, lo sfruttamento nei campi, la racconta delle arance ed il degrado della prostituzione."

 

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I tuoi reportage sono intrisi di storie difficili da accettare e comprendere. Hai mai incontrato degli ostacoli lungo il tuo percorso?

"Sì, le difficoltà sono state tante. Mi sono inoltrato nei tunnel scavati dalla mafia, nei paesini dimenticati da tutti, nelle baraccopoli dei profughi senza terra ne patria, ho vissuto tra gli ultimi della terra dove il legale e l'illegale non hanno più confine. Spesso mi sono soffermato a pensare, riflettendo sull'efficacia del mio lavoro. Mi domandavo se fosse giusto immortalare così tanta miseria e dolore. Da dove vengo io, indossare una macchina fotografia ed essere un fotografo non è un gran prestigio.
E' stata una riflessione lunga e molto intima. Dopo tanto rimuginare in me stesso ho compreso che la fotografia non è solo una fonte utile per tutti, bensì qualcosa di insostituibile che non può venir meno al mio essere persona. La macchina fotografica è diventa un'estensione del mio braccio."





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Ti stai dedicando a qualche nuovo progetto? "Da circa due anni sto portando avanti un reportage sulla vita dell'eremita calabrese Cosimo Tassone. Non sono il primo ad essere affascinato dalla sua storia, già illustri studiosi come l'antropologo Luigi Maria Lombardi Satriani e lo scrittore Sharo Gambino si appassionarono in passato della straordinaria esistenza di Cosimo. Non è stato semplice iniziare questo nuovo progetto. Cosimo è un uomo di una volta, attaccato ai sani principi della nostra terra. Il suo stile di vita è prettamente in simbiosi con la montagna ed il territorio. Il suo tempo sembra quasi essersi fermato, seguendo i ritmi della natura ed il lento scorrere della vita. Poterlo fotografare, trascorrere del tempo con lui e condividere la sua storia è un'emozione che cerco di rappresentare attraverso l'immagine."

 

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In un momento storico in cui il profluvio di immagini "mere riproduzioni", svende una realtà ottimizzata annullando il proprio valore iconico, il lavoro fotografico di Federico Salvatore va condiviso e merita un plauso perchè non addomestica le immagini rendendole consumabili con i filtri preimpostati del gusto social; il suo lavoro mostra piuttosto la realtà nelle sue autentiche sfumature che contengono simultaneamente la bellezza e la crudeltà, la bruttezza e la verità. Tutto in presa diretta, tutto identificabile.
Ne sentiremo parlare, non nei salotti.

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