Mostre fotografiche 1° weekend dicembre 2017

Aspettando il primo fine settimana di dicembre con una selezione di mostre fotografiche che sperimenta, emoziona e ricorda

La selezione di mostre fotografiche inaugurate in tutta Italia questa settimana, aspetta il primo weekend di dicembre con obiettivi attenti alle complesse dinamiche che sondano la realtà, attraversano il tempo e trasfigurano la materia del visibile, tra emozione e sperimentazione, grandi maestri e giovani talenti emergenti.

Michel Comte. Black Light, White Light

Dopo l’inaugurazione di Light al MAXXI di Roma il 14 novembre il noto artista svelerà alla Triennale di Milano Black Light, White Light una nuova grande installazione, seconda tappa di un percorso espositivo che esplora l’impatto del declino ambientale sui ghiacciai e sui paesaggi glaciali del mondo.

Con il suo studio dei paesaggi naturali attraverso sculture su larga scala, fotografie, video installazioni e proiezioni, Michel Comte mette in evidenza il rapido processo di cambiamento del clima, l’innalzamento dei livelli degli oceani e la progressiva riduzione delle superfici dei ghiacciai, essenziali per la nostra sopravvivenza su questo pianeta. Due mostre fanno parte di questa straordinaria presentazione: Light a Roma presso il MAXXI dal 14 novembre al 10 dicembre 2017 e Black Light, White Light alla Triennale di Milano dal 28 novembre 2017 al 1 gennaio 2018.

Il lavoro di Comte nasce dalla sua ultradecennale passione per l’arrampicata e l’aviazione, che gli ha offerto l’opportunità di osservare e rappresentare paesaggi glaciali in tutto il mondo. L’installazione alla Triennale di Milano invita i visitatori in un mondo silenzioso e luminoso dove è possibile apprezzare la preziosa energia che il pianeta Terra – insieme all’umanità – può produrre. In questa seconda tappa del percorso espositivo, l’artista prevede che sia possibile immaginare come le traiettorie possano essere definite; che il nostro destino non sia semplicemente scritto nelle stelle. Black Light, White Light rivela come il potere della natura e della bellezza ci può ispirare per creare un mondo migliore.

“Siamo al punto di svolta, e grazie alle nuove tecnologie e alla conoscenza di oggi abbiamo la possibilità di intraprendere un reale cambiamento verso il meglio.” sottolinea l’artista Michel Comte. “I visionari hanno dimostrato ciò che un uomo con una vera convinzione e un piano d’azione sia in grado di raggiungere. La nostra visione deve essere chiaramente orientata verso la luce.”

Light e Black Light, White Light sono le prime tappe di un percorso espositivo che si articolerà in diversi luoghi nel mondo tra il 2017 e il 2018. Non si tratta soltanto della presentazione di una raffinata serie di opere, ogni tappa ha l’ambizione di agire come richiamo alla realtà e alla verità, come dichiarazione politica e chiamata alle armi.

28 novembre 2017 - 1 gennaio 2018
La Triennale di Milano
Viale Alemagna, 6
Milano
comte_1920x1080.jpgPh: © Michel Comte, Light (2017), Glacier blanket, British Coumbia

Dove comincia il mondo. La New York di Michele Palazzo

La galleria Still di Milano ospiterà la prima personale del fotografo italiano Michele Palazzo. Curata da Denis Curti e Maria Vittoria Baravelli la mostra si articola in 20 scatti rappresentativi del melting pot che popola New York.

Le fotografie di Palazzo, uniche e piene di sensibilità, inducono noi spettatori a immaginare e a fantasticare, con uno slancio empatico, sulle dinamiche esistenziali degli abitanti di New York. Un mosaico umano sterminato e complesso che si ricompone nella metodica e quotidiana attività di catalogazione che Palazzo compie con la sua fotocamera.

A chiusura della mostra un finale alquanto inaspettato: l’immagine di una New York sospesa e svuotata dai suoi abitanti, in cui la scena è occupata dalla forza della natura. Nella sua prima personale italiana viene esposto il celebre scatto del Flatiron Building immerso nella tempesta di neve Jonas del gennaio 2016.

29 novembre 2017 - 12 gennaio 2018
Inaugurazione: 29 novembre 2017, ore 18.30
Still Fotografia
Via Balilla, 36
Milano

Nasan Tur - Memory as Resistance

Il tema della memoria, del ruolo del soggetto nella società e del suo lascito saranno al centro degli interventi ospitati dalla Fondazione, e si intrecceranno anch’essi al legame con il vissuto di coloro che la abitarono.

