L’approccio antropologico e narrativo di Luca Spano

Bororo a static movement_Luca Spano (1 of 3)

Luca Spano è un giovane fotografo autodidatta che si divide tra la natia Cagliari, Roma e i luoghi dove lo conduce il forte bisogno di esprimersi e raccontare quello che lo interessa. La passione per le arti visuali, la musica e ovviamente il linguaggio fotografico, affiancate dalla sua formazione antropologica, lo hanno portato ad osservare da vicino culture e dinamiche diverse, dalla crew hip-hop filippina della Stazione Termini di Roma agli indigeni Bororo del Mato Grosso in Brasile, dalla quotidianità dei giovani giapponesi metropolitani all’emergenza dei superstiti dell’alluvione cagliaritana.

Con uno sguardo curioso ma mai invasivo, Luca ama avvicinarsi ai suoi soggetti, guardare da vicino e lasciarsi guardare da chi sta davanti all’obiettivo, approfondire l’esplorazione di quelle dinamiche culturali che continuano a stimolarlo e appassionarlo, che si moltiplicano intorno a lui. Sedotto dalla dimensione quotidiana che riserva sempre tante sorprese, pur sentendosi agli inizi, Luca ha intrapreso un viaggio inarrestabile alla ricerca del suo linguaggio, di uno stile individuale capace di emozionare mentre comunica, documenta, fa riflettere.

L’approccio al linguaggio fotografico di Luca Spano mi ha intrigata in occasione della sua partecipazione alla recente edizione di Menotrentuno e come già per Fabrizio Nacciareti e Burcu Göknar, la curiosità mi ha spinta ad approfondire la conoscenza di questo fotografo italiano, che conduce i suoi reportage fotografici come delle indagini antropologiche sul campo e nel quale il bisogno di raccontare e documentare va ben oltre il concetto di bella foto. Quella che segue è la nostra lunga chiacchierata condotta in un giorno di pioggia.


Ciao Luca cosa ti ha portato a "Menotrentuno II"?

Tutto è nato un paio d’anni fa, quando organizzando il K-Photofest, un Festival di Fotografia a Cagliari, abbiamo invitato come moderatore Salvatore Ligios, organizzatore della rassegna Metrotrentuno, che in seguito, dopo aver visionato alcuni miei lavori, mi ha fornito questa grande opportunità. Con lui abbiamo concordato l’argomento che avrei elaborato, perché la rassegna si è sviluppata intorno al contributo di 15 fotografi, di cui nove stranieri con i loro progetti già sviluppati e sei italiani, che hanno lavorato invece su argomenti commissionati, realizzati in un paio di settimane e focalizzati sul territorio Sardo.

Qual è stato il minimo comun denominatore di tutti questi progetti e quale il tuo contributo?
Tutti i progetti hanno portato il proprio contributo al tema della rassegna, ovvero il delirio giovanile, inteso come manifestazione a 360° dell’universo giovanile, nella sua globalità e località. Il mio contributo ha avuto come oggetto la comunità cinese di Cagliari e la quotidianità di questo gruppo sociale di giovani che passa gran parte della giornata a lavorare, che crede, spera e investe in ideali diametricalmente opposti e concettualmente diversi dal nostro. Sia che siano nati e cresciuti in Italia, sia che ci siano arrivati successivamente, loro lavorano tantissime ore al giorno e tutta la loro esistenza è incentrata in grandissima parte intorno all’attività commerciale, qualunque essa sia. La difficoltà, nonché lo stimolo più forte in questo caso, è stato riuscire ad entrare in contatto con questa comunità chiusa, nel senso di autonoma e molto autosufficiente.

Quanto la tua formazione antropologica ha influenzato il tuo approccio fotografico?
Nel mio caso fotografia e antropologia vanno di pari passo. La fotografia è uno strumento di analisi, soggettivo e per questo estremamente stimolante per l’osservazione dell’altro e delle dinamiche nuove e ibride che il contesto metropolitano innesca e l’antropologia consente di avvicinare, studiare, analizzare, comprendere e soprattutto condividere. Questo anche per colmare quel gap di conoscenza che c’è nei confronti dell’altro e dell’estraneo che molto spesso spaventa. La comunità cinese si mostra come uno di quei lati oscuri della società, che abbiamo sotto gli occhi ma non guardiamo attentamente.

In termini non solo emotivi, cosa ti ha lasciato questo tipo d’indagine?
Fascino estremo, stima per un sacco di queste persone e la necessità di comprendere meglio e di più, questo tipo di dinamiche, che sono in realtà solo la punta dell’iceberg di una realtà complessa e sfaccettata presente nella nostra quotidianità. Poi quando si inizia una ricerca è sempre così alla fine, si assaggia quel poco che si riesce a vedere e si ha voglia di grattare sempre più a fondo. Questo sicuramente mi ha lasciato, un sapore che non è ancora definito.

