Le ombre di Mauro Corinti

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Mauro Corinti è un giovane fotografo marchigiano che ha preso parte all’ultima edizione di Foto Confronti con un reportage in bianco e nero che trovo molto intenso e toccante.

Puntando lo sguardo sulla dimensione di un disagio, con Fedro Mauro Corinti ha posto l’obiettivo volutamente fuori fuoco, creando una dimensione intima e riservata per un ragazzo disabile, svelato dalla luce del bianco e accarezzato dalle ombre del nero.

La sensibilità che emerge dal reportage, lo sguardo intimista che pervade tutti i suoi scatti, mi hanno spinto a contattarlo in Messico, dove si è trasferito per lavoro e quello che segue è il racconto insolito e appassionato del rapporto che questo giovane fotografo ha con il linguaggio fotografico.

Partiamo dall’inizio, com’è nata la tua passione per il linguaggio fotografico e il desiderio di utilizzarlo come mezzo d’espressione privilegiato?
Ricordo che da piccolo l'apparecchio fotografico era l'oggetto che più al mondo odiavo e temevo, una piccola macchina fotografica degli anni 70 rigorosamente riposta in una custodia semirigida in finta pelle, a ripensarci adesso anche molto scomoda. Veniva usata per immortalare gli avvenimenti che interessavano la mia famiglia, che nei rituali compositivi e di preparazione seguivano spesso una logica contorta, visibile nello sguardo disorientato dei miei parenti e nelle pose plastiche ed imbarazzate. Il grande verdetto finale veniva dato dal ritiro in laboratorio delle stampe, un referto sempre disastroso. Puntualmente i miei fotogrammi erano quelli, mossi ,tagliati, sfogati, sovraesposti o sottoesposti, ma dannatamente sinceri. I curricul dei miei colleghi iniziano sempre con “sin dall'età di 3 anni amavo fotografare, sin da bambino notavo una grande sensibilità e gusto per la composizione, seguendo le orme del padre fotografo professionista sin da bambino...etc etc”. Ecco io da bambino giocavo al “meccano”, odiavo quell'orrenda macchina fotografica anni 70 , perché la sua presenza risultava fastidiosa ed ingombrante. Posso dire che il mio percorso di vita ha avuto tante fasi, come per ogni adolescente positive e traumatiche, come per ogni lavoratore stressanti e soddisfacenti e proprio da queste esperienze ho maturato l'esigenza di comunicare con urgenza quello che vedevo e sentivo, amplificando le vibrazioni emotive con l'interpretazione, cercando di rimanere più vicino possibile alla verità. Grazie ad esperienze lavorative delicate nel settore del disagio come l'immigrazione dei popoli della Romania verso il nostro paese, vivendo per due anni questa emergenza nei campi nomadi sparsi nel Bolognese, ho deciso di dedicarmi totalmente alla fotografia, recuperando un rapporto di fiducia con il mezzo fotografico rotto tanto tempo fa. Ancora impacciato e sprovvisto di nozioni fotografiche, quella del campo nomadi fu un'esperienza di preparazione e di crescita, priva di immagini ma viva nel ricordo.

Dopo un inizio così avventuroso cosa è successo?
Trasferito a Roma, decisi di iniziare la costosa avventura dello studio intensivo delle arti visive presso la Scuola Romana di Fotografia, seguendo con successo i corsi di teoria e tecnica, nello studio delle luci, di sviluppo e stampa tradizionale e terminando in uno dei corsi più belli di reportage d'autore e fotogiornalismo, con la fotografa Lina Pallotta e con il supporto del photo editor dell'Espresso Nazario dal Poz.

Come è nato il progetto di Fedro, quali sono stati i vantaggi e le difficoltà davanti ad una tematica così delicata da raccontare?