L’invito della Fondazione è stato, per l’artista, l’occasione per concepire un nuovo progetto che prevede un allestimento che occuperà le vetrine della casa museo. L’esposizione comprende in particolare una serie di fotografie dedicate a persone che, fino in fondo, si sono impegnate per la libertà d’espressione e un video incentrato sulla figura di un uomo che appare di profilo, sullo sfondo di un paesaggio in cui riconosciamo il Bosforo. L’uomo è Hrant Dink: figura fondamentale del movimento per la riconciliazione e i diritti in Turchia, nonché caporedattore del settimanale bilingue turco – armeno Agos, ucciso davanti all’ingresso della redazione nel 2007. Nel video, un’azione ripetuta restituisce l’immagine di Hrant Dink accartocciata, dispiegata, stesa con le mani e poi nuovamente accartocciata, come in una sequenza infinita. L’opera trasmette un senso di lontananza, ma anche la forza dell’orizzonte. Il suo ricomparire, sempre più sbiadita, eppure persistente, interferisce con la cronologia: malgrado gli eventi, la presenza del soggetto incessantemente si rinnova. La memoria fragile ma tenace non arretra, e le azioni, anche a distanza di tempo, mantengono valore.
Il lavoro di Nasan Tur prende avvio alla fine degli anni Novanta, nel corso del tempo l’approccio personale si stempera e i riferimenti si ampliano. L’artista comincia a elaborare i temi del vivere e del convivere urbano e mette in campo una grande attenzione ai filtri culturali che condizionano il nostro sguardo e le nostre attitudini. Le sue opere sono interpretazioni critiche dei contrasti, delle contraddizioni e delle tensioni psicologiche e sociali dell’individuo nel presente. Vi emergono, in forme diverse, questioni legate alle ideologie, alle utopie, al linguaggio e ai concetti di storia, nazionalità, eredità culturale e attivismo.
In occasione di Memory as Resistance, Nasan Tur terrà una lecture, giovedì 30 novembre alle ore 18.00, aperta al pubblico, durante la quale l’artista illustrerà la sua ricerca estetica fino ad arrivare ai più recenti sviluppi dei suoi ultimi progetti. Venerdì 1 dicembre La Fondazione Adolfo Pini organizza un appuntamento collaterale alla mostra Memory as Resistance. Nella galleria nel cortile della Fondazione, gli studenti della Nuova Accademia di Belle Arti di Milano avranno l’opportunità di partecipare a un momento di approfondimento e di confronto con l’artista, tramite l’esposizione di loro opere legate alle tematiche affrontate da Nasan Tur nella mostra.

Dopo aver presentato i primi due progetti site specific, The Missing Link di Michele Gabriele, e Materia prima di Lucia Leuci, con questa nuova mostra la Fondazione prosegue pertanto il proprio percorso dedicato all’arte contemporanea, sotto la guida di Adrian Paci, con l’obiettivo disporsi quale luogo di incontro e valorizzazione della scena dell’arte giovanile nazionale e internazionale a Milano. Nasan Tur (Offenbach, 1974) si diploma e specializza presso la HfG di Offenbach e la Städelschule di Francoforte. Oggi vive e lavora a Berlino, dopo aver soggiornato ad Ankara, Londra e Roma e aver ottenuto numerosi riconoscimenti (tra gli ultimi il Grant of the Berlin Senate for Visual Arts e il Will-Grohmann Artprize, Akademie der Künste Berlin nel 2012, o il Villa Massimo Award, Deutsche Akademie Rome nel 2014). Tra i suoi lavori più recenti si annoverano importanti collaborazioni, come Speech, commissionato da Documenta 14, che va a inserirsi nell’innovativo progetto radiofonico Every Time A Ear di Soun, nato proprio nella cornice dell’importante manifestazione internazionale; il progetto art in public space alla Kunstverein Göppingen e l’installazione pubblica Derunbekannte Ritter a Graz nel 2011. Tra le altre partecipazioni a manifestazioni internazionali si segnalano la 10° Biennale di Istanbul la 6° Biennale di Taipei. Tra le mostre più recenti: le personali Nasan Tur, Oldenburger Kunstverein, Oldenburg (2017); Nasan Tur, Städtische Galerie Nordhorn, Nordhorn (2017); Nasan Tur, Kunsthalle Göppingen, Göppingen (2017); Running Blind, Kunst Haus Wien, Vienna (2016); le collettive Future Perfect, MUSA - Museo de las Artes, Guadalajara (2017); Enjoy Forgetting, Palazzo Ducale di Massa-Carrara (2017); l’esposizione collettiva presso l’Istituto Italiano di Cultura a Londra Sette opere per la Misericordia (2017); e l’installazione L’ombra della luce presso i Musei di Villa Torlonia, Roma (2015). Di prossima apertura Imprevedibile, Fondazione Golinelli, Bologna.

29 novembre 2017 - 9 marzo 2018
Inaugurazione: 29 novembre 2017, ore 18.30
Fondazione Adolfo Pini
Corso Garibaldi, 2
Milano

"Per tutti la morte ha uno sguardo. Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. Sarà come smettere un vizio, come vedere nello specchio riemergere un viso morto, come ascoltare un labbro chiuso. Scenderemo nel gorgo muti."