Nel testo critico preparato da Salvatore Ligios al tuo progetto, si accenna al fotografo francese Yann Layma, che dopo aver passato trenta anni a documentare la Cina, ha affermato: “ho sbagliato alcune centinai di migliaia di fotografie prima di riuscire a cogliere quegli “istanti ragionati” della ricerca visiva. Ho imparato che in Occidente fotografare significa scrivere con la luce, in Cina vuol dire cogliere le ombre…” Tu in questo caso sei stato più attento alla luce o alle ombre?
Bella domanda, alla quale peraltro non so rispondere, però mi sono trovato nell’ombra, questo si. Del resto l’ombra ci affascina almeno quanto ci spaventa, non siamo abituati a comprenderla ma non è una ragione per non volerci provare.

Facendo un passo indietro, quando ti sei accorto che la fotografia sarebbe stata la tua compagna di avventure ed anche una professione stimolante?
Di fondo c’è sempre stato un forte bisogno di esprimermi e una fascinazione per le arti visuali, che in un certo momento si è concretizzata nella decisione di provare a mettermi in gioco in ogni modo. Ho tanti interessi e attitudini, una preponderante è la fotografia. Avevo voglia di esplorare questo tipo di linguaggio. Mi sono detto ora o mai più. Quello è stato l’inizio di un lungo processo evolutivo che non si arresterà mai.

Con il tuo obiettivo hai osservato realtà e culture diverse, hai sviluppato nel corso del tempo una sorta di stile d’approccio nei confronti di queste tematiche e dei soggetti con i quali entri in relazione? Quanto lasci all’improvvisazione e quanto ad una sorta di rituale professionale?
Qui entra in campo il mio approccio antropologico di ricerca. Quando si scende sul campo è fondamentale prepararsi per poi procedere gradatamente alla distruzione di tutte le ipotesi fatte, di attese e false indicazioni che possono avere strutturato questa preparazione. Bisogna partire con delle basi, con delle conoscenze che come mattoni di una casa possano essere abbattuti è ricostruiti, la ricerca è come un mosaico di frammenti connessi fra loro da spazi graffiati. Tutte le volte che mi sono trovato in contesti altri, mi sono sempre documentato da un punto vista oggettivo e preparato da quello emotivo. Il bello è che ogni volta quello che ti aspetti crolla, e vieni sorpreso, provi uno spaesamento emotivo e di comprensione inimmaginabile.

Quando sei preso dalle tue ricerche e magari sei in viaggio per un bel po’ di tempo c’è qualcosa che ti manca tra quelle che hai lasciato a casa?
Ho tanti legami e relazioni ma quando sono in viaggio molto di “quel mondo” scompare proprio per la mancanza del terreno conosciuto sotto i propri piedi, per la fascinazione che si prova per i contesti altri. E poi nel viaggio provo qualcosa di molto simile a quella che i brasiliani definiscono saudade, una malinconia verso ciò che è successo in passato e verso ciò che ti succederà in futuro, una sorta di sorriso malinconico che ti fa stare con un piede indietro e uno avanti, sempre in transito e in relazione con quello che sei stato e quello che sarai.

Cosa cerchi nei tuoi soggetti, nelle tue fotografie?
Il mio punto di vista è teso alle dinamiche sociali nelle quali cerco la quotidianità, interpretare il reale, leggerlo, quello che si mostra davanti all’obiettivo immancabilmente svela aspetti unici e sorprendenti, connessioni inaspettate.

Ma c’è qualcosa che come fotografo credi non faccia proprio per te?
A livello di approccio fotografico, il mio bisogno di documentare, di scrivere con la luce ciò che ho davanti, rende l’approccio puramente ‘artistico concettuale’ alquanto lontano dalle mie corde. Dal punto di vista tematico non sento mia quella che definirei pornografia fotografica, ovviamente non mi riferisco al mondo del porno diffuso nell'immaginario collettivo quanto ad una modalità espressiva che esalta allo stato di arte tematiche ad alto impatto emotivo, per le quali trovo molto più funzionale il vero fotogiornalismo.

Usando entrambi, quando preferisci il bianco e nero e quando il colore?
Amo il bianco e nero perché ha una potenza di sintesi ineguagliabile nei confronti di certe situazioni. Il colore del resto è ricco di informazioni e sfumature che il bianco e nero perde, quindi diventa fondamentale quando si parla di certi codici culturali. Per la mia piccola incursione tra i giovani giapponesi, il colore è stato necessario per provare a restituire una piccola parte di quel puzzle visivo che i young japanese espongono.

C’è una foto o un reportage che ha cambiato il tuo modo di guardare il mondo e te stesso?
Sicuramente il mio primo reportage, realizzato alla Stazione Termini seguendo una crew filippina per circa quattro mesi. La difficoltà di trovare punti di contatto con un contesto culturale tanto vicino a casa mia e al contempo tanto lontano, lo sforzo di superare le loro diffidenze e la mia inesperienza, hanno giocato un ruolo fondamentale nel modo di sentire me stesso, queste dinamiche culturali e il linguaggio fotografico che mi consente di guardarle e avvicinarle. Ora so che anche l’esotico è sotto casa. Ogni lavoro lascia segni indelebili, fino a quello sull’alluvione in Sardegna che mi ha coinvolto emotivamente come osservatore e come membro della comunità coinvolta e stravolta dalla catastrofe, dove l’empatia mi ha spesso costretto a mettere da parte la macchina fotografica.