Fedro fu la mia prima storia documentata e realizzata con il linguaggio narrativo del reportage, primordiale, istintivo, ma cosciente nella tecnica di ripresa e della forza interpretativa del mezzo fotografico. Diapositiva Agfa scala bianconera volutamente stressata nello sviluppo, mi regalò nel nero assoluto dei suoi contrasti tutto quello di cui avevo bisogno nell'intimità. Intimità. La parola chiave di tutto il mio processo di crescita la devo a questa frase. Fu un richiamo della reporter Lina Pallotta discutendo sulle mie immagini, si notava una grande carenza, mancavano di intimità, mancava un passaggio fondamentale nella narrazione, gli odori i rumori. Fedro fu la risposta a questa mia esigenza. Decisi di raccontare la sua storia, la sua intimità, perché trovavo nel suo dolore anche il mio, nel suo silenzio le mie risposte, nel suo buio la mia luce. Come si poteva raccontare il silenzio, la sofferenza silenziosa di Fedro? In conflitto con la mia coscienza per diverso tempo ho tenuto nascosto il lavoro, senza rendermi conto che avrei potuto invece liberare qualcosa, che proveniva dalla pancia e attraversava il cuore e per la prima volta ero emozionato da una foto, per la prima volta c'era intimità, Fedro era libero! Con grande attenzione verso tutte le tematiche che coinvolgono minori nel disagio, dopo il primo reportage ho continuato a documentare i disabili, imparando a leggere il linguaggio del loro corpo e cercandone uno con il mio. Aktion t4 fu il reportage che seguiva la storia di Fedro, il disagio che si confrontava con il recupero ed allo stesso tempo con l'abbandono, dall'integrazione silenziosa di un individuo con lo spazio, alla documentazione dello spazio con un disagio. Il rapporto fra operatore ed utente, la fatica nel dialogo e le precarie strutture dell'amministrazione pubblica Italiana accentuavano l'emergenza del contesto periferico di una città grande come Roma.

Il tuo sguardo sulla realtà contempla molte ombre, soggetti sfocati, dinamici, solo suggeriti, confini sfumati, che la scelta del bianco e nero concilia ma non spiega, che mi dici in proposito?
Il nero delle ombre mi trascina con violenza verso questa direzione, la scala di grigi annulla ogni punto di riferimento reale che è nel colore, come per il mosso che da bambino mortificava i negativi dei miei ricordi più cari, mentre ora fanno parte del mio linguaggio narrativo e con emozione riconoscere la stessa voglia di libertà, riconoscere che non è cambiato nulla dalle foto di allora, solo la padronanza di coscienza, di desiderio e dall'odio verso il mezzo fotografico passare a quel delicato equilibrio di collaborazione. L'emozione viene raffinata dalla tecnica e grazie allo studio della tecnica ho potuto iniziare questa amicizia, ripercorrendo con la vecchia Holga anni 70 una relazione profonda, come per una rivincita con il passato. Dall'emozione istintiva alla tecnica di ripresa, credo sia questo il passaggio! Il regalo più grande è nel vedere con soddisfazione che quell'apparecchio che ingombrava la mia vita ora da voce ai miei ricordi.

Cosa cerchi nei tuoi soggetti, nelle tue fotografie e soprattutto cosa ci trovi?
Mi urge raccontare la vita e le emozioni degli altri ed unirle alle mie con un'interpretazione spesso fatta di accenni, di sfumature, di movimento. Questa per me è una ricerca molto importante, mi induce a scavare nell'anima e scovare il segreto.

Qual’è il segreto di una fotografia riuscita?
Credo che per la fotografia non ci sia una ricetta segreta, come per gli spaghetti. Mi sono trasferito da poco in Messico per esigenze lavorative, e da buon emigrante italiano non posso fare a meno di mangiare spaghetti e, la domanda ricorrente di tutti i messicani, amici e colleghi che passano da casa è il segreto della pasta. Quale è il segreto? Il segreto è che non c'è segreto perché la pasta è buona di per se! Lo stesso potrei dire della fotografia, non esiste un segreto per effettuare uno scatto ben riuscito ed intenso. Per esempio alcuni contesti sono talmente emozionanti spesso nella loro drammaticità, che non necessitano di spiegazioni e di richiami aggiuntivi perché la loro forza sorregge tutto il concetto, per altre invece è necessario prefissare un obiettivo, progettare una storia rispettando la narrazione e l'armonia del lavoro complessivo. Dunque l'unico accorgimento potrebbe essere quello di produrre una documentazione che abbia un filo conduttore e che possa amplificare la sua forza emozionale e documentativa nello scatto singolo e nella serie che contempla il reportage.