Cesare Pavese, estratto da Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Mario Giacomelli - Per tutti la morte ha uno sguardo


Per tutti la morte ha uno sguardo riprende un verso dalla poesia di Cesare Pavese: Verrà la morte e avrà i tuoi occhi che Mario Giacomelli ha scelto come titolo per la serie fotografica sull'ospizio di Senigallia, con cui instaura un profondo legame sin dal 1954 e dove realizza alcune delle sue serie più famose.
Saranno esposti oltre cinquanta scatti delle serie più conosciute del fotografo marchigiano che testimoniano la sua indagine sullo strazio della realtà, come La zia di Franco (Ospizio) (1981/1983), E io ti vidi fanciulla (Ospizio) (1981/1983), Metamorfosi della terra (Paesaggi) (1955/anni Ottanta), Presa di coscienza sulla natura (Paesaggi) (1976/anni Novanta), Motivo suggerito dal taglio dell’albero (1967/69), Poesie in cerca d’autore (1970/2000).
La mostra si sviluppa a partire dal primo scatto realizzato da Giacomelli: Approdo (1953), una foto scattata sul bagnasciuga, la vigilia di Natale del 1953, che ritrae un’onda dove tutto ciò che è visibile si smaterializza nel bianco della spuma, mentre rimane nitida una ciabatta trasportata dalle onde sulla battigia, con sopra una stella marina: un richiamo all’Uomo e a quello che ne rimane dopo il passaggio del tempo. Emergono qui tutta la tecnica e lo stile fotografico che contraddistingueranno poi Mario Giacomelli: l’immagine bruciata, i forti contrasti e l’ambientazione mossa, completamente sfuocata, che va contro ogni canone fotografico classico di pulizia formale.
Nella serie dei Paesaggi, capitolo cardine della sua opera, gli scatti eliminano l’unico punto di riferimento principale: il cielo. I paesaggi sono materia viva e pura, senza mediazioni né distrazioni. La scomparsa dell’orizzonte, il rifiuto dei mezzitoni, i contrasti nettissimi con il bianco che si innesta profondamente nel nero sono, per l’artista, l’indice di una natura che pulsa, che vive, di cui Giacomelli ritrae i “segni del suo paesaggio”. E nella rugosità di un albero (Motivo suggerito dal taglio dell’albero) o nei solchi dei campi arati Giacomelli rivede i volti segnati dai patimenti dei contadini, degli ospiti della casa di cura, degli anziani.
La libertà della tecnica che la fotografia scopre in quegli anni, è servita a Giacomelli per superare i limiti del neorealismo con il quale si è formato, per approdare a un linguaggio diverso e personale in cui lo spettatore, l’artista e il soggetto raffigurato convivono tutti nella stessa scena, in uno sconfinamento e in uno spazio polidimensionale in cui l’arte si amalgama con la vita. La sua fotografia è lotta con la materia che si svolge sulla superficie: urla sulla carta e si trasforma in forme animate; oppure viene azzerata e resa muta attraverso l’utilizzo del bianco e del nero completamente piatti, abilmente ottenuti nel lavoro di camera oscura.

Orario visite
lunedì - sabato, ore 10.00 – 19.00
domenica, ore 12.00 – 19.00

29 novembre 2017 - 18 giugno 2018
Inaugurazione: martedì 28 novembre 2017, ore 19.00
Nonostante Marras
via Cola di Rienzo, 8
Milano

Milton Gendel Ritratti d'autore

La mostra a cura di Barbara Drudi, offre una selezione di 20 fotografie in bianco e nero (scelte tra le 72000 conservate nel suo archivio), dedicate a scrittori e saggisti italiani, inglesi e americani che Milton Gendel ha conosciuto e frequentato in settant'anni di attività fotografica.

Nato a New York nel 1918, ma residente a Roma dal 1949, Milton Gendel, è storico dell'arte per formazione, e fotografo per vocazione, ed è stato assistente di Meyer Schapiro alla Columbia University di New York tra il 1939 e il 1940. Amico di André Breton e i Surrealisti a New York, nel 1942, Gendel si arruola nell'esercito americano. Studia il cinese a Yale, e nel 1945 è in servizio a Kunming e poi a Shanghai. Qui comincerà la sua attività di fotografo, grazie ad una 'mitica' Leica.

Dopo la seconda guerra mondiale, si stabilisce a Roma, dove comincia a frequentare il vivace ambiente artistico e intellettuale della Roma post-bellica. Conosce e frequenta assiduamente scrittori e poeti – tra i quali Toti Scialoja, Alberto Arbasino, Mario Praz, Eugenio Scalfari (presenti in mostra) – catturando le loro immagini in un clima familiare e rilassato, lontano dalle pose dei rigidi ritratti di circostanza. Tra le sue molteplici attività, Gendel è stato corrispondente della rivista newyorchese ARTnews (contribuendo grandemente a far conoscere gli artisti italiani negli USA), e curatore della Biennale d’arte di Venezia per il padiglione degli Stati Uniti nel 1977.

L’esposizione alla Biblioteca Nazionale costituisce un’occasione privilegiata per ammirare gli scatti di Gendel: in mostra anche alcune fotografie inedite come il divertito gruppo di grandi scrittori che riunisce Grisha von Rezzori, Alberto Arbasino, Gaia de Beaumont nella casa romana di Viviana Pecci Blunt a via di Monte Savello in Palazzo Orsini.