Quando rivedi le tue vecchie fotografie, cosa pensi?
Io ho iniziato a scattare intorno ai diciotto anni, prima per gioco e divertimento, poi per una vera e propria passione che si sta trasformando poco a poco in un lavoro. Quando mi capita di guardare quelle foto meno recenti, per quanto la mia ‘relazione’ con la fotografia sia ancora agli inizi, da certe rimango affascinato da altre decisamente acerbe meno, ma fanno sorridere per la forte presenza del cuore. Non rinnego niente perché ogni piccolo progresso mi ha condotto al punto nel quale sono oggi, ma la strada ancora da percorrere è infinita. La fotografia è un mezzo così potente, un linguaggio così forte e personale, che ci vuole una vita per riuscire a trovare una propria forma narrativa, che è quella che interessa me. Io credo nella storia, non credo nella fotografia singola ma nelle cinquanta fotografie anche mediocri che si affiancano e che funzionano assieme.

C’è un’altra passione altrettanto forte nella tua vita?
La musica e ogni genere di espressione creativa che mi ha portato ad imbattermi in progetti e collaborazioni.

Da fotografo cosa non puoi proprio fare a meno di portare sempre con te?
Un taccuino, la macchina fotografica e letture stimolanti, che regalano spunti e conciliano approcci diversi del reale.

Che mi dici della tua attrezzatura fotografica?
Io non sono un fissato dell’attrezzatura, non amo gli zoom e preferisco che lo zoom siano le gambe, come ha affermato qualcuno più esperto di me, perché si percepisce la distanza dall’oggetto e io preferisco avvicinarmi ai miei. Per avvicinarmi all’umanità dei miei soggetti, meglio dei grandangoli, magari non troppo spinti, un 30, un 35 e lavoro molto spesso solo con un’ottica, senza flash. Per me è fondamentale scardinare il distacco, avvicinarmi per stabilire un rapporto paritario e non invasivo.

Come hai scelto la tua prima macchina fotografica?
È stata scelta (ride). È stata un’eredità di mio padre che da amatore è stato sempre un appassionato di fotografia, quindi ho avuto la sua Pentax mx che ho sempre adorato perché è molto piccola, discreta, una macchina con cui posso dire si può fare tutto. Poi è seguita un po’ d’esplorazione, compra una, vendine un’altra, alla ricerca di un compromesso tra prezzo, maneggevolezza, versatilità … qualcosa che si presta ad essere usata in tutte le condizioni, io non sto li a pulirla continuamente con il pennellino, non mi deve limitare. Adoro le ottiche compatte, molto piccole, non vistose e invasive, che non intimoriscono il soggetto, che poi è lo stesso motivo per cui non adoro i vistosissimi zoom.

Progetti futuri?
Ultimamente mi sto appassionando al paesaggio come modo di leggere il reale, al formato quadrato e vorrei riprendere in mano maggiormente la pellicola. Soprattutto vorrei dedicarmi in modo rigoroso alle dimensioni che mi interessano. Ci sono poi un infinità di tematiche metropolitane che mi intrigano perché sono ibride, in continua evoluzione, generate dal conflitto e da un magma di stimoli, sempre diverso, inesauribile. Adoro le sfumature, i tasselli e il contesto metropolitano ne è pieno, è un terreno in continuo mutamento.

Sogni nel cassetto?
Riuscire ad esprimermi con il mio linguaggio, con uno stile tutto mio e ovviamente riuscire a vivere di quello che faccio, senza troppi affanni, perché il mercato fotografico in Italia non è una passeggiata ed è ancora molto chiuso alla condivisione, al confronto e a tutto quello che ti fa crescere.

Hai qualche consiglio o dritta per un aspirante fotografo?
Fotografare quello che vi piace, interessa, incuriosisce ed essere testardi! I NO che arrivano, e arrivano ci potete contare, non devono scoraggiare ma far riflettere e perseverare. Servono anche i SI ogni tanto, ma non si può sperare di arrivare dove si vuole solo con quelli. I NO non devono essere la fine ma un nuovo inizio. Con la critica si cresce molto e bisogna imparare a criticare in maniera costruttiva, fondata, è una cosa utilissima per crescere. Poi almeno per tutti quelli che hanno il mio stesso bisogno, è molto importante imparare ad usare questo linguaggio per raccontare… Dal punto di vista tecnico, ci sono delle regole certo, prendete, distruggetele e fate a modo vostro, tanto quelle poche cose che bisogna sapere rimarranno sempre dentro. Guardate tante foto, imparate dagli altri, chiedete e criticate se vi va, perché no!

Mentre saluto Luca, augurandogli progetti futuri stimolanti e altamente formativi, vi lascio alla gallery che ha preparato per noi.

Luca Spano Gallery
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Nasty water_Luca Spano (1 of 3) Nasty water_Luca Spano (2 of 3) Nasty water_Luca Spano (3 of 3)
Young Japanese_Luca Spano (1 of 3) Young Japanese_Luca Spano (2 of 3) Young Japanese_Luca Spano (3 of 3)

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