Come concili quotidianità e fotografia?
Per me non c'è separazione tra vita quotidiana e professione, tutto converge, tutto si metabolizza nel risultato finale di uno scatto o di un progetto, ma principalmente racconto la mia vita attraverso quello che mi circonda e nel caso degli autoritratti racconto il mio corpo, assimilo e vengo assimilato dagli spazi e dalle mie paure, trovando la stessa identica curiosità che ho nel fotografare la vita degli altri.

Cosa ti ha portato in Messico?
Il lavoro. Un lavoro che tratta una tematica molto importante e che in uno stato povero e in via di sviluppo come il Chiapas, ha portato alla nascita di una nuova classe sociale di ceto medio. Tutto ciò ha fatto inabissare di un altro gradone la parte povera della popolazione. Le Pandillas, come Las Maras Salvatrucha del Salvador o come quelle americane del Queens, non sono altro che l'unione dei giovani poveri in cooperazioni criminali. BARRIO 13 è il titolo del lavoro che sto ultimando, la documentazione della nascita di questo fenomeno e del recupero presso centri di accoglienza di minori dediti alla pandillas ed al crimine che partendo dal loro passato, quale futuro diverso dal carcere e dalla morte possono avere...?

Hai creato un blog in occasione del tuo trasferimento nelle stato messicano del Chiapas, che documenta il primo viaggio di lavoro di un fotografo disoccupato, ironiche avventure, avvenimenti e consigli tecnici su come ideare, progettare ed affrontare, un reportage commissionato da se stessi. Da cosa nasce questo progetto?
Il blog racconta in maniera ironica tutti gli aspetti interessanti di questo viaggio-lavoro. Nato all’inizio semplicemente per tranquillizzare mia madre, ha riscosso invece molto successo tra i miei amici italiani di flickr, specialmente per i commenti allucinanti dei miei parenti che non vedo da anni. Mi sono permesso di ispirarmi allo stile dello scrittore che come nessuno mai, mi regalava splendide notti di insonnia: David Foster Wallace.

Sogni nel cassetto?
Posso affermare con sincerità che il mio grande sogno è proprio quello di continuare ad avere la possibilità di continuare a crescere e poter confrontarmi con l'esperienza dei professionisti del reportage, collaborare e continuare a lavorare per la documentazione e per la fotografia, raccontando attraverso i miei occhi.

Cosa vivi la tua dimensione non solo professionale di creativo e fotografo italiano?
La mia condizione di giovane fotografo italiano credo sia simile a quella degli altri giovani artisti, impegnati a creare un futuro incerto e difficile. Difficile per la situazione nazionale e globale che interessa ormai quasi tutte le categorie lavorative e per la grande fase di decadenza culturale che da anni influenza gran parte delle scelte sull'informazione e sulla ricerca. Anche se può sembrare banale devo molto alla fotografia ed è giusto continuare in ciò che mi rende felice, libero e vivo.

Hai qualche consiglio o dritta per un’aspirante fotografo?
Per tutti i giovani aspiranti fotografi amanti del reportage, posso suggerire di vivere la propria creatività fotografando sempre con in mente un obiettivo, che potrebbe essere quello di raccontare e per raccontare emozionando c'è bisogno di vivere. I propri scatti diventando parte del fotogramma.

Ciao Mauro, in bocca al lupo per BARRIO 13, del quale speriamo tornerai a parlarci quando è terminato, intanto chiunque volesse seguire le mirabolanti imprese di questo giovane reporter può tenere d'occhio il suo blog.

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