30 novembre 2017 - 26 gennaio 2018
Biblioteca Nazionale di Roma
Viale Castro Pretorio, 105
Roma

Andrea Roversi 'Dauðalogn'

Andrea Roversi, fotografo professionista, nato a Roma nel 1983, si è avvicinato al reportage fotografico nel 2012 e ha poi approfondito la sua formazione con il Master avanzato in fotogiornalismo alla Scuola Romana di Fotografia.
Il suo primo lavoro, Once Upon a Time, ha ricevuto la menzione speciale nella call Vacatio al FOTOGRAFIA- Festival Internazionale di Roma. Tra i suoi progetti più recenti, MaiDomo, cronaca dietro le quinte dell’MMA (Mixed Martial Arts), pubblicato dalla CNN, e Dauðalogn, viaggio nell’Islanda del dopo crisi, finalista del Premio Tabò 2016 e tra i venti selezionati per Slideluck Naples 2016 e proiettati a Slideluck Tokyo, pubblicato tra gli altri su Pagina99, Io Donna, D Repubblica. Collabora attualmente con l’agenzia Parallelozero.

- DAUÐALOGN -
"Dauðalogn è un progetto documentario a lungo termine sull’Islanda. Un viaggio alla scoperta dell’identità del paese dopo la crisi, che vuole conciliare uno sguardo sull’attualità con una più approfondita ricerca di natura personale, raccontando l’eterna e universale dialettica tra uomo e natura in un paesaggio “estremo”.
Nel 2008, l’Islanda è stata duramente colpita dallo scoppio della crisi economica. Ma negli ultimi anni il paese è stato protagonista di una miracolosa ripresa, diventando modello per conquiste straordinarie: il rifiuto di socializzare il debito lasciato in eredità dalle banche fallite, la stesura di una nuova costituzione scritta in crowdsourcing, la sottrazione di fondi alla finanza speculativa per pagare i mutui dei cittadini. L’isola ha scelto di fare un passo indietro (o avanti?) tornando alla terra, scommettendo sull’economia verde e sostenibile basata sulle risorse naturali. Le fattorie si sono ripopolate, le pecore sono tornate al pascolo. I ritmi della natura sono tornati a scandire i tempi della vita.
Con la guida di Andry, il più piccolo della famiglia, ho seguito la famiglia Jósavinsson durante la stagione autunnale, quando le giornate cominciano ad accorciarsi, le temperature a calare, e le famiglie tornano a raccogliersi intorno al lavoro e ai riti dettati dalla terra.
Li ho seguiti durante il lungo e buio inverno, quando la luce si fa risorsa rara e preziosa, e disegna lame che tagliano il nero fitto della lunga notte.
Sono stato stato testimone del loro quotidiano in primavera e nella breve e intesa estate raccontando, con diverse temperature della luce, la relazione tra gli uomini e il paesaggio e l’eterno mutare dei colori e delle atmosfere, i giochi dei bambini e i sussurri degli alberi, il respiro caldo degli animali e il lento scioglimento delle nevi.
Dauðalogn è un viaggio attraverso un paese ricco di contrasti, ma anche il romanzo di formazione di un bambino, Andry, che diventa adulto in un dialogo aperto con una natura estrema."

1 dicembre 2017
Inaugurazione: venerdì 1 dicembre 2017, ore 18.30
OPS
Via Pellegrini 5
Livorno

Cédric Dasesson. Level

L’editore d’arte Art Backers e l’ormai “rivoluzionaria” galleria d’arte The AB Factory di Cagliari sono lieti di presentare la mostra “LEVEL” la prima personale in Italia, del fotografo sardo Cédric Dasesson.

Cédric Dasesson è uno dei pochi fotografi, con un seguito di centinaia di migliaia di follower, capaci di ritrovare la sintesi assoluta tra la natura del paesaggio marino universale e le linee “emerse” dell’architettura contemporanea.
Un’accurata selezione di opere che intervengono nella lettura interpretativa delle sue visioni naturalistiche e interiori, esplorate e raccontate per “livelli” conoscitivi, tanti da consentire una personalizzazione per ognuno dei suoi collezionisti.

Non sono scatti fotografici o istantanee che colgono l’attimo, ma riprese attente, lente, precedute da lunghi studi “introspettivi” alla ricerca di geometrie variabili naturali che rappresentino, per una frazione di secondo, gli straordinari equilibri nei moti combinati tra loro dell’acqua, dell’aria e della luce, nei livelli dell’immerso, della superficie, al di sopra e nell’elevazione, dove uomo e natura possono convivere in assoluta armonia.

“Le opere di Cedric Dasesson trovano un senso dal livello sommerso a quello emerso dell’acqua e delle terre, alla ricerca di linee interpretative per rappresentare quelle “condizioni naturali” uniche, esclusive, perfette quasi fossero tracciate con geometriche coordinate cartesiane” scrive lo storico dell’arte Roberto Concas.

LEVEL inaugurerà il 1 Dicembre 2017 e sarà visitabile fino al 31 gennaio 2018 a Cagliari, presso la galleria The AB Factory, in Via Alagon 29, per poi proseguire a Milano e a Roma.

Il VERNISSAGE del primo Dicembre, sarà come da tradizione unico personalizzato, il cui tema, volutamente in pieno contrasto con il periodo natalizio, sarà caratterizzato da un’estiva e suggestiva ambientazione per un caldo Natale 2017, con sfilate di costumi e gioielli, i vini della cantina Audarya, i cocktail di Frida, i finger food dello chef Alessandro Taras e il DJ set di Nostal Chic.

Cédric Dasesson, fotografo, Italia
La scelta espositiva della mostra e quella editoriale delle opere di Cédric Dasesson segue il cosiddetto “Ordine Naturale delle Cose”, cioè quella condizione di assoluta sintesi e armonia, tra natura e uomo, dalla quale partire per un racconto ordinato, comprensibile quanto elaborato.
Le opere di Cédric sono come “variazioni sul tema” per visioni e introspezioni da punti diversi dove, cambiando l’ordine dei fattori il “messaggio” artistico non cambia nei tre livelli di conoscenza: Under SEA, Sea Level e Above Sea.
Dal livello sommerso a quello emerso dell’acqua e delle terre alla ricerca di linee interpretative per rappresentare quelle “condizioni naturali” uniche, esclusive, perfette quasi fossero tracciate con geometriche coordinate cartesiane.
Le immagini selezionate sono opere singole e ognuna necessiterebbe di un approfondimento interpretativo, stilistico, artistico. Tuttavia la tentazione di “leggerle” nel loro insieme diventa molto naturale, conseguenziale, istintivo, emozionante.
Il pensiero formale, la continuità e la coerenza stilistica delle opere fotografiche di Cédric si ritrovano nelle interpretazioni, straordinariamente esclusive, delle cromie e delle infinite composizioni architettoniche dei paesaggi marini.
Cédric non teme, nelle sue immagini, di offrire le sensazioni del “già noto”, come peraltro avveniva nelle grandi opere d’arte degli artisti rinascimentali, barocchi, vedutisti e divisionisti, è proprio “l’inganno” che conta, quello che consente allo spettatore di superare la soglia iniziale della “diffidenza” e quindi di soffermarsi il tempo necessario per “capire”, interpretare, aprirsi alla conoscenza, all’esperienza, al bello universale.
Infatti, superata tale soglia, immediatamente nella visione delle opere di Cédric Dasesson si aprono, per lo spettatore, approfondimenti di conoscenza rimasti inesplorati e che portano ad indagare quell’insieme fotografico unico, composto da sentimenti, sensazioni, pensiero, forma, colore, linee, materia, equilibrio e movimento.
Oltre 80 fotografie esposte, su carta e su alluminio.
Sarà disponibile il catalogo della Mostra.
Testi a cura di: dott. Roberto Concas – Storico dell’Arte
Un progetto di: Andrea Concas – fondatore Art Backers / The AB Factory

“La scelta, di produrre la prima mostra di Cédric Dasseson in Italia, non è stata particolarmente difficile, è bastato “leggere” con più attenzione le sue opere per apprezzarne la qualità e l’assoluto rigore compositivo che ne fa un interprete raffinato di “immaginari collettivi” seguito, peraltro, da centinaia di migliaia di follower”
Andrea Concas fondatore Art Backers / The AB Factory

1 dicembre 2017 - 31 gennaio 2018
Inaugurazione: venerdì 1 dicembre 2017, ore 18.00
The AB Factory
Via Leonardo Alagon, 29
Cagliari

James Nachtwey
Memoria

1 dicembre 2017 - 4 marzo 2018
Palazzo Reale
Piazza del Duomo, 12
Milano

Emerging Talents 2017
Festival di Fotografia Emergente
2 - 17 Dicembre 2017
Spazio Factory MACRO Testaccio
Piazza Orazio Giustiniani, 4
Roma

Andrea Pertoldeo. Blue Dust

Sabato 2 dicembre alle ore 19.30 presso Église si inaugura la mostra fotografica Blue Dust di Andrea Pertoldeo, sarà presente il fotografo con il quale si dialogherà del progetto che ha sviluppato in Bahrain.

Un’esposizione che racconta, attraverso un libro e le fotografie esposte, il progetto di Andrea Pertoldeo – fotografo, docente di fotografia presso l’Università Iuav di Venezia e, insieme a Stefano Graziani e Angela Vettese, coordinatore del Master Iuav in Photography – che ha messo in relazione un paesaggio e il lavoro dell’uomo che lo modifica.

Il paesaggio antropizzato è quello del deserto del Bahrain e il lavoro è quello degli operai di un’acciaieria. Il deserto è anche il luogo di passaggio di tubi di gas naturale o petrolio e di tralicci dell’alta tensione che modificano e accentuano l’orografia del territorio, ma è anche il luogo dove i cittadini autoctoni del Bahrain trascorrono giornate di festa e di riposo per ritrovare le loro antiche origini nomadi. Gli uomini ritratti da Pertoldeo sono immigrati che vivono per migliorare la loro condizione e quella della famiglia di origine. Essi costruiscono con il loro lavoro gli oggetti della modificazione del paesaggio del deserto. Il cortocircuito fra paesaggio e lavoro in Blue Dust è generativo di un aspetto della costruzione della società contemporanea.

Orario visite
mercoledì - sabato, ore 16.00 - 19.00

Presso Église sarà possibile, inoltre, acquistare il libro Blue Dust numerato e autografato dall’autore: il libro comprende una sequenza di fotografie del deserto, una serie di ritratti a figura intera e quattro testi indipendenti dalle immagini firmati da Luca Ciotti, Antonello Frongia, Mario Lupano e Roberto Zancan in cui sono citati il deserto, la polvere, gli astri, le gite fuori porta.

2 - 22 dicembre 2017
Inaugurazione: sabato 2 dicembre 2017, ore 19.30
Église
via dei Credenzieri
Palermo

Un post condiviso da Église (@eglise.art) in data: 26 Nov 2017 alle ore 01:50 PST

Salvatore Castaldo - Far away from the eyes


Kromìa presenta “Far away from the eyes”, personale dell’artista Salvatore Castaldo. In mostra, quindici opere fotografiche di medio formato in bianco e nero dalla più recente ricerca dell’autore.

In continui slittamenti e riconoscimenti di senso, immagini di sculture divengono entità emozionali e verità riposte, in un allestimento a griglia che potenzia arditi tagli compositivi, accostamenti illuminanti e ritmica chiaroscurale.

Lontano dagli occhi di Diana Gianquitto (curatrice della mostra, con la direzione artistica di Donatella Saccani)

Fotosofia.
Ectoplasmi di luce nell’ombra, apparizioni galleggianti dal fondo. Lucidità inaspettata, rivelatrice. Indefinitezza sommessa di sfumati, pittorici come sussurri.

Il vedere fotografico di Salvatore Castaldo è conoscere. Sospeso tra brume sfocate che occultano il pedissequo dischiarando il senso emotivo, e inattesi tagli e dettagli arditi, abbacinanti come illuminazioni.

Memore della constatazione di Paul Valery, secondo il quale solo la fotografia era riuscita a svelare dinamiche – come il movimento – fino ad allora oscure, anche per Castaldo la camera apre un atto gnoseologico, e di sensazione corporea insieme, che ha a che fare con la conoscenza. Ma il conoscere della poesia, diretto, immediato, spontaneo, intuitivo e non cerebrale.

In particolare, per il fotografo l’obiettivo è risveglio, capacità di andare oltre la visione, oltre la mera registrazione meccanica del reale, e verso piuttosto il valore che lo stesso Valery tributava all’emergere lento dell’immagine dal negativo fotografico, che diviene quasi alter ego dell’affiorare della memoria e della coscienza, fino a tangere la funzione rivelatrice dei lati riposti del reale che il poeta francese attribuiva alla letteratura.

Fotografia e letteratura. Castaldo inizia a fotografare, da scrittore, quando sente di aver bisogno di altra grammatica e dinamica espressiva.

Gli sfrangiamenti di luce e di ombra, le improvvise illuminazioni, il filtro della lente che interdice eppure disvela il contatto diretto con la natura divengono il suo nuovo tessuto linguistico: ulteriore dimensione per parole che chiedono di uscire sotto forma di visioni. Semplici, ma potenti. «Ogni visionarietà è semplice» , scivola dalle parole degli occhi dell’artista, e trasforma ciascuna rivelazione in un’estasi, lontana da ogni onanismo.

«Non faccio fotografie, ma faccio “Della fotografia”». E ancora, «il mio lavoro non è uniforme, ma multi-forme»: come nelle parole dell’autore, il suo atto fotografico è un inseguimento, al di là della contingenza dello scatto, del senso stesso del medium e dell’essenza, seppur fugace, oltre il vedere superficiale indotto dall’odierna sovresposizione alle immagini.

Un’esperienza di intensità e profondità visiva catturata come radiazione luministica così pulsante che, non a caso, nella fruizione dell’arte di Castaldo si è inevitabilmente irretiti dal tessuto di ritmico cadenzamento di ombre liquide e improvvisi abbagliamenti di luce che sembrano imprimersi direttamente dall’energia del soggetto. E di nuovo si torna al Valery ricordato da Vittorio Magrelli: «il privilegio della fotografia risiede infatti in un’immediata aderenza ai dati dell’oggetto ritratto: calco della luce, emulsione diretta dell’oggetto. (…) La sua superficie riproduce il reale come quella liquida riflette Narciso». Ma anche, negli improvvisi raggrumamenti e vortici di pathos emergenti dal fondale oscuro, ai volti drammaticamente affioranti dal buio caravaggesco delle Sette opere di misericordia, inevitabile sedimentazione nella memoria partenopea dell’autore.

Visi, sguardi, epidermidi intensamente teatrali, come quelli di marmo e bronzo nelle opere di Castaldo, per il quale in esse «ciò a cui si assiste è una tragedia greca», ricordando con Roland Barthes che «non è attraverso la Pittura che la fotografia perviene all’arte, bensì attraverso il teatro». Ed ecco che le pietrificazioni narrative ed emotive di altri artisti del passato divengono nodi d’azione e pause sceniche di distensione, gesti, attimi, un punctum emozionale e filosofico tanto più vero quanto momentaneo ed evanescente, e quindi permanentemente autentico nel suo respirante vibrare e mutare.

E infatti, anche la griglia in cui Salvatore Castaldo formalizza le sue immagini è contrappunto ricco di pathos, appunto, caravaggesco e teatrale, un’architettura e stesura di note visive che ricerca direttrici compositive ampie e non globulari, secondo acute e audaci tensioni diagonali e concentrazioni drammatiche agli angoli, intervallate da panneggi barocchi di bianchi, depurate in intervalli di più classiche suggestioni, ed equilibrate al centro da assialità egittizzanti.

Scritture e teatri di luce e sofia fotografica, in una partitura di bianchi e neri potenziante rimbalzi e rimbombi interiori e sostenuta secondo una modulazione perpetua attorno a paradossi visivi e sensoriali, etica della bellezza ed emulsione energetica dal mondo. Far away from the eyes, sulla strada della poesia.

2 dicembre 2017 - 2 febbraio 2018
Inaugurazione: sabato 2 dicembre 2017, ore 19.00
Kromìa
Via Diodato Lioy, 11
Piazza Monteoliveto
Napoli

Nino Migliori. ​Alla Luce dello Sperimentare

Numerosi sono i progetti, i percorsi tracciati da Nino Migliori dal 1948 ad oggi; Migliori è considerato tra i più importanti fotografi italiani contemporanei e non solo. Può ritenersi anche un architetto della visione, autore capace di realizzare un mondo iconico imprevedibile, audace, variegato che fornisce allo spettatore prospettive insolite e originali sulla fotografia e non solo.
La mostra Alla luce dello Sperimentare offre uno sguardo su questo mondo proponendo serie di lavori, buona parte dei quali inediti, che hanno caratterizzato il suo operare dagli inizi ad oggi.
Gli spazi de “ Le stanze della fotografia “ a Palazzo Angeli verranno suddivisi in due sezioni secondo due linee di analisi : la sperimentazione e l’emozione.

La prima, la sperimentazione, presenterà fotografie in bianco/nero degli anni cinquanta, Pirogrammi, Ossidazioni, Clichè-verres, Idrogrammi, Stenopeogrammi insieme a lavori a colori Polarigrammi e Lucigrafie degli anni settanta.
E' la sperimentazione sui materiali e sul linguaggio della fotografia: luce, carta sensibile, sviluppo, fissaggio, tempo, spazio. calore.

La seconda, l'emozione, presenterà opere recenti che datano dal 2006, in questo caso una delle stanze presenterà fotografie in bianco/nero e l’altra fotografie a colori, entrambe legate al tema del paesaggio.
Ma come spesso si riscontra, i lavori di Migliori sono originali e presentano punti di vista altri. E allora gli ksour di Tataoine (2013), regione della via carovaniera tra Tunisia e Libia, sono raffigurati in una sospensione temporale tra storia e mistero. Oppure Migliori ci offre interpretazioni oniriche e labirintiche, moltiplicazioni di spazi e oggetti nelle due serie di “Imago mentis” La dimora dei grifoni ( 2014 ) e Modernissimo(2017), rappresentazioni che ci rapiscono, catturati dalla suggestione delle forme e dei colori.
Accanto alla figura del Maestro è sorta la Fondazione Nino Migliori che, generosamente, si è rapportata con il Comune di Padova per offrire una rassegna che ci accompagna, con opere inedite, fino ai risultati più recenti della sua ricerca.

L’esposizione sarà accompagnata da un catalogo edito da Immedia Editrice con testo critico di Marco Vallora.

Oraio visite
lunedì - domenica, ore10 – 18
chiuso martedì, 25 dicembre e 1 gennaio
Ingresso libero

2 dicembre 2017 - 18 febbraio 2018
Inaugurazione: venerdì 1 dicembre 2017, ore 18.00
Palazzo Angeli
Stanze della Fotografia
Prato della Valle, 1/A
Padova

Jodi Bieber. Between Darkness and Light. Selected Works: South Africa 1994 – 2010

Fondazione Carispezia inaugurerà sabato 2 dicembre la mostra personale di Jodi Bieber dal titolo Between Darkness and Light. Selected Works: South Africa 1994 – 2010, terza tappa del percorso dedicato alla fotografia contemporanea inaugurato dalla Fondazione nel 2015. L'esposizione a cura di Filippo Maggia è la prima grande personale in Italia della fotografa sudafricana, vincitrice nel 2011 del World Press Photo con il celebre ritratto di Bibi Aisha, giovane donna afghana con il volto sfigurato. L'artista sarà presente a La Spezia in occasione dell'apertura della mostra.

Jodi Bieber (Johannesburg 1966) è da numerosi anni una delle autrici di spicco della fotografia sudafricana, scuola che vanta lunghe tradizioni e importanti fotografi contemporanei come David Goldblatt, Santu Mofokeng, Zanele Muholi, Pieter Hugo, Guy Tillim. La mostra - che resterà aperta al pubblico fino al 4 marzo 2018 negli spazi espositivi della Fondazione - presenta 4 serie complete fra le più rilevanti dell'intera produzione di Bieber: Between dogs & wolves - Growing up with South Africa, Going home - Illegality and Repatriation, Women who murdered their husbands e Soweto. Una raccolta di oltre 100 fotografie in bianco e nero e a colori che tracciano la storia recente del Sudafrica. Dalla fine dell’apartheid sino quasi ai nostri giorni, le immagini di Bieber raccontano un paese in pieno sviluppo economico, riferimento per molte altre nazioni africane, ma ancora lacerato da vecchi conflitti sociali e da nuove tensioni derivanti proprio dalla modernità che avanza. “È stata una grande fortuna trovare la fotografia” ha affermato Bieber in una recente intervista, un mezzo che le ha permesso di esplorare e capire il suo paese in quegli anni cruciali di passaggio da un’epoca a un’altra.

La serie Between dogs & wolves - Growing up with South Africa è il risultato di un lavoro durato dieci anni - iniziato nel 1994 all'indomani delle prime elezioni democratiche del paese - e realizzato all'interno delle comunità più povere dei sobborghi di Johannesburg. Le immagini di Bieber ci trasportano nel mondo delle giovani generazioni cresciute ai margini della società sudafricana, un mondo segnato da sogni e fallimenti, dominato dalle gang, dove i bambini convivono con l'HIV/Aids e dove le prostitute cambiano le tariffe in base al colore della pelle dei clienti. Un racconto sulla perdita dell'innocenza e sull'istinto di sopravvivenza, che diviene metafora della battaglia che lo stesso Sudafrica ha combattuto per decenni.

Nelle fotografie in bianco e nero che compongono la serie Going home - Illegality and Repatriation, vincitrice del Premio dell'Unione Europea per la fotografia documentaria, Bieber ha rappresentato il periodo immediatamente successivo alle terribili inondazioni che nel 2000 devastarono il Mozambico e che coincisero, nel vicino Sudafrica, con l'operazione Crackdown messa in atto dalla polizia per diminuire il tasso di criminalità nel paese. Per le persone ritratte - rinchiuse nei centri in attesa di essere rimpatriate o nei treni che le riportano al loro paese di origine, in una sorta di stato di transizione senza fine - attraversare i confini non rappresenta un semplice sogno, ma un atto dettato dal bisogno che si trasforma in un inutile e doloroso calvario.

Tra i lavori in mostra a La Spezia anche Women who murdered their husbands, una serie in cui emerge in maniera particolarmente evidente quella predisposizione di Bieber a stabilire rapporti forti e sinceri con i luoghi e le persone che racconta, che attraversa tutta la sua produzione. Le fotografie, realizzate all'interno della prigione femminile di Johannesburg, ritraggono alcune donne condannate per aver ucciso, molto spesso per legittima difesa, i loro mariti o compagni. Come ricorda la fotografa "in Sudafrica ogni sei giorni una donna viene uccisa dal proprio partner, ogni ventisei secondi una donna viene stuprata e una donna su quattro subisce regolarmente violenza dal proprio partner".

Soweto è, invece, una serie inaugurata da Bieber nel 2009 e dedicata alla celebrazione della vita nell'omonima area urbana della città di Johannesburg. Grazie al ruolo fondamentale svolto nella storia della lotta all'apartheid, Soweto oggi incarna, forse più di qualunque altro luogo, la lotta del Sudafrica per la libertà e rappresenta uno dei centri nodali del percorso di costruzione di una consapevolezza collettiva. Ma da Soweto provengono anche molte delle espressioni artistiche e culturali nelle quali si riconoscono le giovani generazioni: al di là delle grandi narrazioni, in questo luogo per sua natura vitale e cosmopolita c'è - e c'è sempre stato - un proliferare di espressioni artistiche, tra danza, arte, moda. Le immagini di Bieber raccontano questa realtà in fermento dove - qui come altrove - gli abitanti del Sudafrica reinventano in continuazione se stessi e il proprio spazio urbano.

La mostra Between Darkness and Light. Selected Works: South Africa 1994 – 2010 è accompagnata da un catalogo edito da Skira che contiene tutte le opere in esposizione e una conversazione fra Jodi Bieber e Filippo Maggia.

Jodi Bieber ha iniziato la sua carriera professionale documentando le elezioni democratiche del Sudafrica del 1994 per il quotidiano The Star, dopo aver frequentato tre brevi corsi di formazione al Workshop Market Photography a Johannesburg. Nel 1996, la partecipazione alla masterclass del World Press Photo organizzata nei Paesi Bassi ha impresso una svolta fondamentale alla carriera di Bieber che ha iniziato a viaggiare per il mondo per conto di riviste internazionali e organizzazioni non-governative. Durante questo periodo ha continuato a portare avanti progetti personali, a cui dedica attualmente la maggior parte del tempo. Le sue tre serie monografiche, Between Dogs and Wolves – Growing up with South Africa, 1996, Soweto, 2010 e Real Beauty, 2014, sono state esposte, insieme ad altri lavori, in mostre personali e collettive sia in Sudafrica sia all’estero. È vincitrice di numerosi premi internazionali, fra cui il Premier Award al World Press Photo 2010. Le sue opere si trovano in alcune prestigiose collezioni, tra cui la Collezione Arthur Walter, la Collezione François Pinault, la Johannesburg Art Gallery e i Musei Iziko. Bieber svolge, inoltre, attività di mentoring per studenti assegnatari di borse di studio, realizzando progetti, conferenze e workshop di fotografia in tutto il mondo.

Orario apertura
lunedì - venerdì, ore 16.30-19.30
sabato e domenica, ore 10.30-13 e 16.30-19.30
chiuso 25 dicembre 2017

2 dicembre 2017 - 4 marzo 2018
Inaugurazione: sabato 2 dicembre 2017, ore 17.30
Fondazione Carispezia
via D. Chiodo, 36
La Spezia

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